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"Andarono avanti a parlare il
primo milite e il terzo. Perché si chiamava civile una guerra in
cui due fratelli potevano trovarsi uno contro l'altro? Non si
sarebbe dovuto chiamarla incivile?
Disse un quarto milite: 'Si chiama civile perché non è
militare'.
'Come non è militare!' disse il terzo. 'Non siamo militari noi? Noi
siamo militari'.
'Ma quelli che sono contro di noi' disse il quarto 'non sono
militari. Per questo noi li fuciliamo. Perché non sono
militari'."
Elio Vittorini
Uomini e no (Di
"Uomini e no" è in libreria una ristampa per i tipi Oscar classici
moderni della Mondadori al prezzo di euro 7,40)
Una guerra civile non è condotta dagli uomini, ma dai lupi. La
risposta alla domanda che si pongono i militi fascisti, allo stesso
tempo quasi innocente eppur così sconcertante, ci è data dallo
stesso Vittorini: "Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel
segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici
anni, in una donna, in un'altra donna: questo era il modo migliore
di colpir l'uomo. Colpirlo dove l'uomo era più debole, dove aveva
l'infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola
staccata e il cuore scoperto: dov'era più uomo. Chi aveva colpito
voleva essere il lupo, far paura all'uomo. Non voleva fargli paura?
E questo modo di colpire era il migliore che credesse di avere il
lupo per fargli paura". Il romanzo vuole rimarcare la distinzione
tra il senso dell'umanità, che pur sopravvive in una guerra, e in
una guerra civile, e la deriva dell'odio, che partorisce il lupo.
Un romanzo partigiano sullo sfondo della città di Milano martoriata
dall'odio, dove lo scontro assume le proporzioni epiche di una
lotta tra uomini e lupi, dove il coraggio si unisce alla
disperazione, dove i sentimenti umani (i sentimenti naturali
dell'amore, della pietà, della solidarietà) cercano di sopravvivere
in un mondo disumano. Il romanzo, proprio per sottolineare i
momenti intimi dei protagonisti, si svolge in forma dialogica: un
dialogo fitto e serrato che restituisce alla dimensione umana
emozioni e sentimenti che il lupo non è riuscito a sbranare.
Il dramma che si consuma nel romanzo assume toni talvolta macabri,
sino a giungere al momento più atroce in cui assieme ai lupi
combattono contro gli uomini anche i cani. I cani che si fanno
servi dei lupi e tradiscono l'uomo, tradiscono il fratello e si
scontrano con esso in questa strana guerra civile. Il lupo nella
sua istintuale ferocia e il cane ("cane nero") che vuole imitare il
lupo in quanto di più oscuro e crudele.
Un romanzo senza zone grigie, un romanzo di condanna. Scritto
durante la Resistenza, contiene tutta la tragica realtà di quel
periodo storico, in un anelito di superiore umanità che possa
consentire all'uomo di riconquistare la sua dimensione, perché non
si combattano più guerre di alcun genere, né tanto meno guerre
incivili.
"'Vostra Maestà ha giusto il dire, ma bisognerebbe sapere
tutto'.
Mentre diceva queste parole, io che ero vicino vidi distintamente
due lacrime spuntare negli occhi al general Lamarmora, ed erano
lacrime di vergogna, per la grande intemerata che gli aveva appunto
fatta il re. Dritto in sella, il viso acceso più del consueto,
Vittorio Emanuele guardava in faccia il suo comandante supremo, che
era in piedi, afflitto e come invecchiato di dieci anni. 'Che
disfatta!' mormorava quasi tra di sé. 'Che catastrofe! Neanche nel
quarantanove!' Poi vidi che si fece forza, alzò gli occhi, portò la
mano alla visiera e disse:
'Ora i vado a Goito, Maestà, per assicurare la ritirata!'
Montò a cavallo, i due cavalleggeri seguirono il suo esempio, il
tenentino che sempre l'accompagnava, con l'uniforme ormai tutta
sporca di polvere e di sudore, fece altrettanto, e sparirono tutti
e quattro".
Luciano
Bianciardi
La battaglia
soda ("La battaglia soda" è in libreria in una
edizione "Tascabili Bompiani", al prezzo di euro 7,20)
La battaglia soda è un romanzo storico che abbraccia gli ultimi
anni del Risorgimento. Anni di "normalizzazione", di speranze
tradite e di promesse non mantenute. La liquidazione dell'esercito
garibaldino dopo la conquista del Sud, il difficile inserimento dei
quadri ufficiali volontari nel sistema gerarchico burocratico
dell'esercito piemontese, lo squallido spettacolo dei contrasti
personali tra alti gradi, una cocente sconfitta sul campo che non è
solo una disfatta militare. I temi che svolge Bianciardi nel suo
romanzo si compongono in un complesso quadro d'insieme, dove
passioni personali si intrecciano con gli eventi storici che
caratterizzano un'epoca, in un vissuto emotivamente intenso e
sentimentalmente alto. Il brillante stile narrativo dell'Autore
rende gradevole la lettura, stemperando i toni gravi e rendendo
meno angosciose le amarezze e le disillusioni di un'intera
generazione. Il racconto è affidato ad un ufficiale garibaldino al
quale, come a molti altri, si pone il dilemma di abbandonare
definitivamente la causa o continuarla da una prospettiva
completamente diversa. Bisogna buttarsi alle spalle l'entusiasmo e
gli slanci sino allora coltivati in un corpo militare volontario
per irreggimentarsi in un esercito che non gradisce iniziative
personali, dove la tradizione pesa come un macigno che grava
sull'animo e sulla coscienza, dove la diffidenza per gli
"irregolari" traspare da ogni gesto e da ogni parola. Questo
latente conflitto tra due modi differenti di vivere il compimento
dell'Unità nazionale non sempre riuscirà a comporsi positivamente,
portando il protagonista a drastiche soluzioni.
Il precipitato finale di questo contrasto emerge con prepotenza
nella battaglia di Custoza, dove la superiorità delle forze in
campo, il fattore morale che accompagna le truppe italiane, le
favorevoli circostanze internazionali non riescono a superare
insipienti scelte strategiche e la modestia morale dei capi, un
misto di sentimenti di gelosia, superbia e presunzione che sarà
fatale per i generali piemontesi. E se anche il comandante supremo
piange di vergogna significa che sul campo dell'onore tutto è
perduto.
"I tedeschi si arrendevano? Né il capitano né gli artiglieri
riuscivano a crederci; eppure, dopo quei colpi di cannone,
provavano una strana sensazione di calma. Pareva loro che, dopo
quel loro gesto individuale, tutto avrebbero potuto affrontare
impunemente e vittoriosamente. Per un attimo si sentirono soldati,
come mai era loro accaduto, per esempio, sui monti d'Albania o nei
villaggi di Grecia; sentirono che anche i tedeschi potevano essere
fermati, perché fatti tali e quali come loro italiani, di carne e
ossa allo stesso modo. (Poveri Cristi allo stesso modo, se messi di
fronte alla certezza di una sconfitta.) Essi avevano sparato di
loro iniziativa, insieme al loro capitano; ed era come se le
umiliazioni patite dall'armistizio a oggi, l'esasperazione
dell'attesa, quel senso di tradimento che si stesse consumando alle
loro spalle, era come se tutto questo lo avessero cancellato. E
avessero cancellato qualcosa di più profondo, di più lontano nel
tempo."
Marcello Venturi
Bandiera bianca a
Cefalonia
(Di "Bandiera bianca a Cefalonia" è in libreria una ristampa per i
tipi Oscar classici moderni della Mondadori, al prezzo di euro
7,40)
Il romanzo della tragica fine della divisione di fanteria
"Acqui". Una delle pagine più oscure e più eroiche della Seconda
guerra mondiale. Il presidio italiano di Cefalonia, dopo
l'armistizio dell'8 settembre 1943, si trova stretto tra la
minacciosa presenza dei tedeschi, che pretendono una resa
incondizionata e la consegna di tutte le armi, e il ritrovato
orgoglio di essere italiani e liberi. Un orgoglio che risveglia, in
tutta la sua prepotente carica, il senso dell'onore militare, una
virtù quasi assopita nel cuore degli ufficiali e dei soldati dalla
troppa retorica e dall'ottundimento del sentimento
dell'individualità. Con singolare maestria Marcello Venturi mette
in risalto gli stati d'animo dei singoli personaggi e i sentimenti
collettivi, rappresentando un dramma psicologico che sta consumando
la vita di migliaia di persone. L'attesa, l'abbandono, il
disorientamento, l'esasperazione, l'ultimo disperato tentativo di
difendere la propria dignità di uomini e di soldati, tutto si
sovrappone e si stratifica nell'incalzare del tempo. Due sono i
momenti significativi in cui il groviglio di sentimenti si dipana,
tutti i dubbi vengono risolti e il destino è irrimediabilmente
segnato: "'Vogliamo tornare a casa con tutte le nostre armi' disse
il generale. 'Non disarmati.' Il tenente colonnello non capì.
'Prego?' chiese. 'La Divisione abbandonerà Cefalonia ai tedeschi,
se ci sarà consentito di mantenere intatto il nostro armamento',
disse il generale. 'Bene' rispose il tenente colonnello Hans Barge.
'Informerò il mio governo.' E non aggiunse, né attese altro. Uscì."
C'è in questo passo così asciutto e lapidario il senso di una
frattura profonda, la consapevolezza dell'abisso in cui la guerra
ha condotto uomini e cose. Non è insensata la richiesta del
comandante della divisione, anzi forse è tardiva, ma lo stupore del
comandante germanico che non riesce a riconoscere o non vuole
riconoscere le leggi elementari dell'onore militare.
La divisione ha deciso di resistere (è il primo atto della
Resistenza armata contro i tedeschi), ben sapendo che la sua
momentanea superiorità militare non potrà nulla contro i
cacciabombardieri Stukas e soprattutto che - a differenza dei
tedeschi - non potrà aspettarsi rinforzi.
D'altra parte, appare necessario recuperare il coraggio e il senso
della responsabilità personale, della propria individualità. Un
recupero lento e faticoso, ma che ineluttabilmente giunge a
compimento nella vicenda del protagonista, il capitano di
artiglieria Aldo Puglisi: "Gridò l'ordine di puntamento: che i suoi
artiglieri prendessero i tre pontoni sotto tiro. Ma l'ordine fu
inutile, già gli uomini stavano ai posti di combattimento […] di lì
a qualche istante avrebbe agito contro gli ordini del Supergrecia e
del Comando d'Armata, avrebbe spezzato gli indugi della Divisione,
avrebbe forzato la mano incerta del generale. Pregustò, senza
rendersene conto, il piacere della disobbedienza; il piacere di
ritrovare, lui facente parte di una società militarmente
organizzata, di una gerarchia, il valore del proprio gesto, della
propria individualità."
Il romanzo riesce ad alternare il tragico susseguirsi degli eventi
con il gusto della narrazione di comuni vicende umane e personali,
di sentimenti naturali come quello dell'amore e dell'amicizia,
quasi a voler concedere una pausa di serenità e di riflessione al
lettore. La tecnica della rievocazione dei fatti, stimolata
dall'altro protagonista del romanzo, il figlio del capitano Aldo
Puglisi che nel dopoguerra si reca a Cefalonia per scoprire e per
capire, incontrando le persone che avevano conosciuto suo padre,
addolcisce i toni cupi del dramma. Ed è indubbiamente in questo
alternarsi di contesti narrativi che il passato viene vissuto non
nell'ansia della vendetta e dell'esecrazione, ma nella superiore
coscienza che si può guarire dal male dell'odio, anche coltivando
un anelito di giustizia che il tempo non può offuscare.
"Il Principe Eugenio mi fissava in silenzio; capiva quel che
avveniva dentro di me, quale angoscia mi opprimeva, e si mise a
parlarmi gentilmente dell'Italia, di Roma, di Firenze, dei suoi
amici italiani che non vedeva da molti anni, e a un certo punto mi
domandò che cosa faceva il Principe di Piemonte.
'Perde i capelli', avrei voluto rispondergli. Ma dissi soltanto ,
sorridendo: 'è ad Anagni, presso Roma, alla testa delle truppe che
difendono la Sicilia'. Anch'egli sorrise, ma come se non sorridesse
della mia innocente ironia …"
Curzio Malaparte
Kaputt
(Di "Kaputt" è in libreria una ristampa per i tipi Oscar classici
moderni della Mondadori al prezzo di euro 7,40)
Una visione della Seconda guerra mondiale, tanto cruda da
apparire quasi irreale. Uno stile letterario ricercato e allo
stesso tempo diretto. Un gusto terribile per il paradosso, condito
con una sottile e penetrante ironia che lascia sulle labbra
l'amarezza di un sorriso di compassione e di rabbia. è difficile
parlare di Kaputt, un romanzo così denso e talvolta violento che si
dipana tra continui acuti e lascia il lettore senza fiato. Allora,
ascoltiamo lo stesso Malaparte: "Kaputt è un libro crudele. La sua
crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto
dallo spettacolo dell'Europa in questi anni di guerra". E in Kaputt
non c'è solo la guerra, ma un'infinità di mondi, di personaggi e di
eventi estranei ad essa che descrivono un'Europa che è arrivata al
punto più basso della sua storia. Un'Europa che sembra abbia perso
lo stesso senso di umanità, che abbia bruciato in pochi anni una
cultura millenaria costruita sulla condivisione e sulla ricerca di
una possibile, pacifica convivenza. Principi svedesi, ambasciatori
spagnoli, ufficiali finlandesi, autorità naziste, vittime e
carnefici, un groviglio inestricabile di personaggi che mostrano il
volto duro, sarcastico, spietato, ma anche profondamente umano (di
una sconcertante sensibilità umana) di attori e comparse che si
agitano nell'orribile teatro della guerra. Particolarmente
interessante il lungo capitolo sulla frequentazione del
Reichminister Frank, Generalgouverner tedesco di Polonia. Un quadro
affascinante e inquietante, dove la surreale e ipocrita atmosfera
di una corte vicereale costruita artificiosamente da Frank nasconde
quanto di più abbietto e drammatico hanno commesso i nazisti in
Polonia. Anche il capo degli Ustascia croati Ante Pavelic trova
posto in questa epopea del male come uno dei più interessanti
personaggi che in quel periodo ha partorito la follia umana.
Addirittura un incontro sfuggente con Himmler; tanto basta per
dipingere con la solita ironica maestria uno dei figuri più ambigui
del nazismo. E ancora, la decadente, incosciente, leggera società
italiana dell'epoca in cui spicca tra un circolo di golf e i buoni
salotti romani un personaggio come Galeazzo Ciano.
Perché allora leggere Kaputt?
Per non dimenticare la differenza tra il bene e il male. Per
alimentare lo sdegno verso la crudeltà gratuita. Per domandarsi in
un tale sfacelo: cosa avrei fatto? Cosa si poteva fare? Cosa
dobbiamo ancora fare?
E un libro che suscita queste domande è un libro che val la pena di
leggere. Ma è una lettura che va necessariamente accompagnata da un
animo sereno e distaccato per non rimanere emotivamente invischiati
nel torbido e lasciare che sia la ragione a filtrare gli stati
d'animo e gli sconcertanti moti di rabbia (o di possibile
depressione) che assalgono il lettore in alcuni passaggi
particolarmente atroci.
è un libro che non ci offre una morale su un piatto d'argento, ma
ci costringe a ricercare il senso ultimo delle cose, le virtù in
mezzo ai rovi nati dal seme dell'odio e dei vizi. Insomma, un buon
antidoto contro la moderna indifferenza e la superficialità del
vivere quotidiano. Roba da gente dura, ma con un animo aperto e una
mente libera.
"Kolesnikov balzò in sella e galoppò verso la sua brigata
senza voltarsi. Gli squadroni lo aspettavano sulla strada maestra,
sulla strada per Brody.
Un urrà, prolungato come un lamento e lacerato dal vento, giunse
fino a noi.
Nel binocolo io vidi il comandante di brigata che cavalcava
volteggiando tra colonne di polvere azzurra.
Kolesnikov ha messo in marcia la brigata, - disse l'osservatore
seduto sull'albero, sopra le nostre teste.
- Ci siamo, - rispose Budennyj, poi accese una sigaretta e chiuse
gli occhi.
L'urrà si spense. Il cannone tacque. Un inutile schrappnel scoppiò
sopra il bosco.
E noi sentimmo il solenne silenzio dell'assalto alla
sciabola."
Isaac Babel'
L'armata a
cavallo ("L'armata a cavallo" è in libreria in
un'edizione Einaudi, al prezzo di euro 8,20, e per i tipi Marsilio,
al prezzo di euro 7,50)
"L'armata a cavallo" rappresenta l'epopea letteraria della
guerra russo polacca del 1920. L'Autore, al seguito della
cavall'armata sovietica del maresciallo Budenneyj, racchiude in una
serie di quadri narrativi la sua esperienza diretta di una guerra
spietata, combattuta tra violenze e crudeltà. Una guerra dove
emerge la primitività barbara dei cosacchi, il loro coraggio, il
loro spirito libero e ribelle, il loro mondo a misura di cavallo,
dove questo animale assume una centralità esistenziale, negata ad
altri uomini. I russi si trovano a combattere una guerra per la
sopravvivenza del loro nuovo sistema politico, della rivoluzione
bolscevica, e senza esclusione di colpi e con un fanatismo
esasperato affrontano sacrifici e duri scontri a fuoco, lunghe
marce e ogni genere di privazioni. Lo scenario storico, le città, i
villaggi, gli sconfinati spazi della terra di Russia consentono a
Babel' di fissare uno ad uno i momenti più significativi della sua
esperienza, dove si muovono soldati, contadini, commissari
politici, comandanti militari, rabbini ebrei, gente semplice ed
umile, una congerie di personaggi da cui si dipana un'analisi
profonda ed ostinata dell'animo umano. "L'armata a cavallo" è uno
dei capolavori della letteratura russa del Novecento, dove si
fondono lo psicologismo di Dostoevskij, l'epica narrativa degli
scrittori russi dell'Ottocento e le avanguardia letterarie del
Novecento.
Lo stile narrativo è talvolta sontuoso ed arabesco, altre volte
crudo ed estremamente diretto. Insomma, non è una facile lettura
(d'altronde, non vuole esserlo). La frantumazione del racconto in
tanti piccoli e grandi episodi consente al lettore di respirare
un'atmosfera surreale e di districarsi nel ginepraio di un mondo
lontano dal nostro, dalle nostre logiche, dai nostri parametri
esistenziali. L'opera, d'altra parte, mostra in filigrana le virtù
rivoluzionarie (l'armata a cavallo non era considerata un'armata
nazionale, ma un'armata sociale) e, soprattutto, i germi di
un'involuzione politica, tra dittatura e terrorismo, di cui lo
stesso Babel' rimarrà vittima: accusato di trotzkismo sarà fucilato
nel 1940.
Stalingrado era caduta, ma non loro, i veci alpini
superstiti della Julia, della Tridentina, della Cuneense. E non
sapevano ancora d'aver strappato - loro soli, gli umili alpini - il
grido di ammirazione e il riconoscimento del Comando Supremo russo,
che nel Bollettino N. 630 emesso da Radio Mosca ai primi di
febbraio annunciò il travolgimento delle forze dell'Asse sul fronte
medio del Don e la caduta di Stalingrado, ma precisò: "Soltanto il
Corpo d'Armata Alpino italiano deve considerarsi imbattuto sul
suolo di Russia"."
Giulio Bedeschi
Centomila gavette di
ghiaccio
("Di Centomila gavette di ghiaccio" è in libreria un'edizione
economica della Mursia al prezzo di euro 14,00)
La più famosa e fortunata opera letteraria di Giulio Bedeschi.
Forse la più conosciuta e la più letta storia sulla tragica
ritirata dalla Russia nella Seconda guerra mondiale. Nessun
episodio bellico come la ritirata dal fronte del Don dell'Armir ha
suscitato in Italia una così vasta letteratura e ha impegnato tanti
scrittori. Giulio Bedeschi, ufficiale medico degli alpini che ha
seguito tutte le vicende belliche della Divisione Julia in terra di
Russia, fonda la sua vocazione letteraria su quell'esperienza così
drammatica e travolgente. L'opera risente di questa partecipazione
emotiva, attraverso un'eco narrativa che dall'interno non risparmia
sentimenti e passioni ed esalta il senso dell'umanità e della
dignità personale, laddove tutto appare improvvisamente sovrumano
(o umanamente non sopportabile) e disumano (completamente lontano e
contrario all'uomo in se stesso). Il racconto si fa incalzante man
mano che la tragedia avanza, nel momento in cui la ritirata diviene
rapidamente uno sbandamento di dimensioni colossali. Ma nonostante
gli avvenimenti precipitino e tutto sembri perduto, qualcosa di
umano e degno di essere vissuto sopravvive all'immane catastrofe.
Non mancano gli episodi di profonda pietà umana, non svanisce il
più alto e nobile sentimento di solidarietà, e di tanto in tanto
riemerge il valore degli uomini che in circostanze disperate sanno
ancora dimostrare uno straordinario coraggio e un impareggiabile
senso dell'onore.
La ritirata dalla Russia, come raccontata da Bedeschi, ha in sé
qualcosa di primordiale e un confronto dell'uomo con sé stesso e
con l'incomparabile forza della natura. È una lotta senza quartiere
contro un destino beffardo e crudele. È, infine, un ritrovarsi,
soli o con pochi compagni, guardandosi alle spalle e non credendo a
ciò che si è riusciti a fare. La bellezza dell'opera è proprio in
questo riportare alla semplicità esistenziale i drammi più cupi
della condizione umana, il condurre per mano il lettore attraverso
le emozioni più estreme sino alla sublimazione delle proprie
passioni e del proprio risentimento.
"Centomila gavette di ghiaccio" è una storia di soldati e di
generali, di uomini e di muli, di italiani e di russi, di vinti e
di vincitori, di vivi e, soprattutto, di morti. È una storia che
ancora appassiona e che non può essere facilmente dimenticata. Per
le sue proporzioni catastrofiche, la ritirata dalla Russia non è
soltanto una tragedia umana, ma è anche un disastro militare, una
disfatta politica, una vera e propria tragedia nazionale.
Ripercorrerla attraverso le interminabili piste innevate, le gelide
temperature invernali, i cruenti combattimenti ad armi impari, con
la mancanza di tutto ciò che è più essenziale, significa prendere
coscienza della propria identità di italiani: è un dovere morale
per tutti noi.
"Che cosa intendi tu per comandare? Io ho abbastanza
esperienza e me ne sono fatto un'idea chiara. Quando io, in guerra,
ricevo un ordine, sono assalito dalla preoccupazione che possa
essere un ordine sbagliato. No ho viste tante! E ne ho sentite
tante da quando sono qui! E quando io stesso do un ordine, rifletto
a lungo, nel timore di sbagliarmi. Comandare significa saper
comandare: evitare cioè un cumulo di errori per cui si sacrificano
inutilmente e si demoralizzano i nostri soldati."
Emilio Lussu
Un anno
sull'altipiano
("Un anno sull'altipiano" è in libreria per i tipi Einaudi,
edizioni tascabili, al prezzo di euro 9,50)
"Un anno sull'altipiano" è uno dei migliori libri della (e
sulla) Prima guerra mondiale. Scritto da un ufficiale di
complemento della Brigata Sassari, rappresenta l'analisi spietata e
senza alcuna retorica di una guerra condotta nelle peggiori
condizioni per i combattenti, secondo logiche frontali militarmente
esiziali, dominata da un'ideologia autoritaria che si è manifestata
in una disciplina durissima. Nonostante l'immediata e diretta
descrizione di errori, tanto grossolani quanto disumani, di drammi
personali e collettivi, di episodi di crudele ottusità e
indifferenza, di assurdità inaudite, l'opera non è una mera
requisitoria di condanna, non è una "retorica dell'antiretorica".
Dalle pagine asciutte e talvolta dense di una sottile ironia
traspare un profondo senso di umanità che impregna tutto il libro.
Da questa stesse pagine, di tanto in tanto, si leva come un
richiamo potente, una forte evocazione al rispetto della dignità
umana e ad un senso dell'onore che non può rimanere schiacciato
dalla meschinità, dalla tracotanza, dalla superbia, da una
condizione di necessità che pare annullare ogni sentimento di
solidarietà e di altruismo. "Un anno sull'altipiano" non è solo
un'opera tra le più belle della letteratura di guerra, è anche una
pietra miliare della letteratura militare.
Tutta l'epopea dei reparti della Brigata Sassari, chiamati a
combattere sull'altopiano di Asiago, è un susseguirsi frenetico di
assalti e contrassalti, è una logorante vita di trincea in attesa
degli attacchi nemici; sino al limite della resistenza umana, sino
al punto in cui la follia prevale e si giunge alla tragedia. Uno
degli episodi più significativi è proprio il paventato
ammutinamento di una compagnia e la minacciata fucilazione di
alcuni soldati.
La tensione emotiva si respira in ogni pagina del libro, ma mai
giunge a suscitare violente reazioni polemiche, poiché il lettore
si accorge spesso di rimanere solo con la propria coscienza di
fronte ad una condizione umana portata alle estreme conseguenze
dalla guerra. In fondo, non prevale il sentimento di ribellione, ma
l'etica del dovere; lentamente, dolorosamente, la ragione riprende
il suo posto, atrocità ed orrore vengono superate dal senso della
vita.
"Un anno sull'altipiano" - ovviamente - non è una lettura
agiografica. L'invito è a conoscere l'animo umano in profondità; è
a riflettere sull'importanza e sulla difficoltà dell'esercizio
delle proprie responsabilità, senza mediazioni, senza deleghe,
senza scappatoie. Se vogliamo, "Un anno sull'altopiano" è anche
un'opera sull'arte del comando, come non l'abbiamo mai conosciuta,
come non è stata mai proposta, probabilmente, come non è stata
neanche pensata. Un'arte del comando viva, tragica, estremamente
concreta che nulla ha a che fare con le astratte geometrie o con le
candide ed eleganti declamazioni. |