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Ciro Guida
Tenente Colonnello dei Carabinieri
Capo Sezione Analisi Operativa dell'Ufficio di Polizia Militare
dello Stato Maggiore Difesa
1. La scuola di Harvard ed il negoziato di principi
2. Le origini della negoziazione operativa.
3. Il caso di emergenza e lo stato di crisi.
4. I differenti aspetti psicologici.
5. I presupposti del negoziato di principi.
6. Gli interessi e il ruolo della comunicazione.
7. Il significato della persuasione.
8. Il teatro operativo.
9. I protagonisti della negoziazione.
10. La sindrome di Stoccolma.
11. Alcune considerazioni conclusive.
1. La scuola di Harvard ed il negoziato
di principi
La negoziazione intesa come "metodo non conflittuale di gestione
dei conflitti", fa perdere le sue radici storiche lontano nel
tempo, probabilmente non sbaglierebbe colui che volesse vederne
traccia nella frase riportata sia nel Vangelo di Luca (…) sia in
quello di Matteo (…): "mettiti d'accordo col tuo nemico". In realtà
esiste una duplice veste di questa materia interdisciplinare nella
quale si riversano le conoscenze che le provengono da sociologia,
psicologia, tecniche di comunicazione, tecniche di redazione ed
economia: la prima che potremmo definire di tipo culturale e la
seconda che potremmo dire operativa.
Nel primo caso, la negoziazione si presenta come forma di accordo
in grado di affrontare entrambe le componenti di un conflitto: il
problema soggettivo del rapporto tra le parti ed il problema
oggettivo del soddisfacimento dei bisogni reali reciproci. Le
occasioni che richiedono un negoziato sono sempre più frequenti sia
perché il conflitto sociale è in espansione ma anche perché
ciascuno vuol partecipare alle decisioni che lo riguardano.
Il vero problema è che frequentemente si negozia male perché non se
ne conoscono le regole di base e troppo spesso il negoziato è
percepito solo come un compromesso che si basa su reciproche
concessioni (che comportano la rinuncia parziale al soddisfacimento
dei propri interessi). Per questo motivo, a negoziati duri o
morbidi, secondo il modo di condurre le trattative, i ricercatori
di Harvard nel corso dello Harvard Negotiation Project, hanno
introdotto il negoziato di principi(1), basato sulla possibilità
che entrambe le parti vedano migliorate le posizioni di partenza
con una tecnica che consente il cosiddetto win-win (in cui entrambe
le parti vincono). Il negoziato di principi si basa sull'asserto
della necessità di essere duri con il problema e morbidi con le
persone.
A voler sottolineare ulteriormente la delicatezza della materia in
argomento, si ricordi che la negoziazione non consente di "fare
giurisprudenza" poiché il giudice ha necessità di osservare il
pregresso per emettere una sentenza che assegna la ragione ad una
delle parti in causa, mentre in questo settore il negoziatore non
assegna ragioni, ma cerca una soluzione alternativa che soddisfi le
parti e, pertanto, il terreno della negoziazione è quello degli
interessi piuttosto che quello dei diritti.
2. Le origini della negoziazione
operativa Invece, lo sviluppo delle tecniche di
negoziazione secondo l'aspetto che abbiamo definito operativo,
ovvero la negoziazione finalizzata a salvare vite umane (è il caso
della negoziazione con i sequestratori in presenza di ostaggi, ma
non solo) ed il loro inserimento sistematico nei programmi di
addestramento delle forze di polizia, risale alla metà degli anni
'70 negli Stati Uniti e più tardi nei Paesi Europei.
Alcuni studiosi fanno risalire l'inizio delle ricerche sulla
diversa possibilità di gestire le situazioni di crisi in presenza
di ostaggi ad un episodio verificatosi a Monaco nel marzo del 1972,
quando alcuni terroristi palestinesi presero in ostaggio undici
atleti israeliani che stavano partecipando alle manifestazioni
olimpioniche.
In quella occasione le richieste avanzate dai terroristi furono
respinte e la polizia di Monaco decise per l'intervento
armato.
A seguito dello scontro a fuoco così sviluppatosi e durato circa
un'ora e mezza, morirono ventidue persone, tra le quali tutti gli
ostaggi.
L'episodio, già di per sé violento e tragico, ebbe una cassa di
risonanza ancora maggiore in virtù del contesto nel quale venne a
svilupparsi ed indusse diversi Paesi a riconsiderare il ruolo delle
forze di polizia nella gestione di questo tipo di crisi(2) nonché
ipotesi diverse dall'intervento armato.
Sin dal gennaio del 1973 furono elaborati negli Stati Uniti
programmi per il recupero degli ostaggi attraverso l'uso di team
specializzati e, per la prima volta, si cominciarono a dotare
questi gruppi specializzati non solo di armi idonee al particolare
impiego, ma anche di un membro della polizia addestrato alla
negoziazione con i sequestratori.
Schlossberg, psicologo della polizia, per primo curò i programmi di
addestramento di questi gruppi che riscossero particolare interesse
anche da parte del Federal Bureau of Investigation (FBI) che, a sua
volta, sviluppò il SOARU (Special Operations and Research Unit),
una nuova unità altamente specializzata il cui compito era quello
di formare i negoziatori.
In pochi anni questa nuova figura fu inserita in un numero sempre
maggiore di reparti della polizia degli Stati Uniti e
successivamente anche nel nord Europa ed in altri Paesi del mondo.
Più problematico appare invece trovare una giusta allocazione alla
figura del negoziatore sia nelle forze di polizia sia nelle forze
armate italiane e questo per due ordini di motivi: da un lato una
casistica molto ridotta induce, in un'analisi dei rapporti
costi-benefici, a non destinare personale e strutture in pianta
stabile all'assolvimento di questo compito, d'altra parte, la
grande difficoltà che incontra questo tipo di approccio ai problemi
consiste nella convinzione, tuttora prevalente nella nostra
cultura, che la negoziazione in quanto dote innata, non può da sé
costituire materia di studio ed insegnamento; la negoziazione
sembra ancora appartenere troppo al novero delle attività
quotidiane perché possa rappresentare uno strumento scientifico di
studio.
è bene rammentare che viviamo in una società dominata da sottili
equilibri politici che non consentono confronti aperti tra parti
opposte tant'è che è andato largamente sviluppandosi negli ultimi
anni il concetto di "minaccia asimmetrica" (la minaccia proveniente
da gruppi non riconducibili alle forze armate di un Paese); ciò
comporta il manifestarsi di tutta una serie di dimostrazioni di
forza, sovente in Paesi terzi, che si riducono ad atti di
terrorismo.
3. Il caso di emergenza e lo stato di
crisi
Sebbene eminenti studiosi abbiano fornito nel corso degli anni
varie classificazioni su base statistica delle diverse tipologie di
sequestratori, sembra più utile, ai fini dell'esame della
cosiddetta "negoziazione operativa", fare riferimento ad una
classificazione delle diverse tipologie di sequestro. Possiamo
quindi riferirci a: sequestro a scopo di estorsione (tipologia che,
sebbene più frequente nel nostro Paese, non si presta ad una
negoziazione delle condizioni perché il sequestratore, per ovvi
motivi, rifugge il contatto con gli organi ufficiali); sequestro ad
opera di individui con disturbi mentali (che, per la specificità
delle caratteristiche psichiche dell'autore del reato, non può
essere utilmente trattato in questa sede); sequestro a causa di
conflitto bellico (assimilabile per ciò che verrà detto a quello in
stato di crisi) ed infine, il sequestro in caso di emergenza ed il
sequestro in stato di crisi.
Nel "caso di emergenza" il sequestro di persona è solo occasionale,
in quanto l'azione delinquenziale nasce con finalità diverse e nel
nostro Paese, soprattutto da quando sono diminuiti i sequestri a
scopo di estorsione, è sicuramente quello che si manifesta con
maggiore frequenza. Ci troviamo nella circostanza in cui i
rapinatori non possono uscire dal luogo in cui stanno commettendo
la rapina per il tempestivo intervento delle forze dell'ordine e si
trovano quindi, da rapinatori a trasformarsi in sequestratori. In
questi casi, il delinquente non ha come obiettivo primario
dell'azione il prendere l'ostaggio ed anzi, questo può talvolta
rappresentare un impaccio.
Nello "stato di crisi", invece, è delineata una situazione sociale
ben diversa, agitata da forti tensioni
politico-religioso-economiche, con stati di tensione dell'ordine
pubblico, magari imponenti manifestazioni di piazza. In occasioni
di questo genere, tipiche della nostra società degli anni '70, ma
per altri versi molto vicine ad alcune fenomenologie dei giorni
nostri, è possibile che frange di dissidenti compiano azioni
eclatanti finalizzate alla destabilizzazione, che comprendono il
sequestro di persona con molteplici scopi: ottenere la liberazione
di compagni di lotta, fare rivendicazioni politiche, ottenere
pubblicità per il movimento cui appartengono e così via. Palermo e
Mastronardi (2005) danno precise definizioni del termine terrorismo
scegliendone tre più importanti fra le altre:
- atti criminali diretti contro lo Stato con la calcolata
intenzione di creare uno stato di panico e di terrore che avvengono
fra particolari persone o gruppi o la popolazione in
generale;
- un metodo che si prefigge di creare stati di terrore per mezzo
della violenza, usata da gruppi semi-clandestini o agenti segreti
di particolari Stati e con particolari fini politici o
semplicemente criminali. L'atto criminale non è diretto verso
singole persone come negli assassini politici, ma ha come bersaglio
vittime prese a caso, vittime di opportunità, o a volte vittime
simboliche, con il precipuo intento di inviare un messaggio;
- uno stato di guerra, la drammatizzazione del peggior tipo di
violenza, inaspettata, verso vittime innocenti, con l'intenzione di
creare uno stato di paura che si estenda al di là delle vittime
coinvolte(3).
La storia ci ha insegnato che i fenomeni di massa frequentemente
subiscono la strumentalizzazione di lobby di potere che rimangono
per lo più occulte e che perseguono, attraverso il movimento
popolare o di gruppi, fini che non sempre corrispondono a quelli
della massa. Ecco quindi che si fondono, in un unico movimento,
interessi contrastanti: ideologie da una parte ed interessi
politico-economici dall'altra. Proprio a questo riguardo il celebre
studioso Edward Luttwak ha formulato il concetto secondo cui la
fortuna delle istituzioni - ed il motivo per il quale poi esse
riescono a far sempre fronte alla minaccia terroristica - consiste
proprio nello sfaldamento che viene a crearsi all'interno dei
movimenti tra le frange che fungono da collegamento tra le lobby
occulte ed il resto del gruppo oltre anche, chiaramente, alla
contemporanea fine dei finanziamenti.
4. I differenti aspetti
psicologici Sono evidenti le differenze psicologiche,
motivazionali, situazionali ed ambientali di base fra le due
tipologie: nel sequestro in caso di emergenza il rapinatore non è
pronto emotivamente e fisicamente ad affrontare il ruolo del
sequestratore, anzi si trova a gestire una situazione che gli è
sfuggita dalle mani, in un ambiente ostile nel quale deve
contrattare la propria libertà; nello stato di crisi la situazione
è ben diversa, il sequestratore gioca un ruolo per il quale si è
preparato e non da solo, sa di avere alle spalle un'organizzazione
che gli dà la forza del senso di appartenenza e che lo appoggia
nell'azione che ha intrapreso. Qui il sequestratore, o il gruppo
che ha alle spalle, ha scelto il luogo, il momento e probabilmente
anche l'ostaggio e principalmente, a differenza di quanto accade
nel caso di emergenza, non ha necessità di negoziare per se stesso,
realizzando una delle regole fondamentali del negoziato: chi ha il
potere decisionale non può negoziare. In questo quindi si pone alla
pari del negoziatore delle forze dell'ordine, diventando egli
stesso un negoziatore.
In questo secondo caso, diventa particolarmente importante il
profiling, che costituisce il procedimento di costruzione di
quell'insieme di correlati valutativi specifici desunti
dall'osservazione della scena del crimine, relativi all'ipotetico
soggetto che potrebbe aver commesso un delitto. Il "profilo" quindi
costituirebbe il risultato del lavoro di profiling(4). L'attenta
valutazione della scena del crimine (che, nel nostro caso, potrà
fornirci conferme di quanto andiamo desumendo attraverso il
contatto con il sequestratore) consentirà di stabilire se quanto
sta accadendo si riferisce all'una o all'altra fattispecie di
sequestro e, conseguentemente che tipo di persone il negoziatore si
trova ad affrontare nonché quali siano i reali interessi che
intendono perseguire.
Marco Strano e Luca Calzolari (2004) in proposito hanno
sottolineato una possibilità che ci trova pienamente concordi e che
riguarda l'inserimento dello psicologo delle forze di polizia
all'interno delle strutture investigative o di pronto impiego sia
per la realizzazione di percorsi di training mirati, sia per
l'eventuale pronto impiego sul campo(5). Anche se storicamente tale
collaborazione risulta complessa ed infarcita di pregiudizi (Rogers
1989)(6). Si ritiene pertanto che nell'attuale stato delle cose,
per questo secondo caso, possano valere le linee che si andranno a
descrivere nelle due ipotesi in studio, con particolare attenzione
ai risvolti che derivano dal quadro psicologico del
sequestratore.
Da quanto è stato detto sinora appare chiaro che, nei casi che
stiamo trattando, la sola presenza degli ostaggi rappresenta per
l'attento negoziatore il segnale della volontà di trattare. Da qui
deriva un corollario sul controllo tipico dell'FBI: le situazioni
in cui sono presenti ostaggi, in quanto rappresentano un'apertura,
danno la possibilità alle autorità di esercitare forme di controllo
che diventano scarse o assenti in mancanza di ostaggi.
Uno dei principali ostacoli da evitare nell'affrontare qualsiasi
tipo di accordo è la trattativa da posizioni. Quando si assume una
posizione, si ha la tendenza ad identificarsi con essa e quindi ad
arroccarsi a difesa percependo anche le più piccole concessioni
come una forma di sconfitta personale, poiché l'"io" finisce con
l'identificarsi con la posizione assunta e, anche
inconsapevolmente, per tralasciare la soluzione della problematica
per difendere il proprio orgoglio che percepisce direttamente
attaccato, rendendo sempre più problematico accogliere la
possibilità di conciliare l'azione futura con la posizione
precedente. Solitamente, quindi, più rigide sono le posizioni
originarie di partenza, più piccole sono le concessioni che le
parti sono disposte reciprocamente a fare e più difficile diventa
la definizione dell'accordo.
La trattativa da posizione diventa uno scontro di volontà nel corso
del quale il sentimento di rabbia può emergere con frequenza da
parte di colui che sente di perdere terreno nei confronti della
parte avversa e le problematiche aumentano in maniera esponenziale
con l'aumentare delle parti che svolgono la trattativa di
posizione, perché diventa più difficile sviluppare una posizione
comune.
5. I presupposti del negoziato di
principi I principi del negoziato sul merito si
basano su alcuni presupposti fondamentali:
- persone, sempre scindere le persone dal problema. Nel quotidiano
le persone sono portate a trattare gli individui ed il problema
nella stessa maniera, per cui è possibile che un'idea, maturata su
di una determinata situazione, possa condurre ciascuno a trasferire
quella idea sulla persona che ad essa associamo, perché l'io tende
sempre ad essere coinvolto in situazioni oggettive. Inoltre la
tendenza generalizzata a trarre deduzioni infondate da
considerazioni sul fatto materiale, conduce a trattare le stesse
come dati di fatto circa le intenzioni e l'atteggiamento che altre
persone esprimono nei nostri confronti. Per quanto attiene alla
percezione, prima di concentrarsi sul problema è fondamentale
capire come la controparte pensa al problema, perciò spetta al buon
negoziatore vedere il problema così come lo vede la sua
controparte. Call (1996) scrive infatti: "È cruciale per il
negoziatore capire il problema cui fa riferimento il sequestratore
e come egli lo percepisca"(7). Schlossberg (1980) arrivò a dire che
il negoziatore dovrebbe "identificarsi con la persona con cui
comunica";
- interessi, concentrarsi sempre sugli interessi reali in causa e
non sulle posizioni assunte. Accade ed anche con discreta frequenza
che, siccome il risultato da conseguire è una posizione, le parti
finiscano per pensare a se stesse in termini di quella posizione,
dimenticando in realtà di affrontare il problema che impedisce loro
di arrivare alla posizione stabilita che, peraltro, potrebbe essere
anche la posizione del loro interlocutore. Distinguere fra
posizioni ed interessi è cruciale: infatti il problema principale
sta negli interessi, nei bisogni, nelle aspirazioni di ciascuna
delle parti, non nelle posizioni contrapposte. A questo proposito
alcuni autori sostengono ragionevolmente che: "conciliare gli
interessi piuttosto che mediare fra le posizioni, funziona anche
perché dietro le opposte posizioni ci sono di solito molti più
interessi di quelli in conflitto. Per ogni interesse esistono di
solito più posizioni in grado di soddisfarlo"(8). Il problema
serio, secondo questi autori, nasce dal fatto che solitamente la
posizione è palese, mentre gli interessi non lo sono;
- opzioni, prospettare una gamma di opzioni quanto più vasta è
possibile facilita il raggiungimento di un accordo ed in genere, il
più forte in un accordo è colui che si presenta al tavolo del
negoziato con una gamma di opzioni maggiore;
- criteri, i risultati ottenuti, per poter essere duraturi, devono
fondarsi su criteri quanto più possibile oggettivi(9). Cercare di
affrontare la realtà di interessi in conflitto erigendo la propria
volontà contro quella dell'interlocutore, comporta che una delle
due volontà dovrà essere soccombente rispetto all'altra. Allora
conviene impostare il negoziato in base a criteri indipendenti
dalla volontà di ciascuna delle parti, cioè su criteri
oggettivi.
Da quanto è stato sinora detto emerge con chiarezza il concetto di
potere negoziale: capacità di presentarsi ad una trattativa con il
maggior numero possibile di alternative. Infatti, solo il
negoziatore sprovveduto penserebbe alle alternative solo in caso di
fallimento dell'accordo che si era prefisso.
Sebbene appaia un paradosso, il negoziatore più forte è quello che
ha la possibilità di rinunciare all'accordo(10). Da cui discende
che l'alternativa estrema in un negoziato è data dalla possibilità
di non negoziare.
6. Gli interessi e il ruolo della
comunicazione Si è parlato sin qui in maniera
generica di trattative o di accordi, ma in realtà esistono
terminologie ben distinte fra loro che fanno capo a diversi modi di
trattare una problematica per il raggiungimento di uno scopo:
- negoziazione, trattativa fra due parti direttamente interessate
all'accordo;
- mediazione, trattativa fra due o più parti che, di comune
accordo fra loro, decidono di rivolgersi ad una parte estranea alla
contesa e con caratteristiche ben definite, che le aiuti a far
emergere gli interessi confluenti;
- conciliazione, trattativa che si svolge fra due o più parti che,
di comune accordo, si rivolgano ad una parte terza in grado di
prospettare una possibile soluzione.
Abbiamo visto che, si tratti di negoziazione, mediazione o
conciliazione, il lavoro di colui che porta avanti le trattative
deve sempre essere rivolto alla soluzione del problema. Inoltre è
ormai assodato che le persone negoziano in quanto hanno degli
interessi, quali obiettivi da difendere o da conseguire allora il
negoziatore deve sapere che esistono tre tipi di interessi dei
quali tenere conto in maniera diversa:
- interessi contrastanti, sono quelli che trovano le parti in
completo disaccordo e che le spingono, solitamente, ad optare per
l'intervento di un conciliatore;
- interessi compatibili, sono quelli che il buon conciliatore o
mediatore deve saper far emergere smussando o superando le
problematiche che derivano dagli interessi contrastanti;
- interessi confluenti, sono quelli che realizzano un punto di
incontro per entrambe le parti e quindi non necessitano di un
intervento esterno(11).
è ormai un dato, riconosciuto come oggettivamente valido, la
circostanza per cui la relazione delle parti in gioco nel corso di
un sequestro di persona segue regole non casuali (Diez, 2001) ma
evidenzia sempre una successione circolare che è costruita
dall'interazione delle persone che negoziano e dalle reciproche
influenze. Il negoziatore addestrato può incidere pesantemente su
tali dinamiche e quindi sull'esito dell'evento(12).
Secondo alcuni autori (Zani-Selleri-David), l'interesse degli
studiosi in materia di comunicazione, si è incentrato maggiormente
sull'analisi dei requisiti necessari per una comunicazione
"riuscita", efficace, appropriata e soddisfacente.
Scarsa attenzione è stata riservata al fatto che gli interlocutori
spesso sono scettici, magari per necessità, a volte non sono
veritieri, spesso possono cercare di dissimulare le loro reali
intenzioni(13).
L'asserto è tanto più vero quando si pensi che il negoziatore non è
un "buonista", perché il suo obiettivo è quello di concludere la
trattativa portando a casa il risultato che si era prefisso e lo
fa, nella migliore delle ipotesi, in maniera onesta e corretta nei
confronti della controparte, ma negozia per vincere.
Se la controparte si sente sottoposta ad attacco, più facilmente si
chiude a difesa contestando tutte le argomentazioni che le sono
rappresentate senza neppure valutarle sino in fondo; in tal caso
occorre porsi nei confronti dell'interlocutore consapevoli che
comprendere il punto di vista dell'altro non significa condividerlo
e, soprattutto, è fondamentale agire sempre in maniera diversa da
come la controparte si aspetta. Ciò serve a coinvolgerla sino in
fondo nel processo decisionale, momento fondamentale perché possa
poi approvare senza riserve il risultato della trattativa.
Questo passaggio risulta particolarmente delicato, ma importante,
nel momento in cui ci si renda conto, in qualsiasi momento della
trattativa o nella fase conclusiva della stessa, che questa ha o
avrà esiti sfavorevoli per la controparte. In questo caso il
coinvolgimento nel processo decisionale, che consente l'analisi di
ciascun passaggio, può aiutare, se non addirittura indurre la
controparte alla stessa decisione cui il negoziatore era già
arrivato.
In negoziati di una certa rilevanza, non è escluso che la parte
rifiuti la firma sulle condizioni finali del trattato solo perché
si è sentita esclusa dal processo di elaborazione che ha condotto
al risultato.
Qualora nel corso della trattativa fosse necessario indurre la
controparte a rinunciare o rivedere le proprie aspettative nei
confronti di un interesse, sarà opportuno preoccuparsi di come fare
a "salvargli la faccia".
Salvare la faccia ha in realtà lo scopo di rendere conciliabile per
una persona l'esito del negoziato o le decisioni che vanno via via
prendendosi, con l'atteggiamento precedentemente espresso sullo
stesso argomento. Aiutare l'interlocutore in tale circostanza lo
renderà molto più disponibile ad accettare la decisione finale,
soprattutto se questa è particolarmente distante dall'obiettivo che
lui stesso si era prefissato all'inizio della trattativa. Sebbene
certe affermazioni appaiano scontate, frutto di logica, è molto più
frequente che le persone arrivino alla trattativa pronte allo
scontro piuttosto che a lavorare insieme al problema comune.
Sino a questo punto il ruolo giocato dalla comunicazione appare
principale, poiché senza comunicazione non può esservi negoziato (e
qui si ritorni su quanto è stato detto in apertura a proposito del
sequestro di persona a scopo di estorsione). Tutto il negoziato è
una comunicazione fra due parti che hanno la volontà di giungere ad
un risultato comune; il problema sorge quando, come è stato
poc'anzi accennato, il negoziatore è più preparato a sostenere lo
scontro con il suo interlocutore, cercando una vittoria
schiacciante ed immediata, sebbene parziale e che spesso non
produce risultati duraturi, piuttosto che una vittoria che appaghi
entrambe le parti e sia completa e duratura. Di conseguenza, il
primo passo di una comunicazione efficace consiste nell'essere
certi di star parlando "con" una persona e non "contro" di
lei.
Altrettanto importante diventa il problema dell'ascolto
dell'interlocutore. Esistono infine, le problematiche connesse con
l'eccesso di comunicazione che derivano frequentemente dal fatto di
non aver ben chiaro cosa si voglia comunicare o lo scopo cui deve
servire l'informazione che si sta fornendo, lasciando in questo
modo l'altro libero di farne l'uso che ritiene più opportuno.
Giocando diversamente la carta comunicativa, non solo possiamo
limitare il campo d'azione dell'interlocutore, ma possiamo anche
indirizzarlo al risultato che ci si propone di ottenere.
Per individuare e superare le difficoltà nella comunicazione, può
essere utile riportare le modalità indicate da Adler e Towne
(1990):
- distinguere i fatti dalle interferenze: può essere opportuno, in
certe situazioni, separare il comportamento osservabile (i fatti),
dalle interpretazioni che ne abbiamo tratto (interferenze);
- usare con parsimonia gli eufemismi: gli eufemismi sono parole
che sono utilizzate per mitigare l'impatto di informazioni che
potrebbero risultare spiacevoli;
- usare il linguaggio emotivo con moderazione: i termini a forte
connotazione emotiva, non solo difficilmente hanno la possibilità
di uguale accuratezza, ma rischiano anche di essere accolti poco
volentieri dalla controparte;
- evitare il linguaggio equivoco: evitare cioè parole che possono
avere più significati oltre quello comunemente accettato;
- diffidare delle valutazioni statiche: quelle che definiscono gli
altri con caratteristiche immutabili, cercando invece di
specificare sempre il contesto nel quale gli eventi si sono
verificati(14).
7. Il significato della
persuasione
Tutti questi accorgimenti finiscono per giocare un ruolo
fondamentale nella capacità di persuasione del negoziatore poiché è
bene non dimenticare che se in una trattativa comune il margine
d'errore può avere risvolti professionali, economici o addirittura
politici, nel negoziato in presenza d'ostaggi il margine d'errore
deve essere nullo o minimo, perché sono in gioco le vite degli
ostaggi. In presenza di questi non può esistere un buon negoziato,
ma solo un negoziato vincente ed è per questo che entra in gioco la
persuasione: una sorta di arte che solo in parte può essere
improvvisata, ove esiste una logica, che mai può coincidere con
l'uso della logica pura. Per persuadere si devono attivare
l'immaginazione ed il raziocinio, si devono spesso muovere anche i
sentimenti, persino le passioni (…) ma sempre in modo delicato,
senza oltrepassare una soglia che è difficile delineare in
astratto. Forse nessun mezzo è troppo lieve per essere usato nella
persuasione (…). Persuadere significa indurre un cambiamento nella
volontà altrui, ma solo, si badi bene, attraverso un trasferimento
di credenze, di opinioni"(15).
Il significato più intrinseco del termine persuasione sembra sia
colto ed espresso in maniera perfetta ed inequivocabile da
Palmarini, il quale continua asserendo che si ottiene il massimo
della presa quando si adottano le linee di ragionamento che sono
più prossime all'interlocutore facendo appello alle motivazioni che
maggiormente gli stanno a cuore.
La capacità argomentativa del negoziatore può allora essere
decisiva per far affiorare alla coscienza dell'altra parte ciò che
sino a quel momento era stato sommerso. Oppure, "l'interlocutore,
sebbene cosciente, non ha avuto l'occasione (o non è stato capace)
di trarre tutte le conseguenze. L'intervento (del negoziatore) può
essere decisivo per facilitare questo passaggio e per
prospettargli, fra tutte le possibili conseguenze, quelle che
maggiormente gli premono"(16). Infine, è lo stesso autore che
afferma che è importante non dimenticare che esistono dei momenti
privilegiati o addirittura irripetibili per esercitare un'azione di
persuasione.
Il negoziatore deve essere affidabile e rendersi partecipe dei
problemi dell'altra parte mostrando di averli realmente compresi, e
ove sia possibile, deve essere in grado di prospettare soluzioni
alternative che sfuggono all'interlocutore, ma soprattutto
stabilire le verità e manipolare le modalità di comunicazione. Deve
essere estremamente tenace e razionale, comunicativo e creativo per
creare il senso di comune appartenenza e poter toccare le leve
della volontà altrui. Il negoziatore deve poter essere sempre
"controllato" per rispondere all'irrazionalità altrui con la
propria razionalità ed in tal modo evitare lo scontro con chi è più
vulnerabile ed incontrollabile e, da una posizione di
identificazione, il negoziatore deve diventare un costruttore di
verità(17).
8. Il teatro
operativo Osserviamo adesso le caratteristiche
dell'area nella quale il negoziato operativo si svolge.
Con "teatro operativo" si fa riferimento a quell'area urbana posta
intorno all'obiettivo (zona posta al centro del teatro operativo
nella quale sono rinchiusi i sequestratori e gli ostaggi) che dovrà
assumere alcune caratteristiche affinché al suo interno possa
svolgersi il negoziato.
Ho distinto due diverse ipotesi(18) secondo le due situazioni in
esame: il caso di emergenza non richiede particolari accorgimenti
tecnici, dovendosi solo fare attenzione che i sequestratori non
possano trovare vie di fuga laddove c'è una falla nel dispositivo
di sicurezza e, contemporaneamente, che nessuno possa avvicinarsi
al luogo in cui sono in corso le trattative.
Ciò trova la sua ragione d'essere perché in questa ipotesi, il
malvivente non è uno specialista nei sequestri e capita spesso che
non lo sia nemmeno di rapine. Questo elemento ha una ricaduta a
cascata su diverse altre conseguenze: innanzitutto la scelta e la
conoscenza dei luoghi.
Se, infatti, l'azione criminosa predisposta è la rapina, risulta
quantomeno plausibile che la scelta dell'obiettivo sia stata
effettuata sulla base innanzitutto della disponibilità di denaro,
poi sulla base delle difficoltà rappresentate dal sistema di
sicurezza (eventuale vigilanza armata, sistemi di videoripresa e
così via), in base alla distanza intercorrente dal più vicino
comando delle forze di polizia, in base alla facilità delle vie di
fuga e del rapporto numerico tra i rapinatori e le dimensioni del
posto in cui commettere il fatto. Inoltre, il rapinatore che si
trasforma suo malgrado in sequestratore non ha all'esterno una rete
di fiancheggiatori o sostenitori che ne allevi, almeno in parte il
peso psicologico dell'azione e, in definitiva, come abbiamo visto,
finisce per trovarsi nella posizione, pessima per qualsiasi persona
affronti un negoziato, di dover trattare per se stesso.
Dal punto di vista psicologico, per quanto il coinvolgimento
emotivo giochi un ruolo rilevante sull'andamento e quindi sul
risultato del negoziato, trattare per qualcosa che non ci tocca
direttamente consente una maggiore capacità di azione collegata ad
una maggiore, anche se intrinseca, consapevolezza che le
conseguenze non ricadranno direttamente su di noi.
Per quanto possa sembrare difficile da accettare, mentre il
rapinatore negozia per la sua vita e quella dei suoi complici, con
ripercussioni nell'immediato sulla propria vita, il negoziatore
tratta affinché il reato in corso non produca ulteriori conseguenze
(questo particolare modo di esprimersi evita volutamente di
menzionare gli ostaggi e quindi consente una volta di più la
spersonalizzazione dall'azione. Esattamente il contrario, come
vedremo in seguito, di quanto si fa con il sequestratore, per
cercare sempre di ricordargli che gli ostaggi sono persone, magari
anziani, o donne, magari mamme con bambini e così via, senza mai
consentire che sia perso il contatto con l'elemento umano tenuto in
ostaggio).
In questo tipo di sequestro, inoltre, il sequestratore non è
preparato a trattare, cerca solo una via rapida per uscire dalla
situazione, il coinvolgimento emotivo è all'estremo, diventa più
semplice lasciarsi andare al panico piuttosto che rimanere freddi o
ad affrontare la realtà che lo aspetta all'esterno dei locali nel
quale, per fatalità, è rimasto chiuso. Inoltre, è perfettamente
consapevole che esiste una grande differenza tra l'essere
incriminato per rapina piuttosto che essere incriminato per
sequestro di persona o, peggio, per omicidio.
Tutti gli elementi che costituiscono questo tipo di negoziato, si
riflettono in maniera positiva sull'organizzazione del dispositivo
all'esterno dell'obiettivo e, conseguentemente, sul numero di
persone che dovrà essere impiegato nell'area delle
operazioni.
Di diversa portata si presentano le problematiche connesse con la
seconda fattispecie che stiamo esaminando. Nel sequestro in stato
di crisi, infatti, dal punto di vista logistico, è più che
plausibile attendersi che il sequestratore, o meglio i suoi
mandanti, abbiano accuratamente scelto il luogo nel quale
effettuare il sequestro, è possibile anzi che proprio questo abbia
un'importanza determinante ai fini degli scopi che l'azione
criminosa si propone. è altresì possibile che sia stato compiuto
uno studio sulle vittime del sequestro, potendo rappresentare
queste l'obiettivo principale dell'azione. Per questi motivi, anche
in assenza di una rivendicazione, o prima che questa sia
effettuata, chi conduce le trattative deve riuscire ad ottenere più
rapidamente possibile il maggior numero di informazioni sul conto
delle persone con le quali si accinge a trattare.
è logico, in questo secondo caso, aspettarsi che possano
verificarsi maggiori ingerenze dall'esterno o che possano
verificarsi fatti di una tale gravità (quali l'esplosione di un
ordigno o uno scontro a fuoco), per cui la cinturazione della zona
deve essere ancora più rigida e sicuramente più estesa.
In un precedente studio sull'argomento(19) ho ipotizzato tre figure
di riferimento per tutti i tipi di sequestro di persona, e due tipi
di teatro operativo, a seconda che ci si trovi nel caso di
emergenza o nello stato di crisi.
Le figure di riferimento sono quelle del negoziatore, del
comandante operativo e del responsabile dell'area. Della prima di
queste figure è stato detto all'inizio e si dirà in seguito
tracciandone un profilo psicologico di massima, mentre il secondo
personaggio fa riferimento alla figura del comandante della squadra
di intervento operativa (GIS per l'Arma dei Carabinieri) pronta ad
intervenire nel caso di richiesta del negoziatore o qualora il
responsabile dell'area decidesse che non è più producente
proseguire nelle trattative. Infine, l'ultima figura, ma di sicuro
non di secondo rilievo rispetto alle altre e certamente totalmente
sconosciuta nel nostro Paese nel panorama delle ipotesi di
intervento per sequestro di persona, è quella del responsabile
dell'area, che deve identificarsi con una persona posta
gerarchicamente al disopra delle prime due, responsabile della
durata del negoziato e di tutta l'area del dispositivo (area di
cinturazione più quella in cui si trova l'obiettivo) nonché
dell'eventuale decisione sull'intervento della squadra di
intervento rapido. Inoltre il responsabile dell'area è il solo
competente a parlare con le autorità di Pubblica Sicurezza.
Per quanto concerne la cinturazione dell'area nella quale il
negoziato si svolge, sono previsti, almeno nei Paesi anglosassoni
dove l'incidenza del fenomeno ha suggerito la costituzione di
procedure ferree, tre anelli di sicurezza: il primo, più esterno,
nel quale è deviato o interdetto il traffico pedonale e quello
delle autovetture; un secondo, intermedio, nel quale viene
realizzato lo sgombero completo ed usato per i movimenti delle sole
forze di polizia, per lo stazionamento dei mezzi di soccorso e, al
massimo, per i rappresentanti dei media. Il terzo, quello più
interno, solo per le persone direttamente interessate al negoziato
in corso.
Nello studio cui accennavo in precedenza, era stato semplicemente
alleggerito il dispositivo dell'area nel caso di emergenza, in
considerazione della costante attenzione che il nostro Paese pone
al rapporto costi-benefici, a due anelli, ovviamente i due più
interni.
9. I protagonisti della negoziazione
Da quanto abbiamo detto in precedenza, è emerso che alcune persone
non possono svolgere il negoziato e ciò a causa delle professioni
che esercitano o del personale coinvolgimento in quanto sta
accadendo. Questo argomento, si badi bene, è uno di quelli in cui
maggiormente si avverte un diverso approccio alla materia da parte
degli specialisti americani dovuto a concezioni culturali
differenti.
Non possono svolgere una negoziazione, sicuramente tutti coloro che
hanno il potere decisionale poiché potrebbero trovarsi nella
pessima posizione assimilabile a quella di coloro che trattano per
se stessi. In sostanza è molto più difficile argomentare un diniego
ed è più difficile trattare direttamente quando si ha il potere
decisionale.
Inoltre, non possono svolgere il ruolo del negoziatore tutti coloro
che, per qualsiasi ragione o in qualunque modo, sono coinvolti nei
fatti che si stanno verificando. Di conseguenza non possono fungere
da negoziatori tutti coloro che hanno qualche legame con qualcuna
delle vittime o con il sequestratore. Secondo l'F.B.I., e qui si
osserva un momento di possibile minore aderenza con quanto accade
nel nostro Paese, non possono fungere da negoziatori coloro che
svolgono mestieri o professioni che possano influire negativamente
sullo stato psicologico del sequestratore; non possono essere
negoziatori, quindi, i sacerdoti, gli avvocati ed i giudici, gli
psicologi ed i medici in generale.
Lo stato di tensione cui sono sottoposti tutti gli attori della
trattativa in presenza di ostaggi, può rivelarsi anche sul
negoziatore che, nel breve periodo, potrebbe cominciare a
presentare sintomi di identificazione con il sequestratore o
addirittura con l'ostaggio, ai quali possono seguire la paura del
fallimento con la conseguente perdita dell'obiettività. Il timore
delle critiche potrebbe aumentare lo stato d'ansia in una sorta di
circolo vizioso che conduce all'isolamento ed
all'esaurimento.
La cattiva percezione dello stress, con eccessi di euforia e,
viceversa, stati di profonda depressione. Nel lungo periodo, a
questi problemi, potrebbero aggiungersi quelli derivanti dallo
scavalcamento della propria autorità, assunzione delle
responsabilità del comando ed il senso di colpa.
Prima di affrontare le problematiche connesse con il team del
negoziatore, è bene in questa sede affrontare la cosiddetta
sindrome di burn out, una sorta di logoramento professionale e
psicologico che tocca tutti coloro che operano in condizioni di
particolare stress emotivo. La sindrome di burn out definisce quel
processo in base al quale lo stress si converte in meccanismo di
difesa e di risposta alla tensione che conducono a comportamenti di
distacco emozionale dalla scena ed evitamento(20).
Un aspetto analogo al burn out per il gruppo riguarda, come abbiamo
visto, solo il negoziatore per il suo continuo interagire con
persone che hanno subito un trauma, con possibile sviluppo del
disturbo post traumatico da stress e che i già richiamati studiosi
(Strano-Calzolari) definiscono "traumatizzazione vicaria" (impatto
psicologico che può avere il vissuto traumatico dell'ostaggio e del
sequestratore sul negoziatore), i cui sintomi sul breve e lungo
periodo abbiamo già precedentemente citato. Infine, tra i disturbi
che il negoziatore potrebbe avvertire a causa del permanere la
condizione di stress cui è sottoposto, non si può omettere la
"compassion fatigue" (Figley, 1982). è una fenomenologia che si
genera come meccanismo difensivo verso le difficoltà e lo stress a
causa del sentimento di partecipazione profonda nei confronti di
qualcuno che sta soffrendo.
Figley ha evidenziato due fattori che possono aumentare le
possibilità dell'ingenerarsi della compassion fatigue: la
prolungata esposizione a fattori traumatici e la memoria di
situazioni passate irrisolte e non elaborate dall'operatore.
Secondo lo stesso autore due fattori giocano un ruolo determinante
sulla possibilità di evitare l'incedere di questa sindrome: la
capacità di separazione emotiva dall'angoscia dell'evento e la
soddisfazione per il lavoro che si sta svolgendo(21).
Per molto tempo si è discusso sull'opportunità che la trattativa in
presenza di ostaggi fosse svolta da due negoziatori piuttosto che
uno solo. è ovvio, per tutta una serie di circostanze che abbiamo
già avuto modo di illustrare, che in questa sede il discorso è
puramente dottrinale atteso che nel nostro Paese non sono ancora
previste procedure standardizzate.
Il punto di riferimento, ancora una volta è rappresentato dai Paesi
anglosassoni dove la problematica, oltre che avvertita, è anche
affrontata in altra maniera. Quando può, l'FBI utilizza sempre team
composti di sette persone: due negoziatori, il leader del team, un
tecnico delle comunicazioni, un coordinatore, un tattico ed un
esperto nelle scienze del comportamento. A nostro avviso non è
comunque possibile scegliere un sistema a negoziatore singolo o
doppio, affidandosi esclusivamente ad un esame dei rapporti
costi-benefici e quindi sulla frequenza con la quale si verificano
certi tipi di reato. La decisione di preparare i negoziatori indica
la precisa volontà politico-sociale di affrontare le situazioni di
crisi in presenza di ostaggi, ove possibile, in maniera non
violenta ed appare quantomeno poco produttivo approntare un
dispositivo di scarsa utilizzabilità.
Come abbiamo visto e come appare logico, ogni sequestro di persona
ha una storia a se stante e conseguentemente i tempi di soluzione
della crisi risulteranno variabili secondo fattori impossibili da
prevedere a priori. In una simile prospettiva non è possibile
escludere anche che la trattativa si protragga per più giorni in
tal caso sarà opportuno prevedere che il negoziatore possa avere
tempi di recupero e riposo senza, tuttavia, allentare la pressione
sul sequestratore interrompendo la comunicazione. Ma a prescindere
da quella che apparirà una regola fondata sul buon senso, affinché
il negoziatore possa svolgere adeguatamente il proprio lavoro, gli
sarà necessario un gruppo di supporto che potrà provvedere a tutte
le necessità che si presenteranno nel corso del negoziato che
chiameremo team del negoziatore. Di questo gruppo esclusivamente e
squisitamente tecnico dovrebbero far parte: uno psicologo (il
profiler cui si è accennato in precedenza), sebbene da altri autori
più specificamente definito specialista nella scienza del
comportamento - Strano, Calzolari, 2005, in grado di analizzare sul
campo gli elementi che emergono nel corso dell'interazione con il
sequestratore, fornendo al collega un quadro in tempo reale degli
aspetti salienti del profilo psicologico
dell'interlocutore(22).
Nelle squadre più piccole, sostengono i due autori citati con i
quali concordiamo appieno, quest' ultima figura potrebbe essere
sostituita da un soggetto che assiste nella formulazione delle
strategie e coordina le varie fasi della trattativa. Dovrebbe
rappresentare il più stretto collaboratore del negoziatore, in
grado di indicargli i percorsi alternativi per agire sulle leve
della persuasione del sequestratore.
La seconda persona necessaria al team del negoziatore è il tecnico
informatico, in grado di fornire tutti gli elementi connessi al
caso rilevabili dalla banca dati delle forze di polizia e tutti
quegli elementi rilevabili tramite quella fonte che si dovessero
rendere necessari nel corso della trattativa. Riteniamo che sia
fondamentale, se non inserire, quantomeno prevedere costanti
contatti ed esercitazioni fra il team del negoziatore e la squadra
di intervento operativo, per consentire la creazione di uno spirito
di coesione che ne agevoli il compito sul campo.
Il materiale raccolto durante la negoziazione costituisce un nucleo
informativo importantissimo su variabili come le reazioni emotive,
il potenziale suicidiario ed il contatto con la realtà.
Grazie al substrato informativo è possibile sviluppare le cinque
tappe di cui sarebbe composto un negoziato con sequestratori di
persona (Donohue, 1991):
1. riunione dell'intelligence;
2. sviluppo della relazione;
3. sviluppo e chiarificazione del problema;
4. strategie di intervento;
5. risoluzione.
è ovvio, proprio per non interrompere la comunicazione, che il
primo contatto fra il negoziatore ed il sequestratore avviene solo
dopo che sia isolata l'area dell'intervento com'è stato più su
specificato.
Come si vede, la gestione di eventi in presenza di ostaggi richiede
uno spiegamento di forze ingente e con un'alta concentrazione di
specialisti i cui compiti risultano fra loro complementari e questa
è una garanzia per il team del negoziatore che così agisce
sentendosi deresponsabilizzata, forte di essere parte di un
contesto operativo pronto ad aprirsi ad altre alternative di cui
loro rappresentano solo una delle possibilità.
10. La sindrome di
Stoccolma
Dalla etimologia del termine alle difficoltà interpretative
Esiste concorde parere nell'affermare che il termine (Hostage
Identication Sindrome secondo una delle più recenti e pertinenti
definizioni - Turner 1985(23)) sia stato identificato per la prima
volta ed isolato come specifica fenomenologia medica a seguito di
un fatto verificatosi nell'agosto del 1973, nella sede della
Sveriges Kredibank di Stoccolma, allorquando nell'istituto di
credito irruppe un rapinatore armato di fucile mitragliatore. Alla
rapina fallita, seguì un sequestro di persona durato 131 ore a
carico di quattro persone. Gli psicologi che per la prima volta
furono chiamati ad interessarsi ai sintomi riscontrati dagli
ostaggi, notarono che questi persistevano in una sorta di fedeltà
verso il bandito che nel corso del sequestro li minacciava di
morte, anche diverso tempo dopo che il fatto si era concluso. In
realtà, gli stessi psicologi, si resero conto che questi avevano
avuto, durante le fasi del sequestro, più paura della polizia,
percepita come l'elemento ostile, piuttosto che dello stesso
sequestratore che li teneva in ostaggio. Superato lo step
dell'etimologia del termine, cominciano a verificarsi discordanze
sui pareri relativi alla sindrome di Stoccolma, dovuti alle diverse
interpretazioni che sono state fornite dagli studiosi di
discipline diverse. Galanter, ad esempio, nel suo studio sulla
psicologia dei gruppi carismatici da cui ha tratto la teoria dell'
"effetto sollievo" (il gruppo promuove norme comportamentali che
possono esporre il seguace ad angoscia potenziale. Poi egli arriva
a sentire che il sollievo dall'angoscia dipende dalla fedeltà al
gruppo, il che lo rende, a sua volta più ricettivo alle richieste
del gruppo)(24) sostiene: "Con questo termine (sindrome di
Stoccolma) viene indicato il meccanismo di difesa posto in essere
da ostaggi che finiscono per identificarsi con l'aggressore, cioè
con colui che infligge l'angoscia ma che, nel contempo, detiene il
potere di dare sollievo emozionale all'ostaggio"(25).
Ma non tutti condividono questa definizione della sindrome in
argomento poiché, secondo altri autori (Lothar Knaak), la
fenomenologia della situazione psichica della vittima è
pluriforme.
La situazione singola ha un'altra dimensione nella realtà che non
l'esperienza collettiva. Le diverse situazioni nelle quali la
vittima può venire a trovarsi variano, d'altra parte, in dipendenza
delle loro condizioni preliminari(26).
D'altra parte, in epoche più recenti altri autori hanno descritto
la Sindrome in argomento come: "la risposta emotiva, spesso
inconscia, al trauma di diventare una vittima di
sequestro"(27).
Questo tipo di risposta non appartiene ad una scelta razionale,
atteso che le persone sono trattenute contro la propria volontà e
sotto costante minaccia per la loro vita.
Questa sindrome che coinvolge sia il sequestratore sia gli ostaggi,
comporta un elevato livello di stress per la vittima la quale deve
raggiungere nuovi livelli di adattamento psicologico per farvi
fronte.
Knaak affronta la problematica dell'ostaggio partendo dal confronto
della posizione della vittima di un arbitrio prevedibile con quella
della vittima del caso.
L'arbitrio in questo caso si presenta come risultato di un regime
dispotico, laddove maggiore è il dominio del superiore assoluto e
più legittimo il dispotismo. Le vittime di questi regimi sono
coscienti del loro ruolo di vittime; l'accettazione di questo ruolo
accentua l'autocoscienza del proprio valore e ciò le predestina al
martirio(28).
La vittima di una causa imprevista non risponde a queste
caratteristiche, mancando la condizione necessaria alla condizione
tirannica. La posizione della persona alla quale viene
all'improvviso imposto il ruolo della vittima è indispensabile (ma
non sufficiente da sola, aggiungeremmo) per qualificare l'atto
terroristico, sia in una situazione di comune delinquenza, sia di
delitto politico.
Più vicini alle posizioni di Knaak, si ritiene che per comprendere
a fondo la Sindrome di Stoccolma sia opportuno partire
dall'esistenza di modelli di comportamento di base che consentono a
ciascuno, inserendolo in una categoria, di riconoscersi come
singolo appartenente alla stessa specie. L'individuo pone in essere
comportamenti riflessi che, in condizioni estreme entrano
automaticamente in funzione, ne sono tipici, ad esempio, tutti quei
riflessi basati sull'istinto di conservazione. Tali riflessi
rientrano nelle funzioni archetipiche e sono legate all'istinto che
tende alla salvaguardia delle funzioni elementari e condizionanti
della vita stessa. Secondo Knaak, tutte queste norme alla base di
funzioni archetipiche sono forme primitive reattive e involontarie,
cioè di carattere infantile, a dipendenza del loro rango primitivo.
In sostanza, lo svolgimento del sentimento reattivo della vittima
reinserisce il desiderio di protezione del bambino, specialmente in
caso di sequestro(29).
Nel momento del massimo spavento, l'attività mentale può facilmente
regredire ad una fase infantile (ad un'età che è ben inferiore ai
cinque anni, poiché, come il bambino si trova in totale dipendenza
dai genitori, anche l'ostaggio si trova in una situazione di totale
dipendenza dai sequestratori.
E, come l'adulto accompagna il bambino per fargli prendere
coscienza del mondo, così il sequestratore accompagna l'ostaggio
verso la liberazione) e stimolare reazioni di protezione e di cura,
il soggetto fa appello alla compassione dell'altro che dovrebbe
attivare la protezione (nel nostro caso alle Istituzioni).
Ma quando il bisogno di protezione rimane inascoltato e permane la
situazione di paura e, potenziale pericolo, l'individuo può provare
la sensazione di abbandono (che il nostro autore definisce
autismofobia), può accadere che sia cambiato il bersaglio dell'odio
e ciò accade quando la vittima si identifica negli aggressori,
soprattutto se questi offrono alle vittime la possibilità di
solidarizzare con le loro ideologie. In questa fase troviamo
un'altra caratteristica ricorrente nella sindrome che è quella
della cd. introiezione: un meccanismo associato all'apprendimento
imitativo, mediante il quale i bambini assumono le caratteristiche
ammirate dai genitori o da altri modelli. Tale spiegazione trova il
conforto anche nella chiave di lettura psicoanalitica fornita alla
Sindrome in esame, secondo la quale "l'Io adulto governato dal
principio di realtà assume una funzione direttiva e fa da
intermediario fra le richieste della realtà, le richieste istintive
(ES) e gli imperativi morali del Super-Io, utilizzando, se
necessario, meccanismi di difesa" (Anna Freud)(30).
Quando è minacciato, l'Io si adatta per continuare a funzionare
anche nelle esperienze più dolorose. Secondo questa spiegazione
della Sindrome, ed in questo il momento di incontro con la teoria
di Knaak, l'identificazione con l'aggressore ha lo scopo di evitare
la potenziale punizione da parte del nemico; infatti, per Knaak il
motivo per il quale la vittima si identifica con l'aggressore è da
cercare unicamente nel rapporto di potere che si è venuto a creare,
atteso che in questi casi gli aggressori hanno espresso maggiore
potenza di coloro che dovrebbero garantire l'ordine pubblico. In
sintesi, alla vittima del caso, quella cioè vittima del fatto
singolo, può, per molti aspetti, essere assimilata la vittima di
sequestro per fatto squisitamente terroristico e proprio in questa
categoria sono evidenti gli effetti dell'istinto di
conservazione.
Riprendendo il pensiero pienamente condivisibile di Ferracuti ed
Abbate, riteniamo che, dal punto di vista medico, si possa
efficacemente sintetizzare la Sindrome di Stoccolma in tre fasi
successive:
- sentimenti positivi degli ostaggi verso i sequestratori;
- sentimenti negativi degli ostaggi nei confronti delle forze
dell'ordine;
- reciprocità dei sentimenti positivi da parte dei
sequestratori.
Non esiste una personalità specifica per la quale sembri più
probabile l'instaurarsi della sindrome, per cui possono esserne
colpite persone di entrambi i sessi e di ogni età, anche se non si
sviluppa sempre. I fattori che sembrano determinanti per
l'insorgere della sindrome sono legati all'intensità
dell'esperienza, alla dipendenza dell'ostaggio dal sequestratore
per la propria sopravvivenza, dalla distanza psicologica
dell'ostaggio dall'autorità ed il tempo. Gli studiosi non si
mostrano concordi sull'ipotesi che favorire l'insorgere della
sindrome possa essere d'aiuto al negoziatore per una più veloce
risoluzione della trattativa poiché, e qui tutti si dimostrano
concordi, se in qualche caso l'insorgere della Sindrome di
Stoccolma può aver giovato al ruolo del negoziatore, sempre
l'insorgere del fenomeno è stata causa di intralcio per la squadra
di intervento nel caso in cui fosse stato necessaria la soluzione
non negoziale della crisi.
Solo come accenno si dirà che una terapia di queste forme dello
squilibrio psichico della vittima del terrore deve basarsi sul
principio della ricostruzione o dell restaurazione dell'equilibro
prestabilito(31).
11. Alcune considerazioni
conclusive
La tematica, sulla cui complessità non appare il caso di
soffermarsi ulteriormente, presenta momenti di criticità che si
riferiscono quasi esclusivamente a due aspetti: da un lato la
difficile problematica concernente la responsabilità giuridica del
negoziatore che, in mancanza di un assetto normativo specifico, al
momento può essere attribuita esclusivamente mediante
l'applicazione, da parte della magistratura, della norma giuridica
generale esistente al fatto contingente.
Il secondo aspetto di criticità è relativo all'adozione di
procedure d'intervento di cui al momento si avverte la mancanza,
sebbene l'Arma dei Carabinieri, con brillante intuizione, a seguito
di uno studio in materia e cogliendo un modello di consolidato
successo, sin dal 2004 ha inserito un nucleo di negoziatori
all'interno del Gruppo d'Intervento Speciale. L'iniziativa, che ha
posto l'Arma all'avanguardia nel settore e non solo tra le Forze di
Polizia, non ha ancora trovato il naturale seguito
nell'elaborazione di procedure di intervento standardizzate: una
simile prospettiva potrebbe offrire maggiori garanzie di
tranquillità all'operatore che si trovasse nelle situazioni che
abbiamo osservato nel corso della trattazione, ma fornirebbe anche
all'Istituzione un ruolo pilota e, in definitiva, di leader nel
settore.
L'augurio è, quindi, che possa essere studiata una dottrina in
grado di porre ancora una volta l'accento sulla necessità di
affidare l'intervento degli operatori a procedure standardizzate
sia per il territorio nazionale sia per i Teatri all'estero.
Approfondimenti
_______________
(*) - Gli argomenti sviluppati nell'articolo sono stati tratti, su
concessione della casa editrice Franco Angeli, dal volume:
Introduzione alla psicologia giuridica - Campi applicativi e
metodologie di intervento, a cura di I. Petruccelli e F.
Petruccelli, in Psicologia, Saggi e studi, edito dalla Franco
Angeli s.r.l., in Milano, nel 2007, seconda parte: La psicologia
nel processo penale, dal capitolo dello stesso autore: La
negoziazione applicata alle situazioni di crisi in presenza di
ostaggi e sindrome di Stoccolma, pagg. 249-277.
(1) - Roger Fisher - William Ury, L'arte del negoziato, Arnoldo
Mondadori Editore, Milano, 1995, pag. 23.
(2) - E. Improta, V. Lembo, Corpi d'Elite, Istituto Geografico de
Agostini, Novara, 1986, vol. 1.
(3) - Gorge B. Palermo, Vincenzo M. Mastronardi, Il profilo
criminologico, Giuffrè editore, Milano, 2005, pag. 340.
(4) - Ivi, pag. 45 e ss.
(5) - Marco Strano, Direttore Tecnico Capo Psicologo della Polizia
di Stato (Associazione Nazionale Funzionari di Polizia) e Luca
Calzolari, Psicologo, International crime Analysis Association,
contributo "Le tappe del processo di negoziazione", gennaio
2004.
(6) - M. Strano, L. Calzolari, ivi.
(7) - M. Strano, L. Calzolari, intervento citato.
(8) - Ivi, pag. 72.
(9) - Ivi, pag. 35.
(10) - C. Guida, La cultura negoziale, ed. Interculturali, Roma,
2004, pag. 29.
(11) - C. Guida, Introduzione alla psicologia giuridica, a cura di
Irene Petruccelli e Filippo Petruccelli, Franco Angeli ed., Milano,
2007, pag. 259.
(12) - M. Strano, L. Calzolari, contributo L'intervento del team di
negoziazione, gennaio 2005.
(13) - B. Zani, P. Selleri e D. David, La comunicazione. Modelli
teorici e contesti sociali, Carocci ed., Roma, 2000, pag. 91.
(14) - B. Zani, P. Selleri e D. David, op. cit., pag. 98.
(15) - M.Piattelli Palmarini, L'arte di persuadere, Oscar Saggi
Mondatori; Milano, 1995, pag. 5.
(16) - M.Piattelli Palmarini, op. cit. pag. 48.
(17) - C. Guida, La cultura negoziale, op. cit. pag. 51 e ss.
(18) - C. Guida, La cultura negoziale, op. cit. pag. 41.
(19) - C. Guida, Introduzione alla psicologia giuridica, op. cit.
pagg. 265-266.
(20) - M. Strano e L. Calzolari, contributo citato.
(21) - Ivi.
(22) - In realtà non riteniamo sia fondamentale propendere per
l'una o l'altra figura o per altre ancora che potrebbero essere
menzionate, a prescindere da una specifica specializzazione nel
preciso incarico. Questo atteggiamento può essere desunto anche
dagli esperimenti di Pinizzotto e Finkel (1990) menzionati da
Kocsis (2005) sull'attendibilità del profiling. Gli stessi autori
(Strano, Calzolari) ammettono che nel sistema americano l'incidenza
della presenza di uno psicologo è di circa il 76% (Butler,
1993).
(23) - F. Ferracuti, L. Abbate, Enciclopedia medica italiana, USES
Edizioni scientifiche, Firenze, 1987, vol. XIV, pag. 1245.
(24) - M. Galanter, Culti, SugarCo edizioni, Carnago (VA), 1989,
pag. 142.
(25) - M. Galanter, op. cit., pag. 162.
(26) - L. Knaak, Contributo al convegno "Dalla parte della
vittima", tenutosi a Milano nel marzo del 1978, realizzato dal
Gruppo di Psicologia Giuridica della Facoltà di Medicina,
Università degli Studi di Milano, edito nella collana di Psicologia
criminale, diretta da Gullotta Guglielmo, da Giuffré ed., Varese,
1980.
(27) - F. Ferracuti e L. Abbate, op. cit., pag.1245.
(28) - L. Knaak, contributo cit.
(29) - Ivi.
(30) - F. Ferracuti e L. Abbate, op. cit. pag. 1246.
(31) - L. Knaak, contributo cit.
|