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Letteratura
"Andando in una caserma per qualche tuo affare d'importanza tu
pensi naturalmente di doverti rivolgere al colonnello, che
risponderà esaurientemente a ogni tua questione, o a ogni tuo
desiderio. Dopo averti ricevuto con molta garbatezza egli ti farà
introdurre per mezzo dei suoi piantoni da un aiutante maggiore in
prima. Ed anche questo sarà teco pieno di cortesia e non lesinerà
sui minuti di cordiale conversazione. Infine suonerà un campanello
e venuto il piantone tu sarai introdotto da un aiutante maggiore in
seconda. Qui, per quanto l'ufficio sia un po' meno tranquillo degli
altri, pure ti sarà fatta ottima accoglienza, e concludendo ti si
indicherà di rivolgerti da un certo maresciallo o un semplice
sergente che sia. La stanzetta di questo ultimo la troverai piena
di gente che va e che viene e sui tavoli vi vedrai ammassate
migliaia e migliaia di carte. Il maresciallo o il sergente sarà
dietro a scrivere, l'ascoltatore in una mano, e al tempo stesso
risponderà ad uno che lo consulta.
Ti converrà aspettare non poco in un angolo, ma se prendendo il
momento buono ti avvicinerai a lui e in quattro parole gli farai la
tua richiesta, egli con altre quattro o meno se potrà, ti dirà
chiaro e tondo il fatto tuo."
Aldo Palazzeschi
Due imperi … mancati (L'opera è in
libreria nella collana Oscar scrittori moderni della Mondadori al
prezzo di euro 8,26)
Anche Aldo Palazzeschi si è cimentato con un libro di guerra,
descrivendo la sua esperienza militare durante la Prima guerra
mondiale. Non è un'esperienza eroica, né un'esaltazione roboante
dell'intervento bellico contro gli Imperi … centrali. L'opera è
indubbiamente un atto d'accusa che, al di là di ogni retorica,
vuole mettere a nudo le ipocrisie, la tragicità degli eventi, e
l'immane catastrofe che ha coinvolto un intero continente. A
momenti di prosa, dove la pungente ironia dell'Autore giunge quasi
ad un sarcasmo dissacrante, si alternano pagine poetiche che
materializzano in poche righe una profonda angoscia umana. La
sensibilità di Palazzeschi, il suo radicato senso etico, il suo
impegno morale emergono con vigore e determinazione, non lasciando
scampo al lettore, chiamato a confrontarsi costantemente con il
bene e con il male. Mirabili le pagine che definiscono alcuni
aspetti antieroici della vita militare, l'ambiente delle retrovie,
delle caserme e dei distretti, dove lontani dal fronte si consumano
piccole e grandi nefandezze e le miserie umane sembrano quasi
amplificate nel loro lato negativo da quello che, invece, si vive
lontano sul fronte di guerra. Palazzeschi descrive con efficaci
sfumature psicologiche la vita di relazione all'interno delle
caserme, dando un'interpretazione tutta sua della via gerarchica,
dipingendo con poche ma incisive pennellate le figure principale di
questo mondo, tra le quali quelle degli ufficiali, classificati
secondo un'originale visione degli uomini e delle loro passioni.
Due imperi … mancati è certamente una lettura fuori dal coro
propagandistico, una rilettura spietata dei tempi e degli eventi,
una giusta pausa di riflessione per poter inquadrare, secondo tutte
le prospettive interpretative, un periodo storico tra i più
tormentati e significativi.
"Poi Cosmo dice forte di mettersi tutti ritti e chi ha il cappello
se lo tolga. E dice chiaro che i partigiani Blister e Jack del
plotone di Treviso, rei confessi di rapina ai danni di questa brava
gente che è dei nostri, saranno fucilati in forza dell'articolo
tale del bando tale."
Beppe Fenoglio
Appunti partigiani, '44 - '45
(L'opera è in libreria per i tipi Einaudi al prezzo di euro
7,50)
Appunti partigiani è il primo racconto sulla Resistenza di Beppe
Fenoglio, scritto di getto sui fogli dei registri di conto tenuti
dal padre macellaio. Nel racconto c'è tutta l'epopea partigiana che
sarà mirabilmente narrata del romanzo maggiore, Il partigiano
Johnny. Tutti i temi cari all'Autore appaiono nella loro quotidiana
immediatezza e nella semplicità descrittiva di uno stile asciutto
ed essenziale: la lotta, solitaria e coraggiosa, di pochi uomini
male armati e peggio equipaggiati, la repressione determinata e
spietata, i boschi e gli ambienti naturali delle Langhe, l'amicizia
sincera e la solidarietà che si scontrano con una realtà drammatica
e feroce. La profonda umanità che traspira dal racconto è l'unico
antidoto contro la brutalità del presente, la necessità di
combattere con altrettanta ferocia e determinazione, i processi e
le esecuzioni sommarie per mantenere un livello minimo di
disciplina ed efficienza operativa. Sullo sfondo una popolazione
umiliata e sofferente, ma dignitosa nell'intima resistenza del
proprio animo. Il racconto richiede la partecipazione del lettore e
scorre nelle poche pagine con il vigore di un torrente in piena.
Non si può rimanere indifferente agli Appunti partigiani e,
soprattutto, non si può non continuare a scoprire Beppe Fenoglio e
il suo mondo narrativo, sospeso tra l'epico e il fantastico: quale
migliore preludio alle sue opere più impegnative.
"Due carabinieri condussero il tenente colonnello verso la riva
del fiume. Camminava nella pioggia, vecchio, a capo scoperto, con
un carabiniere per parte. Non vidi la fucilazione ma udii gli
spari. Stavano interrogando un altro. Anche questo ufficiale si era
allontanato dalle sue truppe. Non gli permisero di dare una
spiegazione. Quando lessero la sentenza sul notes pianse e quando
lo fucilarono stavano interrogandone un altro. Facevano in modo di
essere occupati ad interrogare il prossimo mentre veniva fucilato
quello che era stato interrogato prima. In questo modo era evidente
che non potevano ripensarci. Non sapevo se aspettare
l'interrogatorio o tentare subito la fuga. Era evidente che secondo
loro ero un tedesco in uniforme italiana, vedevo come lavoravano i
loro cervelli; posto che avessero cervelli e che lavorassero. Erano
tutti giovani e stavano tutti salvando la patria. Il secondo
esercito andava ricostruito di là del Tagliamento."
Ernest Hemingway
Addio alle armi
(L'opera è in libreria nella collana Oscar classici moderni della
Mondadori al prezzo di euro 8,40)
La Prima guerra mondiale, combattuta sul fronte italiano,
campeggia in uno dei più bei romanzi di Ernest Hemingway. Un
romanzo di guerra, ma anche d'amore, dove la storia tra un
ufficiale di sanità, volontario di guerra, ed un'infermiera,
entrambi stranieri, si intreccia e si dipana attraverso i tragici
eventi della disfatta di Caporetto e della ritirata oltre il Piave.
La densità e la drammaticità della narrazione scorre velocemente
sulla punta di una penna quanto mai felice ed efficace. Il romanzo
può leggersi d'un fiato, ma - talvolta - si è quasi costretti ad
interrompere l'appassionata corsa letteraria, perché la riflessione
reclama un adeguato spazio. La riflessione è necessaria per rendere
merito ad una trama narrativa che coinvolge il lettore nella sua
più profonda umanità. Molti sono i temi che Hemingway affronta nel
suo romanzo, dalla guerra all'amore, dalla vita alla morte, dal
coraggio alla codardia. È un racconto che punta su un vissuto
sentimentale che non lascia campo ad ambiguità di sorta ed è
costruito sulla costante comparazione degli opposti, in una
dinamica dicotomica dove si incontrano e si scontrano gli estremi.
All'interno del romanzo c'è tutto il mondo militare, le sue regole
e la sua disciplina, il cameratismo e il senso del dovere, l'aspro
combattimento e il coraggio, ma anche l'assurdità di alcune
decisioni, la disumanità dell'intervento repressivo, la
vigliaccheria e la fuga, l'"imboscamento" e la diserzione. In
questo scenario, dove si tocca con mano la precarietà
dell'esistenza e la violenza ingiustificata, l'Autore inserisce una
tenerissima storia d'amore che, però, non riesce a sfuggire alla
drammaticità dei tempi. Il titolo del romanzo sembra proprio
evocare un senso di profonda disfatta che coglie l'uomo di fronte
alla fatalità degli eventi ed alla sovrumana forza degli
accadimenti. Addio alle armi , allora, suona come una rinuncia alla
lotta, un abbandono disperato ad un destino infausto, una rinuncia
ad inseguire ancora la propria felicità. Rimane - però - come
motivo dominante di tutto il romanzo, quasi in controluce, la forte
aspirazione a qualcosa di migliore, la rinuncia alla violenza e il
profondo senso della vita.
"Il 15 gennaio 1943 la forza organica del corpo d'armata alpino sul
fronte russo (compresi gli ufficiali, le truppe e i servizi del
comando della grande unità) si aggirava sui 56.000 uomini. Ogni
divisione alpina aveva una forza di circa 16.000 uomini.
Sul finire della ritirata, dal 31 gennaio al 2 febbraio, 'da
Scebekino vengono sgombrati su Kharchov 7.571 tra feriti e
congelati. Con la colonna (del corpo d'armata alpino, o meglio
della Tridentina) sono sfuggiti all'accerchiamento oltre ai feriti
e ai congelati spedalizzati: 6.500 uomini della tridentina, 3.300
della Julia, 1.600 della Cuneense, 1.300 della Vicenza, 880 del
corpo d'armata e suoi servizi, 8-9.000 tedeschi, 6-7.000
ungheresi'.
Perdite complessive del corpo d'armata alpino in ufficiali e
soldati morti o dispersi, feriti o congelati: 43.580, pari a circa
l'80 per cento."
Nuto Revelli
La strada del davai (L'opera è in
libreria per i tipi Einaudi al prezzo di euro 12,50)
Nuto Revelli è stato un ufficiale in servizio permanente
effettivo degli alpini, ha partecipato alla campagna di Russia
durante la Seconda guerra mondiale ed ha vissuto la tragica epopea
della ritirata del corpo d'armata alpino. Rientrato in patria ha
combattuto nella Resistenza, lasciandoci una testimonianza per
molti aspetti unica dell'impegno come militare, come patriota e
come uomo di principi incrollabili. Revelli ha vissuto in prima
persona una vicenda esistenziale irripetibile, che ha condensato in
molte opere, tra le più significative di quel periodo storico.
Autore, tra l'altro, di Mai tardi, con La strada del davai ha
voluto dare voce anche agli altri protagonisti di quelle tragiche
vicende. L'opera è un insieme di racconti brevi, tratti dalla
diretta narrazione degli interessati, che compongono un quadro
quanto mai completo di fatti, personaggi e vicende di guerra. Sono
42 storie, tutte differenti e tutte in qualche modo simili nella
sofferenza e nel ricordo di chi le ha vissute, tanti piccoli
frammenti che rappresentano uno scenario complessivo di fame, di
freddo, di fuga disperata dalla prigionia e dalla morte. Sono 42
storie, potrebbero essere anche molte di più, ma sono già di per sé
sufficienti a lanciare un chiaro messaggio che ognuno di noi ha il
dovere di raccogliere. Avanti, cammina (come si potrebbe tradurre
la parola russa "davai"), sembra voler dire l'opera al lettore che
si accinge a ripercorrere più volte lo stesso cammino, ma ogni
volta con qualcosa di più nel cuore e nell'animo. La lettura sembra
trasmettere una forza d'animo, analoga a quella che ha sostenuto
migliaia di uomini dispersi nel bianco e gelido inverno russo. Essa
è un arricchimento costante che non lascia indifferenti, che
provoca talvolta un senso di reazione per tanto dolore, ma anche
una consapevolezza più matura. La strada del davai è un'opera che
lascia il segno, una testimonianza che va coltivata e tramandata,
una radice tra le più belle e solide sulla quale oggi germogliano i
nostri frutti. Lo stile diretto ed essenziale di Revelli rende la
lettura piacevole e coinvolgente, senza pause retoriche o
stilistiche. Non si finirebbe mai di leggere libri come questi.
a cura del
Ten.Col. CC Fausto Bassetta
Novità editoriali
Loris D'Ambrosio
La pratica di polizia giudiziaria
CEDAM editore,
2007, pagg. 1000,
euro 70,00
Sono trascorsi quasi dieci anni dall'ultima edizione del
fortunato testo "La pratica di polizia giudiziaria", pubblicato,
per la prima volta, in concomitanza con l'entrata in vigore
dell'attuale codice di rito.
Fu un manuale che ebbe, da subito, notevole successo e grande
attenzione per la chiarezza con cui riuscì a disvelare anche le più
recondite coordinate giuridiche di complessa lettura e di ardua
applicazione per "gli addetti ai lavori" che muovevano, preoccupati
ma pieni di grandi aspettative, i primi passi con un codice
innovativo e frutto di decenni di lavori parlamentari, quindi
sintesi di moltepici componimenti.
Le varie edizioni, che si sono succedute nel tempo, anche sulla
base di puntuali stimoli degli studiosi e degli operativi correlati
anche all'incessante opera - credo senza precedenti nella storia
codicistica - di adeguamento alle interminabili novelle ed
interventi correttivi dei Giudici costituzionali. Tale circostanza
ha imposto, specie nell'ultima edizione, la sesta, la produzione di
più fascicoli di aggiornamento, finalizzati a fare un vero
restailing del libro base; questo viene evidenziato perché è un
fatto molto raro nel settore giuridico-editoriale. Pertanto, dopo
un lungo lavoro di reimpostazione e di aggiornamento il Consigliere
D'Ambrosio, rispondendo alle pressanti richieste degli operatori di
settore, ha ora licenziato la nuova edizione che nasce, rinnovando
il suo noto pragmatismo, attraverso il filtro della personale
esperienza maturata anche a contatto (forse, soprattutto) con la
polizia giudiziaria che opera ai vari livelli di
competenza/responsabilità e gli studenti del mondo
universitario.
Il nuovo e corposo libro, registra con chiarezza e semplicità,
senza sfociare nell'ovvio, il complesso divenire del processo
penale, in tutte le sue articolazioni, quindi ivi compresa quella
del Giudice di pace, dove è rilevante (innovativo) il ruolo e
l'apporto della polizia giudiziaria e su cui ci sono ancora grosse
aspettative deflazionatorie del legislatore.
Questa nuova edizione, davvero integralmente rivista, anche sotto
il punto di vista organizzativo ed espositivo in quanto è
articolata in due tomi, di cui il primo, ovviamente più corposo, di
fatto costituisce più di un manuale di procedura, mentre il secondo
ha una sua autonoma ripartizione che ricomprende, esaurientemente,
le sintesi ragionate, quindi in modo comprensibile e facilmente da
interiorizzare, gli istituti processuali, illustrati con un
linguaggio stimolante nella lettura, vari prospetti delle
competenze fra i diversificati soggetti della giurisdizione e della
p.g., completato con innumerevoli schemi redazionali di atti di
polizia giudiziaria. Colpisce, subito, durante la scorrevole
lettura del primo tomo (articolato in ben 15 capitoli, con
dettagliato indice analitico), l'appassionante esame dei singoli
istituti portanti e collaterali, nati dal codice stesso ovvero
costruiti in questi quasi trent'anni di applicazione,
dall'incessante diritto giurisprudenziale.
L'Autore, con la mano ferma dell'esperto chirurgo, incide i vari
profili codicistici senza per questo rendere il testo di complessa
analisi ed interpretazione, anzi è riuscito a legare ad un lungo
filo lo sviluppo processuale, senza tralasciare alcunché. è questa
semplicità di linguaggio (amplificata da una pertinente e
differenziata grafica che ne facilita la lettura e la ricerca) che
riesce a trasformare gli aspetti più difficili in concetti di
agevole approccio, rendendo il testo un chiaro e sicuro riferimento
per quanti sono chiamati, a vario livello e titolo, quotidianamente
e sul battere frenetico della concreta emergenza operativa, ad
applicare le norme processuali; per questa ragione molti Comandanti
di Stazione Carabinieri ne hanno fatto uno strumento di lavoro
ponendolo al fianco del loro divenire professionale per sostenerne
proficuamente lo sviluppo processuale dal suo innesco
(fondamentale).
La predetta semplicità non va, in alcun modo, ad incidere sulla
scientificità del manuale, molto valido per una vastissima fascia
di persone, riconducibile non solo a chi è chiamato ad applicare le
norme processuali (magistrati e polizia giudiziaria) ma anche a
coloro i quali desiderano affrontare esami universitari, concorsi
di secondo livello, etc. Infatti, lo studioso, appartenente a
qualsiasi taglio culturale e senza uno specifico background (anzi,
a costoro ne è facilitato l'apprendimento guidato), è in grado di
cogliere dall'esame manualistico tutte le spigolature dottrinali e
giurisprudenziali, frutto di una seria ricerca
multisettoriale.
Non mancano chiari e continui riferimenti, opportunamente
dettagliati, anche ad altre partizioni del diritto sostanziale (non
solo penale, che è pure presente con una serie interminabile di
situazioni concrete), fra cui segnaliamo gli inediti richiami al
diritto disciplinare della polizia giudiziaria (a proposito, è da
notare che l'ampia e documentata elencazione delle categorie
interessate, con puntuali riscontri giuridici, molti dei quali
introvabili, perché risalenti negli anni, è sicuramente esaustiva
ed illustrativa dei differenti ruoli operativi e l'ampiezza dei
relativi "poteri"). Tali aspetti peculiari, che hanno rilevanti
incidenze sullo stesso stato giuridico della polizia giudiziaria
(ivi inclusi i soggetti che esercitano funzioni a competenza
limitata), sono trattati con appropriati agganci applicativi atteso
che la normativa di settore manca di ulteriori momenti esplicativi
ed è stata pure oggetto di interventi additivi da parte della Corte
costituzionale. Non mancano, in tutto lo sviluppo del manuale,
continui approfondimenti speculativi alla luce della più recente ed
importante interpretazione giurisprudenziale della Corte suprema e
delle più significative novelle che, pur non afferenti il sistema
processuale, hanno con esso continui e qualificanti momenti di
scambio operativo e cognitivo, atteso che il testo si rivolge anche
a quella parte (considerevole).
Sono di ampio rilievo gli innumerevoli suggerimenti pratici,
collocati nelle varie partizioni, per l'avvio di particolari
tecniche investigative (compresa la piena utilizzabilità degli atti
compilati), indispensabili per realizzare un efficace reticolo
probatorio.
Qualche ulteriore breve notazione va dedicata al secondo tomo che
rappresenta il vero momento pratico (è una esauriente raccolta di
tecnica-professionale) della procedura penale, senza per questo
scendere nel vago e tedioso tecnicismo. è in questa parte che si
può trovare una ricerca esemplificativa per l'operatore di polizia
giudiziaria, ai vari livelli di competenza, per trasformare in atti
e momenti processuali, l'agire quotidiano sul campo. Nel complesso,
l'esperto Autore, Magistrato dalla diversificata e sedimentata
esperienza professionale ed universitaria, ha pienamente conseguito
l'obiettivo posto sin dalla prima edizione dell'analogo testo:
rendere aderente e comprensibili le complesse regole del diritto
processuale penale, per una spedita azione investigativa nel quadro
generale dei principi costituzionali in tema di " responsabilità
penale e giusto processo".
Col. Francesco Bonfiglio
Pietro Grasso
Francesco La Licata
Pizzini, veleni e cicoria. La mafia prima e dopo
provenzano
Feltrinelli editotre,
2007, pagg. 174,
euro 13,00
Sulla mafia, sul suo divenire nel tempo, certamente non mancano
i testi che ne tracciano la storia e la interpretata strategia, ma
l'opera di Grasso e La Licata riempie un vuoto nel panorama
editoriale nel disegnare l'evoluzione complessiva e lo stato
dell'arte basato su recentissimi accadimenti giudiziari che fanno
il punto di situazione della struttura del sodalizio di ieri, di
oggi e ne spiega le possibili proiezioni, per una valida azione di
contrasto.
Il libro molto affascinante nella lettura, si compone in una lunga
conversazione tra il Procuratore Nazionale Antimafia Grasso, per
tanti anni apprezzato responsabile della Direzione Distrettuale
Antimafia di Palermo, con il noto giornalista
La Licata profondo conoscitore - come pochi - della mafia sotto il
profilo della cronaca giudiziaria nel suo - purtroppo - antico
sviluppo.
Il lungo filo del testo, che riannoda le varie fasi che hanno
costituito l'insieme della cattura di Provenzano, su cui è fornito
un profilo, per certi versi inedito, le problematiche sull'ordine
pubblico, le difficoltà operative ed un quadro aggiornato di cosa
nostra, lancia grandi speranze sul futuro della Sicilia.
è in cinque partizioni che si snoda il saggio ed in cui sono
snocciolati, in modo appassionante, le varie problematiche connesse
con l'arresto del latitante, con la sua figura, con le tante e
poliedriche criticità sociali senza tralasciare le vischiose
contiguità con il "palazzo", tutti aspetti che confluiscono in un
sistema criminale che minaccia la stessa democrazia della
Repubblica.
Non è un diario degli avvenimenti, redatto in modo meccanico, ma
assurge quasi ad un manuale scientifico per la presa di contatto e
la ricerca delle "scie", spesso fumose che conducono
inevitabilmente, ma arduamente, al ricercato. Ed è proprio la
persona tanto nascosta e tutelata sul suo territorio sul quale
vuole comunque esercitare, secondo la visone "proprietaria" di cosa
nostra, il controllo illegale, sfidando apertamente lo Stato ed i
suoi organi e accreditandosi potente (garante) nei confronti dei
consociati.
Questa truce formula, propria della criminalità del sud, da noi
conosciuta per aver concorso alla sua destrutturazione, è quella
che spesso consente ai clan di poter operare con le "spalle
coperte" e la omertosa compartecipazione, anche se passiva, di ampi
strati della sociètà civile, non sempre capace di alzare la schiena
e ribellarsi. Gli Autori sono riusciti a sviluppare, anche
attraverso la particolare ed approfondita conoscenza dei dati
processuali, la lunga scia di sangue legata al sodalizio di
Provenzano con una sintesi che non tralascia il fondamento di
quanto accertato in sede giurisdizionale. Si intravede nel legare
idealmente le singole conversazioni, una valida tecnica
investigativa realizzata da piccole intuizioni mescolate a vere e
proprie genialità che sono le vere risorse delle Forze dell'Ordine
chiamate a contrastare, tatticamente, i sodalizi mafiosi. In
sostanza, siamo di fronte ad un libro avvincente come un racconto,
una vera e propria testimonianza, ricca di curiosi dettagli che
illustrano i patemi degli investigatori, non per questo marginali o
poco interessanti, i gravi eventi, molti dei quali disvelati, che
hanno caratterizzato la lotta alla mafia negli ultimi decenni.
Col. Francesco Bonfiglio
Christian Jennings
Mezzanotte in una città in fiamme. Le forze speciali
britanniche da Belgrado a Baghdad
Longanesi editore,
2006, pag. 277,
euro 17,60
"…Gli otto uomini della pattuglia del reparto aereo dello
Squadrone G uscirono dal portello di coda dell'Hercules a seimila
metri di quota. Si gettarono nel vuoto con temperatura notturna al
di sotto dello zero, respirando ossigeno mentre precipitavano ad
una velocità di 190 chilometri l'ora… l'obiettivo dell'operazione
era, secondo i rapporti del controspionaggio ricevuti dagli inglesi
e dagli americani, una base di talebani e di Al-Qaeda in cui forse
poteva nascondersi Osama Bin Laden…". Questo è l'avvincente stile
narrativo con cui l'autore, un giornalista che da dodici anni si
occupa di operazioni militari, interventi dei reparti
speciali/d'élite e conflitti nelle aree più calde del pianeta,
racconta la realtà delle missioni compiute dalle forze speciali
britanniche in Sierra Leone (2000-2001), in Kosovo (1999-2001), in
Macedonia e Serbia (2001), in Afghanistan (2001) e in Iraq
(2003-2004). Da oltre due decenni le unità dello Special Air
Service (SAS) e dello Special Boat Squadron (SBS) costituiscono la
punta di diamante dello strumento militare del Regno Unito ed in
virtù della loro elevata specializzazione sono stati impiegate
nelle più delicate operazioni speciali, di cui gran parte "coperte"
ed "occulte", per portare a compimento ricognizioni speciali,
missioni di guerra non convenzionale, attività informative e,
soprattutto, operazioni di lotta al terrorismo.
L'organizzazione, le tipologie d'impiego, gli incredibili successi
delle loro unità - così come qualche frustrante insuccesso - sono
descritti dall'autore con quell'attenzione per i particolari
nascosti che solo chi ha vissuto da combat reporter in prima linea,
fianco a fianco con gli operatori, può permettersi di
conoscere.
Dalle missioni per la ricerca e cattura degli indiziati di crimini
di guerra nel Balcani alla incessante attività intelligence in
Afghanistan sulle tracce di Osama Bin Laden, si susseguono ad un
ritmo incalzante retroscena, aneddoti e testimonianze di momenti
operativi che hanno per protagonisti gli uomini dei celeberrimi
"Squadroni Operativi" (Sabre Squadrons) del SAS e degli incursori
anfibi dell'SBS.
Costituito durante la seconda guerra mondiale in Nord Africa, il
SAS è probabilmente il migliore reparto al mondo di Special Forces,
con competenze anche in materia di antiterrorismo e contro
terrorismo. Il famoso 22nd SAS Regiment è inquadrato in una
struttura nota come Special Air Service Group (SASG), che conta
altri due reggimenti della riserva ed un reparto trasmissioni di
supporto. L'attuale sede è situata a Credenhill, una base area
situata ad una ventina di chilometri a est di Hereford, dove per
anni è stato di stanza il reparto. Nonostante lo stretto riserbo
che circonda il 22nd SAS, è noto che la struttura operativa si basa
principalmente su quattro "Squadroni" (Sabre Squadrons), designati
A, B, D e G, ognuno suddiviso in tre "Plotoni" (troops)
caratterizzati da una propria specialità (operazioni anfibie, in
ambiente desertico, in ambiente montuoso/artico, infiltrazioni con
paracadute ad ala, ecc.).
L'SBS è di più recente costituzione, giugno 1987, e le proprie
pedine operative sono costituite dallo "Squadrone di azioni
sottomarine/subacquee" (Squadron C) e dallo "Squadrone di
controterrorismo marittimo" (Squadron M), ciascuno suddiviso in sei
"Gruppi" di combattimento designati Sections anch'essi
caratterizzate da una propria specialità (operazioni in acque
artiche, in superficie, in profondità, utilizzo di
battelli/offshore, ecc.).
L'autore, ben conscio che le moderne "guerre globali" sono
combattute con assetti operativi spiccatamente joint (interforze) e
combined (multinazionali), illustra con efficacia espositiva anche
il qualificato ruolo di supporto alle Forze Speciali svolto da
prestigiosi reparti d'elite britannici quali il Royal Parachutist
Regiment, impiegati massicciamente nel giugno 1999 per porre in
sicurezza l'area di Pristina (Kosovo) ed i Royal Marines Commando,
schierati in Afghanista sin dal febbraio 2002 nell'ambito
dell'Operazione di coalizione Enduring Freedom.
Nel paragrafo finale "Un mondo tutto nostro" l'autore si interroga
sul futuro ruolo delle forze speciali del Regno Unito, auspicando
in particolare per il 22nd SAS un ritorno al passato, nel segno di
una tradizione che vuole continuare a fare storia: meno visibilità
in compiti ufficialmente dichiarati e più operazioni riservate, ma
senza doversi agitare più di tanto, poiché come sottolinea
l'autore…"…Al bar della geopolitica mondiale e delle operazioni
delle forze speciali è stata concessa, per così dire, una licenza
per rimanere aperto anche a tarda ora. Il telefono squillerà sempre
e ci sarà sempre qualche personaggio importante che vorrà chiedere
al reggimento di ballare…".
Magg. Gianluca Feroce
Luciano Stroppa
Carabinieri nelle Marche
Edizioni Tecnostampa, 2007, pagg. 207
Il volume realizzato dal Comando Regione Carabinieri "Marche"
con il patrocinio e la collaborazione della Regione Marche ricorda
la presenza dei carabinieri nelle Marche a partire dall'Unità
d'Italia con la costituzione della 13° legione carabinieri reali il
cui comando aveva sede ad Ancona.
Allora la competenza territoriale era assai vasta poiché si
estendeva sui territori delle allora province di Ancona, Pesaro,
Macerata, Ascoli, Teramo, Chieti, Foggia e Campobasso.
Il territorio della legione non fu privo di episodi di valore o di
eroismo civile. Basti ricordare, uno per tutti, la cattura del
bandito Musolino o il soccorso alle popolazioni locali, attività
che allora come oggi contraddistingue il servizio d'istituto
dell'Arma dei Carabinieri.
Il libro, dopo aver dedicato una prima parte alla storia dell'Arma
ed ai principali avvenimenti sin dalla fondazione del Corpo nel
1814, dedica particolare attenzione agli avvenimenti accaduti nel
territorio della legione carabinieri di Ancona rappresentandoli
attraverso l'ultilizzo di numerose fonti iconografiche.
Nel volume è ricordato anche il carabiniere Giovanni Burocchi,
Medaglia d'Oro al Valor Militare, caduto nelle mani di legionari
fiumani e da questi ucciso a seguito del dirottamento del piroscafo
su cui esercitava la propri vigilanza partito da Ancona; altri
militari seguirono l'esempio del Burocchi.
La legione visse un periodo particolarmente difficile nei mesi
successivi alla dichiarazione d'armistizio dell'8 settembre 1943 e
sino all'arrivo degli Alleati. In particolare, numerosi carabinieri
furono vittime delle armi tedesche nel tentativo di evitare furti e
rappresaglie a danno della popolazione locale.
Con la liberazione della regione la legione Ancona fu ricostituita.
Con la fine della guerra e la ripresa della ricostruzione in Italia
vi furono continui miglioramenti nella organizzazione territoriale
dell'Arma e tra questi merita particolare importanza la
soppressione della legione nel 1992 con la contestuale costituzione
del Comando Regione Carabinieri "Marche" nell'ambito della più
complessa riorganizzazione dei reparti dell'Arma.
Va ricordato, tuttavia, che il valore dei militari in servizio
nelle Marche non terminò con la fine del II Conflitto Mondiale.
Basti ricordare il sangue versato dall'allora capitano Rosario
Aiosa, dal maresciallo capo Sergio Piermanni e dall'appuntato
Alfredo Beni, tutti decorati di Medaglia d'Oro al Valore Militare
(gli ultimi due alla memoria) a seguito di un conflitto a fuoco con
una banda di criminali.
In sintesi, il volume intende ripercorrere anche con l'ausilio di
numerose illustrazioni, fotografie e documenti, l'attività della
legione carabinieri di Ancona e della più giovane Regione
Carabinieri "Marche".
Magg. Flavio Carbone
Filippo Cappellano
Nicola Pignato
Andare contro i carri armati
Gaspari editotre,
2007, pagg. 396,
euro 29,00
Il volume dal sottotitolo "L'evoluzione della difesa controcarro
nell'esercito italiano dal 1918 al 1945" ripercorre, attraverso la
ricostruzione della regolamentazione, tutto il dibattito maturato
in Italia dalla fine del Primo Conflitto mondiale sino al
Secondo.
È interessante sottolineare come il lavoro di Cappellano e Pignato
vada a colmare una lacuna negli studi del settore. Infatti, sebbene
vi siano stati alcuni studi di settore e nello specifico relativi
all'impiego dei mezzi corazzati, poco o nulla è stato fatto
relativamente allo studio delle tecniche di contrasto ai
suddetti.
Va chiarito che non si tratta di un lavoro sulla teorica d'impiego
dei carri armati e dei sistemi difensivi da questi ma di molto di
più. Gli autori, attraverso una documentazione davvero ricca, hanno
ricostruito le sperimentazioni successive alla I Guerra Mondiale,
lo studio e l'addestramento delle tecniche di lotta controcarri che
poi furono testati dapprima durante la guerra civile spagnola e poi
nel corso di tutto il secondo conflitto mondiale.
Lo studio analizza concretamente gli sviluppi tattici che l'impiego
del carro armato e dei sistemi controcarro videro con l'adozione di
nuovi strumenti di lotta come quella ravvicinata. Inoltre, al fine
di comprendere compiutamente l'impiego dello strumento militare nel
contrasto di mezzi corazzati, sono state analizzate le tattiche e
l'impiego dei mezzi corazzati. Un ultimo capitolo è dedicato
esclusivamente allo studio degli ostacoli e difese controcarri con
particolare riferimento agli ostacoli passivi, alle fortificazioni
permamenti ed a quelle costiere.
Completano il volume due appendici: una iconografica con numerose
fotografie di carri nemici distrutti ed una documentale che riporta
gli organici dei reparti controcarri.
In sintesi, i due autori, il primo ufficiale superiore dei carristi
ed il secondo studioso di mezzi e materiali militari sono riusciti
nel difficile compito di trattare un argomento dal forte sapore
tecnico rendendolo comprensibile ad un pubblico decisamente più
vasto.
Si segnala, a completamento, la ricchissima iconografia che
impreziosisce il volume.
Magg. Flavio Carbone
Guido Crainz
L'ombra della guerra
Donzelli editore.
2007, pagg. 150,
euro 14,00
Guido Crainz, professore presso l'Università di Teramo, nel
volume "L'ombra della guerra, il 1945 - L'Italia" affronta il
dramma di un Paese che ha vissuto una guerra drammatica non
solamente per i propri soldati in armi ma per la tragedia di un
conflitto il cui fronte ha toccato la maggior parte delle regioni
con maggiore o minore intensità e che, per le regioni che non hanno
vissuto la nefasta presenza di un fronte con bombardamenti,
combattimenti eccetera, è stato ancora più drammatico con la
pressione del tallone nemico.
Il libro ripercorre l'effervescenza di quell'anno meraviglioso che
portò la fine della guerra e le sofferenze di una economia
distrutta e in una fase di ricostruzione appena accennata.
Accanto alla ricostruzione materiale degli edifici, delle
industrie, dei collegamenti interni riprese fulminea anche la
ricostruzione politica con l'affiorare di vecchie militanze o la
fondazione di nuovi partiti.
L'autore, attraverso l'utilizzo della letteratura, del giornalismo
dell'epoca, delle fonti bibliografiche ed archivistiche, riesce a
testimoniare il passaggio da una Italia uscita stremata da un
conflitto di proporzioni colossali e dal ventennio di regime
fascista ad una nuova vita democratica.
Si avvia anche il tentativo di procedere alla nascita di una
società priva di elementi che maggiormente si erano distinti nel
precedente periodo politico. Senza esito.
Emerge anche la chiara testimonianza di un bisogno disperato della
normalità e, accanto a questa, di una nuova costruzione sociale. Da
una parte affiora la necessità di cancellare il passato, talvolta
anche scomodo, ma dall'altra si scorge un futuro pieno di
difficoltà ed incerto.
Il libro, organizzato su cinque capitoli snelli e dalla piacevole
lettura, riesce a trasmettere le complicazioni e l'emotività di una
vita difficile e complessa come quella del 1945 con razionamento
alimentare, forte presenza degli Alleati (o vincitori), assenza dei
servizi minimi essenziali; tutti aspetti che mostrano un'Italia
lontanissima dalla vita odierna e che cerca, nonostante tutte le
difficoltà (lutti, sofferenze e privazioni), di riallacciare i fili
della vita sociale.
Magg. Flavio Carbone
Domenico Quirico
Generali
Oscar Mondadori,
2007, pagg. 411,
euro 10,80
L'autore, affermato giornalista e corrispondente da Parigi per
una importante testata gionalistica nazionale, torna ad occuparsi
di questioni militari attravero il volume dedicato ai
generali.
È interessante sottolineare che il sottotitolo del volume riesci a
far comprendere in maniera più compiuta lo scopo del lavoro:
"Controstoria dei vertici militari che fecero e disfecero
l'Italia". Non si tratta quindi di una storia ufficiale, bensì di
una ricostruzione di alcuni profili di generali che ebbero
particolare importanza per la storia nazionale.
La copertina del volume riporta le immagini di sei di essi; Alfonso
Lamarmora, Enrico Cialdini, Giuseppe Govone, Fiorenzo Bava
Beccaris, Armando Diaz e Pietro Badoglio. In realtà l'elenco è
molto più lungo e riesce a ripercorrere la storia nazionale
attraverso le ricostruzioni della vita e della carriera di ciascuno
di essi.
Il volume, di agile lettura, è stato diviso in sette capitoli: I
«piemontesi», i garibaldini, i gendarmi, gli africani, i vincitori,
i fascisti e i vinti.
L'attribuzione dei capitoli aiuta a ricostruire i vari momenti
della storia nazionale dall'unità d'Italia sino alla fine del
Secondo Conflitto Mondiale. Si considerino ad esempio i vincitori
in cui Quirico tratta di Cadorna, Caviglia e Diaz. Sono gli
artefici della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano e, in
questo libro, sono rappresentati con sapore verace, ovvero non
parlando solamente dell'ufficiale ma anche dell'uomo, del
carattere, della formazione, dei successi e degli insuccessi che
ebbero uomini come questi sulle cui spalle furono riposte tante
responsabilità.
Magg. Flavio Carbone
Simone Sarasso
Confine di Stato
Marsilio editori,
2007, pagg. 416,
euro 18,00
Entriamo nel "pianeta Italia" con un originale romanzo d'esordio
che esplora, con magistrale occhio fotografico, un paese
ossessionato dalla violenza e dal crimine; all'interno di una
multiforme galleria di fatti e personaggi, sapientemente costruita.
"Confine di Stato" è reportage, denuncia sferzante e introspezione:
l'analisi interiore di un'Italia che ha perso ormai da tempo il
ricordo dell'onore e dell'innocenza, dove le ideologie hanno
lasciato il posto ad uno spaccato della nostra storia che risalta
le sue grandezze e le sue miserie, così come la sua civiltà
giuridica con le sue ingiustizie.
Con il suo primo volume, di una trilogia noir sui misteri e le
trame della storia d'Italia dal dopoguerra a tangentopoli, Simone
Sarasso accompagna il lettore in un viaggio nel tempo tra il 1954 e
il 1972. Un percorso nero e amaro alle radici di un'Italia senza
eroi dove, se solo per un istante, le esistenze dei protagonisti
avessero imboccato una strada diversa, l'Italia come la conosciamo
noi non sarebbe esistita.
Questo non è il tipo di roba che si scrive da soli. Senza i libri
che sono venuti prima di me, Confine non esisterebbe. Per molti
versi, è un libro che avrebbe potuto scrivere chiunque. La mia
fortuna è stata avere l'idea prima degli altri. Un lavoro, quello
dell'Autore, che vanta l'originalità di aver raccolto un'insieme di
vicende di cronaca vera - con date che corrispondono - nelle quali
i protagonisti e i personaggi hanno tutti nomi di fantasia.
Un'opera in cui allo sdegno di dover annoverare un'infinità di
eventi tragici che ha dilaniato il nostro paese, si accompagna
quell'insieme di storie svelate in parte, oscure e misteriose, che
hanno indissolubilmente intrecciato i destini di coloro che lo
hanno reso così com'è.
In un "dietro le quinte", che completa il testo in appendice,
l'Autore rende omaggio alla letteratura di Carlo Lucarelli, Giorgio
Boatti e Giuseppe Genna, per citarne alcuni. Sarasso, rende
soprattutto un tributo da autentico fanatico alla prosa di James
Ellroy, la quale ha ispirato tutti gli autori di riferimento.
Formula altresì omaggi sparsi agli autori di una certa cultura
letteraria e fumettistica: dai romanzi Wu Ming ai fumetti di Garth
Ennis.
Mar.Ca. Alessio Rumori
Giampaolo Pansa
I gendarmi della memoria. Storie proibite della guerra
civile
Sperling & Kupfer editore,
2007, pagg. 503,
euro 19,00
Scopo dei "gendarmi della memoria" è quello di negare l'accesso
alla memoria della guerra civile così come la presenta l'Autore
nelle sue precedenti opere ("La grande bugia" e "Il sangue dei
vinti"), diametralmente opposta a quella che un certa cultura ha
voluto consegnare alla storia.
Raccolte le testimonianze di persone che, dopo 60 anni di silenzio,
si decidevano ad esporre la loro verità, egli demoliva il mito
della Resistenza svelando le vere gesta di molti partigiani,
soprattutto a guerra finita: essi avevano sommariamente giustiziato
non solo gli ex fascisti sopravvissuti alla guerra, ma anche quelli
che li avevano aiutati a salvarsi, coloro che erano semplicemente
sospettati di non essere comunisti, esponenti del clero, aderenti
ad altri partiti politici. Ne emergeva un punto di vista
diametralmente opposto a quello convenzionale.
I fatti accaduti dopo l'8 settembre ma, soprattutto, dopo la
guerra, dimostravano che le parti si erano semplicemente
invertite.
Da un'ipotetica postazione dall'alto, si sarebbe osservata la
medesima tragedia - un carnefice che giustizia la sua vittima - con
un semplice scambio di ruolo tra protagonisti e antagonisti. Non
tutti liberatori, quindi, i partigiani, ma anche spietati
carnefici, boia improvvisati, giustizieri implacabili. All'indomani
della pubblicazione delle sue opere, l'atteggiamento nei confronti
del giornalista è stato di solida intolleranza.
I gendarmi della memoria prima tacevano sulla visione alternativa
dei fatti, oggi censurano e contestano chi la promulga, ricorrendo
alla violenza fisica e morale.
"Dopo l'uscita della Grande bugia", spiega l'Autore "li ho
sperimentati tutti, tranne il pestaggio fisico. L'incursione
manesca per impedire il dibattito su un libro da proibire. La
rappresaglia contro le librerie che ospitavano i miei
incontri.
L'incitamento a farmi del male, diffuso via Internet: «Pansa
gambizzato», «Pansa al muro», «Pansa a piazzale Loreto»". Sono
frasi che si ispirano a slogan già noti, di qualche decennio fa,
quando al grido di "Uccidere un fascista non è reato" si
giustificavano atti di violenza inconsulti, abusi, brutalità,
prepotenze. Ma l'autore non è nuovo a questo tipo di atteggiamenti
visto che nel 1980 la banda di Marco Barbone lo giudicò un
giornalista scomodo, per aver pubblicato il volume "Cronache
italiane di violenza e terrorismo" (recentemente ristampato da
Mondadori con il titolo "L'utopia armata"). Per niente intimorito,
egli si ripresenta oggi in libreria caparbiamente determinato a
contrastare tanto l'atteggiamento di condanna nei suoi confronti,
quanto la sistematica censura proposta verso la vera Storia. Egli
mostra l'evidenza dei fatti, l'attendibilità delle sue
considerazioni, svelando ulteriori accadimenti celati dai
"gendarmi" (il ruolo del Partito nell'Emilia del periodo successivo
alla Liberazione; le storie di partigiani comunisti eliminati
perché sfavorevoli alle direttive del Partito; altre condanne senza
appello pronunciate nei confronti da fascisti sconfitti).
L'Autore denuncia anche l'atteggiamento omertoso e di pavido
silenzio palesato dalla "Grande Sinistra" nei confronti di tali
violenze, da esponenti politici ben noti agli ambienti della
sinistra giovane. "Dopo l'ormai nota incursione di Reggio Emilia il
16 ottobre dell'anno scorso" (un sabotaggio di una libreria che lo
aveva ospitato, fatto che indusse polizia e carabinieri a
presenziare ad ogni incontro pubblico dell'autore), "decisi di
disdire tutti gli appuntamenti futuri. Solo il presidente Giorgio
Napolitano espresse pubblicamente il suo sdegno e la sua
solidarietà. Il resto della sinistra, silenzio. No, che dico: ci
furono le telefonate di Prodi, di Fassino, di Veltroni.
Cortesissime e naturalmente privatissime, neanche uno straccio di
rigo sull'Ansa. Veltroni mi invitò a parlare al comune di Roma. Mi
misi a ridere: "Vuoi che ti sfascino il Campidoglio?".
Presentazioni del suo libro, quest'anno, non ci saranno: "Non posso
tollerare che in un'Italia che deve vedersela con mafia, camorra,
'ndrangheta, Sacra corona unita e criminalità di ogni tipo, le
forze dell'ordine siano costrette a presidiare un luogo dove si
parla di un libro". È una protesta, precisa l'autore, "contro la
situazione odierna che ricorda pericolosamente i regimi totalitari,
di ogni colore, le cui prime vittime sono i libri e chi li scrive.
Protesto contro questa democrazia azzoppata e falsa che ha paura
delle idee scomode e totalitariamente non sa far altro che
aggredire chi le sostiene. Io continuo a scrivere tutte le
settimane il mio "Bestiario" sull'Espresso, scrivo un libro l'anno.
Scrivo non solo per i familiari, i fratelli, i figli delle vittime
dei partigiani comunisti, ma anche per le migliaia di persone di
ogni colore e opinione ansiose di conoscere - dopo oltre
sessant'anni! - la verità sulla guerra civile".
Il volume appare attendibile e non è ardito affermare che Pansa si
palesa in termini super partes: non solo perché è un uomo di
sinistra, ma anche perché espone gli accadimenti in uno stile
scevro dal facile sensazionalismo, avvalorati peraltro da elementi
di fatto e prove documentali (al punto che, in un precedente numero
della Rassegna, recensendo "Il sangue dei vinti", chi scrive aveva
criticato l'autore perché esponeva i fatti in maniera assai
analitica limitandosi a raccontare l'episodio e a suffragarlo con
le prove raccolte, quasi fosse una cronaca giudiziaria).
L'autore condanna politici, giornalisti, memorialisti, ma anche
appartenenti a sedicenti "movimenti", come il gruppo romano
Antifascism Militant che a Reggio Emilia gridava "Viva Schio!"
(ove, nel 1945, furono trucidate cinquantatré persone).
Appartengono, spiega il giornalista, alla sinistra radicale oppure
si identificano come intellettuali che vi si ispirano
concettualmente. Sono membri della "Casta Rossa" e contrastano ogni
lettura in chiave critica del periodo che va dall'8 settembre a
quasi due anni dopo la fine della guerra.
Dovrebbero, continua Pansa, dar prova di disponibilità, aprirsi al
dialogo e al confronto, ma sono invece aggressivi, superbi,
arroganti. Uno di essi - noto giornalista - è arrivato addirittura
a proporre l'arresto di tutti coloro che criticano la Resistenza:
appartengono non alla Sinistra, ma alla "Grande Sinistra Unita".
"Unita?", incalza l'autore in un'intervista, "Le dieci sinistre
italiane dalle sedicenti riformiste alle regressiste, mi hanno
pesantemente randellato per i miei libri, passando
dall'intimidazione esplicita alla demolizione ipocrita. La mia
grande soddisfazione è vedere che oggi le sinistre si randellano
fra di loro e mentre il loro fatturato elettorale è in picchiata,
il discredito tocca vertici mai raggiunti prima". E nel libro
puntualizza: "La rissa interna all'alleanza di centrosinistra è
diventata un'imitazione ridicola della guerra civile".
Pansa non rinnega la sua formazione politico-culturale ma si
dichiara appartenente ad una sinistra che oggi non esiste più.
Sembra di sentir parlare Montanelli, uomo di destra che non si
identificava nella destra del suo tempo. "Io sono per i partigiani
che hanno fatto cose pulite. E ce ne sono stati tanti". Egli si
schiera dalla parte dei comunisti vittime e abiura i comunisti
carnefici. Come Eugenio Corbezzola, un partigiano cattolico di
Reggio Emilia ucciso nell'agosto del '47 perché indagava su alcuni
omicidi sospetti. "Vivo in un Paese che muore di faziosità,
stupidità e ignoranza. Non so più dove abito. Probabilmente non
andrò più a votare. Mi sento come un vecchio cane da caccia che per
antica abitudine continua ad annusare il terreno, cercando una
traccia. Una traccia che lo porti a casa. Dove sia questa casa non
lo so. Non certo nei partiti. Forse nelle persone, le persone che
capiscono. Non di Resistenza si deve oggi parlare, ma di quella
grande, orrenda, comune tragedia che fu la guerra civile".
Magg. Gianluca Livi
Umberto Galimberti
L'ospite inquietante. Il nichilismo e i
giovani
Feltrinelli editore,
2008, pagg. 180,
euro 12.00
Il nichilismo è la negazione di ogni valore o, più in generale,
di uno o più aspetti della realtà. Nietzsche gli attribuiva un
significato positivo laddove alludeva alla distruzione di vecchi
valori e credenze tradizionali.
Oggi, in un'epoca fortemente tecnologica, la realtà quotidiana
sembra misurata utilizzando un parametro attestato su livelli di
fredda e meccanica efficienza. Corrosi dal nichilismo, scompaiono,
quasi dimenticati i valori tradizionali: identità, libertà, etica,
politica, religione, storia. Più degli altri, i giovani sono
pervasi da un generale senso di insicurezza, di inappagamento,
"condannati a una deriva dell'esistere che coincide con il loro
assistere allo scorrere della vita in terza persona".
L'autore descrive il nichilismo giovanile come un ospite
inquietante, un concetto già proprio di Nietzsche, secondo cui
tutti i valori tradizionali soccombono di fronte agli algidi
meccanismi tecnologici dell'era moderna, e prevalgono
l'appiattimento degli orizzonti, la cancellazione delle passioni,
l'inaridimento interiore. La società prospetta loro un mondo che
all'apparenza sembra estremamente divertente, ma che in realtà è
pervaso di bieco consumismo, del concetto dell'usa e del getta, del
frivolo, dell'apparenza. "Ciò che si consuma" in realtà, precisa
l'autore, "è la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi
in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa". In
questo "deserto emotivo, creato dal nichilismo", i giovani si
indirizzano verso forme di devianza come il bullismo nelle scuole,
le violenze negli stadi, le droghe nelle discoteche.
Per l'autore, un siffatto scenario scaturisce da una visione
culturale, anzi sub-culturale, piuttosto che da problemi di natura
psicologica o sociale. Egli ritiene che la soluzione sia nascosta
tra le righe de "La gaia scienza", di Nietsche, ove il filosofo
tedesco promulgava: "La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno
la trovo sempre più ricca, più desiderabile e più misteriosa (.) La
vita come mezzo di conoscenza. Con questo principio nel cuore si
può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e
gioiosamente ridere". Orbene, l'autore è della convinzione che gli
adulti debbano insegnare ai propri ragazzi l'"arte del vivere",
come dicevano i Greci antichi, che consiste
nell'autodeterminazione, nella volitività, nella fiducia in se
stessi. Insomma, i giovani devono apprendere come identificare le
loro potenzialità, imparare ad esternarle in maniera ponderata ma
proporzionata all'ambiente circostante, allontanando
definitivamente "l'ospite inquietante". Galimberti - filosofo,
psicologo e saggista di successo - sintetizza efficacemente il
pensiero di Freud, Benasayag, Ehrenberg, Blask e Nietzsche.
Soprattutto quest'ultimo esercita nei confronti del lettore un
fascino incondizionato: i suoi aforismi sono ricorrenti in tutta
l'opera. C'è anche posto per Kerouac, uno degli esponenti più
rappresentativi della beat generation, instancabile sostenitore del
viaggio (suo, lo splendido e intramontabile "On the Road", del
1957) inteso quale momento di introspezione e di realizzazione dei
rapporti tra individuo e mondo esterno. L'unico neo del volume è lo
stile narrativo, non fruibilissimo, soprattutto nella
considerazione che l'opera potrebbe avere anche una destinazione
giovanile.
Magg. Gianluca Livi
Pier Luigi Vigna
Carabba
Codice di procedura penale
Laurus Robuffo editore,
2007, pagg. 1120,
euro 80,00
Spesso la lettura di un articolo, pur commentato, ma estrapolato
dal contesto nel quale è stato inserito dal Legislatore, non
esplicita fino in fondo la sua portata ed efficacia normativa. E
per questa ragione che si sono premesse le Note generali ai vari
titoli del Codice di procedura penale che, all'interno degli Undici
libri in cui si articola, contengono le norme relative a specifici
istituti. Ogni articolo del Codice è poi corredato da un apparato
di riferimento costituito da modifiche legislative, decisioni della
Corte Costituzionale, giurisprudenza e note, anche con eventuali
opinioni della dottrina su singole tematiche. L'analisi degli
istituti e i commenti alle singole disposizioni codicistiche sono
aggiornati fino ad agosto 2007, anche con l'esposizione delle
principali normative (ad esempio intercettazioni) in corso di
approvazione da parte del Parlamento. Il volume dedica anche gli
opportuni commenti al processo penale davanti al Giudice di Pace ed
a quello a carico di imputati
minorenni. |