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RIVISTA DEI CARABINIERI
REALI
Anno IV - N. 3 - maggio-giugno 1935
I Carabinieri a Pastrengo sul Podgora e in Africa
orientale
Prof. Luigi Russo
(continua)
Con la guerra europea del 1915-1918, muta lo stile di
combattimento e si allarga infinitamente il teatro strategico. Pare
che i nomi delle singole unità combattenti spariscano nel vortice
popoloso di un esercito anonimo; si ricorda la II, la III armata, e
il nome di qualche brigata gloriosa. Hanno più rilievo nella
fantasia alcuni nomi di luogo, che diventarono tragicamente celebri
nei discorsi dei trinceristi, così come nella storia dei martiri
del primo cristianesimo, si elevano primo segnacolo di martirio
l'orto di Getsemani o il monte Calvario. Le battaglie dell'Isonzo
si avvolsero presto di questa atmosfera religiosa di martirio; non
erano i lontani a favoleggiare così, ma erano gli stessi
combattenti che maturavano questa tristezza ascetica di sacrifizio,
giorno per giorno, nel cuore, al popolarsi misterioso di alcune
notizie. Il Podgora fu uno di questi nomi, che godette particolare
cupa risonanza tra le truppe del Carso. Chi scrive queste pagine
allora era sottotenente di fanteria in una brigata, che per più di
un anno svolse i combattimenti tra il Sei Busi e le cave di Selz,
la rocca di Monfalcone e Adria-Werk. Sebbene anche quelli fossero
luoghi tormentatissimi, pure il soldatino del Sei Busi e di
Monfalcone accennava, con una specie di misterioso terrore, con la
mano verso Gorizia, che li era il vero inferno: S. Michele e
Podgora erano nomi tinti di sanguigna foscaggine. Ricordo ancora
che, transitando di notte per la grande piazza di Monfalcone, un
soldato livornese celiando con due carabinieri che lì perlustravano
per servizio di polizia, disse: Voi sì, che fate la bella vita!
Alla fin fine è come andare a spasso! Sì rispose pacatamente uno
dei due carabinieri andiamo a spasso, ma senza l'ombrello; voi
quando grandina, vi riparate, noi no. E poi un battaglione di
carabinieri non ci è restato ai reticolati del Podgora!?
Eravamo nell'agosto del '15, e già il sacrifizio di quel reggimento
di carabinieri sul Podgora nella giornata del 19 luglio, era
diventato proverbiale; e quella schermaglia tra il fante e il
carabiniere, che poi era la schermaglia di tutti i giorni tra il
fante e l'artigliere, fra il fante e il soldato del genio, fra il
fante e chiunque in qualche modo fosse esente dal servizio della
trincea, a noi ci pareva simbolo di affetto e di unità morale, e
non di invidiosa discordia. Sono le schermaglie tra i fratelli di
una stessa famiglia, che indicano la saldezza dell'organismo
familiare, tanto che si può perfino discutere su chi lavora e suda
e soffre di più o di meno. Schermaglie che mancano dove non c'è
affiatamento di ideali; sicchè il sottotenente, che assisteva a
quel colloquio notturno, se ne ristette rispettoso, sentendosi
gonfiare il cuore di muta tenerezza per quei fratelli di una stessa
madre, che motteggiavano con affettuosa allegria sui loro
sacrifici.
Ricordiamo rapidamente le vicende particolari di quel reggimento di
carabinieri, che si sacrificò sul Podgora, nella giornata del 19
luglio 1915.
Siamo alla seconda battaglia dell'Isonzo. Il reggimento CC. RR. si
era formato agli inizi della campagna e si era concentrato a
Treviso.
Il 4 luglio, mentre il primo battaglione restava in Udine per
servizi speciali presso il Comando Supremo, il secondo e il terzo
battaglione, col comando di Reggimento, la Bandiera e la banda
d'ordinanza, si portavano in linea. Le sei compagnie che
costituivano i due battaglioni, appartenevano rispettivamente alle
legioni territoriali di Ancona, Firenze, Roma, Napoli, Bari e
Palermo; la compagnia stato maggiore alla legione allievi, e il
comandante della stessa legione allievi, il colonnello Antonio
Vannugli, aveva assunto il comando del reggimento mobilitato. Ai
due battaglioni fu assegnato un tratto di fronte sulle pendici del
Podgora, che, nella prima battaglia dell'Isonzo, era stato tenuto
alternativamente da ben 16 compagnie della Brigata «Pistoia»
obbiettivo la quota 240, fortemente presidiata dal nemico con
potenti difese ed armi. Tali battaglioni ebbero così sulla destra
la Brigata «Casale» e sulla sinistra la Brigata «Re». Per una
settimana dal 7 al 14 luglio, i battaglioni si limitarono a qualche
tentativo di rottura dei reticolati, con pinze a mano e con tubi di
gelatina esplosiva; ma il 15, essi, insieme con le truppe delle due
brigate limitrofe, dovettero fronteggiare un cannoneggiamento
intimidatorio e tentativi di irruzione degli avversari. Gli
austriaci fiutavano i preparativi di una seconda grande offensiva,
e tentavano di fiaccare in anticipo la resistenza dei nostri.
Cotesta azione diversiva fu vana. La mattina del 19 luglio, dopo la
consueta preparazione con tiri di artiglieria, il terzo
battaglione, verso le ore 11, scattò dalla trincea verso le linee
nemiche. Balza fuori per prima, l'8ª compagnia, seguita dal comando
del battaglione (tenuto dal ten. col. Teodoro Pranzetti), poi la 7ª
e la 9ª. Tempesta di fuoco dell'avversario sulla zona di attacco.
L'8ª compagnia, pur falcidiata, avanza lentamente con le due ali, e
si frammischia con gli elementi sopravvenienti della 7ª. Il
rincalzo della 9ª attira per un momento l'attenzione dei tiri degli
avversari; le tre compagnie, mescolate e fuse, giungono fin sotto i
reticolati; molti morti per via, e i reticolati erano appena
sconvolti in qualche parte e restavano invalicabili. Tutti i
superstiti resistono, attaccati a quei reticolati, pur sentendo
l'inutilità del loro sacrificio. Quindi sopraggiunge l'ordine di
ripiegamento. Su 450 combattenti, si contano 184 fra morti e
feriti: il 40 per cento di perdite. L'Ufficio Storico dello Stato
Maggiore annota a questo punto:
«Nel settore dell'11ª divisione forti reparti della brigata Re (2°
fanteria e 2° battaglione Regia Guardia Finanza) a sinistri, e
della Pistoia (2° e 3° battaglione CC. RR., colonnello Vannugli) a
destra, avanzarono fin presso i reticolati austriaci, ma il
violento fuoco avversario, che inflisse loro perdite rilevanti, li
costrinse a ripiegare»(3).
Si ripeteva il 19 luglio quello che già era avvenuto il luglio
sullo stesso settore, con altre truppe. Anche qui l'Ufficio Storico
dello Stato Maggiore annota:
«Nella prima battaglia dell'Isonzo, la brigata Casale avanzando
come la Pistoia, verso il Podgora, assalta più volte le trincee
nemiche saldamente presidiate e munite di reticolati solidissimi,
ma non può raggiungere alcun decisivo risultato, per la pronta
reazione efficacissima dei nemico e per l'impossibilità di
rimuovere una barriera inespugnabile dovuta alle linee avversarie,
forti di tiratori e di mitragliatrici appostate in modo da battere
con tiri incrociati tutto il terreno d'attacco».
Era lo stile dei «combattimenti rapidi ed a orario» che, per più
di un anno, fino alla presa di Gorizia, fu praticato nelle
battaglie dell'Isonzo, senza pregiudizio delle perdite. Il
sacrificio in cui si immolarono i carabinieri somiglia a tanti
altri casi, in cui le truppe di fanteria fecero dono tragico di sé,
nella consapevolezza dell'inanità del loro sforzo davanti a
muraglie intatte di difese.
Non si vuole qui recriminare contro il passato; ma, per la verità
che tocca tutto l'Esercito italiano, dobbiamo dire che nelle
battaglie del 1915 e del 1916 le truppe e gli ufficiali giorno per
giorno appresero l'arte nuova del combattere con sacrifizi immensi
di sangue, e con una dedizione mistica che difficilmente potrà
ripetersi nella storia.
Si andava agli attacchi con la certezza della morte, e il nostro
Cristo non era il Cristo aureolato della Risurrezione e della
Redenzione, ma un Cristo desolato e deluso, come consapevole della
vanità del suo sacrifizio sulla croce. E ci affezionavamo al nostro
calvario quotidiano, soltanto per le stesse pene e martiri e
perdite che ci costava. Ma, per riverenza a quei gloriosi morti,
noi tralasciamo la polemica e segnamo qui alcuni nomi che ci è
stato possibile spigolare nei bollettini di guerra. E
ricordiamo:
Il carabiniere Domenico Della Giorgia che «ferito nell'assalto alle
trincee nemiche e consigliato dal suo ufficiale a ritirarsi per la
gravità delle ferite riportate, volle restare al suo posto di
combattimento affermando che il suo braccio era ancora valido e
seguitando a dare nell'azione bello esempio ai compagni, finchè
venne nuovamente e mortalmente colpito».
E il carabiniere Orazio Greco che «spontaneamente offertosi collocò
tubi esplosivi per la distruzione di reticolato nemico, ma, nella
difficile impresa, cadde colpito a morte».
E il capitano Eugenio Losco che «eseguì con ardimento pericolose
ricognizioni in zona battuta e scoperta. Procedette anche
risolutamente quale comandante di compagnia nell'assalto contro le
trincee nemiche, ravvivando con il suo slancio l'azione, finchè
cadde colpito a morte».
E il vicebrigadiere Baldassarre Coletti che «con grande ardire, si
offrì spontaneamente per la distruzione del reticolato nemico,
riuscendo ad effettuarla con pochi animosi che lo seguivano. In
combattimento fu esempio di coraggio ai suoi dipendenti, e dopo
l'azione, sotto intenso fuoco, uscì dalle trincee e ricuperò il
cadavere di un ufficiale e di alcuni commilitoni».
E poi ricordiamo ancora il vicebrigadiere Giulio Busacca, che
procede sempre avanti, anche quando è mortalmente ferito; il
carabiniere Paolo Sini che, visto cadere il comandante della
compagnia, accorre in suo aiuto, se lo carica sulle spalle e
noncurante dell'intenso fuoco, lo trae al sicuro mentre egli stesso
è gravemente ferito; il brigadiere Nania, il vicebrigadiere Mendia,
il vicebrigadiere Giallara, quest'ultimo sofferente per malattia,
che chiede di partecipare all'attacco e vi trova la morte.
Chi giudicherà, chi sentenzierà, chi difenderà? Tutti quegli
episodi di combattimento delle undici battaglie dell'Isonzo vanno
riassunti sotto questo segno: sacrifizi quotidiani per educarsi
alla guerra. Imparammo questo, in 15 mesi di Carso: la vittoria
militare, come le vittorie nella vita civile, è fatta sempre di
questi dolorosi sforzi senza risultato. Ma la sterilità è solo
apparente; è una sterilità che matura un'umanità nuova. Sicché,
quando si è arrivati al culmine di un'esperienza coronata dal
successo, si giustificano, e sia pure con una punta di assillante
rammarico, i nostri e gli altrui errori.
(continua) |