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Letteratura
"Pioveva. Il corteo di stanchi soldati diventò uno strascico
inzaccherato di uomini depressi e brontolanti che marciavano, con
sforzi da zangola, in un trogolo di melma liquida e bruna, sotto un
cielo basso e deprimente. Eppure il giovane sorrideva, perché
vedeva che il mondo era un mondo per lui, sebbene molti scoprissero
che era fatto di bestemmie e di bastoni per appoggiarsi. Si era
liberato della rossa nausea della battaglia. L'incubo soffocante
apparteneva al passato. Era stato un animale pustoloso e sudaticcio
nel calore e nel tormento della guerra. Ora si volse con sete di
amante a immagini di cieli tranquilli, prati novelli, freschi rivi:
un'esistenza di soave ed eterna pace. Sopra il fiume un raggio
dorato di sole apparve attraverso le schiere di plumbee nubi
piovose".
Stephen Crane
Il segno roso del coraggio
(L'opera è in libreria per i tipi Garzanti, collana "i grandi
libri", al prezzo di euro 7,50)
Il romanzo di Stepehn Crane, scrittore americano del XIX secolo,
precocemente scomparso, è ambientato durante la Guerra Civile
americano. È la storia di un giovane soldato chiamato per la prima
volta a misurarsi con se stesso e la realtà della guerra durante
una serie di combattimenti. I sentimenti più diversi rapiscono il
cuore del nostro protagonista, che fugge durante il primo scontro
con il nemico, per poi ritrovare un indomito coraggio e farsi porta
bandiere in un attacco frontale in cui le speranze di vittoria non
erano molte. Crane compie un viaggio introspettivo negli stati
d'animo di questo giovane soldato, dal sentimento della vergogna
per l'atto di vigliaccheria, alla profonda pietà per i numerosi
compagni caduti, dall'amicizia e dal cameratismo con coloro che
condividono disagi, fatiche e pericoli, al coraggio che lo porta
alla maturazione e alla piena coscienza della propria condizione di
uomo. Il segno rosso del coraggio ha come sottotitolo: "un episodio
della Guerra Civile americana", e proprio da un episodio che
l'Autore prende spunto per indagare in profondità l'animo umano e
per descrivere spazi ed ambienti con mirabile maestria. Il romanzo
di Crane è inserito dalla critica nel filone della letteratura
naturalistica nordamericana, per il suo stile diretto e - talvolta
- indulgente verso i particolari della vita e per la predilezione
di temi che riguardano la persona nella sua condizione umana. Crane
descrive senza alcuna remora le ansie e i dubbi, le gioie e i
dolori, la precarietà dell'esistenza, appesa ad un sottile filo che
può spezzarsi da un momento all'altro, e l'assoluto del proprio
valore, il senso del dovere e l'istinto di sopravivenza. Il tutto
tratteggiato con le pennellate dell'impressionista che evocano uno
stato emotivo sospeso tra realtà ed apparenza. Molti sono i
personaggi che si muovono all'interno della trama narrativa, dai
numerosi soldati agli ufficiali dei vari gradi, in un ricca
composizione di caratteri e tipi rappresentativi. Quello di Crane è
indubbiamente un romanzo di guerra molto singolare, ma che si
lascia leggere con piacere, lasciando la sensazione di un pressante
invito al lettore alla riflessione sulle vicende estreme della vita
e sulla propria capacità di affrontarle.
"Ed eccolo dinanzi a noi finalmente il famigerato e tanto
cercato Bluter-Marcellin! Una maschera di preoccupata energia dava
al suo volto di montanaro, inquadrato dalla tipica barbetta
partigiana, un'espressione assai più matura e adulta di quel che
non comportasse la sua età. Due qualità gli giovavano, oltre alle
originarie virtù di resistenza e di coraggio: un certo savoir
faire, una certa capacità ed elasticità di rapporti con persone
d'ogni genere, dovuto forse alla sua pratica di maestro di sci; e
un certo rispetto - angusto, forse, ma non del tutto inutile, per
le tradizionali leggi dell'organizzazione militare - dovuto,
questo, alla sua esperienza di sergente maggiore nell'esercito
regolare. Era questo il segreto della sua presa sugli uomini, del
suo successo. Se avesse avuto soltanto audacia e coraggio, se fosse
stato cioè un puro eroe, si sarebbe tirato dietro un esiguo gruppo
di fanatici; ma la massa dei partigiani - spinti alla macchia da un
istinto di difesa più che da un vero imperativo eroico - e le
popolazioni alpine ne avrebbero inconsciamente diffidato e non
l'avrebbero appoggiato e seguito. Se avesse avuto soltanto un bel
tratto sociale e qualità d'accomodante opportunismo, non avrebbe
detto nulle al cuore, sanamente rozzo, dei suoi montanari. Con lo
spirito militare soltanto, avrebbe incantato i carabinieri e gli
ufficiali di carriera che lo seguivano, ma non avrebbe fatto
appello alle aspirazioni audaci, allo spirito d'avventura di quelli
che avevano abbandonato, per venire a combattere tra i monti, la
fabbrica o l'ufficio o la scuola".
Ada Gobetti
Diario Partigiano
(L'opera è in libreria per i tipi Einaudi al prezzo di euro
10,07)
Ada Prospero, moglie di Piero Gobetti, ha vissuto intensamente
ed in prima persona l'epopea della Resistenza. Annota ogni cosa,
eventi, personaggi, situazioni tragiche e spensierate, dipinge
caratteri e tratteggia l'evolversi delle condizioni politiche e
militari nell'Italia occupata. Molti i protagonisti di questo
diario, da suo figlio che vive gli stessi pericoli, disagi, paure e
speranze della madre, agli antifascisti di Torino, appartenenti ai
diversi schieramenti politici, sino ai partigiani che combattono
sulle montagne del Piemonte. Anche le montagne sono le protagoniste
di questo diario, così silenziose e imponenti, imbiancate dalla
neve o fiorite dalla Primavera, ma sempre lì a ricordare la
speranza di un futuro migliore, l'idea di un mondo di pace e di
rinnovamento spirituale e morale. Le montagne come rigenerazione
dalla fatica, dalla lotta e dal dolore, come rifugio sicuro di un
esistenza precaria che potrebbe concludersi da un momento all'altro
in un angolo della città di Torino, come in un valle delle alpi
piemontesi. Il diario è una stupenda testimonianza di quanto il
sentimento di umanità, di giustizia e di pace riesca a vincere sul
rancore, sull'odio e sul sentimento di vendetta. Il Diario
partigiano è un punto di vista diverso sulla Resistenza, la
prospettiva di una donna che alla determinazione per una lotta
assoluta, che non conosce alcun accomodamento, né compromessi
ideali e ideologici, riesce a trasmettere il candore di una visione
di madre, la tenerezza e la dolcezza di uno sguardo femminile. Ada
Gobetti descrive con inesorabile precisione tutte le vicende che
hanno viste lei, i suoi cari ed i compagni di lotta protagonisti di
una vita clandestina, di epiche traversate sui monti, di costante
preoccupazione e di infaticabile attività di sostegno e di
organizzazione. Molte le figure di noti personaggi che animano le
pagine del diario, mirabile lo stile narrativo, fresco e
coinvolgente. Le letture sulla Resistenza non possono trascurare
questo documento storico e letterario, che rappresenta una pietra
miliare a testimonianza dei tanti sacrifici e degli ideali di
libertà e di giustizia che hanno conquistato i cuori e le menti di
quei protagonisti.
"Divenimmo duri, diffidenti, spietati vendicativi, rozzi; e
fu bene: erano proprio quelle le qualità che ci mancavano. Se ci
avessero mandato in trincea senza quella preparazione, i più
sarebbero impazziti. Così invece eravamo preparati a ciò che ci
attendeva.
Anziché spezzarci ci adattammo, aiutati in questo dai nostri
vent'anni, che pure ci rendevano duri altri sacrifici. Ma il più
importante è che fra noi venne in tal modo sviluppandosi un forte
sentimento di solidarietà, il quale poi al fronte si innalzò a ciò
che di più bello abbia prodotto la guerra: al
cameratismo".
Erich Maria Remarque
Niente di nuovo sul fronte occidentale
(L'opera è in libreria nella collana Oscar classici moderni della
Mondadori al prezzo di euro 8,40)
Ecco un romanzo di guerra che inneggia alla pace. Uno dei più
romanzi sulla Grande guerra, forse il "romanzo della Grande
guerra", almeno quella combattuta sul fronte occidentale;
sicuramente il capolavoro dello scrittore tedesco Erich Maria
Remarque. In un crescendo drammatico, dove l'angoscia assoluta
sembra prevalere su ogni speranza, l'Autore ci racconta la Prima
guerra mondiale, con tutte le sue distruzioni e il suo incredibile
carico di morte; e ancora, la vita di alcuni studenti tedeschi,
ancora adolescenti, strappati dalla loro giovinezza e gettati nel
calderone del fronte, all'interno del quale la vuota retorica non
regge al confronto di una realtà che supera ogni umana
immaginazione e tradisce con il suo vero volto le più ingenue e
ardenti aspettative. Niente di nuovo sul fronte occidentale è una
frase fredda e burocratica che costituisce il contenuto di un arido
bollettino di guerra, scritto e trasmesso mentre ancora si continua
a morire. Il romanzo narra con insuperabile maestria la vita di
trincea, il cui aspetto eroico, successivamente enfatizzato, rimane
come sullo sfondo, mentre viene esaltato il valore del vissuto
quotidiano, fatto di fame, di freddo, di bisogni essenziali del
vivere. Nella trincea c'è quasi un inconscio anelito a ritornare
alla madre terra, un disperato aggrapparsi alla vita, la ricerca di
una sicurezza esistenziale che ogni giorno svanisce tra un
bombardamento nemico ed un assalto alla baionetta. Per questi
aspetti quasi naturalistici Niente di nuovo sul fronte occidentale
è il romanzo per eccellenza della fanteria: "A nessuno la terra è
amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente,
violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda
nell'angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico,
gli è fratello, gli è madre". C'è anche all'interno del romanzo un
messaggio di fratellanza, quel forte sentimento di solidarietà che
diventa la virtù del cameratismo. Il soldato, portato all'estremo
nella fatica, nella paura, nel coraggio, si specchia costantemente
nella sua intima natura umana, così nobile e così fragile, e
riscopre nel suo compagno d'armi un proprio simile, fatto della
stessa carne e dello stesso sangue. L'uguaglianza di sentimenti e
di bisogni, la stessa richiesta di aiuto e di conforto pongono
tutti sullo stesso piano, mettono a contatto diretto l'uomo con se
stesso senza intermediazioni, senza convenzionalismi, senza alcuna
barriera che possa mascherare o alterare la realtà. Niente di nuovo
sul fronte occidentale non è solo un romanzo di guerra e un romanzo
di pace, ma un vero e proprio romanzo di vita, un urlo alla vita.
L'opera di Remarque fu osteggiata dal regime nazionalsocialista, lo
stesso Autore fu costretto a fuggire dal suo Paese natale, ma essa
rimane una pietra miliare nella letteratura di guerra, per
l'efficacia dello stile narrativo e la profondità della sua
analisi. È un'opera di ampio respiro che coinvolge il lettore
dall'inizio alla fine, costringendolo spesso a fermarsi e a
riflettere.
"Tonle, anche se non era andato a scuola, aveva imparato a
leggere e a far di conto quanto bastava, si faceva capire in tre o
quattro lingue e poi aveva sempre avuto passione per la storia,
almeno per quella dei paesi dove ogni anno lo portavano le
necessità della vita, e nelle sere a veglia in Ungheria o in
Austria o in Boemia, o in Baviera o in Slesia o in Galizia,
ascoltando aveva imparato tante cose. Spiegò al carbonaio: - Sarà
l'Austria-Ungheria che avrà dichiarato guerra alla Serbia, e così
la Russia e la Francia alla Germania … - Parlavano così mentre le
pecore pascolavano l'erba nuova, l'acqua usciva tra le fessure
della roccia e i merli dal collare svolazzavano tra i mughi.
Quando il carbonaio si fu allontanato su per il sentiero dello
Snealoch, si sedette sopra un sasso al sole e accese la pipa. Ma se
gli occhi guardavano le pecore il pensiero era altrove. Ricordava
come tanti anni prima nella caserma di Budejovice marciava in rango
sotto lo sguardo del maggiore von Fabini e poi ancora, quando si
cambiò governo, a Verona, nella caserma dei Paloni, a marciare
ancora in rango sotto lo sguardo del colonnello Heusch cavalier
Nicola.
Ma che strano, pensò, sotto l'Austria avevo un comandante con il
nome italiano e sotto l'Italia un comandante con il nome
austriaco".
Mario Rigoni Stern
Storia di Tönle
(L'opera è in libreria per i tipi Einaudi al prezzo di euro
10,80)
Quest'anno è venuto a mancare Mario Rigoni Stern uno scrittore
sensibile, amante della natura della montagna. È universalmente
ricordato per Il sergente nella neve, il racconto più commovente ed
epico della ritirata dalla Russia durante la Seconda guerra
mondiale. Sergente degli alpini, medaglia d'argento al valor
militare, durante l'ultima guerra ha combattuto sul fronte
francese, in Albania, in Grecia e, infine, in Russia, prima di
essere fatto prigioniero dai tedeschi ed internato per due anni in
Prussia orientale. Mario Rigoni Stern ci ha lasciato numerosi
romanzi e racconti, diversi dei quali ispirati alla guerra e al suo
ricordo. Tra gli altri ricordiamo Quota Albania e Ritorno sul Don,
senza dimenticare Storia di Tonle, un romanzo breve, ma intenso,
dove la Prima guerra mondiale fa da sfondo. Tonle è un personaggio
creato da Rigoni Stern, anche se in quel carattere forte e
profondamente riflessivo, in quel continuo errare nel mondo, in
quell'amore istintivo per le cose semplici della natura ci piace
rivedere un po' il nostro Autore. La storia è costruita attorno al
protagonista, un contadino veneto, pastore per intima passione,
contrabbandiere per necessità, venditore ambulante per sete di
avventura e, infine, buon vecchio radicato nella sua terra e nelle
sue tradizioni. Un personaggio mitteleuropeo che ha vissuto tra
Impero Austro-ungarico e Regno d'Italia, con una propria lingua e
un cuore aperto al mondo. Il romanzo è di una delicatezza
commovente, con una struttura narrativa fluida ed estremamente
efficace. Tonle ispira considerazione, rispetto e molta simpatia
per i suoi modi burberi con gli uomini e gentili con gli elementi
della natura, per la sua caparbietà quasi irritante e
l'intelligenza di chi, al di là dei confini in cui è costretto a
vivere e alle uniformi che ha dovuto indossare, si sente un
cittadino del mondo, anche nella sua misera e confortevole casetta
di paese. Un'odissea moderna, un mondo che scompare nella
deflagrazione della Prima guerra mondiale, un protagonista che
finalmente riesce a trovare la sua meta e la sua quiete. Nella
Storia di Tonle c'è tutto Rigoni Stern, la sua montagna, il suo
carattere di combattente e il suo forte sentimento di libertà e di
giustizia. Ci piace ricordare Rigoni Stern con uno dei personaggi
più riusciti che sia uscito dalla sua penna di scrittore, che quasi
in punta di piedi ci saluta "… appoggiato a un tronco, tranquillo e
con una pipa in mano".
a cura del
Ten.Col. CC Fausto Bassetta
NOVITA' EDITORIALI
Fabio Mini
Soldati
Einaudi editore,
2008, pagg.125,
euro 9,00
Il Generale di corpo d'armata Fabio Mini (già capo ufficio
documentazione e attività promozionale dello Stato maggiore
dell'Esercito negli anni '80, quindi ben attrezzato per
"comunicare" con il mondo esterno), ha recentemente pubblicato per
i tipi della Giulio Einaudi editore, un libro che intende
riflettere sugli oltre quarant'anni di vita da soldato.
Il testo (si apre con un prologo, prosegue con tre capitoli: le
missioni, soldati globali, soldati sul campo e che si chiude con
l'epilogo), che come giustamente riconosce l'Autore non vuole
essere una raccolta di memorie, rappresenta lo sviluppo, sotto il
profilo giuridico, culturale e sociale dell'Esercito italiano, cui
spesso la collettività riconduce sotto l'unico denominatore "Forze
armate".
Attraverso un crescendo lineare e di agevole lettura, in molti
tratti pure avvincente, che passa dall'evoluzione dello strumento
militare proiettato essenzialmente alla gestione delle
problematiche di una forza in "guarnigione", ove i tanti ragazzi
delle aree svantaggiate del Paese trovavano un luogo accogliente
(culturalmente avanzato) e gradevole in netta contrapposizione con
tanti altri che invece vivevano l'esperienza della "naja" come un
male foriero di tante problematiche, talvolta superabile con
qualche espediente giuridico che con impressionante rapidità il
sistema approntava.
Poi è arrivato, dal dopo guerra, il primo impegno fuori dal
territorio nazionale, che attirò l'attenzione - dei politici -
sugli effetti benefici sul sistema paese e nei rapporti con gli
altri Stati; l'impresa evidenziò, nel contempo, talune criticità
concernenti non solo gli aspetti del personale (la volontarietà e
la preparazione) ma anche i profili tecnologici degli armamenti e
dei mezzi sempre più inadeguati per assicurare una corretta
autodifesa nei Teatri ove ha pure operato, molti anni dopo con
ruoli di primaria importanza e con funzioni di raccordo
multilaterale lo stesso Autore che non manca di raccontare alcuni
simpatici aneddoti, che poi rappresentano aspetti non
marginali.
Proprio nelle guerre umanitarie, secondo la versione del Generale,
si misura l'efficienza e la capacità operativa delle Forze armate
perché non vi sono - per fortuna - altre evenienze per testare la
funzionalità operativa e logistica. è un percorso di sociologia
militare sereno e pacato che non fa sconti neanche agli ammiragli e
generali che sono quelli che in fondo influenzano le decisioni dei
politici.
Tutti noi, che operiamo in uniforme per la difesa della libertà
della collettività, non possiamo non condividere l'assunto
dell'Autore laddove recita "chi non è intriso di guerra e di morte
non può capire la pace".
Il testo conclude la panoramica con una speranza: l'integrazione
europea delle forze mobilitabili che sono costituite, già da oggi,
da persone con saldi valori e grande dedizione.
Il libro, in sintesi, è un viaggio veloce, direi col piglio
bersaglieresco, di un attento osservatore che pone nella giusta
luce, senza enfasi autocelebrativa, quindi poco utile, la crescita
dell'Esercito nel dopoguerra: dai coscritti ai volontari impegnati
su tanti fronti della comunità internazionale per realizzare la
"pace sociale".
Col. Bonfiglio Francesco
Maurizio Bortoletti
L'insicurezza quotidiana. Diritto alla sicurezza e
libertà dalla paura
Cuem editore,
2008, pagg. 170
euro 14,50
Quando si tratta il tema della sicurezza siamo di fronte ad una
domanda di conoscenza reale e non ideologica del fenomeno.
é sulla base di questa convinzione che si costruisce il lavoro di
Maurizio Bortoletti e sulla constatazione che, invece, spesso la
trattazione dei temi relativi alla sicurezza si risolve, il più
delle volte, in un manifesto di equivoci e semplificazioni
culturali che non aiutano un confronto rigoroso e, quindi,
necessario, alla comprensione di fenomeni assolutamente peculiari
della modernità che stiamo vivendo.
Il rischio, costantemente in agguato nel definire il profilo di
problematiche che incidono pervasivamente sulla qualità della vita,
modificando stili e modi di vita, è quello di confondere la causa
con l'effetto, consentendo, quindi, una rappresentazione rovesciata
della realtà ad uso e consumo di questa o quella posizione
ideologica e politica.
Così, affrontare questo tema focalizzando l'attenzione sulla
pericolosità sociale di alcune figure di immigrati, o
sull'incremento di reati come fenomeno conseguente alla maggiore
eterogeneità etnica e culturale che caratterizza le società
occidentali produce l'effetto perverso di contribuire a costruire
dei capi espiatori sui quali precipita il disagio e l'insicurezza
economica, culturale, esistenziale dell'individuo nella società
contemporanea.
In un momento di disgregazione identitaria che sta lacerando
l'Europa, l'autore sembra essere riuscito a disegnare chiaramente
il pericolo di un linguaggio che esclude l'altro in quanto reietto,
riuscendo a definire un criterio di inclusione dell'altro.
Questo percorso argomentativo conduce naturalmente l'autore ad
inquadrare correttamente la presenza irregolare di immigrati: il
fenomeno è assolutamente rilevante, seppure spesso quantificato con
una certezza che meriterebbe maggiore attenzione, ma non è la causa
della situazione di insicurezza ovunque avvertita, seppure con
diverse intensità, in tutta la penisola.
Per questo le soluzioni sbrigative e focalizzate solo su questa
problematica, elevata ad unico centro di responsabilità, oltre a
non essere evidentemente condivisibili, non sono neppure utili.
Meglio, il più delle volte rischiano di diventare inutili e
pericolose, perché come ogni iniziativa presentata in materia di
sicurezza finiscono naturalmente con l'illudere pericolosamente il
cittadino che, poi, si ritrova di fronte al permanere del problema,
ancor più impaurito e indifeso. è così che la politica del
risentimento riesce ad insinuarsi nei timori reali della gente, che
già si sente abbandonata in un mondo che è rapidamente cambiato e
che da troppo tempo attende risposte a paure, in tema di sicurezza,
troppo a lungo ignorate.
Simili iniziative estemporanee sembrano, appunto, come emerge dalla
descrizione che ne fa l'autore, la più chiara espressione di una
"navigazione a vista" in materia di sicurezza e rassicurazione, con
i cittadini "utenti e clienti" del sistema che apaticamente
assistono a ciò che passa, senza illudersi, oramai, che serva
veramente, che le cose possano cambiare sostanzialmente.
Assuefacendosi, in fondo, a questo mondo di ladri e di malviventi,
veri o presunti poco importa, mentre la fiducia scompare e, con
questa, inizia a morire pian piano la stessa società sempre più
impassibile e immobile di fronte ad un destino che sembra
ineluttabile.
Uno scenario in cui ciascuno è indotto ad arrangiarsi, con la
crescita esponenziale del "fai da te" in tema di sicurezza, che ha
come unico risultato quello di edificare bunker cities, fisiche,
sociali e psichiche sempre più impenetrabili, che segmentano ancor
di più, anche davanti alla sicurezza ed alla paura della
criminalità, una società già fortemente polarizzata.
Per questo, per recuperare la fiducia che appare come un
presupposto indefettibile di qualsiasi intervento pubblico in
materia di sicurezza e rassicurazione, occorre dedicare ai
cittadini, a ciascun cittadino, utente e cliente del sistema
sicurezza, una attenzione personalizzata.
L'indicato approccio "one to one", di una sicurezza cioè situata e
non perseguita attraverso programmi generalisti, appare una
proposta aperta a diversi, interessanti stimoli, quale quello,
prima di tutto, di una migliore cooperazione tra livello locale e
nazionale.
Una sicurezza "tagliata" come un "abito su misura", un prodotto,
quindi, di assoluto pregio, per recuperare la speranza ed
alimentare una fiducia, troppo spesso intermittente, seguendo
l'esortazione del Capo dello Stato nel Suo discorso alla fine del
2007:"…liberarsi dalle paure che non fanno ragionare e dai
particolarismi che non fanno decidere…".
Con due ultime, ma non per questo meno importanti, notazioni sullo
sfondo: meritocrazia ed efficienza soprattutto in un sistema di
sicurezza che risente, come tutto il sistema della Pubblica
Amministrazione, di problemi mai pienamente risolti in tema di
organizzazione e valutazione; migliore informazione, anche quando
vi sono da comunicare notizie scomode, per rinsaldare la
credibilità: maggiore formazione per la prevenzione, dedicata
soprattutto alle categorie più a rischio e alle vittime dei
reati.
Resta, solo, un'ultima considerazione: per affrontare con
razionalità il problema della sicurezza, prima di tutto è
necessario analizzare in modo sistematico gli scenari che si
presentano e, quindi, decidere di intervenire in modo integrato,
attraverso politiche sociali, politiche di prevenzione e politiche
di repressione.
Arnaldo Grilli
Antonio Picci
Il Carabiniere nella storia italiana
Herald editore,
2007, pagg. 318,
euro 30,00
Non si prenda questo volume come l'ennesimo studio sulla storia
dell'Arma dei Carabinieri, lo è, ma soltanto se lo si legge con una
nuova chiave di lettura che gli autori prospettano già nel titolo
"Il Carabiniere nella Storia Italiana".
La nuova chiave di lettura è fornita come risposta al seguente
quesito: è possibile comprendere le vicende dell'Arma prescindendo
dalle vicende italiane?
è, evidentemente, una questione metodica: porre in evidenza e, allo
stesso tempo, comprendere il come e il perché di determinati
sviluppi. Il libro, in tal modo, assume una chiara impostazione
didattico formativa che diviene peculiarità caratterizzante e
specificità esclusiva.
Tali caratteristiche sono evidenti nella stessa introduzione, là
dove si scrive che "è possibile affermare che è stato il
Carabiniere a prendere per mano gli italiani, nel momento in cui
divenivano tali", sottolineandone il loro nuovo essere di
cittadini. Una figura che si identificava con lo Stato nuovo, con
lo Stato Nazione. Una figura diversa dallo sbirro al servizio del
dominatore di turno, ma istituzionalmente dedita alla protezione
della popolazione, in pace e in guerra. Una figura che oltre ad
essere il braccio armato della Legge era anche Soldato per
l'impiego nel combattimento. Una figura unica al mondo, che nacque
nel lontano 14 luglio 1814, in uno Stato, quello Sardo che, assieme
all'Europa, stava vivendo il suo periodo più turbolento che seguiva
quello della Rivoluzione Francese, del Giacobinismo e, infine, di
Napoleone. Non solo guerre tra Stati ma anche civili tra forze del
mutamento socio politico e le forze della conservazione. Una figura
quindi che viene da lontano e che un saggio Rego-lamento, con
caratteri decisamente religiosi e austeri, elevava ad esempio di
vita.
Se si vuole comprendere il modo di esprimersi di tale figura nella
sua quotidianità passata e presente, è opportuno, dunque,
collocarla nello Spirito del po-polo nelle diverse situazioni
sociopolitiche militari. In tale quadro, le sintetiche note
storiche dell'Arma incarnate in quelle della Nazione, possono
contribuire a comprendere io Spirito dell'Istituzione, i suoi
comportamenti della storia "italiana ", nella sua globalità e nel
correre del tempo, in Italia e fuori, in pace e in guerra."
Ed è proprio con questa impostazione didattico formativa che i due
Autori espongono la storia dell'Ar-ma dall'epopea napoleonica alle
soglie del nuovo millennio, passando per il periodo giolittiano, le
due guerre mondiali, intervallate dal periodo fascista, la
ricostruzione con il miracolo economico, la doppia rivolta con la
notte della repubblica e la fine di un'era.
Nei tredici capitoli la storia dell'Arma viene incastonata nelle
vicende risorgimentali, in quelle belliche, nei tristi eventi della
criminalità organizzata o di quella terroristica e nei rapporti,
non sempre leciti, tra affari e politica.
Gli Autori sono consapevoli che solo una valutazione complessiva
del contesto storico riesce a trasmettere realmente quella che è
stata la grande funzione che ha avuto l'Arma dei Carabinieri nella
storia italiana: una cinghia di trasmissione di valori e di modelli
positivi che, da sempre, la popolazione italiana ha cercato di fare
propri.
Tale importanza è rimarcata nelle conclusioni "Il libro ha come
obiettivo prioritario quello di sommariamente trascrivere la storia
dell'Arma dei Carabinieri incarnata nella vita della Nazione e
della Patria italiana. Un'Ar-ma che, ancora oggi, fonda la sua
azione sui Valori della Tradizione. Un'Arma che comincia a formarsi
all'alba del Risorgimento, nella Gendarmeria del Regno Italico, nel
fragore delle guerre napoleoniche e delle idee di libertà dettate
dall'Illumi-nismo e dalla Rivoluzione Francese. Sarà l'intelligenza
di Vittorio Emanuele I a raccogliere uomini di virtù nel corpo dei
Carabinieri del Re. Essi accompagneranno la formazione dello Stato
italiano in pace e in guerra. Un 'Arma che, pur integrata nella
società, non sarà mai parte".
Roberto Saviano
Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di
dominio della camorra
Mondadori editore,
2007, pagg. 331,
euro 15,50
Un viaggio nel mondo della nuova camorra, dalla guerra di
Secondigliano e dall'ascesa del gruppo Di Lauro ai giorni di oggi.
Un'inchiesta su un'organizzazione criminale che attualmente poggia
la sua esistenza sul commercio economico delle merci "fresche" e
quelle morte: le prime - oggetti di plastica, abiti griffati,
videogiochi, orologi, tutti rigorosamente fasulli - giungono in
containers al porto di Napoli e vengono velocemente in-trodotte nel
mercato; le seconde - scorie chimiche, oli tossici, fanghi,
addirittura scheletri umani - ne fuoriescono illegalmente e
affluiscono nelle terre Campane, che avvelenano. Il "Sistema" - il
sostantivo che sostituisce il termine Camorra, ormai non più
utilizzato dai suoi affiliati - è un'organizzazione che oggi tutti
ritengono decaduta ma che invece ha superato Cosa Nostra per numero
di affiliati e giro d'affari. È un comitato d'affari che si
potenzia ogni giorno, non solo economicamente, ma anche
militarmente. L'opera ne descrive le gesta attingendo da
testimonianze e documenti, ma anche da leggende metropolitane,
spesso utilizzate come punto di partenza per ricerche approfondite
e valutazioni interessanti, proposte da un autore giovanissimo ma
attendibile (se non altro perché è nato e cresciuto nella terra che
descrive). La nuova camorra è un fenomeno criminale "profondamente
influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si
ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature
dell'immaginario, dai gangster di Taran-tino alle sinistre
apparizioni de 'Il corvo' con Brandon Lee. Figure come Gennari-no
McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo 'o
Mi-lionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati
potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da
uno sceneggiatore con troppa fantasia". Le ville che i boss
edificano sui medesimi terreni che hanno inquinato, sono "dimore
fastose e assurde - dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di
cemento e marmi preziosi - che non servono soltanto a certificare
un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni
messianiche, millenarismi oscuri".
Magg. Gianluca Livi
Pino Casamassima
Il libro nero delle Brigate Rosse
Newton Compton Editori,
2008, pagg. 433,
euro 5,90
In vendita unitamente al quotidiano "Il Messag-gero", ad un
prezzo molto competitivo, "Il libro nero delle Brigate Rosse" è un
interessante compendio sulla "banda armata più nota al mondo (non è
eccessivo parlare di fama planetaria: l'affaire Moro dette loro
visibilità da New York a Tokyo, da Mosca a Pechino)".
L'autore, scrittore e giornalista professionista, ha utilizzato
atti parlamentari, giudiziari, giornalistici, unitamente a
testimonianze dei protagonisti, che fossero ex terroristi, vittime
o parenti degli uni o delle altre, per scandagliare - con un
approccio distaccato ed asettico - le Brigate Rosse, dalle origini
del nucleo storico (composto da Renato, Mara Cagol e Renato
Franceschini), agli arresti del febbraio 2007, passando per le
timide apparizioni del 1970 (la prima operazione è il sabotaggio
dell'auto di Giuseppe Leoni, dirigente Sit Siemes), il primo
omicidio, il sequestro Moro, gli omicidi D'Antona e Biagi. L'opera
è suddivisa in 5 capitoli.
Nel primo, "La nascita e la propaganda armata", vengono dettagliati
i prodromi del nucleo terroristico senza tralasciare anche le fonti
di ispirazione ideologica degli anni immediatamente successivi al
secondo conflitto mondiale (un paragrafo, ad esempio, viene
dedicato alla "volante rossa", la famosa formazione comunista
armata "figlia naturale dei gruppi armati partigiani che dopo la
Liberazione non avevano reso le armi)".
Il successivo capitolo è interamente dedicato al sequestro di Aldo
Moro, impreziosito da una interessante e dettagliata cronologia dei
55 giorni di prigionia. L'autore, nel dare voce al brigatista
Moretti e alla consorte dell'Onorevole, Eleonora, fra le altre cose
cita la telefonata che il primo fece alla seconda, a sentenza di
morte già pronunciata: "Una comunicazione angosciata e angosciosa
nella quale - disperatamente, e a rischio di essere catturati da un
momento all'altro in una cabina in cui era stato consumato in
abbondanza ogni residuo di prudenza a livello di tempo, con la
possibilità sempre più concreta di essere intercettati dalla
polizia - si chiedeva che la DC facesse almeno un piccolo passo,
che desse un pur piccolo segnale, che cioè mettesse le BR nelle
condizioni di sospendere la sentenza di morte annunciata con tanto
di comunicato, senza perdere la faccia. Non si chiedevano più
scambi di prigionieri, ma parole che riconoscessero l'esigenza di
Italia di un Partito comunista combattente. Almeno questo, solo
questo. Parole che, per ottusità - nella interpretazione più
candida dei fatti - non furono pronunciate". Nel terzo capitolo,
"La deriva militarista e la ritirata strategica", viene descritto
il periodo del dopo Moro, una sorta di spartiacque tra le prime e
le nuove BR, non per questo meno intesno: "chi ricorda che la
stella si spense dopo Moro ricorda male: cambiò ma non perse
intensità di luce, anzi, la moltiplicò.
Fra le tante conseguenze del sequestro e l'omicidio del presidente
della DC, ci fu anche la formidabile attrazione che con
quell'azione le BR suscitarono fra i cani sciolti
dell'Auto-nomia".
Gli ultimi due capitoli, infine, sono dedicati alle nuove Brigate
Rosse delle quali vengono analizzati cronologicamente tutti gli
eventi: da quelli relativi alla (ri)costituzione della banda
armata, fino agli attentati e ai processi Biagi e D'Antona.
Nel capitolo, in chiusura, vengono anche riportate le scioccanti
dichiarazioni del senatore Cossiga, che nel gennaio del 2007
ritenne Germano Maccari responsabile dell'uccisione dell'Ono-revole
Moro ("Maccari è il cosiddetto quarto uomo del sequestro Moro. In
dissidio con Mario Moretti sulla decisione di uccidere l'ostaggio,
esce dalle BR e rimane fuori dalle inchieste per quasi vent'anni,
anche se finisce in carcere per altri fatti di terrorismo". Nel
1993 grazie a rivelazioni di altri terroristi reclusi "viene
accusato anche per i fatti di via Fani. Maccari inizialmente nega
il suo coinvolgimento nel sequestro Moro per poi
confessare").
Il volume, infine, si impreziosisce di brevi paragrafi molto
interessanti: "I protagonisti", nel quale vengono elencati tutti
gli esponenti delle BR, presenti e passati; "Cronologia delle BR"
ove vengono sinteticamente riepilogate tutte le azioni del
movimento terroristico, dagli contenuti interventi degli esordi,
alle operazioni più efferate degli anni successivi; "Ritratto dei
terroristi da giovani", il quale, pur essendo dedicato ai soli
Curcio e Cagol, risulta assai prezioso per capire quali siano stati
i prodromi ideologici da cui ha mosso i primi passi la prima
incarnazione del movimento terroristico.
Un'opera consigliabile tan-to a chi legge per la prima volta
scritti dedicati al terrorismo, quanto a chi ne ha già letti, se
non altro perché propone una situazione aggiornata ai giorni
d'oggi: gli ultimi eventi descritti, infatti, risalgono al 12
febbraio 2007, quando verranno arrestati numerosi esponenti di una
nuova incarnazione delle Brigate Rosse: non epigoni delle BR
sgominate nel 2003, bensì "una nuova formazione che si sarebbe dato
il nome di PCPM (partito comunista politico militare)".
Magg. Gianluca Livi
Yahya Pallavicini
Dentro la moschea
Bur editore,
2007, pagg. 516,
euro 10,80
Nato da madre giapponese e padre italiano, Yahya Sergio Yahè
Pallavicini è musulmano fin dalla nascita, avvenuta sul suolo
italiano nel 1965.
Attualmente è l'imam della moschea Al-Wahid di via Meda a
Milano.
Dal 2006, è consigliere del Ministero dell'Interno nella Consulta
per l'Islam italiano ed è presidente del Consiglio ISESCO per
l'educazione e la cultura in Occidente.
Non nuovo ad uscite editoriali dedicate al mondo dell'islam (suo il
volume "L'Islam in Europa".
Riflessioni di un imam italiano", edito nel 2004 da Il Saggiatore),
egli persegue lo scopo, con questo "Dentro la moschea", di guidare
il lettore italiano nel mondo dell'Islam, nient'affatto conosciuto,
spesso sovraccarico di luoghi comuni e oggetto di giudizi
affrettati.
L'opera può essere suddivisa in tre parti: nella prima egli fa
compiere al lettore un viaggio per scoprire non solo come è fatta
una moschea, ma anche e soprattutto chi la frequenta, come, quando
e perché vi si prega; nella seconda parte è descritta la comunità
musulmana a cui l'autore appartiene e si trattano argomenti
variegati, tutti di estrema attualità: la nascita e la morte; il
ramadan; il pellegrinaggio, la questione del velo; la vita dei
giovani musulmani nelle strutture scolastiche.
Tutti argomenti di estrema attualità che l'autore ha peraltro
scelto di far narrare agli stessi frequentatori della moschea,
donne e uomini musulmani tutti di nascita occidentale.
Infine, egli propone al lettore i sermoni di venticinque imam
italiani, nei quali tanto sono tratteggiati i dettami di vita
pratica, quanto è richiamata la sapienza dei profeti.
Il libro risulta essere interessante, non solo perché divulga la
duplice espressione della testimonianza e della dichiarazione di
fedeltà a Dio, ma anche perché tratteggia un Islam più vicino a noi
- in primis poiché praticato da Musulmani italiani, in secondo
luogo perché professato sul suolo italiano - che vive e cresce
cercando e auspicando un'integrazione con gli esponenti di altre
religioni.
Magg. Gianluca Livi
Vincenzo Maddaloni
Amir Modini
L'atomica degli Ayatollah - Il ruolo strategico
dell'Iran, la crisi con gli USA, tutti i rischi di una nuova guerra
preventiva
Nutrimenti editore,
2007, pagg. 333,
euro12,50
Vincenzo Maddaloni e Amir Modini sono due persone dal substrato
culturale e religioso molto diverse: il primo, giornalista, alla
fine degli anni Settanta è stato inviato da Teheran (ove ha
raccontato la caduta dello Scià e la comparsa di Khomeini) e,
successivamente, dall'Iran, Varsavia e Mosca. Successivamente, è
stato capo-redattore di Famiglia Cristiana nonché uno dei membri
fondatori del World Political Forum, presieduto da Mikhail
Gorbacev. Il secondo, nato in Iran, ha compiuto studi islamici
presso l'Istituto al-Farabi di Palermo e l'università La Sapienza
di Roma ed è autore di numerose pubblicazioni sulla cultura e sui
problemi mediorientali, diffuse in Europa, negli Stati Uniti e in
Medio Oriente, che visita periodicamente per questioni legate al
suo lavoro. Vincenzo Maddaloni è cristiano, Amir Modini è
musulmano. Pur muovendo da prodromi di partenza completamente
diversi, riconducibili alla differente estrazione religiosa, i due
affrontano il tema dell'opera con egual slancio e volontà
collaborativa: dopo che il regime degli Ayatollah ha rimosso i
sigilli internazionali ai propri impianti nucleari e si sta
indirizzando alla produzione della bomba atomica, i paesi sunniti
limitrofi, Arabia Saudita e Giordania, vivono con apprensione la
grande espansione sciita, mentre George Bush ha dichiarato di
essere disponibile a tutto, anche ad intraprendere ennesime azioni
belliche, pur di difendere gli interessi americani nell'area. In
tale veduta internazionale, i due autori cercano di analizzare le
conseguenze geopolitiche di un eventuale conflitto contro Teheran,
cercando anche di dissipare dubbi e perplessità legate al
complicato scenario mediorientale. Essi sembrano voler suggerire di
trasporre su vasta scala, i punti fermi del loro rapporto:
comunicazione, comprensione, tolleranza. Una politica del dialogo
tra culture, religioni e nazioni differenti, è reputata da entrambi
- e in egual misura - oltremodo necessaria se si vuole perseguire
lo scopo di sottrarsi da una politica non solo di conflitto
ideologico, ma anche, e soprattutto, di natura bellica.
Magg. Gianluca Livi
Vincenzo Maria Mastronardi
Rubin De Luca
Moreno Fiori
Sette sataniche
Newton Compton editori,
2008, pagg. 446,
euro 5,90
Convenzionalmente, con il termine satanismo si indica il culto
religioso che venera la divinità del male attraverso varie forme di
associazione e di riti. Alla base dello stile di vita dei seguaci
del satanismo vi sono comportamenti, atteggiamenti e costumi in
totale antitesi con i valori del cristianesimo e dell'etica
tradizionale. Il satanismo si estrinseca in una molteplicità di
manifestazioni: dal complesso musicale di rock satanico, ai più
spietati e disumani eventi omicidiari, passando per la
manipolazione mentale, la stregoneria, la possessione demoniaca, le
perversioni sessuali (in particolare, la pedofilia), gli inganni
velenosi della tossicodipendenza.
Non tutte le sette sono sataniche e non tutte le sette sataniche
sono dedite alla commissione di crimini: scopo principale di
quest'opera è proprio quello di evitare facili generalizzazioni,
separando la cronaca dallo scoop giornalistico e dalla voce
popolare. Dietro alla commissione di crimini e alle sofferenze
cagionate a terzi, più che una cieca devozione al maligno, si
nascondono vere e proprie patologie mentali. Il culto satanico
rappresenta, per queste persone, non già una fede di vita, ancorché
deprecabile, ma semplicemente un pretesto per dare sfogo alle loro
macabre fantasie. Gli autori propongono stralci della cronaca nera
degli ultimi 200 anni analizzando, tra gli altri, le efferatezze di
Jack lo Squartatore, le gesta inconsunte delle "bestie di satana",
gli eventi seriali del mostro di Firenze. A quest'ultimo, in
particolare, essi dedicano l'intera seconda parte del volume:
proponendo un'analisi delle modalità e illustrando le indagini e le
ipotesi investigative, gli autori giungono alla conclusione che
dietro agli efferati delitti delle coppie, si celi un'ipotetica
setta esoterico-massonica.
Moreno Fiori è dottore in Teologia e demonologo, mentre Ruben De
Luca è psicologo e criminologo e collabora con l'Osser-vatorio dei
comportamenti e della devianza presso la facoltà di Medicina
dell'Università di Roma "La Sapienza". È autore di diverse opere
tra cui il recente "I serial killer", edito sempre da Newton
Compton in coppia con Mastronardi. Quest'ul-timo, psichiatra,
psicoterapeuta e criminologo, è docente di criminologia presso
l'Università di Roma Tre, nonché titolare della cattedra di
psicopatologia forense, direttore dell'Os-servatorio dei
comportamenti e della devianza, direttore del Master in Scienze
criminologico-fo-rensi presso la Prima facoltà di Medicina
dell'Università di Roma "La Sapienza".
Con la Newton Compton, oltre al titolo realizzato in coppia con De
Luca, ha pubblicato "Terroristi".
Magg. Gianluca Livi
Betancourt Ingrid
Lettera dall'inferno a mia madre e ai miei
figli
Garzanti editore,
2008, pagg. 81,
euro 11.00
Il 22 febbraio 2002, Ingrid Betancourt - all'epoca candidata
alla presidenza della Repubblica di Colombia - veniva sequestrata
dal FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), gruppo
terroristico che da anni tiene in ostaggio diverse centinaia di
persone.
Dopo più di 5 anni, le trattative condotte con i terroristi per
liberarla non hanno portato ad alcun risultato concreto. Scritto il
24 ottobre 2007 ed indirizzato a Yolanda Pulecio, a Mélanie e
Lorenzo Betancourt, rispettivamente la madre e i due figli
dell'autrice, il testo - unitamente ad un documento videografico e
ad alcune fotografie - è stato sequestrato nel corso di
un'operazione di polizia che ha portato all'arresto di alcuni
guerriglieri.
Nel giro di un paio di mesi, il governo Colombiano ha deciso di
inviare una copia del manoscritto alla famiglia della prigioniera.
Garzanti ne pubblica la traduzione integrale, rigorosamente
autorizzata dai familiari dell'ostaggio. L'opera ha un duplice
valore: rappresenta, per un verso, una prova dell'esistenza in vita
della sequestrata; per un altro, testimonia tanto le tragiche
sofferenze dei prigionieri, quanto l'esaltazione del valore della
vita, del senso di libertà, della dignità personale, della
volitività interiore.
A pochi giorni dalla sua prima pubblicazione in un Paese
occidentale (la Francia, ove è immediatamente schizzato ai primi
posti di vendita nelle classifiche dei libri più letti), il volume
ha avuto il merito di spingere l'opinione pubblica alla
mobilitazione: grazie alla sua pubblicazione, infatti, la campagna
per la liberazione degli ostaggi delle FARC è stata energicamente
ripresa ed è considerevolmente aumentata la pressione sul governo
colombiano affinché venissero riaperte le trattative per la
liberazione.
Magg. Gianluca Livi
Giuseppe De Lutiis
Il Golpe di via Fani
Sperling & Kupfer editore,
2007, pagg. 326,
euro 16,00
Giuseppe De Lutiis, storico, esperto di intelligence, è uno
studioso dei fenomeni legati al terrorismo e all'eversione, già
consulente della Commissione Mitro-khin e della Commissione
parlamentare sulle Stragi.
Grazie alla documentazione raccolta da quest'ultima, l'autore
ricostruisce il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, cercando di
chiarirne gli aspetti poco chiari.
Ad esempio, l'autore dubita che il covo di via Montal-cini fosse
l'unica prigione in cui lo statista fu segregato.
L'opera è frutto di una ricerca molto accurata dalla cui lettura
emergono riflessioni inedite concernenti anche la politica
internazionale.
Quando Moro fu ucciso, infatti, le due grandi potenze avevano
ipotizzato un consolidamento del partito comunista in Italia,
temendo i suoi riflessi sul piano internazionale: gli Stati Uniti
ritenevano che un rafforzamento di un'ideologia influenzata dal
comunismo, in un paese come l'Italia, determinasse una frattura
insanabile in seno allo schieramento occidentale; l'Unione
Sovietica, da parte sua, prevedeva che una forte presenza
dell'ideologia comunista in seno ad un paese occidentale, avrebbe
incentivato aspirazioni di autonomia dei paesi satelliti. Per
questi motivi, l'autore attribuisce alla scuola di lingue parigina
"Hyperion", il cui figura ruolo non fu mai chiarito del tutto, una
posizione di mediazione fra servizi segreti degli opposti
schieramenti.
Un libro che sarebbe riduttivo liquidare come l'ennesimo e già
ascoltato resoconto sugli anni di piombo che, invece, colpisce per
la validità dei temi affrontati e l'intelligenza con cui vengono
discussi.
La sua lettura è consigliabile all'appassionato cultore della
materia, che avrà modo di integrare informazioni già in suo
possesso, e non anche a coloro che si accostano per la prima volta
al tema trattato, per i quali si consigliano testi meno audaci ed
intrepidi. Per costoro, in sintesi, l'opera non potrebbe costituire
un punto di partenza per successivi approfondimenti ma, anzi,
rischierebbe di fornire un punto di partenza già schierato ed
inquadrato.
Magg. Gianluca Livi |