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Il privilegio conferitomi di essere
stato più volte destinato ad incarichi di comando nella linea
addestrativa dell'Arma mi ha portato spesso ad interrogarmi sul
significato più recondito della parola "formazione", termine
talvolta abusato, talaltra non sempre efficacemente utilizzato.
D'altronde, non posso non chiedermi cosa si celi realmente dietro
questo termine, la cui accezione risulta estremamente variabile in
base ai diversi contesti in cui viene adoperato. Per il direttore
di una rivista, che si propone di aggiornare una specifica
preparazione professionale, è quanto di più semplice, ma - ritengo
sia anche - quanto di più eticamente doveroso ci si possa porre.
Allora viene da domandarsi quale aggiornamento, quale preparazione,
quale specificità? In una sola parola quale formazione? La
tecnocrazia moderna ci stimola ad abbracciare un tipo di formazione
eminentemente efficientista; cioè ottenere un "output" specifico,
un valore quantitativo sul quale misurare le nostre capacità di
preparazione e, in tal senso, bisogna saper far acquisire le
conoscenze, le informazioni, le nozioni, le procedure, le tecniche
più corrette ed efficaci. Non c'è dubbio che un prodotto sia
necessario; ma una visione "aziendalistica" non è sufficiente. Una
formazione marcatamente tecnica prepara a costruire competenze
salde e specifiche, conferisce capacità pratiche, ma non nutre: può
al massimo saziare. Far bene ciò che ci viene chiesto ci rende
orgogliosi e ci gratifica, ma non ci viene soltanto chiesto quanto
dobbiamo. Spesso, sempre più spesso, ci viene chiesto di più, molto
di più. L'ufficiale, al di là e al di sopra dell'educatore
tecnico-professionale, è un educatore civico, tende a preparare una
coscienza. Grave responsabilità che grava sul compito più arduo.
Comandare altri uomini nel rispetto della loro personalità,
dignità, cultura, tradizioni, affetti e sensibilità è una
grandissima responsabilità. Da noi ci si aspetta anche un'azione di
comando coscienziosa ed intelligente, un determinato comportamento
morale, un tradizionale modo di essere che affonda le sue radici
nell'esempio, nell'altruismo, nell'abnegazione, nel rigore. Tutto
ciò non può essere oggetto di istruzione, né di sola formazione
professionale: deve necessariamente intervenire un'azione che
interessa il corpo, la mente ed il carattere per raggiungere
un'educazione militare e professionale. Esiste, allora, nella
formazione anche un problema educativo o, se vogliamo, di
formazione morale. Educare è un processo lungo, metodico, nel quale
non si richiede un atteggiamento abitudinario - sarebbe mero
conformismo - né una ripetitività meccanicistica che annulla il
valore dell'uomo. Educare è rivolgersi all'intelligenza di ognuno,
è maturare secondo la propria individuale personalità, che è quanto
di più prezioso possa appartenere al singolo e ad una Istituzione
che si avvale del suo apporto. Educare è un modello di formazione
biunivoco che fa crescere anche l'educatore, il cui confronto con i
propri allievi è motivo costante di arricchimento. Educare è un
percorso continuo che non ha obiettivi definitivi da raggiungere,
ma si rinnova nello stesso cammino, si alimenta dalla stessa vita.
Educare non è solo il perseguimento del "sapere essere", della
coscienza del proprio ruolo e della propria funzione, ma è
innanzitutto orientamento ad una coscienza pratica, ad una volontà
morale che esprime un impegno costante, inderogabile, assoluto, una
visione alta del proprio servizio e del proprio operare. Essere
consapevoli di questo, rendere consapevoli di questo è, pertanto,
il fine ultimo dell'educazione. Formare ed educare costituiscono,
allora, un binomio indissolubile, la sintesi di un prodotto
dialettico nel quale commisurare armonicamente tempo, risorse,
energie. La scuola, qualsiasi scuola, è naturalmente deputata a
formare - mediante l'istruzione - e ad educare. È possibile
chiedere un contributo nel senso anche ad una rivista? Ci proviamo,
la sfida è troppo stimolante, la posta in gioco è troppo alta. Si
tratta di contribuire ad educare i quadri dell'Arma dei
carabinieri, uomini e donne con enormi carichi di responsabilità e
dediti al bene della collettività, votati anche al
sacrificio.
Da sempre, da quasi due secoli, coltiviamo a tale fine l'educazione
militare e professionale, in estrema sintesi l'educazione alla
responsabilità, all'accettazione serena e consapevole delle
conseguenze delle proprie azioni, nel rispetto incondizionato
dell'impegno assunto. La responsabilità va amata, non è un peso che
ci opprime, non è un limite che ci condiziona, è la nostra libertà
morale, è la misura della nostra dignità personale, è quanto di più
bello e nobile ci è stato trasmesso ed abbiamo il dovere di
insegnare.
Con la speranza che la lettura della Rassegna dell'Arma dei
Carabinieri possa recare un pur piccolo contributo in tale
senso.
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