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NOVITÀ EDITORIALI
Pietro Grasso
Alberto La Volpe
Per non morire di
mafia
Ed. Sperling & kupfer, 2009,
pagg. 312, euro 18,00
Il Co-Autore, che non ha bisogno di presentazioni, risponde alle
innumerevoli e puntuali domande poste dal noto giornalista Alberto
La Volpe (già Sottosegretario di Stato al Ministero dell'Interno)
ripercorrendo le tappe più significative (quasi un amarcord) delle
proprie esperienze professionali (Pretore a Barrafranca EN,
Giudice a latere al maxiprocesso, Consulente a due Commissioni
Antimafia, Procuratore Aggiunto presso la Procura Nazionale
Antimafia, Procuratore capo di Palermo, Procuratore Nazionale
Antimafia). Nello svolgersi dei vari quesiti, intessuti anche con
simpatici aneddoti, il Dott. Grasso illustra sinteticamente, con un
metodo chiaro e piano, le principali vicende di mafia, a partire
dalla strage di Portella della Ginestra, descrivendo le diverse
forme di criminalità organizzata presenti nel nostro Paese, fino ad
indicare ed auspicare le possibili linee di soluzione. Durante il
periodo in cui l'Autore ha svolto l'incarico di Giudice a latere
del maxiprocesso, si è potuta apprezzare, oltre la evidente
competenza tecnicogiuridica, la grande capacità organizzativa
acquisita anche attraverso l'analisi dei primi analoghi
dibattimenti, costituendo un vero e proprio laboratorio
sperimentale che poi, nei fatti, si è trasformato in un autentico
successo dello Stato. Nel libro, è ricordato il rapporto, non solo
professionale, avuto dall'Autore con il Giudice Falcone. Il Dott.
Grasso, sviluppando il ragionamento attorno alla logica del sistema
mafioso, esprime una serie di ragionamenti che partono
dall'intreccio perverso mafiapolitica, alla capacità del sistema
criminale di sapersi adattare ai mutamenti della società (da mafia
rurale al business dell'edilizia anni '70 sacco di Palermo alla
droga escalation fatti di sangue), alla costante individuazione
del vero potere che gestisce risorse, forza che non ha colore
politico, ma che ricerca chi in quel momento ha in mano il concreto
potere. Particolare sviluppo è dedicato alla stretta relazione tra
mafia e appalti, quindi, non solo pizzo, ma controllo diretto degli
appalti attraverso la gestione illecita dei comitati d'affari.
Significativi, al riguardo, sono i molteplici obiettivi della mafia
in materia di appalti, compendiati anche in atti parlamentari che
riferiscono come sia rilevante la funzione di "lucrare tangenti,
collocare mano d'opera, far acquistare le forniture alle ditte
amiche, controllare gli aspetti essenziali della vita
politicoeconomica del territorio": sono l'essenza del perverso
sistema criminale. Il Procuratore Nazionale evidenzia che Cosa
nostra, attraverso le stragi, ha voluto sbloccare una fase politica
stagnante e agevolare l'ascesa politica di altri soggetti (nuovi o
esistenti): per questo la mafia ha rappresentato una convergenza di
interessi, portatrice di interessi propri e di terzi che hanno
armato la sua mano (omicidi Mattarella e La Torre). La mafia non è
antistato, né agisce nel vuoto lasciato dallo Stato: è contro e
dentro lo Stato. Grasso riferisce che, dopo le catture eccellenti,
Cosa nostra è tornata alla compartimentazione (famiglie,
mandamenti) ed al sistema della sommersioneinabbissamento. Ricorda,
sinteticamente, ma in modo emblematico, numerose indagini, tutte
interessanti e ricche di spunti, fra cui emerge la proiezione
internazionale della mafia (ad es.: da una intercettazione si
apprende, dopo la caduta del muro di Berlino, che un mafioso
catanese è stato inviato oltre cortina per investire in immobili ed
attività. Siamo di fronte ad una mafia che passa da organizzazione
criminale a sistema criminale integrato). Non mancano i riferimenti
in materia di riciclaggio ove è sottolineata la contaminazione fra
economia legale ed illegale attraverso la creazione di camere di
compensazione costituite nei paradisi fiscali esteri. Da qui la
necessità di combattere i paradisi offshore. La mafia, oggi, tende
a rendersi invisibile, infiltrando i settori dell'economia legale,
rinunciando alle azioni cruente. Sottolinea l'Autore, con avvertito
sforzo, che la vera lotta alla mafia deve passare necessariamente
attraverso la ricostruzione della democrazia con tutte le sue
componenti istituzionali e sociali, compresa la rieducazione dei
giovani alla cultura della legalità. Sono tanti gli auspici che
Grasso formula: T.U. organico sulla normativa antimafia che è
frutto dell'ottica dell'emergenza, la previsione espressa del reato
di concorso esterno nell'associazione mafiosa, la creazione di una
white liste di imprese virtuose, che sottoscrivono protocolli di
legalità e la creazione nuova struttura centrale di coordinamento
per attività d'indagine su terrorismo e C.O.
Col. Francesco Bonfiglio
Anna Maria Casavola
7 ottobre 1943. La
deportazione dei Carabinieri romani nel Lager nazisti
Studium editore, 2008, pagg. 220,
euro 16,00
La professoressa Anna Maria Casavola, collaboratrice
appassionata del Museo Storico della Liberazione di Roma e storica
dell'ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati), ha dato alle
stampe un lavoro di chiaro interesse che focalizza l'attenzione su
di uno dei momenti più difficili per l'Arma dei Carabinieri Reali:
il 7 ottobre 1943. La data ha un valore particolare nella storia
dell'Istituzione: si tratta del giorno in cui una parte importante
di militari dell'Arma di Roma, ufficiali, sottufficiali,
carabinieri e allievi fu catturata per essere avviata nei
tristemente noti lager per IMI (Internati Militari Italiani), un
eufemismo usato dai Tedeschi per non riconoscere legittimamente lo
status di prigioniero di guerra ai soldati italiani e consentire a
questi di essere protetti dalla bandiera del Comitato
Internazionale di Croce Rossa.
I circa duemila e cinquecento carabinieri deportati in Germania
rappresentano idealmente il prologo della deportazione, molto più
nota, di oltre mille ebrei il 16 ottobre successivo. Italiani dopo
Italiani. Il testo è strutturato su una prefazione a firma del
professore Antonio Parisella, Presidente del Museo Storico della
Liberazione di Roma, una introduzione del generale Max Giacomini
Presidente dell'Associazione, una postfazione del colonnello
Giancarlo Barbonetti, Capo Ufficio Storico del Comando Generale
dell'Arma dei Carabinieri e quattro intensi capitoli che
ripercorrono le fasi drammatiche che precedettero e seguirono le
fasi della cattura sino al rientro in Italia al termine della
lunghissima fase di internamento. I quattro capitoli "Il disarmo e
la cattura dei carabinieri il 7 ottobre 1943, Una Resistenza
senz'armi, Lager e dopo Lager, L'Arma dei Carabinieri e la
Repubblica di Mussolini" ricostruiscono con attenzione e seguono
con uno stile narrativo romanesco che coinvolge attivamente nella
lettura tutte le varie fasi. In particolare il primo e il quarto
capitolo si soffermano particolarmente sull'Arma dei Carabinieri
nei mesi di settembre e ottobre 1943 con particolare riferimento
alla città di Roma e al breve ruolo svolto dai Carabinieri nelle
funzioni di pubblica sicurezza nella "Città Aperta" di Roma; il
quarto capitolo riprende la narrazione degli eventi per i militari
che erano riusciti a sfuggire alla cattura dell'ottobre 1943 e a
costituirsi successivamente nella Banda Caruso poi Fronte Militare
Clandestino di Resistenza dei Carabinieri all'interno del Fronte
Militare Clandestino. Inoltre, si affronta anche un altro aspetto
significativo: la sostituzione dei Carabinieri con la Guardia
Nazionale Repubblicana a riprova della sempre malfidata fiducia
riposta dal Partito Fascista Repubblicano e più in generale dalla
Repubblica Sociale Italiana nell'Istituzione che da sempre
associava al proprio nome l'aggettivo più stringente, dalla
fondazione del Corpo sino al Referendum istituzionale del 2 giugno
1946, di Carabinieri Reali ovvero che afferiscono al Re non in
quanto capo dello stato ma quale sua diretta e più immediata
dipendenza e che ben si distingue dall'aggettivo Regio, ovvero che
appartiene allo stato. I Carabinieri Reali di Roma pagarono anche
per altre cause: l'arresto e parte della detenzione di Mussolini,
le presunte responsabilità per la morte di Ettore Muti, la
partecipazione di reparti della Legione Allievi e della Legione
Territoriale di Roma alla difesa della Capitale a fianco dei
militari della Divisione "Granatieri di Sardegna" e dei "Lancieri
di Montebello" e di altri reparti, con un generoso tributo di
sangue. Tutti questi elementi, uniti alla sfiducia della RSI verso
l'Arma "benemerita", costituirono le motivazione di una sentenza il
cui appello fu avanzato da coloro i quali, IMI sottoposti a minacce
e lusinghe, rifiutarono l'adesione alla RSI e da coloro i quali
parteciparono nel Corpo Volontari della Libertà e nel Corpo
Italiano di Liberazione alla sconfitta della Germania
nazista.
Per questi e per tanti altri motivi, il testo della professoressa
Casavola merita di essere letto.
Ten. Col. Flavio Carbone
Carlo Desogus Zuncheddu
Luigi Suergiu Caredda
Processi e sentenze nel Regio
Consiglio Selargius 1700 - 1800
Edizioni Grafica del Parteolla, 2008,
pagg. 299, euro 18,00
Il volume sintetizza il paziente e lungo lavoro degli autori che si
sono concentrati sulla comunità di Selargius e sulle attività
giudiziarie del Regio Consiglio. Attraverso la lente della
giustizia lungo l'arco di circa due secoli, gli autori hanno posto
in risalta i comportamenti e i costumi del tempo mettendo in luce
alcuni lati meno noti della società sarda del XVIII e XIX secolo.
Ci sarebbe da chiedersi quali sono i motivi per cui un lavoro del
genere, sicuramente importante per la storia locale, possa essere
così interessante per presentarne una recensione in questa sede. I
due autori, grazie al prisma giudiziario, fanno emergere anche un
aspetto che può suscitare un particolare interesse: l'azione delle
forze dell'ordine del periodo considerato e, in particolare, dei
dragoni di Sardegna, dragoni leggeri di Sardegna, Cacciatori Reali
di Sardegna e Cavalleggeri di Sardegna: tutti corpi poi confluiti
in quello dei Carabinieri di Sardegna, a sua volta assorbito nella
riorganizzazione dei Carabinieri Reali a seguito dell'Unità
d'Italia, avvenuto con r.d. 24 gennaio 1861. Gli elementi che
emergono dall'opera di Zuncheddu e di Caredda sono i
seguenti:
la ribalta del mondo sociale e culturale, lavorativo e religioso di
una comunità sarda;
le feste e i rituali, talvolta magici che incarnano usanze e
tradizioni locali;
l'emersione dei fenomeni criminali principalmente concentrati su
attività che si potrebbero definire di "microcriminalità" che, in
realtà, nascondono una vita di miserie e di privazioni causate
soprattutto dall'assenza o scarsità di lavoro e dalle
prevaricazioni dei potenti del momento;
la presenza costante e attenta delle forze dell'ordine. In
particolare, il sindaco di Selargius che firma la presentazione
parla della "Presenza inflessibile e oppressiva dei Dragoni reali".
Sulla base della documentazione che è stata usata per la
realizzazione di tale volume, più che una presenza oppressiva dei
dragoni reali, si può osservare una presenza costante dello stato
nella sua accezione peggiore, ovvero come organismo supremo pronto
a punire e non a prevenire. Nel testo emerge una militarizzazione
della società attraverso i baraccellari, ad esempio, o con un
controllo del territorio continuo e condotto da differenti
organismi e non solo di polizia. Gli autori presentano anche il
lavoro quale frutto di una ricerca attenta condotta principalmente
presso l'Archivio di Stato di Cagliari, ma non solo. Con il volume
in oggetto, si è scelto di rappresentare anche un aspetto meno noto
e più o meno volutamente rimosso: il lato oscuro della società
locale, quello più scabroso ma non meno importante e utile a
rappresentare vicende, personaggi e consuetudini di una parte della
società sarda tra due secoli. La giustizia del tempo non perdonava.
A mero titolo esemplificativo, basti ricordare che il 24 maggio del
1729, tale Antonio Vincenzo Perra, reo di rapina, fu condannato "a
morte e che con la corda di canapa appesa al collo sia trascinato
al luogo del supplizio e qui legato per il collo sospeso in alta
forca fino a che naturalmente sarà morto, e l'anima sia separata
completamente dal corpo, dopo che il suo cadavere sarà strappato
inutilmente dalla forca sia troncata la testa dal corpo e venga
infissa sulla sommità del palo di legno, eretto nello stesso luogo
del supplizio affinché questa pena sia d'esempio per tutti i
rapinatori" (pag. 177). Emerge, in definitiva, un sistema di Antico
Regime, con un fortissimo controllo sociale assecondato dalla
presenza delle forze dell'ordine, delle forze armate e di qualsiasi
organismo che aveva funzioni di vigilanza all'interno di una
società contadina e priva di spinte di crescita sociale come quella
sarda tra il XVIII e il XIX secolo.
Ten. Col. Flavio Carbone
Giovanna Tosatti
Storia del Ministero
dell'Interno - Dall'Unità alla regionalizzazione
Il Mulino editore, 2009, pagg. 339,
euro 26,00
Giovanna Tosatti ritorna ad affrontare l'impegnativo tema della
storia dell'organizzazione del Ministero dell'Interno. L'autrice,
che aveva già analizzato l'evoluzione della struttura ministeriale
alcuni anni fa (Il Ministero dell'Interno, Il Mulino, 1992),
presenta un nuovo lavoro tra i più complessi: la storia del
Ministero dell'Interno grazie allo studio dell'organizzazione e
attraverso gli uomini che svolsero la loro attività
nell'organizzazione centrale o periferica del ministero è possibile
tratteggiare la storia d'Italia, appunto, dall'Unità alla
regionalizzazione.
La Tosatti struttura il suo libro su sei capitoli, un'appendice e
l'indice dei nomi. I capitoli seguono l'evoluzione temporale degli
avvenimenti: nei primi anni del Regno (18611876), la sinistra al
potere (18771900), dall'età giolittiana al fascismo (19001922), il
periodo fascista (19221945), gli anni della transizione (19431947)
e l'ultimo capitolo intitolato dal centrismo alla regionalizzazione
(19471970). Lo sforzo di ricostruire circa centodieci anni di
storia del Ministero assume un particolare valore poiché,
attraverso l'evoluzione di alcune figure istituzionali come quella
prefettizia, è possibile rileggere le questioni generali della
storia del nostro Paese. Non mancano, neppure gli approfondimenti
sulla sanità e sulla salute pubblica sino allo scorporo della
direzione generale della sanità pubblica che era stata parte così
significativa della commistione sempre all'interno del ministero
di differenti professionalità quali ingegneri, medici, avvocati che
erano cresciuti nella scambio continuo di esperienze, assumendo
capacità trasversali di gestione della cosa pubblica.
Inoltre, l'autrice pone in attenta analisi sia la direzione
generale dell'amministrazione civile, sia la direzione generale
della pubblica sicurezza che ebbero compiti distinti ma
estremamente significativi nell'evoluzione dello Stato in Italia.
La prima si curò del rapporto centroperiferia attraverso l'attività
condotta dai prefetti sui sindaci e in generale sulle
amministrazioni locali, mentre la seconda curò la gestione delle
problematiche dell'ordine e della sicurezza pubblica. La svolta
nelle attività della direzione generale per la pubblica sicurezza
si ebbe senza dubbio nell'età giolittiana, durante la quale lo
statista di Dronero credette necessario appoggiare le iniziative
che orientarono la nascita della polizia scientifica in Italia
attraverso le esperienze di Salvatore Ottolenghi e del suo
assistente Giovanni Gasti. I corsi condotti da Ottolenghi divennero
ben presto obbligatori per i funzionari della pubblica sicurezza e
questo consentì una crescita repentina delle capacità di svolgere
indagini tecniche estremamente significative sotto il profilo delle
attività di polizia giudiziaria rispetto al passato. L'Italia di
Ottolenghi divenne un riferimento nel panorama europeo di quegli
anni e non solo grazie allo sforzo dei funzionari che portarono
avanti la rivoluzione della polizia scientifica, con l'appoggio del
direttore generale dell'epoca, Leonardi, ma soprattutto di Giolitti
stesso che aveva inteso seguire da vicino le vicende connesse con
il miglioramento delle attività d'indagine, includendole in un
programma più vasto di miglioramento delle attività della pubblica
sicurezza. Tra i tanti aspetti analizzati dalla professoressa
Tosatti, si crede necessario portare all'attenzione di chi legge
uno dei periodi più complessi per la storia d'Italia, ovvero la
fase di transizione del Paese dal fascismo alla Repubblica. In tale
periodo, l'attività ministeriale di epurazione dei funzionari
maggiormente compromessi con il fascismo e soprattutto nella prima
fase, fa emergere che una parte significativa di prefetti e, in
misura minore, di questori, vice questori e commissari fu collocata
a riposo d'autorità, ovvero con l'esercizio di una azione
disciplinare piuttosto che attraverso l'azione dinanzi all'alto
commissariato per l'epurazione. La narrazione della storia del
ministero continua anche dopo la nascita della Repubblica italiana
per fermarsi agli anni Settanta con la nascita delle Regioni quale
organo di governo tra gli enti locali e lo Stato. In definitiva, il
volume realizzato dalla Tosatti sintetizza e affronta sotto
differenti punti di vista l'evoluzione di uno dei ministeri più
significativi per la storia del Paese.
Ten. Col. Flavio Carbone
Guido Melis
Lo Stato negli anni Trenta.
Istituzioni e regimi fascisti in Europa
Il Mulino editore, 2008, pagg. 297,
euro 20,40
Il volume, curato da Guido Melis, costituisce la pubblicazione
degli atti del convegno tenuto dalla Società italiana per lo studio
di storia delle Istituzioni unitamente alla Scuola speciale per
archivisti e bibliotecari dell'Università degli studi di Roma "La
Sapienza" nel 2006 presso la biblioteca del Senato e intitolato "Lo
Stato in Europa negli anni Trenta. Democrazie e totalitarismi".
Melis nella sua introduzione ricorda che negli anni Trenta vi fu la
sostituzione del nuovo Stato al modello ottocentesco con una
partecipazione delle masse coinvolte a pieno titolo nella sfera
pubblica. I testi raccolti nel volume intendono pertanto offrire un
punto di vista differente avvicinando le esperienze di alcuni Paesi
europei: Germania, Spagna, Portogallo e, in misura maggiore,
Italia. Michael Stolleis propone un saggio dal titolo "Nel ventre
del Leviatano. La scienza del diritto costituzionale sotto il
nazionalsocialismo"; António Manuel Hespanha su "La funzione della
dottrina giuridica nella costruzione ideologica dell'Estado Novo";
Sebastián Martín su "Lo Stato nella Spagna degli anni Trenta: dalla
Costituzione repubblicana alla dittatura franchista"; Guido Melis
con un saggio di ampio spettro su "Le istituzioni italiane negli
anni Trenta"; Nico Randeraad con "Politiche pubbliche e
totalitarismi. Le sfide delle amministrazioni negli anni Trenta";
Francesco Soddu, "Il Parlamento fascista"; Giovanna Tosatti su "Il
Ministero dell'interno e le politiche repressive del regime"
Alessio Gagliardi con "I ministeri economici negli anni Trenta";
Chiara Giorni ha studiato "Gli enti pubblici di Benedice nel
sistema istituzionale fascista"; Antonella Meniconi riferisce su
"Magistrati e ordinamento giudiziario negli anni della dittatura";
Federico Lucarini su "Segretari comunali e podestà. Il Comune in
Italia durante il fascismo"; Patrizia Ferrara riferisce a proposito
de "L'apparato della propaganda fascista"; Giuseppina Fois su
"L'Università tra Gentile e Bottai"; Albertina Vittoria su "Le
istituzioni culturali negli anni Trenta"; Dora Marucco chiude il
volume su "Il potere dei numeri: la statistica durante il regime".
È evidente la particolare attenzione dedicata all'Italia nella
seconda parte del libro. In particolare, Guido Melis sottolinea
come, partendo dal fondamentale lavoro di Alberto Aquarone sulle
origini dello Stato totalitario, valenti studiosi si siano
cimentati nella ricerca storicoistituzionale ma sottolinea anche
che proprio la Storia delle Istituzioni è il settore ove si lamenta
un ritardo maggiore rispetto ad altri campi di ricerca:
"soprattutto resta inesplorato un nesso decisivo per giudicare il
fascismo come esperienza storica: quale sia stato cioè il rapporto
tra lo Statoapparato, che il fascismo trovò già formato ed operante
nel 1922, e l'idea fascista di Stato, che il regime si sforzò, con
esiti contradditori, di tradurre in prassi istituzionale nei
vent'anni successivi". In definitiva, si tratta di un volume che
affronta sotto differenti punti di vista la situazione delle
istituzioni in Europa in generale e in Italia in particolare
dedicando ampio spazio alla comprensione di uno dei periodi più
complessi della storia nazionale. In conclusione si può dire che il
percorso della ricerca è stato tracciato ma resta ancora molto da
fare.
Ten. Col. Flavio Carbone
Giovanna Sotgiu Alberto Sega
Un'isola e il suo ammiraglio
Giorgio Andrea Des Geneys e La Maddalena
Paolo Sorba Editore, 2008, pagg. 238,
euro 18,00
Giorgio Des Geneys è considerato uno dei padri fondatori della
Marina Militare italiana e uno dei più significativi ufficiali che
la piccola Marina Sarda ebbe sino all'Unità d'Italia. Geneys
apparteneva ad una nobile famiglia piemontese e fu avviato, come
vuole la tradizione, alla vita militare molto giovane. A differenza
dei fratelli che avevano scelto di abbracciare la carriera delle
armi nell'esercito che costituiva uno dei pilastri dello Stato
dell'epoca, Giorgio militò in marina. Va riconosciuto subito che la
marina del tempo non rappresentava che una piccola flottiglia di
naviglio i cui principali oneri erano la caccia ai contrabbandieri
e la lotta alla pirateria barbaresca che, grazie all'estensione
delle coste sarde, aveva buon gioco a predare villaggi e città. Il
testo non intende percorrere la vita di Des Geneys e analizzare il
suo operato; come puntualmente indicato nel titolo, il volume è
scritto focalizzando il rapporto che l'ammiraglio ebbe con l'isola
della Maddalena e più in generale con la Sardegna. Non va
dimenticato, infatti, che egli mantenne l'incarico di comandante
della marina sarda per tutto il periodo in cui i Savoia vissero
esiliati nel loro ultimo lembo di territorio dove esercitavano la
sovranità: la Sardegna, per l'appunto. In una situazione economica
molto pesante, con la pressione francese dalla vicina Corsica che
non rasserenava la difficile vita dei monarchi savoiardi e i
continui attacchi barbareschi, Des Geneys diede il massimo delle
sue capacità professionali e umane per mantenere in vita la piccola
marina e cercare di sostenere i marinai e le loro famiglie che
vivevano talvolta in stato di indigenza poiché le casse dello Stato
non versavano il soldo dovuto. Il rapporto che l'ammiraglio ebbe
con l'Isola fu ottimo; egli esercitava anche funzioni che
oggigiorno si potrebbero definire di polizia nel senso più ampio
della parola ma non per questo Des Geneys lesinò mai il proprio
peso politico nella difesa della Maddalena dai tentativi di
penetrazione negli affari dell'Isola da parte di alcuni notabili di
corte né il denaro. Infatti, egli donò somme di denaro consistenti
a sostegno della comunità e in particolare per la costruzione della
chiesa dedicata a Maria Maddalena che fu possibile edificare grazie
al suo interessamento. Il testo è composto da una premessa, dei
brevi cenni biografici, un paragrafo dedicato alle uniformi della
Marina, dieci capitoli (I primi passi. L'arrivo in Sardegna;
Comandante della Marina; La vita alla Maddalena; La difesa
dell'arcipelago; Attività diplomatica; La costruzione della chiesa
della Maddalena; Il trasferimento a Genova; La moglie: un mistero;
La sommossa di Genova del 21 marzo 1821; La marina sarda dagli
ultimi decenni del 1700 al 1839) e l'indice dei nomi. I due autori,
usando un linguaggio giornalistico, ricostruiscono le vicende
dell'ammiraglio e della sua vita alla Maddalena e le relazioni che
il comandante della marina sarda aveva con la corte, il sovrano e
il suo entourage. Sono sottoposti ad analisi anche i suoi rapporti
con i maddalenini tanto che lo studio fa emergere alcuni aspetti
meno noti della vita di Des Geneys come il matrimonio e la sua
partecipazione alla vita sociale dell'Isola attraverso i battesimi
a cui partecipò quale padrino. Il volume impiega diverse fonti tra
cui alcune archivistiche che consentono di leggere, intrecciando le
informazioni, alcune linee direttive dell'opera del barone Des
Geneys nel corso della sua lunga vita sotto le armi. Nicola
Brancaccio, storico delle istituzioni militari Regno di Sardegna,
nel 1922 così si esprimeva sulla sua morte affermando la scomparsa
de "la mano ferma che guidasse la marineria". In definitiva, si
tratta di un volume che analizza una parte della storia di una
delle marine preunitarie che contribuì alla nascita della Regia
Marina italiana. Lo studio consente di affermare che anche su tale
percorso di ricerca resta ancora molto da fare.
Ten. Col. Flavio Carbone
Paolo Pozzato Paolo Volpato,
La stretta finale. 1417
novembre 1917 la battaglia di Monte Cornella e la conquista di
Quero
Itinera Progetti editore, 2008, pagg.
144, euro 20,00
Il libro tratta di una vicenda bellica che ebbe luogo nel corso
del primo conflitto mondiale attorno all'abitato di Quero e sul
Monte Cornella. In tre giorni, dal 14 al 17 novembre 1917, il paese
e l'area circostante furono al centro di violenti combattimenti tra
austroungarici e italiani. In particolare, i nemici dell'epoca
erano costituiti dal 1° Corpo d'Armata del generale Krauss che
intendeva condurre un'operazione di sfondamento nell'area montana
circostante per arrivare fino alla val Piave e alla pianura veneta.
L'idea di Krauss era sicuramente ambiziosa e, soprattutto, il
generale intendeva forzare tutti gli ufficiali e i reparti alle sue
dipendenze a sviluppare una manovra delle truppe lungo le valli e
non più con il dominio delle vette come la dottrina militare
dell'epoca prevedeva. In realtà, le vicende di quei giorni hanno
dimostrato che tutte le dottrine si devono poi scontrare con la
realtà. Nel caso di Quero, tale realtà si reggeva sulle forze
italiane rappresentate dalla brigata "Como", da un reparto di
arditi e da poche altre forze. La narrazione è efficace e,
attraverso le pagine del volume, si può rivivere un momento
particolarmente difficile delle operazioni collegate al
ripiegamento di Caporetto. La vicenda della cittadina di Quero e
dell'area vide un'unità di fanteria poco conosciuta: la brigata
Como. Sino a quel momento la brigata era stata schierata su di un
fronte secondario e non aveva partecipato a particolari eventi
bellici ma alle consuete schermaglie che si potevano vivere lungo
il fronte. Con il ripiegamento della fronte su posizioni
maggiormente difendibili, le forze italiane dovettero contenere e
limitare l'avanzata del nemico austrogermanico che aveva superato
vittoriosamente reparti italiani, accerchiandoli e costringendoli
alla resa.
La brigata Como aveva un compito importante, quello di difendere la
zona di Quero e la sua stretta allo scopo d'impedire al nemico di
raggiungere la pianura veneta. In quelle tragiche giornate la
storia della brigata e quella dell'abitato si saldarono in un'unica
vicenda che lega uomini e luoghi distinti in un tutt'uno la difesa
del patrio suolo. I fanti della Como dimostrarono ampiamente che
non si trattava di parole retoriche ma che anche loro, appartenenti
ad un'unità pressoché sconosciuta, poterono scrivere una pagina di
storia del nostro Paese. A distanza di tanti anni, anche grazie
alle ricerche condotte dai due autori, Quero ha ottenuto nel 2006
una medaglia d'argento al merito civile con la seguente
motivazione: "Piccolo paese montano di rilevante importanza
strategica, già investito e travolto dalle drammatiche vicende
della 1^ guerra mondiale, nel corso del 2° conflitto mondiale venne
occupato dalle truppe tedesche, subendo feroci rappresaglie e
razzie che provocarono numerose vittime civili e la distruzione
pressoché totale di una delle sue frazioni più antiche. La
popolazione seppe reagire agli orrori della guerra e partecipò con
coraggiosa determinazione alla lotta partigiana. 1943 '44 Quero
(BL)". Il testo della concessione riconosce anche il sacrifico che
la popolazione di Quero dovette subire quando il nemico si stava
avvicinando al paese e i suoi cittadini furono costretti ad
abbandonare velocemente le case con i pochi oggetti che poterono
portare con loro per sfuggire alla guerra. Trovarono rifugio in
altre parti d'Italia ma dovettero aspettare a lungo prima di poter
ritornare ad abitare nelle proprie case. Un aspetto interessante
della ricerca che si ritiene ricordare in tale sede è data dalle
fonti. In particolare, il riferimento è dato dall'uso dei verbali
della commissione interrogatrice dei prigionieri rimpatriati che
raccolse tutte le dichiarazioni e le relazioni, a volte completate
da schizzi e disegni, redatte da chi partecipò alle operazioni
nella zona di Quero. Tali verbali, custoditi presso l'Archivio
dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito nel fondo
F11, costituiscono una preziosa fonte d'informazioni che consentono
spesso la ricostruzione degli eventi.
Ten. Col. Flavio Carbone
Il Museo Storico della
Guardia di Finanza
Franco Cosimo Panini editore, pagg.
160, euro 40,00
Il Museo Storico della Guardia di Finanza ha una lunga
tradizione. Eretto in ente morale nel 1934, il Museo iniziò
immediatamente la ricerca di materiale utile per costituire un
percorso espositivo che esaltasse la partecipazione del personale
della regia guardia di finanza al Primo Conflitto mondiale,
seguendo gli schemi interpretativi dell'epoca che vedevano nella
partecipazione alle operazioni di guerra uno degli aspetti più
significativi per narrare le vicende di un organismo militare con
funzioni di polizia. Tale attività di ricerca si allargò poi ai
periodi storici precedenti la I Guerra Mondiale abbracciando anche
le operazioni in Etiopia e, successivamente, quelle condotte nel
corso del Secondo Conflitto mondiale. Nel corso del tempo si
affacciò anche la necessità, sentita da chi ha avuto nel tempo
l'alta direzione dell'ente culturale, di orientare la raccolta di
materiale espositivo relativo all'attività d'istituto vera e
propria, al contrasto al contrabbando, alla vigilanza alle
frontiere, senza dimenticare le attività di polizia tributaria e di
polizia giudiziaria. Il volume, realizzato dal Museo Storico della
Guardia di Finanza, intende presentare a un pubblico più vasto la
storia, le attività e le funzioni che il Museo Storico svolge in
seno al Corpo della Guardia di Finanza. A tal proposito, si deve
segnalare che i testi del volume sono stati curati dal compianto
generale PierPaolo Meccariello, uno dei più sensibili animatori
della ricerca storica sul Corpo e nel Corpo stesso. Le ricerche
storiche e iconografiche sono state condotte dai generali Luciano
Luciani e Espedito Finizio, dal tenente Gerardo Severino e dai
marescialli capo Luigi Marinanza e ordinario Emiliano Stelluti. Il
libro, attraverso la presentazione degli oggetti in mostra nel
museo, ricostruisce i momenti più significativi della vita della
Guardia di Finanza, corpo che idealmente trae le sue origini
dall'istituzione della legione truppe leggere alla fine del XVIII
secolo. Il testo è strutturato su di un'introduzione, una breve
storia del museo e otto capitoli che ricostruiscono la storia del
Corpo utilizzando attentamente il materiale esposto all'interno
delle varie sale. Completano il volume un capitolo dedicato alle
sale monografiche e la rappresentazione dello stemma araldico del
museo integrato da una nota esplicativa. Si tratta di un lavoro
basato sulle immagini fotografiche che ripropongono il meglio del
materiale custodito all'interno del museo ripercorrendo la storia
della Guardia di Finanza sin dalle origini, che si fanno idealmente
risalire alla legione truppe leggere del XVIII secolo, giungendo ai
giorni nostri. Il Museo Storico della Guardia di Finanza non ebbe
la stessa organizzazione degli spazi espositivi. All'inizio del
decennio in corso, si decise di intervenire con lavori di
ristrutturazione che permisero di rivedere ex novo l'area in cui
risistemare gli oggetti versati nel tempo all'ente di cultura del
Corpo offrendo così un nuovo schema espositivo in grado di
ripercorrere le attività istituzionali che il Corpo aveva assolto
nel corso della sua storia sino a tempi più recenti. La scelta di
un formato di grandi dimensioni, ma agevole nel testo e nel numero
di pagine (157), consente la lettura del volume apprezzando anche
la cura con la quale si è scelto di riprodurre particolari di
oggetti del museo che non sempre si possono apprezzare come ad
esempio la freccia della bandiera da caserma in uso alla Guardia
Doganale tra il XIX e il XX secolo. In definitiva, il volume
sintetizza lo sforzo corale condotto dal Comitato di Studi Storici
del Museo e dal personale che presta servizio presso il medesimo
nell'offrire un'opera di pregio curata con attenzione e cura dei
particolari.
Ten. Col. Flavio Carbone
Luciano Luciani
Antonio Luigi Norcen
Un soldato, un finanziere, un
comandante ed un geniale innovatore
Ente Editoriale per il Corpo della
Guardia di Finanza 2008, pagg. 322, euro 18,00
Antonio Luigi Norcen nella biografia ricostruita attentamente
dal generale Luciano Luciani, presidente del Museo Storico della
Guardia della Finanza e del Comitato di Studi Storici, è descritto
attraverso la sua lunga carriera militare iniziata da giovane
allievo ufficiale di complemento e terminata con la nomina a
Comandante Generale della Guardia di Finanza avvenuta nel 1952. In
realtà, Luciani descrive l'opera di Norcen anche dopo la sua
esperienza nel Corpo quando, di fronte a un grosso scandalo che
aveva colpito l'INGIC (Istituto Nazionale Gestione Imposte di
Consumo), si scelse come presidente dell'Istituto proprio il
generale Norcen ben rappresentando per indiscusse capacità e rara
visione strategica una figura di "grand commis d'État". L'autore
del volume, già apprezzato per i suoi numerosi saggi e alcuni
volumi sulla storia del Corpo e di storia militare, ha scelto di
focalizzare l'attenzione della sua ricerca sulla figura del
generale Antonio Luigi Norcen per descrivere uno dei più importanti
Comandanti Generale del Corpo della Guardia di Finanza il quale
riuscì in soli due anni pieni di entusiasmo e di slancio a cambiare
radicalmente la Guardia di Finanza. L'autore ha organizzato il
libro su sedici capitoli e nove appendici documentali. Come capita
in molte ricerche che si concentrano sugli uomini che fanno parte
delle istituzioni, il lavoro di Luciani è stato reso possibile
grazie alla consultazione dell'archivio familiare tenuto dai
congiunti del generale. I capitoli seguono la vita del generale
Norcen dalla nascita a Fonzaso nel feltrino (le origini ed il
servizio di ufficiale di prima nomina; gli inizi della vita
militare; la guerra per la conquista della Libia; la Grande Guerra;
tre anni alla commissione per la delimitazione del confine italo
austriaco), all'ingresso nel corpo di stato maggiore (l'accesso al
Corpo di Stato Maggiore; la conquista dell'impero; la Seconda
Guerra Mondiale ed il dopoguerra), nonché la sua esperienza nella
Guardia di Finanza e il contributo alla trasformazione del Corpo
(il quattordicesimo Comandante Generale della Guardia di Finanza;
La Guardia di Finanza agli inizi degli anni cinquanta; la riforma
del Comando Generale; l'impulso all'attività istituzionale della
Guardia di Finanza; i risultati di servizio conseguiti; l'azione di
comando; la conclusione della carriera militare) per chiudere con
l'esperienza della presidenza dell'INGIC. Norcen rappresenta uno
dei non inconsueti casi di ufficiale di complemento che riuscì a
transitare in servizio permanente ma soprattutto, opportunità ben
più rara, ebbe la grande occasione di entrare nel Corpo di Stato
Maggiore. Il passaggio nel Corpo di Stato Maggiore e le sue innate
qualità professionali, tra le quali emerge chiaramente la capacità
organizzativa affiancata da una visione strategica, rappresentarono
l'accelerazione della carriera di Norcen. L'esperienza in Africa
interessò il biografato due volte, una prima nel corso della
campagna d'Etiopia e una seconda a fianco del viceré durante le
operazioni belliche in Africa Orientale Italiana dove fu catturato
dagli Inglesi. A tal proposito, è da sottolineare come, richiesta
la sua presenza da Amedeo d'Aosta, riuscì ad arrivare in AOI con un
fortunoso viaggio in aereo nonostante le operazioni belliche da
poco iniziate e a supportare con le sue capacità il viceré, sino
alla caduta dell'Amba Alagi e alla prigionia. Ritornato in Italia
dalla cattività, dopo aver provveduto a partecipare alla
riorganizzazione logistica dell'Esercito, resse il comando della
Divisione di fanteria "Legnano" che riuscì a portare alla massima
efficienza in brevissimo tempo e che permise all'unità di essere
additata tra le più efficienti nei successivi trent'anni. Infine,
prima di assumere l'incarico di Comandante Generale del Corpo, fu
nominato direttore dell'Istituto Geografico Militare in uno dei
momenti più delicati della storia nazionale con la delimitazione
dei nuovi confini della giovane Repubblica. Infine, la sua
esperienza nella Guardia di Finanza. Nel Corpo Nocern riuscì a
trasformare un'Istituzione valente ma legata a vecchi schemi in uno
strumento efficace ed efficiente per l'azione di governo nel
contrasto alle violazioni soprattutto in materia tributaria.
L'attenta capacità di analisi della situazione interna
all'Istituzione lo spinse a riorganizzare il Comando Generale del
Corpo, a spingere e valorizzare con nuovo impulso l'attività
istituzionale con una evidente crescita dei risultati operativi.
Conclusa la carriera militare nel 1954, fu nominato presidente
dell'INGIC a testimonianza della fiducia acquisita dalle massime
autorità che videro in lui l'uomo giusto per gestire l'Istituto
dopo un grave scandalo.
Terminava così la carriera di un servitore dello Stato.
Ten. Col. Flavio Carbone
Gerardo Severino
Morte sullo stretto. I cento
anni del terremoto di Messina e Reggio Calabria e del soccorso
della Guardia di Finanza
Museo Storico della Guardia di
Finanza Comitato di Studi Storici, 2008, pagg. 114
Il Comitato di Studi Storici del Museo Storico della Guardia di
Finanza ha inteso onorare la memoria dei militari del Corpo che
parteciparono alle difficili operazioni di protezione civile
causate dal terribile terremoto che rase al suolo le città di
Messina e di Reggio Calabria il 28 dicembre 1908 pubblicando un
agile volume realizzato dal capitano Gerardo Severino e frutto di
una ricerca che oltre a ricordare la tragedia che investì i due
capoluoghi di provincia intende anche non dimenticare il contributo
di sangue dei militari del Corpo periti nel terremoto. È necessario
superare i luoghi comuni che vedono i militari del Corpo e di altri
organismi a ordinamento militare o civile partecipare attivamente
alle operazioni di soccorso per ricordare invece, che anche molti
militari del Corpo perirono in quella luttuosa circostanza. Le due
città rase al suolo cancellarono il comando della 12a Legione della
Regia Guardia di Finanza causando la morte di quasi ottanta
militari, tra cui il comandante della Legione stessa, il tenente
colonnello Francesco Roco. Ecco che alla Regia Guardia di Finanza
furono assegnati numerosi compiti, alcuni assolti d'iniziativa
nell'immediatezza del disastro e altri successivamente con
l'attivazione della catena dei soccorsi costituiti principalmente
da unità militari dell'Esercito, della Marina, dell'Arma dei
Carabinieri Reali e dello stesso Corpo. Nell'immediatezza gli
ufficiali, i sottufficiali e le guardie di finanza intervennero
nell'opera di salvataggio ove e come poterono assistendo familiari,
superiori, inferiori di grado, semplici cittadini che erano rimasti
sotto le macerie. In qualche caso fu possibile mettere in salvo
persone sotto shock o ferite, in altri casi, non si poté far altro
che constatarne il decesso. Avviata tale fase, immediatamente si
rese necessario svolgere un'attenta opera di vigilanza delle zone
colpite dal terremoto al fine di evitare azioni di sciacallaggio;
infatti, oltre alla fuga dei detenuti dai locali carceri, numerosi
malfattori erano accorsi dalla campagna in città e nei sobborghi
per cercare di predare gli edifici distrutti o inagibili. Così,
Carabinieri e Guardie di Finanza dovettero assicurare l'ordine e la
sicurezza pubblica intervenendo con determinazione contro tali
gruppi criminali. Non fu infrequente che militari dell'Arma o del
Corpo siano deceduti nel corso di conflitti a fuoco in tale
periodo. Infine, tali militari svolsero anche un'opera
significativa come "guide" nei luoghi devastati a supporto dei
militari nazionali o di altri Paesi che, avuta notizia della
tragedia, erano sbarcati a sostegno della popolazione italiana
dalle rispettive navi. L'impegno di tutti i militari del Corpo,
secondo la narrazione di Severino, fu gratificato con la
concessione di numerose medaglie di benemerenza, con encomi solenni
del Comandante Generale del Corpo e con premi in denaro per i
militari più meritevoli. La drammatica esperienza del terremoto di
Reggio Calabria e di Messina segnò anche uno dei più significativi
momenti per il funzionamento della "macchina" della Protezione
Civile che, è giusto ricordarlo, dall'epoca e sino a tempi più
recenti, si appoggiava sulle robuste spalle delle Forze Armate e
delle Forze dell'Ordine. In definitiva, il volume sintetizza lo
sforzo corale condotto dal Comitato di Studi Storici del Museo e
dal direttore dello stesso nell'offrire un'opera per ricordare il
contributo della Regia Guardia di Finanza in situazioni di crisi
all'interno del Paese e in tempo di pace. Diversamente tali
interventi rischierebbero di essere rimossi dalla memoria
collettiva.
Ten. Col. Flavio Carbone
Pahor Boris
Necropoli
Fazi editore, 2008, pagg. 280, euro
16,00
Sui Vosgi, il massiccio montuoso della Francia nordorientale che
si allunga per circa 170 km tra la pianura alsaziana e l'altopiano
lorenese, ci sono i resti di quello che fu il campo di
concentramento di NatzweilerStruhof. Nel gruppo di turisti giunti
per visitarlo, una domenica come tante altre, c'è anche un uomo che
vi ha vissuto nel periodo della guerra. Davanti agli occhi, le
immagini del campo attuale viste con occhio esterno, trasformato in
museo, si alternano a quelle sofferenti di decenni prima, viste da
protagonista. Sono immagini di sdegno e sofferenza. Sdegno per le
domande che non hanno trovato risposte, per un orrore a cui non si
riesce mai a dare alcuna giustificazione. Sofferenza per le
atrocità patite: l'impotenza della fame e del freddo; la
mortificazione fisica delle percosse e quella morale degli insulti;
la pena profonda per la maggior parte degli internati che non sono
riusciti a sopravvivere. Accanto a sentimenti non felici, sfilano
anche le immagini dei ricordi appaganti: la solidarietà tra
reclusi, il forte e mai represso desiderio di vita, il desiderio di
non lasciarsi andare, di non lasciarsi abbrutire completamente
dalle pietose condizioni di vita e dagli interventi disumani dei
carcerieri. Necropoli è un opera che resta impressa a lungo, perchè
tramanda alle generazioni future il ricordo obbligatorio degli anni
bui dell'abbrutimento nazista. Sono molti i testi dedicati allo
sterminio e ai lager, ma difficilmente sono rinvenibili messaggi
tanto adeguati quanto impressionanti di quelli contenuti in
quest'opera. C'è chi l'ha paragonato a "I sommersi e i salvati" di
Primo Levi. Il raffronto non è azzardato. L'autore contempera le
due componenti principali che caratterizzano la vita nei campi di
concentramento: da un lato è presente la disumana e spietata
crudezza che regola i rapporti tra carcerati e carcerieri;
dall'altro emergono i sentimenti di solidarietà umana, di pietas e
compassione tra persone che vivono la medesima misera condizione di
vita. I due elementi sono sapientemente dosati e contemperati: egli
non cade mai nella tentazione di far prevalere l'uno sull'altro,
evitando in tal modo di proporre un'opera ora eccessivamente
cruenta, ora scoraggiante e disperata.
Magg. Gianluca Livi
Giordano Paolo
La solitudine dei numeri
primi
Mondadori editore, 2008, pagg. 340,
euro 18,00
I numeri primi hanno un certo magnetico fascino: sono numeri
speciali, divisibili solo per se stessi e per uno. Fra questi,
alcuni sono ancora più speciali: sono i "primi gemelli", due numeri
primi separati da un unico numero: 11 e 13; 17 e 19; 41 e 43. Se si
progredisce nel conteggio numerico, questi numeri tendono a
diradarsi sebbene, improvvisamente, ecco che spuntano altri due
gemelli, "stretti l'uno all'altro nella loro solitudine". Mattia e
Alice, i giovani personaggi di questo romanzo, sono due primi
gemelli: persone speciali, due rette parallele che, proprio come
l'11 e il 13 o il 41 e il 43, procedono sullo stesso percorso senza
mai incrociare le strade della gente che li circonda. Entrambi con
storie difficili alle spalle, Alice e Mattia maturano la
consapevolezza di essere differenti dai coetanei ed erigono muri
sempre più alti, nei loro confronti ma anche nei confronti l'uno
dell'altra, arrivando ad isolarsi completamente dal mondo
circostante. Fin da piccola, Alice è stata costretta dal padre a
frequentare un corso agonistico di sci. Una mattina come le altre,
a causa di una fitta nebbia che rende difficoltosa la vista, si
stacca dal gruppo, si fa la pipì nella tuta e, pervasa dal senso di
colpa, non riesce a controllare la sua andatura incerta nella neve
ghiacciata finendo fuori pista e fratturandosi una gamba e
rimanendo storpia a vita. Mattia vive il peso di una sorella
gemella affetta da ritardo mentale: egli non sopporta la presenza
della sorella, soprattutto in compagnia dei coetanei. Cosicché, il
giorno in cui un amichetto li invita entrambi alla sua festicciola,
Mattia abbandona la sorella in un parco. Non verrà mia più
ritrovata Queste due esperienze traumatizzano Alice e Mattia, che
vivranno la loro esistenza con il peso insopportabile del ricordo.
Un giorno arriveranno anche ad incrociarsi, nel loro cammino di
vita, ma mai ad unirsi completamente: esattamente come i "primi
gemelli", molto vicino tra di loro, ma divisi da un altro numero,
così diverso da loro. In uno stile narrativo mai costante (evolve
in parallelo con la crescita anagrafica dei personaggi: semplice e
asciutto durante l'infanzia, ricco e complesso successivamente),
l'esordiente Paolo Giordano si rende autore di un romanzo capace
tanto di commuovere, quanto di intimorire. È un'opera dedicata agli
emarginati, protagonisti imperfetti di una società che esige la
perfezione, nell'estetica, nei ritmi, nei risultati. Un'analisi
efficace di una realtà sommersa e spesso sconosciuta, percepibile
solo abbandonando l'abituale punto di osservazione. L'opera ha un
po' spaccato in due il pubblico: c'è chi ha ritenuto del tutto
inconcludente il finale, come se l'autore avesse ancora qualcosa da
dire; oppure chi ha ravvisato lacune descrittive sul mondo dello
sci. Altri, generalmente i genitori, hanno apprezzato molto
l'accurata descrizione del pensiero adolescenziale e della crudeltà
del mondo dei teenagers, mentre alcuni tra i più giovani si sono
identificati con i due protagonisti, nella consapevolezza che
"siamo tutti un po' primi numeri".
Magg. Gianluca Livi
Angela Alberto
Una giornata nell'antica
Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità
Mondadori editore, 2008, pagg. 331,
euro 17,00
Questo libro è una passeggiata nell'antica Roma, da veri
protagonisti.
Leggendolo, sembrerà di rivedere quei documentari di recente
formulazione ove le mura, le torri, i tetti sono stati tutti
fedelmente ricostruiti al computer. Alberto Angela accompagna il
lettore nel trambusto popolare dei mercati, nella riservatezza
della abitazioni private, negli aspetti economici e politici dei
Fori, nella violenza adrenalinica del Colosseo. L'opera è suddivisa
in tanti capitoli quanti sono i momenti chiave della giornatatipo
dell'antico romano: il risveglio del nobile patrizio, la toilette
del dominus, a cura estetica della padrona di casa. Si esce di casa
e ci si immerge nella vita di strada, ancora stordita dal sonno
notturno, ma in rapido e crescendo sviluppo: lo schiavo intento a
fare pulizie, il parlottio dei clienti di una bottega, i portinai
intenti a sedare le risse degli inquilini, amministratori che
esigono il corrispettivo degli affitti, mercanti dediti alla
gestione dei loro traffici. Nel partorire l'opera, Angela muove
dalla considerazione di scrivere un'opera "dalla parte del
lettore": "Ho cercato di scrivere il libro che avrei sempre voluto
trovare in libreria per soddisfare la mia curiosità sul mondo
dell'antica Roma". Il successo dell'opera, subito schizzato ai
primi posti delle classifiche di vendita, è verosimilmente legato,
riferisce l'autore, "alla convinzione, sopravvissuta nell'italiano
di oggi, che il nostro modo di vivere è figlio di quello romano. In
fondo, a pensarci bene, buona parte del sistema di vita occidentale
non è altro che l'evoluzione moderna di quello romano". Un
narratore appassionato quale Angela, ben contempera l'esigenza di
promulgare notizie storicamente attendibili, frutto di rigorosi
studi storici (anche se i riferimenti all'Impero sono assai scarni)
con l'adozione di uno stile narrativo semplice e lineare, fruibile
anche a coloro che sono a digiuno di cognizioni storiche. Infine,
la società romana, così come descritta dall'autore, può essere
anche spunto di riflessione attuale: i sintomi di decadenza
nascosti tra gli strati dell'opulente grandezza della Roma antica
sono aspetti non dissimili da quelli che caratterizzano una
qualsiasi metropoli del mondo moderno: la cura dell'aspetto,
l'attenzione al divertimento, il clientelismo, la corruzione sono
caratteristiche comuni ad entrambe le società, l'antica e
l'attuale.
Magg. Gianluca Livi
Giovanni Ricci
Fuorilegge, banditi e ribelli
di Sardegna
Newton & Compton Editori, 2008,
pagg. 282, euro 14,90
Dopo "Sardegna criminale", sempre per la Newton & Compton,
Gianfranco Ricci prosegue la sua opera di ricostruzione della
storia del cosiddetto "antagonismo sardo", espressione che allude a
diversi fenomeni di devianza, tutti sfocianti in avvenimenti di
stampo terroristicoeversivo (banditismo politico; manifestazioni e
associazioni terroristiche; lotta per l'indipendenza della
Sardegna), occorsi sul suolo sardo in oltre due secoli di storia,
dal periodo sabaudo ad oggi. In tale esteso range temporale, i
fenomeni dell'eversione e del terrorismo in Sardegna sono emersi
secondo modus operandi assai differenti e "hanno avuto
ripercussioni diverse, in relazione all'epoca, al contesto
sociopolitico, alla gravità delle azioni violente compiute". Il
racconto di Ricci ha inizio nel 1793, con la guerra che incorre tra
due blocchi contrapposti: da un lato, la Francia rivoluzionaria;
dall'altro l'alleanza tra Austria, Prussia e Regno SardoPiemontese.
Il tentativo di conquistare la Sardegna da parte delle truppe
corsofrancesi nelle cui fila militava anche il giovane Napoleone
Bonaparte, ambizioso ufficiale d'artiglieria che rischiò di cadere
nelle mani dei sardi prima di risalire frettolosamente sulla nave
ammiraglia fallì miseramente grazie all'incondizionato valore
palesato dalle truppe locali tanto nel litorale di Cagliari, quanto
nell'arcipelago maddalenino. La Sardegna seppe contrastare l'azione
anzidetta con milizie volontarie i cui quadri furono attinti
esclusivamente da soli elementi autoctoni. Il valore da loro
palesato in battaglia fu tale che le truppe francocorse dovettero
abbandonare per sempre l'impresa.
Nonostante l'incondizionato valore delle truppe sarde, "i meriti
della vittoriosa battaglia andarono ai vari comandanti militari
piemontesi e al mediocre viceré Balbiano, perché aveva impartito
ordini validi e tempestivi(.) Il Ministero della Guerra, con
evidente ingiustizia, accordò tutte le onorificenze militari a
quelle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé.
Alla Sardegna, che aveva conservato alla dinastia il regno, venne
concesso ben poco". Da questo episodio, tuttavia, "le forze sociali
e politiche locali, da sempre avvilite e soffocate e ora divenute
protagoniste acquistarono nuovo slancio e decretarono una
significativa rottura con il passato. Fu dunque l'epilogo positivo
della lotta contro l'invasore a far germogliare nell'ex Regnum
Sardiniae il seme dell'indipendentismo e a creare le condizioni che
porteranno alla cosiddetta "Sarda Rivoluzione" e alle insurrezioni
pseudopolitiche nella Gallura del primo Ottocento. Gli avvenimenti
principali di quegli anni, esaminati nelle pagine che seguono, sono
noti: la rivolta del popolo cagliaritano e la cacciata dall'isola
di tutti i funzionari piemontesi, oggi immortalate con la festa
"nazionale" sarda chiamata, forse con troppa enfasi, "Sa Die de sa
Sardigna", il moto rivoluzionario del giudice Giovanni Maria
Angioy, l'alternos, e l'utopistica impresa dei suoi seguaci Sanna
Corda e Cilocco lungo il litorale gallurese, nel 1802;
l'"ammutinamento della Gallura" (18191825) e le gesta del bandito
"politico" di Luogosanto Agostino Gosciu "Pitticcu", autore, nel
1823, del primo vero attentato terroristico in Sardegna". Va
chiarito che l'autore non pretende di correlare i fatti sopra
narrati con gli avvenimenti più recenti, di stampo chiaramente
terroristico. Eppure, egli rimarca che tanto gli ultimi, quanto
quelli remoti, presentano un unico comune denominatore, che si
identifica nella volontà di destabilizzare e/o rovesciare il potere
costituito, qualificandoli entrambi come eventi di matrice
eversiva. In particolare "l'ammutinamento della Gallura rappresenta
una genuina descrizione del rapporto degli isolani con lo Stato, ed
è oggi considerato l'archetipo se non di una devianza eversiva,
quantomeno di un'azione di rifiuto dell'autorità sull'isola". Nel
prosieguo dell'opera, vengono analizzati svariati eventi eversivi
quali l'avventura di Giangiacomo Feltrinelli e il suo sogno
utopistico di trasformare la Sardegna "in una Cuba del
Mediterraneo, con l'istituzione di un esercito rivoluzionario volto
al contenimento di un immaginario colpo di Stato delle destre che
asseriva essere ormai incombente" (interessantissima è l'analisi
sociologica dell'incursione feltrinelliana in Sardegna: in
quell'occasione, il famoso Mesina, dopo un iniziale interessamento,
si chiamò fuori dai giochi, tanto perché aveva giudicato
inattuabile il progetto, quanto perché l'azione era palesemente
lontana dalla storia fuorilegge dell'isola); l'avvento degli anni
di piombo, a cui la realtà eversiva sarda si era mostrata
scarsamente interessata, fino all'estate del 1979, quando,
pianificando l'assalto al supercarcere dell'Asinara dove erano
rinchiusi, tra gli altri, Curcio e Franceschini le Brigate Rosse
getteranno le basi per il progetto di creazione di una colonna
sarda di brigatisti, attinti dai militanti dell'organizzazione
eversiva di estrema sinistra denominata "Barbagia rossa"; il caso
del c.d. "complotto separatista" che coinvolse a vario titolo
diversi esponenti del Partito sardo d'azione e del Fronte
indipendentista sardo; le vicende del MAS (Movimento Armato Sardo)
e dell'ORAI (Organizzazione Rivoluzionaria Anarchica
Insurrezionalista). I fatti narrati coinvolgono anche episodi
recentissimi della storia terroristica come l'attentato da parte di
gruppi eversivi di matrice anarcocomunista e
anarcoinsurrezionalista, attuato il 22 marzo 2006 contro la sede
elettorale di Bruno Murgia, all'epoca candidato nuorese di Allenza
Nazionale alle imminenti elezioni politiche. Molto interessante,
infine, è apparsa la cronologia essenziale di tutti gli attentati e
altri episodi di natura eversiva e terroristica verificatisi in
Sardegna dal 1977 al 2007.
Magg. Gianluca Livi
Claudio Rendina
La vita segreta dei
Papi
Newton & Compton Editori, 2008,
pagg. 368, euro 14,90
I Papi hanno influenzato la vita non solo di Roma e dell'Italia,
ma anche del mondo intero, operando sia in ambiti squisitamente
religiosi, nelle vesti di vicari di Cristo, sia in contesti
sociali, politici ed economici, sui quali hanno esercitato forti
influenze ed ascendenze. Eppure, a margine della loro vita,
esistono particolari, aneddotti e curiosità poco noti, "tra
personaggi femminili in veste di «papesse» e antipapi manovrati
dagli imperatori, tra limpide figure di santi e ambigui fautori di
crociate dalle dubbie finalità, dalla «cattività» avignonese allo
scisma d'Occidente". L'autore confeziona un volume in cui descrive
"la creazione di uno Stato della Chiesa, che mette in vendita le
indulgenze e impone il serraglio degli Ebrei, uno Stato coinvolto
in faccende di camorra e processi della Santa Inquisizione, cui la
breccia di Porta Pia non impedirà di rinnovarsi come Santa Sede nel
contesto della Città del Vaticano". Parrebbe la solita opera
dissacratoria anticlericale, sennonché l'autore è più volte capace
di descrivere con competenza e giusto senso della misura anche
episodi onorevoli. Giusto a titolo di esempio, l'opera si apre con
un vero e proprio elogio alla fede cristiana, con la descrizione
del martirio dei cristiani ad opera di Nerone, nel 64 d.C. Accusato
dalla voce popolare di aver egli stesso appiccato il fuoco,
quest'ultimo imprigionò un gran numero di cristiani, ne giustiziò
nell'immediatezza almeno un centinaio (molti dei quali, con
ponderata crudeltà, vennero spalmati di sostanze infiammabili e
arsi vivi su tronchi d'albero, lentamente, affinché servissero da
torce nella notte), e lasciò gli altri a marcire nelle carceri,
prima di giustiziare anch'essi, dopo anni di atroci sofferenze. Tra
questi ultimi, c'erano anche Pietro, il primo papa, e Paolo di
Tarso, il cosiddetto "apostolo dei gentili".
Secondo la tradizione, i due sarebbero stati imprigionati insieme
nel Carcere Mamertino, ove infatti, all'inizio della scala che
conduce al Tulliano, la cella inferiore del carcere, "un'iscrizione
medievale sul marmo ricorda che «in questo sasso Pietro da di
testa/spinto da sbirri et il prodigio resta». Al di sotto, la
pietra è come scavata e sembra veramente il calco di una testa".
L'opera è corredata di tre interessanti appendici: un "Elenco di
papi e antipapi", (ammontanti a 265 unità i primi e 37 i secondi);
un "Glossario dei papi", nel quale sono analiticamente spiegati
termini ed espressioni ecclesiastiche non di uso comune (come,
"decretali" o "porporato", ad esempio), ma anche termini dalle
origini etimologiche squisitamente profane, come "pasquinata", uno
scritto satirico anonimo che colpiva principalmente il papa e i
suoi familiari; un capitolo intitolato "Curiosità della storia dei
papi" che raccoglie fatti curiosi sui pontefici ed episodi
memorabili che hanno ispirato invettive poetiche, proverbi o detti
popolari, espressioni di stampo satirico, nonché profezie
rivelatorie di eventi solenni o di catastrofi apocalittiche.
L'espressione "Stare come un papa", ad esempio, è legata alla
figura di papa Pio X che in un'udienza pubblica, rivolto ad una
vecchietta che gli chiedeva con insistenza come stesse in salute,
rispondeva in dialetto veneziano: "Benedeta, come volen che staga?
Da papa!". Quanto alle curiosità, tra le tante proposte, c'è quella
dell'unico papa che, pur regolarmente eletto, non ha mai regnato.
"Stefano fu eletto alla morte di Zaccaria, il 22 marzo del 752 e fu
subito insediato nel palazzo del Laterano, ma «dopo solo due giorni
di indisposizione», è scritto nel Liber pontìficalis, «alzatosi dal
letto, mentre seduto avrebbe dato ordini ai familiari sul lille
faccende di casa, avrebbe perduto la conoscenza e la favella, e il
giorno dopo sarebbe spirato». Non fece in tempo ad essere
consacrato e per questo non è «registrato» come papa in nessun
catalogo antico; però è raffigurato nella serie iconografica della
basilica di San Paolo fuori le Mura ed era regolarmente inserito
nel numero dei papi nell'Annuario pontificio fino al 1964 con il
numero II.
Successivamente è stato cancellato e in sostanza non ha mai
regnato. Con lui, il numero dei papi salirebbe a 266". Sempre in
tema di curiosità, è appena il caso di citare un primato: Benedetto
IX "ha regnato ben tre volte, ed è riconosciuto come tale anche
dall'Annuario Pontificio. Eletto nel 1032, fu deposto nel 1044;
riprese il trono nel 1045 ma lo stesso anno abdicò; fu per la terza
volta sul trono nel 1047 e venne deposto definitivamente l'anno
dopo. Praticamente ricorre tre volte nella numerazione dei papi,
che in fatto di nomi risultano in effetti 263 e non 265". Claudio
Rendina, scrittore, poeta, storiografo e romanista, già direttore
della rivista "Roma ieri, oggi, domani" e curatore de "La grande
enciclopedia di Roma", è autore di numerose opere dedicate alla
città di Roma (come "Storia insolita di Roma", "Le grandi famiglie
di Roma", "I palazzi storici di Roma", e "Le chiese di Roma"), o al
rapporto intercorrente tra la Capitale e il mondo ecclesiastico ("I
papi. Storia e segreti", "Le Chiese di Roma". "Il Vaticano. Storia
e segreti" e "Cardinali e cortigiane"). Attualmente cura la rubrica
di storia, arte e folclore denominata "Cartoline romane", nelle
pagine del quotidiano La Repubblica.
Magg. Gianluca Livi
Paolo Cortesi
Quando Mussolini non era
Fascista
Newton & Compton Editori, 2008,
pagg. 180, euro14,90
Figlio di padre socialista e di madre cattolica, Mussolini visse
una giovinezza politica che concettualmente si collocava
esattamente agli antipodi dal suo "futuro" di dittatore.
Inizialmente, infatti, era un giovane socialista, un militante
rivoluzionario sempre pronto ad incitare il popolo alla sommossa, a
rovesciare il sistema che opprime il proletariato. Dopo, sarà
dittatore, nazionalista intransigente, rigido, inflessibile.
Prima egli era il portavoce dei più deboli, esigeva tutela per gli
oppressi di tutti i paesi, auspicava la demolizione delle barriere
che rendevano taluni privilegiati e altri sfruttati. Dopo "vedrà la
libertà d'Europa minacciata dai prussiani e non dal capitale",
divenendo acceso sostenitore dell'interventismo bellico: "Se domani
ci sarà un po' più di libertà in Europa", scriveva nel 1914, "un
ambiente, quindi, politicamente più adatto alla formazione delle
capacità di classe del proletariato, disertori ed apostati non
saranno stati tutti coloro che al momento in cui si trattava di
agire, si sono neghittosamente tratti in disparte. Se domani,
invece, la reazione prussiana trionferà sull'Europa dopo la
distruzione del Belgio, col progettato annientamento della Francia
disertori ed apostati saranno stati tutti coloro che nulla hanno
tentato per impedire la catastrofe". Con questo suo ultimo volume,
Paolo Cortesi scrittore e saggista già al suo quinto libro indaga
sul Mussolini socialista: grazie a fonti documentarie poco note,
l'autore illustra la sua attività giovanile, i suoi rapporti con il
potere e con la società degli inizi del Novecento, contrapponendo
questa gioventù con il Mussollini del dopo, anzi,
dell'immediatamente dopo, visto che nel giro di due mesi, egli
cambiò radicalmente opinione, arrivando ad esaltare "la grandezza
della guerra come necessario momento essenziale nella vita di un
popolo". Una conversione che all'epoca i biografi ufficiali
giustificarono senza il minimo imbarazzo, ritenendo che ad un uomo
di potere tutto fosse concesso. "La variabilità di idee di
Mussolini", sostenne Giuseppe Prezzolini nel 1924, "fa mormorare
qualcuno. È perfettamente inutile domandarsi se un uomo politico
abbraccia un nuovo sistema di idee perché convinto di esse. L'uomo
politico si persuade della sua verità con l'entrarvi dentro e
portarvi la sua forza, il suo entusiasmo, la convinzione che
mediante lui le idee si realizzeranno. La verità di un sistema
politico sta nella sua realizzazione. Mussolini non ha cessato di
essere se stesso passando dal socialismo all'interventismo. Si
sarebbe portati a dire che ha sentito nell'interventismo le
possibilità di una rivoluzione che il socialismo ormai non dava
più". Un altro contemporaneo, l'avvocato Francesco Bonavita,
descrisse il cambiamento ideologico in termini ancora più enfatici
e radicali: "Spirito meditativo, emotivo, sensibilissimo, Benito
Mussolini non poteva sottrarsi all'influenza trasformatrice della
grande guerra. Chi trova in questo fenomeno di logica, naturale,
inevitabile metamorfosi psichica e intellettuale, una deviazione o
un tradimento, è semplicemente ma incurabilmente un imbecille". Lo
stesso Bonavita, così riciclava il passato socialista del Duce:
"Dal socialismo paterno erediterà la fiamma ardente della fede,
inspirata alle finalità dell'Internazionale, non contrastanti con
l'amore all'Italia e alle patrie memorie; dal paese d'origine
trarrà l'audacia, il coraggio e quel senso di umanesimo che sa
rendere dolci e buoni i più forti e i più violenti. E da questo
seme sboccerà in lui, attraverso l'azione del demolitore, la
pratica dell'educatore che, dalla tribuna del giornalista, del
propagandista e dell'uomo di Governo, additerà alle folle,
instancabilmente, le vette del progresso nazionale, delle armonie
sociali, dell'elevazione umana". Torquato Nanni, infine, ritenne
che la conversione alla guerra di Mussolini fosse insita nel suo
DNA: "C'era da aspettarselo e chi conosceva intimamente la
psicologia di Mussolini lo aveva previsto. Mussolini "neutrale"
sarebbe come dire il sole a mezzanotte. Neutrale, mai, in modo
assoluto; ma figuriamoci poi di fronte a una così immane tragedia
dell'umanità come la guerra!". Eppure, le due vite socialista la
prima, fascista la successiva hanno in comune il Benito Mussolini
condottiero, una figura di capo che non poteva mai prescindere
dalla "voglia di comandare, di dominare, di guidare una folla che
prima immaginò turbolenta e animosa, poi rese inquadrata, bene
allineata e coperta, irrigidita nel passo dell'oca e nel saluto
romano". Ed è davvero emblematico il seguente episodio, citato
dall'autore in premessa: appena conseguito il diploma magistrale,
il padre aveva invano cercato di indirizzarlo, prospettandogli una
serie di opportunità professionali. Poiché il giovane non si
mostrava ricettivo a nessuna di quelle opportunità, il padre
adirato, sbottando gli aveva chiesto: "Ma allora cosa vuoi fare
nella tua vita?". "Io", rispose, "voglio comandare!".
Magg. Gianluca Livi
Fabio Isman
I predatori dell'arte
perduta. Il saccheggio dell'archeologia in Italia
Skira editore, 2009, pagg. 222, euro
19,00
Il libro di Fabio Isman, con la prefazione di Giuseppe De Rita,
già Presidente del Cnel, ripercorre, dal 1970 ai giorni recenti,
gli episodi più significativi del sistematico saccheggio dei nostri
capolavori d'arte archeologica. Con gli scavi clandestini dei
"tombaroli", come primi protagonisti, e la complicità di
intermediari, mercanti d'arte ed "insospettabili" personaggi, i
tesori vengono "strappati" dai propri contesti e destinati,
talvolta al costo di milioni di dollari, ad impreziosire le
collezioni di grandi musei internazionali
o di facoltosi privati. L'autore, attraverso la raccolta di
interviste, testimonianze dei protagonisti delle inchieste e
documentazione giudiziaria, ricostruisce nel dettaglio ciò che è
stata, per un Paese occidentale, la più grande depredazione d'arte
nell'ultimo secolo e il cui danno patrimoniale, e non solo, risulta
incalcolabile. La lettura delle vicende narrate, accostate spesso a
thriller o "gialli", in quanto tuttora avvolte nel mistero,
dimostra quale costante crescita il mercato nero dei reperti
archeologici ha avuto, in particolare, nell'ultimo trentennio in
Italia, ritenuta purtroppo
il massimo fornitore. I profitti di questa attività illecita sono
considerati da alcuni più elevati di quelli derivanti dal traffico
degli stupefacenti e assai meno rischiosi: "non si è mai visto, ad
esempio, un cane fiutare un oggetto antico in un aeroporto". Tra i
casi annoverati dall'autore appaiono interessanti quelli del Volto
o Maschera d'avorio della seconda metà del I secolo a.C.,
considerato il più grande reperto criselefantino dell'antichità,
della celebre Triade capitolina, scultura del 180 a.C. che ritrae
insieme Giove, Minerva e Giunone, e del Cratere di Eufronio, vaso
greco del 515 a.C., tutte opere di inestimabile valore che,
trafugate dai luoghi d'origine, sono state restituite al patrimonio
artistico italiano grazie alle scrupolose investigazioni dei
"Carabinieri dell'arte" (Comando Carabinieri Tutela Patrimonio
Culturale), che con la loro incessante attività hanno recuperato,
dal 1969, anno della loro costituzione,
800.000 reperti. Questo prezioso volume vuole essere, in sostanza,
un ulteriore contributo per rafforzare nelle Istituzioni e nel
pubblico l'interesse alla salvaguardia del nostro passato anche
attraverso l'inasprimento delle pene per un maggiore contrasto alla
criminalità operante nel settore.
Purtroppo, rileva l'autore, malgrado molto sia stato fatto per
frenare la continua aggressione al nostro patrimonio culturale,
solo una parte dei tesori fraudolentemente sottratti è stata
restituita alla fruizione dei cittadini, ma la "Grande Razzia"
sembra comunque un vecchio ricordo.
M.A.s.UPS Remo Gonnella
Guido Poeta
Guerra senza eroi. Magliano
Sabina 1943-1944
Edizioni Incontri 2008, pagg. 174,
euro 10,00
"Ho tentato di offrire uno spaccato di questo momento cruciale
della storia d'Italia e della storia locale, in cui, ad un forzato
eroismo di alcuni, corrispose un generico e generale antieroismo di
molti". Con queste decise parole l'Autore, attraverso un'operazione
di raccolta dei dati, della loro elaborazione e della loro corretta
collocazione all'interno di un preciso contesto storico, presenta
un'opera che vanta il merito di aver esaminato secondo una precisa
prospettiva storica e con dovizia di particolari e di informazioni,
un interessante spaccato di una delle tante italie coinvolte
nell'ultimo conflitto mondiale. Guido Poeta, tuffandosi in questa
ardua impresa, ha fornito un utile strumento per meglio comprendere
le vicende storiche che attraversarono Magliano Sabina tra il 1943
ed il 1944. Una ricostruzione che si è avvalsa anche della memoria
orale, delle foto d'epoca e dei ricordi personali dello scrittore
maglianese. Un piccolo paese del Lazio ai confini con l'Umbria da
dove si ammira un incantevole panorama di un vastissimo orizzonte
che comprende la Valle del Tevere, le città e i paesi del
viterbese, fino a perdersi tra i monti Cimini e Sabini; una
località dalla cui tradizione orale l'Autore ha attinto, tra ansie
e terrori individuali e collettivi, con il necessario distacco del
metodico ricercatore storiografico. Da qui la validità del libro:
una storia fatta emergere intenzionalmente per non tradire la
memoria di chi "vide la guerra con gli occhi da bambino". I
contributi presenti in questo studio, tutti riportati in nota, sono
di grande interesse storiografico; questi preziosi documenti
ancorché di difficile reperibilità e di laboriosa trattazione data
la particolare natura delle testimonianze si trasformano, grazie
alla dedizione di Guido Poeta, in pregiati strumenti di lavoro e di
comprensione di un particolare momento storico in un determinato
territorio. In appendice del volume, l'Autore ha inserito un
racconto inedito "Il dado è tratto", vincitore nel 1967 a Venezia
del premio sulla Resistenza "Galleria Internazionale". Guido Poeta
è anche l'autore di un'altra opera pubblicata nel 2007: Cronache di
una rivolta. I moti contadini in Magliano Sabina (19001904).
Mar.Ca. Alessio Rumori |