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NOTIZIARIO PER L'ARMA DEI
CARABINIERI
N. 6 - novembre-dicembre 1959
Il 1859 nella storia dei
Carabinieri(*)
Ten. Col. CC. (r) Francesco Mario Pagano
(continua)
La campagna di guerra come tutti sanno si conclude
vittoriosamente (ma prematuramente e per transazione, secondo le
decisioni di Napoleone III) l'11 luglio, con la pace di
Villafranca. Diciassette giorni dopo, il 28 luglio per l'esattezza,
dal balcone del Municipio di Modena, Luigi Carlo Farini rivolgeva
la sua parola di dittatore al popolo sottostante, che frenetico lo
acclamava tale; e, tracciando egli rapidamente il suo programma -
attraverso le cui fitte maglie s'intravvedeva la pensosa testa di
Cavour - creava formalmente e solennemente quello stato di fatto
nelle province modenesi, che doveva poi servire, come infatti
servì, di lievito fecondo ai successivi avvenimenti politici
dell'Emilia. È storia nota come l'atteggiamento di Modena, sotto la
dittatura del Farini, e quello della Toscana, sotto la forte guida
di Bettino Ricasoli (che sventava le mene per il richiamo del
Granduca, non meno di quelle per preparare una occupazione
francese), rappresentassero quanto di meglio potesse
controbilanciare il generale collasso in cui si era caduti nel
Piemonte, specie dopo la furiosa crisi di vicendevoli
recriminazioni, culminata nel momentaneo abbandono del Governo da
parte di Cavour. Queste organizzate reazioni di popoli intorno al
Regno Sardo ebbero, come tutti sanno, importanza non trascurabile
nel processo unitario; e devesi molto ad esse se la storia del
periodo successivo al 1859 poté registrare, in attivo per l'unità
italiana - consenzienti Francia ed Inghilterra - le annessioni
definitive di Parma, Modena, Romagna e Toscana, coi memorandi
plebisciti del 1860. Non ripeterò qui quanto il Farini disse in
quel memorabile discorso d'investitura. Promise egli una
consultazione popolare a breve scadenza, dichiarando esplicitamente
che intendeva l'autorità affidatagli come soltanto temporanea, in
attesa che lo stesso popolo decidesse dei suoi destini; ma disse
pure che sarebbe stato "moderato, non molle; giusto, ma
inesorabile...".
Evidentemente tale programma presupponeva la disponibilità piena
per il Farini, di una forza militare effettiva, organica, disciplin
ata, imparziale, fedele, che avesse potuto assumersi la tutela e
l'esecuzione dei suoi decreti e l'onere, non certo lieve in tali
contingenze, del-l'ordine e della sicurezza pubblica. E quale
corpo, quale organizzazione militare e di polizia avrebbe potuto
meglio servire, dei carabinieri piemontesi, destinati a diventare
presto carabinieri italiani? Giungiamo così alla parte che ebbero,
o anzi meglio, che presero, i carabinieri in quella storica
dittatura di Modena, che, sorta dalle incerte e caliginose brume di
Villafranca, ed estesasi ben presto a Parma, Reggio, Bologna, si
trasformò in dittatura dell'Emilia, si consolidò con la lega
militare e doganale con la Toscana, portando rapidamente al
fortunato cielo delle annessioni plebiscitarie. Dobbiamo
essenzialmente ad un piccolo gruppo di documenti originali,
appartenenti all'illustre generale dell'Arma Giuseppe Formenti, e
ceduti anni or sono al Museo Storico, da un nipote di lui, ora
anch'egli defunto, il colonnello Paolo Zunini, la ricostruzione più
fedele possibile delle circostanze in cui i carabinieri rimasero a
collaborare col Farini. E qui giova innanzitutto tratteggiare un
po' la figura del maggiore Formenti, comandante dei carabinieri a
Modena. Era nato egli il 1 giugno 1804, a Parma, ed a 21 anni lo
troviamo Guardia Onoraria, con rango di Alfiere, nelle Guardie
Ducali. Ma lo ritroviamo presto sotto le bandiere del Re di
Sardegna, sottotenente d'ordinanza nel 10 reggimento della Brigata
Savona; ed il 1° aprile 1837, sottotenente nel Corpo dei
Carabinieri Reali. Nel 1859, col grado di maggiore, è a Chambery a
comandare quella divisione; ed è lì che, il 14 giugno - nella
stessa giornata di Magenta e quando le vittorie di Montebello,
Varese e Palestro, già riempiono di gioiosa certezza ogni cuore
italiano - gli giunse l'ordine di recarsi immediatamente a
riorganizzare il servizio della pubblica sicurezza a Modena, che
aveva dichiarata decaduta la sovranità Austro Estense, e dove il
Governo Piemontese aveva già inviato, come suo commissario, Carlo
Luigi Farini. Vi accorre il Formenti e con i suoi carabinieri
inizia la non facile opera; quand'ecco, all'indomani di Solferino e
San Martino a noi pur fauste, il divisamento di Napoleone di
troncare la campagna, e quindi il suo storico colloquio con
l'Imperatore d'Austria e il patto di Villafranca. In virtù di
quegli accordi il Piemonte avrebbe dovuto ritirare dai Ducati le
sue truppe e ogni suo rappresentante o funzionario sia militare che
civile. I carabinieri quindi, parte effettiva dell'Armata Sarda,
avrebbero dovuto lasciare quella regione, e abbandonare il Farini;
il quale, nel frattempo, per impedire una restaurazione asburgica,
pregiudizievole per l'unità d'Italia, era riuscito, dimettendosi
dalla carica ufficiale, mescolandosi col popolo e fondendone le
volontà e gli animi, a farsi proclamare dittatore.
Ma se il ritiro di personale piemontese non avrebbe nel complesso
potuto frustrare l'opera cui accingevasi il Farini, la partenza da
quelle terre dei carabinieri avrebbe invece certamente compromesso
la stabilità e la forza del suo governo e quindi il nuovo ordine di
cose. Che poteva valere infatti la volontà di un capo, sia pure
sostenuta dal largo favore popolare, senza una sicura
organizzazione di polizia? Il maggiore Formenti, in data 26 luglio,
scriveva al luogotenente generale Lovera di Maria, comandante del
corpo in Torino, accennando evidentemente a tale difficile
situazione e chiedendo se i carabinieri distaccati nelle province
modenesi avrebbero proprio dovuto abbandonare quel Ducato e
rientrare nel regno. La risposta non si fece attendere, ed è
interessante conoscere integralmente il contenuto di quella
lettera, nonché di una seconda del Formenti, e anche della risposta
a quest'ultima da parte del generale Lovera. È in questi tre atti,
di assoluta autenticità, l'aspetto vero e l'entità storica di
quella che fu una delle più onorevoli vicende del passato
dell'Arma.
«Torino, addì 29 luglio 1859
Al signor Maggiore Comandante la Divisione dei Carabinieri Reali-
in Modena
Le interpellanze di V.S. Ill/ma contenute nel controdistinto
foglio, furono ventilate in Consiglio de' Ministri e vinse il
partito che, cessando l'azione del Governo, a causa delle
condizioni contenute nel Trattato di pace, su codesto Ducato, per
cui tutti gli impiegati sì civili che militari devono sgomberare, i
carabinieri preposti alla tutela del buon ordine sarebbe meglio che
rimanessero al loro posto, mettendosi a disposizione dell'Autorità
Superiore stata per acclamazione di popolo elevata al Reggimento
della cosa pubblica. Il Governo nostro non può ciò ordinare
all'Arma, ma ove questa volontariamente nell'interesse di codeste
popolazioni preferisse di rimanere al suo posto, il Ministero le
sarebbe grato e dà arra di conservare a ciascun Uff/le, Bass'uff/le
e Carabiniere la loro posizione e la loro anzianità come se fossero
nelli Regi stati. Questi riflessi io comunico a V. S. Ill/ma
pregandola di ponderarli e di abbracciare quel partito, rimanendo o
recandosi co' suoi dipendenti a Parma, come più le aggrada. Se
resta fa un atto di generosità, se si ritira è nel suo diritto.
Quale sia poi per essere la sua determinazione pregola di
significarmela e siccome questa sera si agiterà nuovamente al
prefato Consiglio la questione, se qualche variante a queste
disposizioni verrà fatta mi affretterò di farla a V.S. Ill/ma
subito conoscere.
Il Luogotenente Generale Comandante
Lovera».
«Il 31 luglio 1859
(Al Comandante Generale)
Scorgendo dall'ossequiato emarginato Dispaccio di S.V. Ill/ ma
relativo alla posizione dell'Arma in Modena che le interpellanze da
me subordinatamente rassegnatele con mio foglio n. 90 - in data 26
languente - furono ventilate nel Consiglio dei Ministri ove vinse
il partito che, cessando l'azione del governo, a causa delle
condizioni contenute nel Trattato di pace, su questo Ducato, per
cui tutti gli Impiegati sia civili che militari dovrebbero
sgomberare, i carabinieri preposti alla tutela del buon ordine
sarebbe meglio che rimanessero al loro posto mettendosi a
disposizione dell'Autorità Superiore stata per acclamazione di
popolo elevata al Reggimento dalla cosa pubblica, e che sebbene il
Governo non possa ciò ordinare all'Arma pure il Ministero sarebbe
grato che la medesima preferisse rimanere volontariamente
nell'interesse di queste popolazioni, io mi onoro farle conoscere
come sino ad ordine in contrario li Uffiziali, Bass'Uffiziali e
Carabinieri stanziati nelle diverse frazioni del Ducato non
muove-ranno dal loro posto e seguiteranno ad eseguire il servizio
della sicurezza pubblica. Li Uffiziali da me dipendenti a cui
credei del caso di comunicare il contenuto della riservatissima
succitata di Lei lettera, meco si uniscono nel divisamento di non
muovere dal posto a noi assegnato, soltanto protestano ed io con
loro che per qualunque cambiamento politico avvenuto o che possa
avvenire in questo Ducato tutti
intendiamo di non voler passare al servizio d'altro Governo o
Sovrano, ed essere ferma nostra intenzione di continuare fedelmente
a servire S.M. il Re Nostro Vittorio Emanuele e nella sua Armata,
ove ognun di noi da tant'anni cominciò e desidera por fine alla
Militare Carriera. Tanto mi onoro parteciparle in riscontro
dell'ossequiato di Lei relativo foglio Formenti»
«Torino, addì 3 agosto 1859
Al sig. Comand. la Divisione dell'Arma
Modena
Le condizioni che la S.V. Ill/ma e i di lei uffiziali annettono
alla loro rimanenza in codesto ducato è affatto consentanea alla
promessa che fece il Governo, di cui in mio foglio n. 91 P.llo
Confid.le, cioè che non verranno punto pregiudicati in nulla
nonostante la loro figurativi dipendenza dal Governo di Modena, la
quale durerà sinché il Trattato di Zurigo avrà stabilito a chi
passeranno codeste Province. Ciò determinato i Carabinieri
continueranno ad ivi rimanere se avrà il Piemonte il dominio su di
esse, si ritireranno immediatamente se passeranno ad un'altra
corona. È questa la risposta fatta dal Ministero a questo proposito
dopo aver letto il pregiato controdistinto di lei foglio, e vide
bene che l'Arma avesse determinato di rimanere nell'interesse del
buon ordine e della pubblica quiete, che il di Lei allontanamento
avrebbe senza dubbio compromesso.
Il Luogotenente Generale Comandante Lovera».
Questo carteggio così eloquente ed espressivo non avrebbe
bisogno di ulteriori commenti. Pure non può farsi a meno di
considerare: 1) che la condizione in cui era venuto a trovarsi il
Formenti coi suoi carabinieri era veramente sui generis. Anche in
Sicilia più tardi, durante la breve dittatura di Garibaldi, vi
furono carabinieri (a capo di essi il maggiore Massiera),
apparentemente indipendenti dal Governo Piemontese, ma in sostanza
destinati a quel servizio. E così pure in altri casi, per analoghe
situazioni politiche. Ma le cose a Modena erano poste diversamente:
a non considerare il momento di crisi e di generale incertezza
create dal trattato di Villafranca, c'era il fatto che il Consiglio
dei Ministri non aveva creduto di prendersi la responsabilità di
ordinare, sia pure segretamente, al Formenti di rimanere a Modena.
«Il governo nostro non può ciò ordinare... - aveva scritto come s'è
visto il generale Lovera - ... se resta fa un atto di generosità,
se si ritira è nel suo diritto…». Dunque il Formenti arbitro di
scegliere il partito cui attenersi. Che cosa egli decide? - Restare
- «sino ad ordine in contrario gli uffiziali, bass'uffiziali, e
carabinieri stanziati nelle diverse frazioni del Ducato non
muoveranno dal loro posto e seguiteranno ad eseguire il servizio
della sicurezza pubblica ....»; 2) che gli ufficiali che ha con sé
il Formenti sono degni di lui, ma soprattutto è il suo ascendente
che li allinea, coscienti, di fronte ad un preciso dovere,
volontariamente da tutti accettato. Scrive infatti: «li uffiziali
da me dipendenti a cui credei del caso di comunicare il contenuto
della riservatissima succitata di Lei lettera meco si uniscono nel
divisamento di non muovere dal posto a noi assegnato». E subito
dopo aggiunge qualche cosa che fà veramente onore a lui e ai suoi
collaboratori, e che bisogna valutare ancora oggi in tutta la sua
portata altamente morale. Dice infatti il Formenti al suo
comandante generale (ultimo periodo della lettera del 31 luglio),
che non sono gli affidamenti di carriera e di materiale vantaggio,
dati dal governo, quelli che più interessano a lui ed ai suoi
ufficiali, ma condizione essenziale ch'essi pongono è il restare,
qualunque cosa avvenga, qualunque cambiamento politico possa
verificarsi, sotto le bandiere dei Regno Sardo, per finire la
carriera militare nella stessa uniforme con la quale l'avevano
cominciata.
Il resto è noto: consultazione popolare; proclamazione da parte dei
deputati eletti (24 agosto) della decadenza della sovranità della
Casa Austro Estense e annessione al Piemonte. Il 12 marzo 1860 poi,
come è noto, un nuovo plebiscito confermava questa annessione.
Eguale felice destino per Parma e Piacenza e quindi per le Romagne:
l'Italia era in cammino.
Passando a parlare della Toscana e dei grandi avvenimenti che nello
stesso periodo di quelli modenesi assicurarono al nucleo nazionale
che si andava ingrandendo, tutto il territorio del Granducato,
cessato virtualmente di essere tale con la partenza di Leopoldo II
per l'Austria (aprile 1859), nella storia dell'Arma dei Carabinieri
si pone in rilievo una solida figura di ufficiale: il marchese
Filippo Ollandini. Per meglio interpretarla, alla luce dei fatti,
quella figura, e poterne valutare l'opera, sarà bene conoscere
qualche cosa di lui. Apparteneva egli ad antica e nobile famiglia,
originaria di quella estrema regione ligure che si salda alle
ubertose terre di Toscana. Nei secoli XIV e XV la casata aveva
gradatamente acquistato censo e potenza, ottenendo nel 1728, per
decreto del Duca di Modena, il titolo di Marchese a connesso al
feudo della Rocchetta nel Frignano. Il marchese Filippo era nato il
18 febbraio 1809 a Tolone (Francia) ove suo padre, Giovanni
Giacomo, si trovava per essere capitano di artiglieria di marina
nell'Armata napoleonica. Numerosi nella famiglia erano stati gli
alti ufficiali, onde il giovane crebbe in un ambiente in cui non
gli mancarono modelli di soldati valorosi e d'onore. Fu cadetto di
marina nel 1826; sottotenente d'ordinanza nel 1830; poi passa nei
Granatieri nel 1832 e quindi nei Carabinieri Reali il 22 aprile
1834.
Comanda la luogotenenza di Cortona ed è indubitabile che ivi ebbe
modo di distinguersi subito, se il Comandante Generale di allora,
marchese Taffini D'Acceglio, nel partecipargli direttamente, in
data 29 luglio 1835, la nomina a luogotenente in 2°, faceva, tra
l'altro, apprezzamenti favorevoli sul modo di servire
dell'ufficiale, soggiungendo pure che gliene aveva fatto molti
elogi il luogotenente colonnello del Corpo, Sig. Conte Martin di
Montù, suo superiore diretto. La prima missione importante affidata
all'Ollandini si connette alle vicende della precedente occupazione
dei Ducati di Parma e Piacenza da parte delle forze piemontesi,
che, come tutti sanno, era avvenuta dieci anni prima, ossia nel
1848. Anche allora ai carabinieri spettò in quei territori il
compito della tutela del-l'ordine pubblico. In un primo tempo
furono gli stessi carabinieri addetti alle singole divisioni che vi
provvidero coi mezzi propri, ma in un secondo tempo si aggiunsero
alcune stazioni territoriali appositamente impiantate. Non
rientrano nell'ambito di questa conferenza, vicende di dieci anni
prima per cui non ci diffonderemo a trattarne. Ma ci interessa
conoscere l'Ollandini e nulla di meglio a tale scopo potrebbe
valere che una sua lettera rapporto, proprio di quel lontano 1848.
Quando fu inviato nei Ducati egli rivestiva il grado di capitano, e
avendo assunto quasi subito il Comando dei Carabinieri di Piacenza,
ivi si trovò coi suoi dipendenti al momento dell'armistizio
Salasco, ed ivi rimase anche dopo, in forza di una clausola
armistiziale, tenendo testa, in un modo mirabile, al generale
austriaco Thurn, comandante della piazza, il quale con vari
pretesti, pressioni di ogni genere, lusinghe e minacce, aveva
tentato in tutti i modi di sloggiare i carabinieri da quei
territori, sino ad imporre esplicitamente ciò, dichiarando che un
governo militare provvisorio austriaco avrebbe provveduto ad ogni
servizio. Ora, quale sia stata l'azione e soprattutto la
rivelazione di carattere, di capacità, di alto senso del dovere e
di italianità, dell'Ollandini, possiamo rilevarlo per l'appunto da
quella lettera rapporto alla quale accennavo dianzi. Diretta al
generale Lamarmora, capo delle truppe piemontesi, subito dopo un
violento colloquio avuto col generale Thurn, quella lettera diceva
testualmente: «L'Imperiale reale comando generale austriaco qui in
Piacenza, per scrivere quella lettera di cui ieri ebbi l'onore di
parlare a Vostra Signoria illustrissima, vi ha pensato sino a
quest'oggi sino ad una ora dopo mezzogiorno: questa mattina diede
una nota al sindaco per essere informato se noi eravamo partiti, se
ci disponevamo a farlo e quando. Come io dissi di sopra verso
un'ora dopo mezzogiorno sono stato chiamato dal luo
gotenente maresciallo Thurn, il quale mi diede lettura di uno
scritto con cui dimostrava in poche parole tutta la convenienza che
io avrei avuto a ritirarmi. Il suo ragionamento era questo: le
autorità sarde compresi i tribunali civili e criminali devono
evacuare Piacenza, e questa città dovendo essere retta da un
governo provvisorio militare austriaco, ne consegue che i
carabinieri reali piemontesi non possono più avere in Piacenza
nessuna missione da compiere. Ho risposto al luogotenente
maresciallo che il discorso era logico, ma che né io né i miei
dipendenti potevamo lasciare la città senza incorrere in grave
responsabilità, imperciocché l'8° degli articoli convenuti tra lui
e il signor conte Bricherasio m'imponeva l'obbligo di rimanere coi
miei carabinieri al nostro posto; che il consiglio per iscritto di
cui voleva favorirmi non garantiva, non lo avrei perciò accettato,
né l'avrei eseguito. A conferenza vi era un altro generale e il
capo di stato maggiore e tutti mi vollero persuadere che era del
mio meglio di andarmene. Non mi lasciai sgomentare e stetti fermo
nel mio proposito tuttoché essi impiegassero tutte le arti per
arrivare nel loro intento e finii per concludere che se non mi
davano ordine imperativo di partire, e per iscritto, per comprovare
che essi me lo avevano imposto, io non mi sarei mosso. Allora fra
di loro si consigliarono: lessero e rilessero i dispacci del
maresciallo Radetzky e già sembrava che il luogotenente maresciallo
Thurn fosse disposto a darmi quest'ordine, quando il capo
dello
stato maggiore, avvedutosi dalla mia insistenza che lo scopo mio
era poi di protestare formalmente della violenza che mi volevano
fare contro la data fede, ne lo dissuase, per cui egli conchiuse
che ne avrebbe scritto a Vossignoria illustrissima ed in caso nulla
avesse potuto da Lei ottenere, io sarei rimasto qui coi mie
carabinieri in mezzo a loro. La mia condizione si fa ognora sempre
peggiore, non me ne sgomento però, e spero di poter condurre a
termine la mia missione». La lettera continuava facendo una
impressionante esposizione delle precarie condizioni di quelle
popolazioni e delle molte angherie e vessazioni che gli austriaci
infliggevano ad esse. Ora, senza più seguire il nostro brillante
ufficiale nella sua missione piacentina, che egli compì del resto
onorevolmente sino in fondo, ritorniamo sui nostri passi, nella
Toscana del 1859, e sintetizziamo innanzitutto gli avvenimenti.
Dopo la partenza del Granduca (aprile), l'opinione pubblica e le
forti correnti che ne derivano erano in pieno contrasto. V'era chi
auspicava il ritorno di Leopoldo; chi brigava per una dominazione
francese, ma ecco il governo provvisorio con Bettino Ricasoli,
affiancato diplomaticamente ma vigorosamente dal Commissario
Straordinario del Re di Sardegna nelle terre Toscane, barone
Boncompagni. Ed ecco qui riemergere la figura dell'Ollandini, col
grado di maggiore, il quale per riservata disposizione del conte di
Cavour viene posto a disposizione dello stesso Boncompagni, col
dichiarato (ma non esclusivo) compito della riorganizzazione della
Gendarmeria Toscana. Questo Corpo infatti andava disintegrandosi di
giorno in giorno ed aveva quindi urgente bisogno di essere
rapidamente rigenerato, con forze ed impronta le più adatte
all'altissimo fine cui da quelle popolazioni si tendeva: l'unione
al Piemonte per l'unificazione d'Italia. Alla fine di maggio,
intanto, conclusasi vittoriosamente la campagna, e col nuovo corso
preso dagli avvenimenti, era giunto in Toscana il principe Gerolamo
Napoleone, genero di Vittorio Emanuele, al comando del corpo
francese delle truppe d'occupazione. Quale fosse il valore reale di
questo invio e del compito del Principe ce lo fa capire una lettera
del Cavour al Boncompagni, datata 20 maggio 1859, in cui, a
compendio di lunghi ragionamenti e istruzioni, è detto che non
rimaneva che un partito a prendere: l'annessione al Piemonte. E qui
il grande statista si dilunga ancora nei consigli e nei
suggerimenti pratici per pervenire allo scopo. Era necessario
premettere tutto questo prima di parlare della missione
dell'Ollandini, affidatagli dallo stesso conte di Cavour, che ben
ne conosceva i meriti.
La lettera del comando generale che gli ordinava di trasferirsi in
Toscana e di mettersi a disposizione del Boncompagni per a
"cooperare all'ordinamento dell'arma politica in quel paese ....",
è del 4 giugno. Indubbiamente però già da tempo il conte di Cavour
aveva comunicato al Boncompagni che gli avrebbe inviato
l'Ollandini, se lo stesso Boncompagni in data 28 maggio, nel
rappresentargli varie impellenti necessità, gli scriveva fra
l'altro: «Il marchese Ollandini potrà prestare opera molto utile
anche per consigliare le riforme occorrenti in questa gendarmeria,
perciò sarò grato a V.E. se Ella vorrà sollecitarne la venuta». In
effetti l'Ollandini fu un attivo e prezioso collaboratore del
Boncompagni, nel preparare il terreno per il plebiscito, e se
risale a suo merito di aver trapiantato i carabinieri reali in
Toscana, con un sapiente innesto sul troncone ancora sano di quella
gendarmeria, il merito maggiore, che lo fece rapidamente salire
sulla scena politica (fu anche deputato) e nella considerazione del
Governo, resta pur sempre quello di avere nell'ex granducato, dato
tutto se stesso alla causa unitaria che trionfò con lo storico
plebiscito. Ecco infatti quanto si legge al riguardo nel Dizionario
del Risorgimento nazionale che, nella parte dedicata all'Ollandini,
richiama pure il contenuto di una pubblicazione rigorosamente
documentaria e degna del massimo rispetto, apparso otto anni dopo
di quelle storiche vicende (Enrico Poggi "Memorie storiche del
governo della Toscana nel 1859-60" edito a Pisa nel 1867): «...
mentre egli era deputato, fu spedito dal Cavour in Toscana perché
si adoperasse in favore dell'annessione di quella contrada al regno
di Vittorio Emanuele II; e fece in tal senso opera efficacissima,
talché la sera del 30 novembre 1859 egli accompagnava il capo del
governo toscano, Bettino Ricasoli, a Torino, dove questi era stato
invitato a recarsi dallo stesso Re per risolvere la questione
dell'accettazione del Boncompagni a rappresentante del principe
Eugenio di Savoia Carignano proclamato reggente dell'Italia
centrale. Avvenuto l'11 marzo 1860 il plebiscito per l'unione
dell'ex granducato alla monarchia sabaudia, l'O. seguì il 21 di
esso mese a Torino il Ricasoli ed il Cadorna, ministro questo della
guerra in Toscana, dal quale dipendeva la gendarmeria, incaricati
di presentare al Re i risultati e i documenti dello stesso
plebiscito». Se ciò non bastasse, possiamo attingere qualche cosa
dal necrologio che "L'Eco di Val Magra" dedicò all'Ollandini il
triste giorno della sua morte. Diffondendosi anche sui compiti del
periodo toscano quell'articoletto commemorativo offriva una
versione in buona parte inedita, quanto colorita e vivace, dei
fatti.
E non è a dire che dovesse trattarsi di semplice immaginazione del
cronista-biografo, poiché se si considera che lo Ollandini passò in
quella terra nativa diversi anni della sua vita, e, comunque,
quelli dell'ultimo periodo, è da ritenere che si trattò di
particolari forniti da lui stesso, nella rievocazione che dovè
farne spesso nell'ambito familiare e delle numerose amicizie: «Dopo
Magenta Cavour lo chiamò a Torino e lo incaricò di recarsi tosto in
Toscana col grado di colonnello, ad assumere il comando di quella
gendarmeria e ridurla a carabinieri.
- Eccellenza - rispose franco l'Ollandini è per formare una legione
che possa servire a qualche futuro granduca? In questo caso vi
prego di sceglierne un altro Io non servo che al mio Re.
-Voi non m'avete inteso - ripigliò il conte.
- È per formare l'unificazione d'Italia. Recatevi tosto colà.
Scegliete i vostri ufficiali tra i più influenti della Toscana, i
quali possano bandire il consolidamento e l'unità della Patria.
Egli partì e se l'opera sua fu saggia e produttiva di utili
risultati, ben il seppe il barone Ricasoli, che lo nominò primo suo
aiutante di campo. Fu anche nominato commendatore». In quanto alla
riorganizzazione della Gendarmeria Toscana egli vi provvide con
molto discernimento e con non minore impegno. Appena giunto, con
decreto del Commissario Straordinario Piemontese
era stato promosso al grado di luogotenente colonnello e nominato
comandante di detto Corpo di Gendarmeria. Tre erano i reparti
principali di esso e avevano sede a Firenze, a Livorno e a Siena.
Dopo le necessarie epurazioni il Corpo fu ricostituito con
ordinamenti analoghi a quelli in vigore per i carabinieri nello
Stato Sardo; e, qualche mese dopo, assunse la denominazione di
"Legione dei Carabinieri Toscani", sempre sotto il comando
dell'Ollandini, promosso, il 31 luglio, colonnello. Dopo pochi
mesi, esattamente il 16 gennaio 1860, si ebbe, per decreto del
Governo del Regno Sardo, la costituzione a Firenze di una Divisione
di carabinieri Reali, come distaccamento del Corpo sedente in
Torino. Quasi nel contempo vennero costituite altre due divisioni a
Livorno e a Siena, le quali poi come quella di Firenze, assorbirono
i reparti di Carabinieri Toscani e furono quelle tre divisioni il
primo nucleo della Legione di Firenze, costituita ufficialmente il
10 aprile 1861. Gli avvenimenti politici del 1859 portarono, come
ben si può immaginare, anche ad altri sensibili aumenti negli
organici del Corpo dei Carabinieri dello stato sardo. Avviandosi a
diventare Carabinieri del Regno d'Italia, poterono proprio in
quell'anno integrare le proprie forze mediante l'assorbimento di
una parte, debitamente scelta, delle varie gendarmerie degli ex
stati dell'Italia settentrionale.
Il contingente più notevole fu quello tratto dal Corpo dei Gendarmi
del già Ducato di Parma (i vecchi Dragoni), costituito da 15
ufficiali e 360 uomini di truppa. Il relativo decreto, datato a
Torino 21 giugno 1859, portava la firma di Eugenio di Savoia, quale
Luogotenente Generale del Re e la controfirma del Conte di Cavour
quale Presidente del Consiglio dei Ministri. Quasi
contemporaneamente vennero incorporati nei carabinieri i Dragoni
del già Ducato di Modena, dopo una provvisoria costituzione di essi
in "Guardia Municipale", operata dallo stesso maggiore Formenti di
cui abbiamo largamente parlato innanzi. In Toscana già abbiamo
visto quanto venne fatto ad opera e merito dei colonnello Ollandini
circa l'istituzione dei "Carabinieri Toscani" e successivo
passaggio di essi nell'Arma. Anche nelle Romagne liberate vi furono
Gendarmi Pontifici diventati per qualche mese "Carabinieri delle
Romane", destinati a passare poi anch'essi (circa mille) nei
Carabinieri Reali piemontesi. Soltanto in Lombardia, sciolta la
Gendarmeria creata dagli austriaci, non vi furono assorbimenti di
sorta. Più tardi i carabinieri del nuovo Regno preferirono indire
arruolamenti volontari. Gli uomini con le loro azioni fanno la
storia, e la storia fa "gli uomini" intendendo per tali i
protagonisti di imprese grandi e piccole, cristallizzati in figure
ben determinate dall'indagine dello storico, dalle sue valutazioni
critiche e dal giudizio cui egli perviene. Di qui le "figure
storiche": di prima grandezza le une, radiose, imperative, quasi
scolpite nel tempo; di più modeste proporzioni le altre, non sempre
illuminate di luce propria, disegnate piuttosto che scolpite. A non
parlare delle piccole figure e delle piccolissime, ma pur sempre
storiche. Ebbene vi è un'altra categoria di uomini, i quali pur
appartenendo di diritto alla storia riconosciuta e codificata, sono
a malapena rintracciabili nei saggi o nelle monografie particolari;
quasi mai nei grandi libri; e del tutto ignorati dalle opere
d'indole divulgativa o didattica. Forse perché coloro che compiono
un dovere professionale, e quindi atti obbligatori dipendenti dalle
loro specifiche funzioni, restano assorbiti con le loro opere
dall'ente astratto cui essi appartengono; forse perché
l'individualismo nelle collettività disciplinate in severe
gerarchie, in cui i nomi poco contano, non è sempre estrinsecabile
e tanto meno affermabile; è pur certo che molte figure degne
restano in ombra, e sconosciute, o, semmai appena intravviste, le
loro azioni. Quello che i carabinieri fecero nel 1859 lo abbiamo
ricordato. L'apporto notevole da essi dato al favorevole corso
degli eventi, lo abbiamo visto. La loro partecipazione alla breve e
quanto fortunata campagna e il contributo da essi dato alle
operazioni strategiche e tattiche, per via delle informazioni,
l'abbiamo anche visto.
Si può concludere che non vi fu fatto, situazione, tentativo,
problema, azione, di quell'anno memorando, al quale il Corpo - Arma
di fatto sin d'allora - sia rimasto estraneo. E per la storia ciò
potrebbe bastare. Ma si debbono pur riconoscere le qualità di
"figure storiche" almeno al Formenti, all'Ollandini, allo stesso
Comandante Generale del tempo, Lovera di Maria, che possono ben
degnamente figurare coi loro nomi accanto a quelli dei politici del
tempo, dei condottieri, dei diplomatici, dei Commissari speciali e
di tanti altri. Quegli ufficiali ebbero statura a livello
dell'opera da essi compiuta e dei servigi da essi resi. Onorarli -
come ho detto all'inizio ricordare anch'essi in questo storico
centenario, se è un dovere per i carabinieri di oggi, è cosa degna
anche per qualsiasi italiano. Sentirono essi infatti profondamente
ed in qualsiasi istante la responsabilità e l'orgoglio di servire
la grande Causa, nella onorata, specchiatissima divisa del
carabiniere; e tutto, tutto quanto essi operarono non andò mai
disgiunto dal concetto di essere carabinieri e di dovere agire come
tali. Ma amarono anche, e di grande amore, l'Italia, e nutrirono
costantemente nel loro intimo, l'ideale della sua unificazione. E
la servirono, la grande Patria, con intelligenza, con lealtà, col
senso del dovere legittimo, con ponderazione e con moderazione, col
rispetto degli altrui poteri e degli altrui diritti. Erano insomma
gli stessi carabinieri delle origini, di Grenoble, del ferreo quasi
religioso regolamento del 1822; gli stessi carabinieri successori
di Scapaccino, prima medaglia d'oro; gli stessi del '48 e del '49,
ossia di Pastrengo, che vide l'epica carica col maggiore di
Sanfront, di Casale che conobbe la disperata, eroica difesa, col
luogotenente Morozzo. Mai come sulla soglia di quell'anno fatidico,
che offriva - realizzate e operanti - le premesse del felice
coronamento unitario al seguente 1860, l'Arma dei Carabinieri
avrebbe potuto far proprio, chiedendolo al Divino Poeta dalla
fronte cinta del lauro più glorioso della terra, il suo pensoso
verso, di vita e di presagio: "... e d'una quercia viense tante
rame". |