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n. 2 - Aprile -
Giugno > Studi
La preparazione e la mobilitazione
generale dell'Esercito Italiano all'inizio della Prima Guerra
Mondiale
Daniele Cellamare
1.
Introduzione
In data 4 Maggio 1861 l'Ordinanza del Generale di Corpo d'Armata
Manfredo Fanti, già dal 1860 Ministro della Guerra e poi Capo di
Stato Maggiore, sancì l'atto ufficiale della nascita dell'Esercito
Italiano a conclusione di un complesso processo di integrazione e
di unificazione dei reparti appartenenti agli Stati pre-unitari ed
agli eserciti borbonici e garibaldini. Con l'estensione della
coscrizione - già in vigore nel Regno di Sardegna e per la prima
volta effettiva su tutto il territorio del Regno nel 1863 -
l'Esercito Italiano si presentò alla III Guerra di Indipendenza del
1866 organizzato in quattro Corpi d'Armata, composti da 20
Divisioni di Fanteria, ed una Divisione di Cavalleria, che non
furono però in grado di evitare le sconfitta di Custoza. Anche
successivamente, al momento della liberazione di Roma nel 1870, un
Corpo di spedizione composto da 50.000 uomini(1) incontrò così
gravi difficoltà, per un'impresa di scarsissimo valore militare, da
avviare nel periodo 1871-76 importanti riforme (Generale Ricotti e
Generale Mezzacapo) per adattare l'Esercito Italiano al nuovo
modello prussiano - dopo le vittoriose guerre del Generale Helmut
Von Moltke contro l'Austria-Ungheria e la Francia - con la
riduzione della ferma obbligatoria a tre anni, con la creazione
delle Scuole Reggimentali (lotta all'analfabetismo), con
l'istituzione degli Ufficiali di Complemento e con la costituzione
dei Distretti Militari (1871) e delle Compagnie Distrettuali
(1872). In realtà sino agli inizi del '900 l'attività parlamentare
italiana non aveva ancora rivolto la sua attenzione alle questioni
militari, percepite anche nella vita del paese come questioni di
specifico interesse delle Forze Armate, contribuendo in tal modo
all'isolamento della vita militare da quella nazionale. Soltanto la
guerra di Libia ebbe il merito di destare l'entusiasmo dei
sentimenti patriottici che, oltre a migliorare i vincoli tra
Esercito e Nazione, favorirono una migliore organizzazione militare
pur sempre condizionata dalla cronica insufficienza di fondi.
2. La difficile organizzazione
dell'Esercito
Un vero e proprio programma organico di sviluppo dell'Esercito
Italiano avrebbe dovuto svolgersi nel quadriennio 1909-1913 ad
opera del Ministro della Guerra (Generale Spingardi) e del Capo di
Stato Maggiore (Generale Pollio) con un potenziamento dell'Esercito
e delle sue strutture, approvato sì dal Parlamento il 17 Luglio
1910, ma con una voce a bilancio decisamente inferiore a quella
necessaria. Agli inadeguati finanziamenti concessi - che
costrinsero il programma ad una più limitata e lenta applicazione -
si aggiunsero le costose operazioni necessarie per
l'approvvigionamento del Corpo di spedizione in Africa di 70.000
uomini, pari alla metà dell'Esercito metropolitano sul piede di
pace, in periodo di forza minima. Di conseguenza, all'inizio del
1914 si sarebbe dovuto dare corso ad un nuovo programma militare ma
le condizioni imposte dal Tesoro permisero soltanto la ripartizione
negli esercizi successivi (sino al 1917) dei finanziamenti
necessari allo svolgimento del programma precedente. Queste,
insieme ad altre considerazioni sulle lacune dell'Esercito relative
ai quadri, all'addestramento ed ai magazzini di mobilitazione (il
materiale di equipaggiamento e di armamento era stato, anche se con
diverse aliquote, prelevato per i reparti destinati in Libia)
indussero il Generale Porro a rinunciare alla carica di Ministro
della Guerra dopo che gli vennero negati sia l'assegnazione di 85
milioni per le spese ordinarie sia lo stanziamento di altri 600
milioni (da ripartire in sei anni) da lui richiesti al Presidente
del Consiglio dei Ministri, Antonio Salandra, nel Marzo del 1914.
Una situazione decisamente difficile quella che trovò il Generale
Cadorna nel Luglio del 1914 alla sua nomina di Capo di Stato
Maggiore - dopo la morte improvvisa del Generale Pollio - riassunta
nel promemoria preparato dagli uffici dello Stato Maggiore ed
intitolato "Condizioni dell'Esercito alla data dell'assunzione in
carica del nuovo Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, S.E. il
Tenente Generale conte Cadorna". L'oggettiva situazione
dell'Esercito alla data della presentazione del promemoria
contemplava 26.000 Ufficiali e si calcolava che ne mancassero
13.000 (ma secondo il sistema di computo seguito dallo Stato
Maggiore Tedesco, un Ufficiale ogni 10/12 uomini, all'Esercito
Italiano mobilitato con una forza di un milione di uomini, ne
sarebbero stati necessari 90.000) ed un numero del tutto
insufficiente di Sottufficiali, a causa delle ingenti perdite
subite in Libia (senza contare le promozioni ad Ufficiali ottenute
nella stessa campagna). Per quanto riguarda la forza della truppa,
la riduzione della ferma da tre a due anni, adottata nel 1910, non
aveva ancora prodotto le sue effettive possibilità e le continue
esenzioni (in congedo risultavano circa un milione di uomini)
aggravavano una situazione già pesante, lì dove le disparità delle
classi di leva ed il conseguente livello di addestramento non
facilitavano di certo la formazione degli organici previsti.
Inoltre, la programmata seconda linea dell'Esercito (la Milizia
Mobile) alla data del Luglio 1914 era costituita soltanto da
pochissimi reparti, per lo più integrati ancora nelle strutture
dell'Esercito permanente. A queste sostanziali lacune - nel senso
che non avrebbero potuto essere colmate in breve tempo, anche con
la disponibilità finanziaria necessaria - si dovevano aggiungere
quelle relative al settore sanitario, ai carreggi ed al servizio
automobilistico, senza contare i sistemi difensivi necessari alla
difesa della frontiera del Nord. Pur essendo state approntate
alcune opere di fortificazione permanente sul solo versante
Nord-Est del confine italiano, non risultavano ancora soddisfacenti
i collegamenti ferroviari nel Veneto per il trasporto delle truppe
e dei rifornimenti, argomentando l'Amministrazione delle Ferrovie
che a tali lavori avrebbe dovuto far fronte il Ministero della
Guerra. In effetti, già il 30 Marzo 1914, il precedente Capo di
Stato Maggiore (Generale Pollio) aveva presentato ad Antonio
Salandra un documento nel quale veniva riportata, con obiettiva
lucidità, la situazione dell'Esercito Italiano: "Se l'esercito
italiano dovesse essere portato all'altezza degli eserciti delle
altre grandi potenze europee, pur tenendo esatto conto della
differenza numerica esistente fra le relative popolazioni,
occorrerebbe all'Italia compiere uno sforzo grandioso" (da "Cenni
su provvedimenti indispensabili per migliorare le condizioni
dell'esercito", riportato integralmente da Antonio Salandra nel suo
"La neutralità italiana", Edizioni Mondadori, Milano). Il
Presidente del Consiglio, sicuramente più coinvolto nelle questioni
di amministrazione interna e di politica estera, davanti alle
accuse riportate sul problema militare (nonostante l'Austria fosse
ampiamente preparata al conflitto, in Italia non era stato fatto
nulla per potenziare l'Esercito in maniera adeguata) sostenne la
tesi che l'aumentato numero dei deputati della Sinistra
all'opposizione aveva ostacolato in maniera determinante le spese
militari, comprese quelle coloniali, ritenendo che tali
investimenti fossero del tutto improduttivi. È interessante però a
questo punto riportare le considerazioni del Generale Bencivenga
("Saggio critico sulla nostra guerra", Tipografia Agostiniana,
Roma) che ritenne quella dei mancati finanziamenti una cronica
recriminazione pre sente in quel periodo in tutti gli eserciti,
senza esclusione della Germania e dell'Austria, dove veniva
costantemente richiesto di provvedere alle manchevolezze del numero
dei soldati, alla qualità dell'addestramento ed alla tecnologia
degli armamenti, essendo in definitiva l'Esercito Italiano ordinato
"[…] secondo i principi universalmente accettati, nel quale le
gerarchie funzionavano perfettamente e lo Stato Maggiore contava
Ufficiali grandemente preparati". Abbiamo riportato qui questa
tesi, elaborata sulla base del convincimento che il nostro Esercito
sarebbe stato in grado di far valere il suo peso di valido
strumento di guerra nell'ipotesi di un conflitto armato, perché
presumibilmente questa convinzione dovette animare il Generale
Cadorna quando - scontrandosi anche apertamente con Antonio
Salandra - si pronunciò, già nell'estate del 1914, decisamente a
favore dell'intervento in guerra.
3. La controversa "Operazione
Camoscio"
Il Generale Cadorna chiese quindi di effettuare subito la
mobilitazione generale (l'Operazione Camoscio, dal colore dei
documenti dello Stato Maggiore) con due imponenti progetti a
Nord-Ovest e a Nord-Est del confine - senza però sapere ancora su
quale fronte l'Esercito si sarebbe battuto - per concentrare il
grosso delle forze lungo la frontiera franco-tedesca, nella
consapevolezza che un'offensiva a carattere risolutivo sarebbe
stata inattuabile attraverso il poderoso massiccio alpino, e così
come già previsto dal progetto elaborato dallo Stato Maggiore
Italiano nel 1888 e successivamente aggiornato (Generali Cosenz,
Tancredi Saletta e Pollio). In effetti, una mobilitazione generale
indetta nell'estate del 1914, proprio mentre si accavallavano le
dichiarazioni di guerra, avrebbe potuto essere considerata una
legittima misura precauzionale e pertanto il Generale Cadorna,
sempre convinto delle capacità operative dell'Esercito, inviò a
Vittorio Emanuele III una "Memoria sintetica sulla radunata
italiana Nord-Ovest e sul trasporto in Germania della maggior forza
possibile", proponendo l'invio di un Corpo di Spedizione in
Germania (al fianco dei nostri Alleati tedeschi) e
contemporaneamente la difesa del confine italiano nelle Alpi
Occidentali. Come abbiamo accennato, il Generale Cadorna non era
ancora stato informato sulle reali intenzioni del Governo Italiano
(gli erano infatti sconosciuti gli Accordi Prinetti-Barrère del
1902 con cui l'Italia si legava alla Francia, svuotando di
contenuto l'alleanza della Triplice) e fu quindi colto di sorpresa
quando il 3 Agosto 1914 l'Italia dichiarò la sua neutralità. Anche
più avanti, nella primavera dell'anno successivo, il Generale
Cadorna venne a sapere solo casualmente degli accordi stipulati con
le potenze dell'Intesa (Patto di Londra, 26 Aprile 1915) e quindi
sulle definitive intenzioni del Governo italiano sulle modalità e
sui tempi dell'ingresso in guerra: "Dopo il discorso di guerra di
Gabriele D'Annunzio allo scoglio di Quarto, la sera del 5 Maggio
del 1915, il Cadorna, commosso e turbato dall'inno di guerra del
poeta, ebbe la visita del commendatore De Martino, Segretario
Generale degli Esteri. Da questo, soltanto perché, per caso, era
andato a trovarlo, e perché egli, Cadorna, chiese, seppe del Patto
di Londra, e dell'obbligo per l'Italia di scendere in campo a
fianco degli alleati prima del 26 di Maggio. Il Salandra e il
Sonnino avevano stimato opportuno tenere il Comandante
dell'Esercito all'oscuro delle loro decisioni, del Patto e delle
clausole di esso […]" (Angelo Gatti: "Uomini e folle di guerra" A.
Mondadori, Verona). Al di là del giudizio storico sulle marcate
dissonanze tra la condotta politica e quella militare di quel
periodo, rimane indiscussa la rivalità personale tra Cadorna e
Salandra, proprio lì dove una maggiore sintonia tra le Autorità
governative e militari avrebbe potuto risultare più utile al Paese.
Durante i mesi di Agosto e Settembre del 1914, il Generale Cadorna
continuò a proporre con insistenza il suo piano di mobilitazione
generale e dopo numerosi incontri con il Presidente del Consiglio -
e finalmente edotto sulle intenzioni del Governo - assunse un
atteggiamento più cauto sul dispiegamento delle forze e pose
maggiore attenzione sulla possibilità che l'Esercito Italiano
dovesse venire un giorno a trovarsi nelle condizioni di combattere
contro una Germania ed un'Austria unite e vittoriose: "Convengo […]
che l'ordine di mobilitazione dato ora suonerebbe guerra
all'Austria, ciò che non sarebbe accaduto se ordinato al primo
giorno, contemporaneamente alla dichiarazione di neutralità. Perciò
il Governo non può ordinare la mobilitazione (che richiede un mese)
senza esporsi ad una dichiarazione di guerra dell'Austria. Perciò è
d'uopo attendere che le forze austriache siano fortemente impegnate
coi Russi e che la bilancia penda in loro danno, per rendere loro
impossibile di spostare notevoli forze verso le nostre frontiere.
Tutto ciò rende evidente quanta ragione io abbia avuto di insistere
fin dal 2 agosto perché venisse effettuata la mobilitazione". Oltre
le note polemiche sulle sue proposte rimaste inascoltate, il
Generale Cadorna sembra qui essere perfettamente a suo agio nel
fronteggiare i pericoli incombenti per il paese - interessante
anche la sua inclinazione diplomatica verso l'ex-alleato austriaco
- e risultò legittima anche la sua preoccupazione di mobilitare le
forze ad autunno inoltrato, ovvero con il pericolo di svolgere
operazioni belliche di ampio respiro durante il periodo invernale.
Anche se il Generale Cadorna non venne subito informato sulle
intenzioni del Governo (rimandare l'intervento armato alla
primavera del 1915) il Capo di Stato Maggiore aveva già provveduto
ad adottare le necessarie misure precauzionali - arresto delle
truppe dirette ad Ovest e concentramento ad Est - immediatamente
dopo la dichiarazione di neutralità dell'Italia, opponendosi con
decisione a tutti quei suggerimenti di mobilitazione parziale o
ridotta, come quello proposto dal Ministro della Guerra (Generale
Grandi) che prevedeva di radunare 300.000 uomini nella Valle del
Po, con l'intento di poter essere agevolmente rivolti ad Occidente
o ad Oriente, a seconda del variare delle circostanze politiche.
Quello che invece preoccupò il Generale Cadorna fu il rapporto
ricevuto dal Direttore dei Servizi Logistici ed Amministrativi del
Ministero della Guerra (Generale Tettòni) dove venivano messe in
evidenza le gravi condizioni in cui versavano i magazzini per la
mobilitazione, dal disordine amministrativo alle insufficienti
scorte di equipaggiamenti e di indumenti invernali. Solo verso la
fine di Ottobre, con le dimissioni del Generale Grandi ed il
rimpasto di Governo, furono reperiti i fondi necessari
all'approvvigionamento dei magazzini, anche se fu concordata la
convenienza ad effettuare la mobilitazione generale nella primavera
dell'anno successivo, perché "follia mobilitare per rimanere colle
armi al piede", ed i rimanenti mesi sarebbero stati opportunamente
utilizzati per proseguire la difficile preparazione delle truppe
italiane. Cosa in effetti fece cambiare idea al Generale Cadorna,
rimane ancora oggi oggetto di studi e di considerazioni, ma si può
ragionevolmente ipotizzare che proprio il rapporto ricevuto sulle
condizioni dei magazzini di mobilitazione avesse indotto il Capo di
Stato Maggiore a rivedere la sua posizione sul rapido ed efficace
utilizzo dell'Esercito, e non avendo il Generale lasciato scritti o
diari su questo complesso e tormentato periodo della sua vita
(esistono solo appunti lasciati su fogli volanti) si può fare
riferimento alla lettera dai toni particolarmente violenti da lui
inviata al Generale Grandi il 25 Settembre 1914 dove, oltre a
lamentare il fatto che le sue richieste non erano state tenute in
debita considerazione, se non quando ignorate completamente,
accusava apertamente il Ministro di scarsa collaborazione
dimostrata nei suoi confronti, tanto che le conseguenze politiche
di questa corrispondenza, complicate dall'intervento di Salandra
questa volta al fianco di Cadorna, fecero maturare le dimissioni
del Generale Grandi. Rimanendo indiscusso il carattere autoritario
del Generale Cadorna, a fronte di precise accuse mosse nei suoi
confronti sulle sue intenzioni "dittatoriali" nel caso di una sua
eventuale nomina a Comandante Supremo, vale qui la pena ricordare
le sue argomentazioni espresse all'Aiutante di Campo del Re,
(Generale Brusati) non a difesa, bensì a rafforzare il suo
convincimento sui danni causati per via dei dualismi tra due
Comandanti presenti nella stessa campagna, come nella guerra del
1866, tra il Generale Cialdini ed il Generale La Marmora: "[…] ma
il Comando non può nemmeno esistere senza un responsabile, il quale
perciò non può essere che il Capo di Stato Maggiore. La
responsabilità ha per necessario correlativo: a) la libertà
d'azione nella condotta delle operazioni; b) la libertà d'azione
nella preparazione della guerra, in ciò che ha rapporto colle
operazioni; c) la esclusione dai più alti comandi di coloro che non
ispirano la necessaria fiducia […] in una parola, organi consultivi
finché se ne vogliono ma a deliberare deve essere uno solo, cioè il
responsabile" (Tratto dal libro di Mario Cervi: "Il Duca invitto.
Emanuele Filiberto di Savoia e la storia della sua Terza Armata mai
sconfitta", Società Europea di Edizioni SpA, Milano 2005).
4. La Difesa territoriale e gli
Armamenti
Da questo momento in poi i lavori di preparazione dell'Esercito
riuscirono a procedere con maggiore impulso e pur non esistendo in
tempo di pace un Comando Supremo con poteri decisionali - la
"Commissione Suprema mista di Difesa dello Stato" aveva
esclusivamente compiti tecnici ed era subordinata all'autorità
politica ed amministrativa del Ministero - il Generale Cadorna,
dotato sicuramente di forte personalità e di non comuni capacità
organizzative, riuscì ad ottenere i risultati necessari per
approntare un esercito sufficientemente preparato nel Maggio del
1915. Si trattò senza dubbio di uno sforzo di notevoli dimensioni
che investì un arco estremamente vasto di operazioni, dall'acquisto
di armi e munizioni sino alla mobilitazione finale di un milione e
mezzo di uomini, ed in un periodo di gravi difficoltà per
l'economia del giovane Regno d'Italia(2). Infatti, nell'autunno del
1914 erano disponibili soltanto 750.000 fucili Modello 1891 e
1.300.000 Modello 1870-87. Alla completa mancanza di dotazioni di
bombe a mano, bisognava aggiungere le forti carenze negli obici da
305 e nei mortai da 260, ed in ogni caso al momento dell'inizio
delle ostilità il parco d'assedio comprendeva 236 bocche da fuoco
(da 128 iniziali) con 28 batterie di obici da 140A, 7 batterie da
149G e 12 batterie di mortai da 210, di cui però 8 sprovviste di
affusti a ruote. Alle deficienze quantitative nelle artiglierie
campali e pesanti campali, bisognava aggiungere la carenza
qualitativa di 96 batterie da campagna che non disponevano ancora
dei pezzi Déport (a deformazione) ed erano armate con materiale
rigido (bronzo) rendendole inadatte anche al tiro indiretto. Le
scarse batterie di grosso calibro (280 e 305) erano state ricavate
utilizzando gli armamenti da costa e pertanto al numero del tutto
insufficiente di pezzi bisognava aggiungere anche la loro scarsa
mobilità sul terreno. Altre batterie di obici (210G) risultavano
piuttosto antiquate per l'immediato utilizzo bellico, senza contare
la scarsità di munizioni per le artiglierie di medio e grosso
calibro, dove parte delle granate era ancora caricata con polvere
nera a causa della mancanza di esplosivo moderno proveniente
dall'Inghilterra. Solo verso la fine del 1915 - un anno dopo il
primo utilizzo tedesco e sei mesi dopo quello francese - vennero
adottate le prime bombarde (per tiro curvo e ad anima liscia) per
superare il trinomio trincea-reticolato-mitragliatrice con un'arma
con scarsa penetrazione nel terreno e grande potere dirompente in
superficie. Con delle caratteristiche particolari di semplice ed
immediato impiego, oltre alla possibilità di un agevole trasporto
in prima linea, quest'arma ottenne subito una rapida diffusione sui
campi di battaglia e per un suo utilizzo più professionale venne
istituita la "Scuola Bombardieri" (a Susegana, Treviso) ed il nuovo
Corpo ebbe inizialmente la forza di 900 Ufficiali e 34.000 uomini
di truppa con 172 batterie di vario calibro (da 58 a 400), ridotte
però successivamente a 157 a causa dell'eliminazione di alcuni tipi
dimostratisi poco efficienti. Anche le sezioni mitragliatrici - a
fronte di una previsione di una sezione per ogni battaglione di
Fanteria e per ogni reggimento di Cavalleria, oltre a due sezioni
per ogni battaglione di Alpini - ammontavano soltanto a 150 per via
della mancata consegna da parte della ditta inglese Maxim,
ufficialmente impegnata nelle forniture all'esercito britannico,
anche se non è da escludere che abbia influito in tale mancanza il
guardingo atteggiamento politico del Ministro della Guerra inglese,
Lord Kitchner: "Prima di dare mitragliatrici all'Italia, vogliamo
sapere in quale direzione dovranno sparare !". Per l'addestramento
dei mitraglieri e la costituzione di Compagnie mitragliatrici
(prima assegnate ai Comandi di brigata e successivamente, a causa
della maggiore disponibilità delle armi, ai reggimenti) vennero
istituiti un Reparto Mitraglieri "FIAT" a Brescia, con armi
prodotte dall'industria nazionale, ed un altro "Saint-Etienne" a
Torino, con armi di fabbricazione francese. Infine, anche il fucile
modello 1870-87, a calibro 10,38 iniziale, venne ridotto a 6,35
(ovvero pari al più moderno modello "91") con l'introduzione di una
nuova "anima" di acciaio nella canna dell'arma. Alcuni cenni
storici a parte merita l'introduzione della nuova divisa italiana,
dopo la storica data del 27 Gennaio 1861 che ne sancì l'uniformità
per tutto il Regno d'Italia. In seguito ad alcuni esperimenti
condotti da Luigi Brioschi (Presidente della sezione milanese del
Club Alpino Italiano) all'inizio del XX secolo, si rese necessario
abbandonare il colore blu intenso delle divise italiane per
adottare il grigio-verde meno appariscente, e quindi maggiormente
mimetizzabile, proprio così come i Francesi abbandonarono l'uso del
tradizionale e vistoso colore rosso, simbolo di quell'èlan - lo
slancio - che avrebbe dovuto consentire al soldato d'oltralpe di
travolgere il nemico con la superiorità del suo morale, tutto teso
all'offensiva. Anche se gli esperimenti, condotti con la
collaborazione del Colonnello Etna, Comandante del battaglione
Alpini "Morbegno", dimostrarono che le sagome dipinte con il colore
blu venivano più facilmente colpite da fucilieri posti a 600 metri
di distanza rispetto a quelle grigie, era ormai iniziato quel
processo storico di rivisitazione delle uniformi europee - che
avevano risposto in passato soltanto a criteri di emulazione, in
particolare ai vittoriosi eserciti francesi e prussiani - per
adattarsi a criteri di maggiore funzionalità, esigenza già
percepita durante le guerre coloniali ed in particolare in quella
russo-giapponese dell'inizio del secolo. La completa diffusione
della nuova divisa grigio-verde si ebbe poco prima dello scoppio
della Grande Guerra, nel 1913, ma la Circolare numero 458 con la
quale l'uniforme grigio-verde entrò ufficialmente in uso
nell'Esercito italiano (ad eccezione della Cavalleria che ne
ritardò di un anno l'adozione) risaliva al 4 Dicembre 1908. Anche
l'elegante elmo con cimiero della nostra Cavalleria di linea
dovette adattarsi alle mutate esigenze operative che imposero il
nuovo elmetto ideato e costruito da Ferruccio Farina (nell'autunno
del 1915 i primi elmetti distribuiti ai reggimenti di prima linea
furono i francesi "Adrian", conosciuti come il "Modello 15" con la
caratteristica granata fiammeggiante ornata dalla sigla della
Republique Francaise, RF) che venne perfezionato e distribuito nel
1916 con il nome di "Modello 16", guarnito di insegne metalliche
solo dopo la fine della guerra. Ma come abbiamo detto, la rinnovata
energia dello Stato Maggiore - ed è qui necessario ricordare
l'importante contributo del Comandante in Seconda (Generale
Zuppelli) e del valido collaboratore di Cadorna (Generale Dallolio)
- riuscì prima ad effettuare gli acquisti necessari (armi,
munizioni, vestiario, etc.) poi costituì le unità previste dai
piani di mobilitazione ed infine conseguì la possibilità di
equipaggiare un milione e mezzo di uomini, tenendo presente che
nell'Agosto del 1914 le dotazioni esistenti nei magazzini avrebbero
consentito la mobilitazione soltanto di 730.000 uomini, in Dicembre
di 1.184.000 e nel Marzo del 1915 di tutto il contingente previsto.
Nel già citato promemoria ricevuto dal Generale Cadorna al momento
della sua nomina a Capo di Stato Maggiore, risultavano mancanti
serie complete di vestiario, oltre 350.000, ed erano state
immagazzinate solamente tenute di tela, senza cappotti o
mantelline, rendendo quindi impossibile l'intervento della Milizia
Territoriale fuori dal periodo estivo. Vennero reclutati nuovi
Ufficiali di complemento, si accelerarono i corsi negli Istituti di
Reclutamento e si intensificò l'attività di promozione (da Caporali
Maggiori a Sergenti e da Sottufficiali a Ufficiali, purchè
provvisti dell'esperienza libica) oltre ad effettuare numerose
sostituzioni negli uffici e nei Comandi di Ufficiali effettivi con
altri richiamati dal congedo ed in età più avanzata(3). Vennero
acquistati cavalli dagli Stati Uniti d'America e fu intensificata
la produzione di armi e munizioni nei laboratori pirotecnici di
Capua (Caserta), di Bologna e di Bardalone (Pistoia), con attività
produttiva ininterrotta, oltre al ricorso necessario all'industria
italiana (le fabbriche straniere erano già impegnate per le potenze
belligeranti) per la produzione giornaliera di 2.100.000 cartucce
alla data del 1° Luglio 1915. A titolo puramente statistico, basti
pensare che nel 1916 furono sparati quasi 8 milioni di proiettili
di artiglieria, 177 mila bombarde e 4 milioni e mezzo di bombe a
mano e da fucile, a fronte di un esercito articolato in 5 Armate,
20 Corpi di Armata, 48 divisioni di Fanteria (delle quali una in
Albania ed una in Macedonia) e 4 divisioni di Cavalleria, di cui
due appiedate e quindi equipaggiate di fucile. Il 9 Luglio 1915
venne anche istituito il "Comitato Supremo per le Armi e le
Munizioni", ovvero un gabinetto ristretto del Consiglio dei
Ministri per le deliberazioni sugli affari di guerra, il cui nome
serviva a mascherarne l'attività politico-militare davanti
all'attenzione di possibili interlocutori indesiderati, e fu
proprio in questa sede che venne approvato l'enorme sforzo
finanziario necessario per iniziare la preparazione alla
belligeranza, lì dove il bilancio del Ministero della Guerra - che
per l'esercizio 1914-15 prevedeva soltanto 373 milioni di Lire per
le spese ordinarie e 86.5 milioni per quelle straordinarie - si
chiuse con un passivo di 4 miliardi e mezzo, stimando alla fine
delle ostilità un costo complessivo della guerra di oltre 400
miliardi di Lire oro(4). Per quanto riguarda il richiamo alle armi
- dopo la dichiarazione di neutralità, tra il 3 ed il 7 Agosto 1914
il Governo aveva già ordinato il richiamo delle classi 1889, 1890 e
dell'aliquota del 1891 ancora in congedo, e nel Settembre dello
stesso anno la chiamata venne effettuata anche per la classe del
1894 - nel Gennaio del 1915 venne effettuato il richiamo anticipato
della classe 1895 per permettere la costituzione dei primi reparti
di Milizia Mobile: 52 reggimenti di Fanteria, 11 battaglioni
Bersaglieri, 38 compagnie Alpini e 23 squadroni di Cavalleria, e i
rispettivi Comandi (Brigata, Divisione e Corpo d'Armata) vennero
istituiti, insieme a 13 reggimenti di Artiglieria da campagna, a
partire dal 27 Aprile 1915. Anche la Milizia Territoriale potè
contare su 198 battaglioni di Fanteria, 8 reggimenti di Alpini, 9
battaglioni del Genio e 113 Compagnie presidiarie e vale qui la
pena ricordare che il Generale Cadorna, già nell'Agosto del 1914,
aveva provveduto ad assicurare la "copertura", ovvero la prima
protezione con schieramento in occupazione avanzata, attraverso la
formazione dei primi Comandi nei pressi del confine italiano a
sbarramento delle vie di penetrazione, con l'invio in Friuli di 6
battaglioni di Alpini e 2 gruppi di Artiglieria da montagna,
rimanendo però sprovvisto di truppe di rincalzo, a causa della
ritardata mobilitazione. Per comprendere meglio questo primo
intervento del Capo di Stato Maggiore bisogna tenere presente che
la nostra mobilitazione Nord-Est prevedeva la radunata in posizione
arretrata, ovvero dietro la linea del Piave, sia per frapporre
l'intera regione del Friuli all'offesa nemica, sia perché la rete
ferroviaria italiana - al contrario di quella dell'Austria-Ungheria
che disponeva di sette linee ferroviarie per raggiungere la nostra
frontiera - poteva contare soltanto su quattro linee per
raggiungere il fronte Verona-Legnano-Monselice, al di là del quale
per raggiungere e superare il Tagliamento erano disponibili
soltanto due tronchi ferroviari, il Verona-Treviso-Conegliano-Udine
e il Monselice-Padova-Portogruaro- Latisana ed il necessario doppio
binario venne realizzato solo durante la guerra. Con le varianti
del 1° Aprile 1915 vennero fissati i compiti delle Armate a
disposizione (le prime direttive risalivano al 1° Settembre 1914) e
pertanto alla I Armata venne assegnato un ruolo strategico
difensivo intorno al saliente trentino, alla II e III Armata un
ruolo prevalentemente offensivo e la IV Armata aveva il compito di
svolgere una funzione di "cerniera" tra le due ali dello
schieramento, concorrendo sia alle azioni del Trentino che a quelle
dell'alto Isonzo. Delle 35 divisioni di Fanteria (presenti sino ai
primi mesi di guerra) 14 vennero schierate dallo Stelvio al Cadore,
altrettante furono destinate all'azione principale e 7 di essere
vennero tenute in riserva strategica(5).
5. La Mobilitazione finale e la
Radunata
Agli inizi del secolo scorso - ovvero prima della Grande Guerra, e
non più nel corso del XX secolo durante le guerre successive - la
mobilitazione generale dell'Esercito italiano seguiva determinate
procedure che in linea di massima si potevano considerare
uniformemente adottate da tutte le altre potenze europee. Al di là
della trasparenza delle operazioni (manifesti murali o cartoline
precetto) la costituzione dei nuovi Comandi e dei nuovi Reparti
operativi si formalizzava attraverso la realizzazione dei progetti
previsti dallo Stato Maggiore, lì dove le unità venivano completate
di uomini, armamento, vestiario ed equipaggiamento, realizzando in
questo modo il passaggio dell'esercito "dal piede di pace a quello
di guerra". La radunata, invece, prevedeva il concentramento
dell'esercito mobilitato in una determinata zona (sito di radunata)
per essere pronto a muovere verso lo schieramento predisposto per
difendere, in caso di guerra difensiva, il confine, o per
attraversarlo nell'ipotesi di guerra offensiva. Di conseguenza,
questo tipo di operazione doveva prevedere la possibilità di
effettuare ingenti trasporti di uomini e di materiali, ovviamente
con una scrupolosa predisposizione di "Ordini di Movimento", in
genere assicurati da una capillare preparazione preventiva relativa
ai mezzi di trasporto utilizzati (nel caso delle ferrovie, gli
orari dei treni, la composizione dei convogli e la loro capienza,
etc.). In Italia, contrariamente alla Germania(6), il sistema
generalmente adottato era quello di trasportare le unità, appena
indetta la mobilitazione generale, presso i siti di radunata e di
completare sul posto la loro preparazione, e di conseguenza era
necessario predisporre per tempo la "prima protezione", ovvero la
copertura con lo schieramento avanzato, di cui abbiamo già dato
nota circa l'azione del Generale Cadorna(7), per assicurare
l'inviolabilità del territorio di confine, affinché le complesse
operazioni di mobilitazione e di radunata avvenissero indisturbate
dall'azione nemica. Nel Settembre del 1914 il Generale Cadorna
decise di modificare il sistema di mobilitazione in vigore ed
attraverso una serie di nuove norme (che presero il nome di
"mobilitazione rossa") iniziò la mobilitazione propriamente detta -
che sarebbe poi andata ufficialmente in vigore il 1° Marzo 1915 -
attraverso il richiamo graduale delle varie classi (abbiamo già
visto che la prima fu quella del 1894) alloggiandole nelle caserme,
e non sotto le tende nel sito di radunata, una volta giunte
progressivamente a destinazione. I vantaggi di questo nuovo sistema
potevano ragionevolmente ricondursi sia alla possibilità del
Comandante in Capo di regolare in maniera più agevole l'afflusso
delle truppe verso la frontiera e quindi di procedere allo
schieramento in fasi successive, sia di permettere al Governo una
maggiore libertà di scelta sulla decisione da prendere circa
l'intervento, senza contare l'opportunità di mantenere il segreto
sui preparativi militari. Alla data del 1° Marzo 1915 - con il
maturato timore di un'invasione del nostro territorio da parte
degli Imperi Centrali - vennero avvicinati al confine 12 reggimenti
e 10 battaglioni di Fanteria, 4 reggimenti di Bersaglieri e 3
battaglioni di Ciclisti, 4 batterie da campagna, 7 compagnie di
Zappatori ed una compagnia telegrafisti del Genio, e furono anche
trasferiti in zona avanzata i Comandi di Brigata in modo tale di
avere una forza schierata, alla data del 15 Aprile successivo, di
circa 142.000 uomini. Venne soppresso il "Corpo di Osservazione
alla Frontiera Nord" e l'XI Corpo d'Armata fu assegnato alla III
Armata, quella che venne successivamente considerata come la
"invitta". Il 22 Maggio 1915 - dopo che ai primi del mese erano
stati effettuati altri richiami con cartoline precetto ed iniziati
i grandi trasporti di mobilitazione e di radunata (iniziati il 4
Maggio si conclusero il 15 Giugno, in quarantatre giorni ed a
guerra già iniziata) - venne indetta la mobilitazione generale:
"Sua Maestà il Re ha decretato la mobilitazione generale
dell'Esercito e della Marina e la requisizione dei quadrupedi e dei
veicoli. Primo giorno di mobilitazione il 23 corrente mese". Il
Comando Supremo venne stabilito nell'Arcivescovado di Udine - in
data 29 Maggio il nostro Sovrano aveva delegato con Regio Decreto
l'esercizio del Comando delle Forze Armate al Generale Cadorna -
avendo a disposizione la Riserva costituita dai Corpi XIII e XIV
dislocati tra Desenzano e Verona, dalla 16° divisione di Fanteria
(Bassano) e dalla 4° divisione di Cavalleria (ma al momento, ancora
in Piemonte). Il Generale Felice d'Alessandro assunse il Comando
generale dell'Artiglieria, il Generale Lorenzo Bonazzi del Genio e
il Generale Settimio Piacentini dell'Intendenza. Il 26 Maggio 1915
anche Vittorio Emanuele III pose il suo quartiere generale nella
zona del fronte (a Torreano di Martignaccio, in provincia di Udine)
insieme ad un piccolo seguito: il Generale Ugo Brusati, suo
Aiutante di Campo, il Ministro della Real Casa conte Alessandro
Mattioli Pasqualini, l'Ammiraglio Biscaretti di Ruffia ed il
marchese Carlo Calabroni, e con le sue frequenti visite al fronte,
il Sovrano si guadagnò il famoso appellativo di "Re Soldato". Il 28
Maggio la forza complessivamente mobilitata era di circa 800.000
uomini (di cui 400.000 alla frontiera) e soltanto due Corpi
d'Armata risultavano completamente mobilitati, altri nove lo furono
dopo pochi giorni e gli ultimi tre dall'8 al 12 Giugno 1915,
insieme al completamento dei servizi, rendendo finalmente
l'Esercito italiano pronto a prendere l'offensiva, anche se poteva
considerarsi irrimediabilmente sfumato il fattore sorpresa, così
tanto desiderato dal Generale Cadorna. Quindi l'Italia si presentò
nella Grande Guerra con 14 Corpi d'Armata, 35 divisioni di
Fanteria, 1 divisione di Bersaglieri, 4 divisioni di Cavalleria e 2
gruppi di Alpini. A mobilitazione ultimata (primi di Luglio)
l'Esercito di prima linea contava 31.037 Ufficiali, 1.058.000
uomini di truppa, 11.000 civili militarizzati, 216.000 quadrupedi e
3.280 automezzi di diversi tipi. Gli armamenti erano costituiti da
760.000 fucili, 170.000 moschetti, 618 mitragliatrici (309
sezioni), 1.797 pezzi di piccolo calibro, 192 pezzi pesanti campali
e 132 del parco d'assedio (6 cannoni da 305 e 24 obici da 280 nella
Piazza di Venezia). La Milizia Mobile - che rimase sempre impiegata
nell'Esercito permanente senza mai costituire, come nei programmi,
la seconda linea - venne formata da 8 classi (1888-1895) per la
Fanteria e gli Alpini, da 10 classi (1886-1895) per i Bersaglieri
ed il Genio (le quattro più giovani per la Cavalleria e sette per
l'Artiglieria a cavallo), da 11 classi (a partire dal 1885) per
l'Artiglieria da campagna e pesante campale e da 14 classi (a
partire dal 1882) per l'Artiglieria da montagna, mentre per la
Milizia Territoriale vennero utilizzate le classi dal 1876 al 1881.
La nostra Marina Militare, che aveva elaborato un primo "Piano
generale delle operazioni in Adriatico" già nel mese di Settembre
del 1914 - e che venne successivamente perfezionato il 18 Aprile
1915 - orientò le sue linee di condotta ai nuovi criteri politici
governativi, ovvero al fianco dell'Intesa e contro la flotta
austro-ungarica presente nell'Adriatico. Un generale accordo di
collaborazione - flotte congiunte alleate in Adriatico e concorso
diretto con le forze navali inglesi e francesi in Mediterraneo -
venne formalizzato nella "Convenzione Navale" stipulata a Parigi il
10 Maggio 1915 dopo dieci giorni di convulse trattative, a seguito
della firma appena conclusa del Patto di Londra, il 26 Aprile dello
stesso anno. Prima dell'inizio ufficiale delle ostilità, venne
messa in pratica la già programmata occupazione di Valona, con
l'armamento - da parte dell'artiglieria della Marina -
dell'isolotto di Saseno (30 ottobre 1914), a controllo della rada
della città albanese. Valona venne occupata, inizialmente con lo
sbarco di una "Commissione Sanitaria" e poi affidando all'Esercito
il controllo della città (29 Dicembre 1914) per la posizione
particolarmente strategica ed a baluardo dell'unica porta
adriatica. Anche questa operazione fu motivo di disaccordo tra il
Generale Cadorna ed il Governo italiano: durante le discussioni
relative all'intervento, il Capo di Stato Maggiore obiettò che
sarebbe stato necessario inviare - eventualmente - un intero Corpo
d'Armata, ma che questo avrebbe comportato un'ulteriore dispersione
delle poche forze disponibili. Lo sbarco venne comunque effettuato
(un reggimento di Bersaglieri ed una Batteria da montagna) tenendo
all'oscuro il Generale Cadorna che protestò energicamente e chiese
che almeno, saggiamente, si prescrivesse alle forze sbarcate di non
allontanarsi dalla costa. Oltre "all'iniziativa ed alla direzione
completa" del Comandante in Capo italiano sulla flotta alleata e
nelle operazioni svolte in Adriatico (art.3), il nostro Addetto
navale italiano a Parigi (Comandante Mario Grassi, delegato e
firmatario per la Regia Marina) ottenne anche una sorta di "libertà
di manovra" che venne così sintetizzata nella sua relazione
personale sulla Convenzione Navale: "[…] ho ottenuto che otto navi
inglesi, dodici caccia francesi, sei sottomarini e sei dragamine
[…] siano messi ad esclusiva disposizione del Comandante della
flotta italiana in un tempo relativamente breve e che la squadra
francese sia pronta a venire in nostro aiuto se chiamata, ma che
intanto rimanga in disparte"(8) oltre a quanto già stabilito circa
l'affiancamento di quattro Corazzate e quattro Incrociatori leggeri
inglesi, insieme a dodici Cacciatorpediniere, naviglio leggero ed
una squadra di Idroplani francesi (art. 2). Nell'art.5 si definì
che tutte le basi italiane sarebbero state disponibili per le forze
navali alleate ed in base alle nuove esigenze politiche maturate,
alle nuove forze disponibili - ed in particolar modo tenendo conto
delle difficoltà oggettive dovute ai fondali bassi ed alla presenza
di pochi porti lungo la costa adriatica - furono concentrati a
Venezia i nostri Sommergibili, il naviglio addetto alla posa delle
mine, le unità siluranti (per fronteggiare la forte presenza nemica
a Pola) ed una Divisione navale con il compito di fiancheggiare dal
mare l'ala destra del nostro schieramento terrestre sul fronte
carsico e di sostenerlo nell'ipotesi di eventuali operazioni
combinate, agli ordini del Comandante della flotta italiana Luigi
di Savoia, duca degli Abruzzi. A Brindisi vennero destinati gli
Incrociatori italiani ed inglesi e le Cacciatorpediniere, oltre ai
Sommergibili addetti - oltre al mantenimento del blocco del Canale
di Otranto - anche ad assicurare il traffico italiano per
l'Albania. Nell'ipotesi di un grande scontro navale - che come
sappiamo non si verificò mai - il grosso della flotta venne
dislocato a Taranto ed alcuni Sommergibili furono distaccati ad
Ancona, un porto non certo adatto a fungere da base navale, ma che
era stato dichiarato "porto aperto" prima ancora della nostra
dichiarazione di belligeranza all'Austria-Ungheria. Al momento
dell'entrata in guerra, il confronto tra le forze navali italiane e
quelle austriache indicava una certa prevalenza numerica della
nostra flotta e lì dove la prevalenza risultava austriaca
(Corazzate e Torpediniere) la flotta imperiale presentava unità
piuttosto antiquate e con limitate capacità di impiego. Per avere
un'idea più precisa, riportiamo qui un breve prospetto
riepilogativo delle forze navali contrapposte, indicando in prima
battuta il numero delle unità italiane e - inserito tra le
parentesi - quello delle unità austro-ungariche: Corazzate 13 (15),
Incrociatori corazzati 16 (5), Incrociatori leggeri 9 (5),
Cacciatorpediniere 25 (25), Torpediniere 59 (69) e Sommergibili 21
(7). Tra le migliori unità della flotta italiana, quelle più
importanti e recenti (1907) erano costituite dalle quattro
Corazzate della classe "Vittorio Emanuele" (12.625 t ed armate di
305 e 203), dalle sei Grandi Corazzate (Dante Alighieri, Cesare,
Cavour, Leonardo da Vinci, Doria e Duilio) e dai quattro
Incrociatori della classe "Pisa" (9.800 t ed armati di 254) oltre
che dalle ventinove Torpediniere "d'alto mare", importanti unità
siluranti da 216 t e costruite tra il 1905 ed il 1909. Solamente
durante il corso della guerra, vennero costruiti 299 MAS (i famosi
motoscafi veloci che dislocavano tra le 12 e le 16 t ed erano
armati con due siluri) che pur rappresentando un tipo di unità
minore, riuscirono ad infliggere al nemico le perdite più
clamorose. Infine, è necessario ricordare che venne anche elaborato
un "Piano di Trasporti" - pienamente riuscito - con navi militari
armate per assicurare i traffici marittimi che l'Italia doveva
necessariamente garantire nei collegamenti con le isole nazionali e
con le colonie africane. Ed è proprio a questo "silenzioso ed
oscuro" impegno della nostra Marina (il blocco costante del Canale
di Otranto, gli incarichi speciali ed i rifornimenti, le scorte
armate ai navigli mercantili, etc.) che il Comandante in Capo delle
nostre forze navali, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina,
Contrammiraglio Paolo Thaon di Ravel, volle rendere un doveroso
omaggio: "[…] tutti gli Italiani conoscono i nomi dei singoli eroi
e delle vittorie fulminee, ma non a tutti è nota l'opera
silenziosa, aspra e generosa, compiuta in ogni ora, in ogni evento,
in ogni fortuna […] sappia oggi la Patria di quanti sforzi ed
eroismi è fatta questa sua immensa gloria […] come non esiste più
l'esercito, così la flotta imperiale non esiste più. Onore sempre a
voi tutti, onesti e prodi marinai d'Italia": ("Bollettino Navale",
Ordine del giorno, diramato da Brindisi a firma del Comandante in
data 12 Novembre 1918). Per quanto riguarda la nostra Aviazione, è
necessario rilevare che prima dell'inizio della guerra era stata
data una maggiore attenzione soltanto agli apparecchi leggeri
(dirigibili) in considerazione dei primi successi riportati durante
la conquista della Libia (1911-12) nelle operazioni di
"osservazione" svolte da alcuni entusiastici pionieri del volo
(Capitani Moizo e Piazza e Tenente Gavotti) pur rimanendo l'inizio
delle attività della nostra aeronautica avvolto da un diffuso
scetticismo generale. Ed è proprio per questo motivo che gli
stanziamenti destinati all'inizio del nostro ingresso in guerra per
l'istituzione di un "Corpo Aeronautico Militare" registrarono
l'irrisoria cifra di Lire 4.145.000 (Esercizio 1914-15) pur essendo
contemplato nell'ordinamento del nuovo Corpo sia una Direzione
Generale che un vero e proprio Comando, oltre alla formazione di
quattro Battaglioni (uno per i Dirigibilisti, uno per gli
Aerostieri, uno per le squadriglie Aviatori ed uno per le Scuole
aviatori) e di uno Stabilimento di costruzioni aeronautiche, con
relativa Direzione Tecnica ed Istituto Centrale. Il 20 Aprile 1915
- quindi un mese prima del nostro ingresso in guerra - a fronte di
15 Squadriglie di aeroplani disponibili, soltanto 6 Squadriglie di
monoplani Blériot-Gnome risultavano sufficientemente impiegabili,
rimanendo ancora inutilizzati gli apparecchi Voisin (130 HP) e gli
Aviatik (125 HP) e quindi il nostro Esercito poteva contare
soltanto su 71 aeroplani e 3 dirigibili, oltre che su 91 piloti e
20 osservatori. Anche l'aviazione della Marina - costituita nel
1913 - disponeva soltanto di 15 idrovolanti e 2 dirigibili, essendo
altrettanti idrovolanti (del tipo Curtiss F) ancora impiegati nella
Scuola di pilotaggio di Taranto per l'addestramento di circa una
cinquantina di allievi piloti. Poiché gli aerei Caproni - che
riuscirono a conquistare in quegli anni una serie di primati
decisamente rilevanti - venivano costruiti, su brevetto concesso da
Gianni Caproni, in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America, i
nostri aerei risultavano decisamente antiquati, proprio perché -
paradossalmente - venivano acquistati dall'estero o costruiti in
Italia su licenza: Farman, Blériot, Voisin, Caudron e Nieuport,
tutti apparecchi appena sufficienti per le ricognizioni a vista e
fotografiche sulle linee nemiche, per dirigere il tiro delle nostre
artiglierie o per compiere limitati attacchi con bombe di piccolo
potenziale. Solo a guerra iniziata - e furono necessari tre anni di
tentativi e di sacrifici - venne raggiunto un buon grado di
efficienza operativa che includeva, oltre ad una maggiore
collaborazione tra i pochi Reparti di linea, la formidabile prova
di vitalità, di abilità tecnica e di spirito combattivo dei nostri
piloti. I fabbricanti di aeroplani (solo cinque prima della guerra
e con una sessantina di dipendenti in tutto) si raddoppiarono nel
giro di soli due anni e con un impiego di forzalavoro di 1.500 tra
tecnici ed operai, riuscirono a portare il livello della produzione
mensile da 10 a 55 unità. Nonostante le perdite subite per cause
belliche, oltre a quelle ascrivibili ad incidenti tecnici, a
quattro mesi dall'inizio della guerra si potevano contare 244
aerei, anche se una buona parte di essi veniva ancora acquistata
dalla Francia, che proprio nel mese di Settembre del 1915 inviò una
squadriglia di idrovolanti "FBA" per la difesa strategica della
città di Venezia. L'incremento dell'attività produttiva fu talmente
vertiginoso che nell'Ottobre del 1917 l'Aviazione italiana poteva
allineare oltre 2.000 aeroplani (di cui 500 in perfetta efficienza)
dei quali 1.500 finalmente con il logo "Caproni" sulla fusoliera.
Anche se la nascita della Caccia italiana risale al 1916 (nella
primavera di quell'anno si registrarono i primi successi della 70^
squadriglia comandata dal Capitano Tacchini) tra la fine di Marzo
ed il mese di Dicembre le squadriglie da caccia salirono da cinque
a nove, quelle da ricognizione da dieci a quindici e quelle da
bombardamento da sette a dodici, e tutte dotate di apparecchi
Caproni (già nel mese di Agosto del 1915 arrivarono a Pordenone i
primi tre bombardieri "Caproni 300", in grado di trasportare Kg 500
di esplosivo, che effettuarono la loro prima azione attaccando il
giorno 20 il campo di aviazione di Aisovizza). Anche se
caratterizzata da un'iniziale carattere frammentario, l'attività
aeronautica italiana acquistò in pochissimo tempo non solo l'unità
operativa necessaria, ma si contraddistinse per episodi di grande
valore ed ardimento: "La superiorità dell'aviazione nemica [quella
italiana, N.d.A.] è indiscutibile sia numericamente che
qualitativamente. Opinione della truppa e dei Comandi superiori
sugli aviatori nemici: audaci, temerari e risoluti, con raro
spirito offensivo. Essi mitragliavano e bombardavano intensamente
da bassissima quota le nostre riserve di fanteria, sia ammassate
che in marcia, anche con brutto tempo, sotto la pioggia, provocando
panico e demoralizzazione delle nostre truppe", (Relazione
contraddistinta dal numero 91060 del Comando della II Armata
Austro-Ungarica, nel Giugno del 1918). Con questo breve elaborato
riteniamo di aver contribuito, anche se in maniera modesta, alla
formulazione ed all'analisi degli aspetti politico-militari che
l'Italia ha dovuto affrontare per il suo ingresso nella Grande
Guerra, senza entrare - volutamente - sui giudizi storici e sulla
disamina del "Piano di Guerra" elaborato dal Generale Cadorna,
sulla sua attuazione e sulle conseguenze che esso ha comportato
(molto è stato già scritto e commentato su tale evento) limitandoci
ad esporre ed analizzare le contingenze che determinarono le scelte
del nostro Capo di Stato Maggiore. Il nostro intendimento è stato
proprio quello di permettere, attraverso la ricostruzione degli
eventi immediatamente precedenti l'intervento armato, una maggiore
comprensione delle scelte e delle decisioni prese per difesa del
Paese e che comportarono in ogni caso - proprio al di là del
giudizio storico che non è opportuno elaborare in questa sede - la
vittoria finale contro l'Impero austro-ungarico. Sono purtroppo sin
troppo note le tormentate vicende del nostro ingresso in guerra,
così come l'ulteriore sforzo militare intrapreso nel 1917 e la
"ricostruzione" dopo la disfatta di Caporetto, sino a giungere alla
gloriosa affermazione di Vittorio Veneto ed alla firma
dell'Armistizio di Villa Giusti, siglato a Padova il 3 Novembre
1918. Ma il profondo significato risorgimentale della battaglia di
Vittorio Veneto - che suggellava l'affermazione degli alti valori
di quel nostro ciclo storico oramai concluso - venne mirabilmente
riassunto nel proclama del Generale Caviglia, Comandante della 8^
Armata, inviato ai suoi uomini il 24 Ottobre 1918: "Soldati dell'8°
Armata, è giunta anche per noi l'ora di agire. È venuto il momento
di raccogliere il grido d'angoscia che giunge dai fratelli
abbandonati oltre il Piave e di correre alla loro liberazione.
L'Impero di Austria e Ungheria si sta sfasciando. I popoli che lo
componevano levatisi finalmente a spezzare le loro catene hanno
decretato la sua fine […]. A noi, miei soldati, dare il colpo di
grazia all'Impero austro-ungarico battendo il suo esercito, ultimo
sostegno su cui ancora si appoggia, mentre sta per cadere".
(*) - Relatore di Storia Internazionale presso l'Università di
Urbino.
(1) - Il comando dell'operazione venne affidato al Generale
Raffaele Cadorna (1815-1897) - padre di Luigi, futuro Capo di Stato
Maggiore - già Ufficiale del corpo del Genio sardo e distintosi
nella campagna di Crimea, nella guerra del 1859 (dove divenne anche
Ministro della Guerra in Toscana) ed in quella del 1866, al comando
di un Corpo d'Armata in Friuli. Fu deputato nel 1871 e senatore nel
1895, oltre ad essere insignito del Collare dell'Annunziata.
(2) - Il periodo della cosiddetta "neutralità attiva" (definizione
di Sidney Sonnino) aveva ulteriormente indebolito l'industria ed il
commercio italiani. Prima ancora dell'inizio della guerra le
materie prime - prevalentemente importate - vennero a mancare a
causa dei blocchi contrapposti delle nazioni in lotta, ed in modo
particolare l'87% del combustibile utilizzato in Italia veniva
importato dalla Gran Bretagna e nuovi accordi in questo senso non
vennero rinnovati neanche dopo la firma del Patto di Londra. La
chiusura dei mercati commerciali tradizionali (Francia e Germania)
mise in tale difficoltà molte aziende italiane che non fu possibile
salvaguardarne l'occupazione con contributi di tipo statale,
aggravando in tal modo la drastica riduzione della domanda interna.
A causa del blocco dei Dardanelli, vennero a mancare le
importazioni di grano dalla Russia che non riuscirono ad essere
neanche in parte compensate dagli agricoltori italiani a cui
vennero sottratte le braccia più giovani proprio all'inizio
dell'estate, la stagione delle colture, e la politica dei calmieri
del Governo non favorì le coltivazioni tradizionali (grano e riso)
che vennero progressivamente abbandonate per prodotti più
remunerativi, sconvolgendo il mercato del pane e dei beni di prima
necessità. L'aiuto governativo - un sussidio che venne mantenuto
per tutta la durata della guerra - non riuscì a consentire un
livello di sostentamento sufficiente e la successiva assegnazione
alle Autorità Militari dell'approvvigionamento alimentare
(requisizioni di bestiame e grano) aggravò ulteriormente le già
difficili condizioni dei contadini e dei mezzadri dell'entroterra
veneto.
(3) - Dall'Agosto del 1914 al Maggio del 1915 l'incremento degli
Ufficiali fu di 9.412 elementi, dei quali 1.188 effettivi, 4.754 di
complemento e 3.470 della Milizia Territoriale.
(4) - La mancata riforma tributaria, la politica protezionistica e
le nuove tasse per coprire le ingenti spese della guerra in Libia
determinarono la caduta del Governo Giolitti il 10 Marzo del 1914.
La nomina di Salandra (21 marzo 1914) ottenne la fiducia della
Camera con 303 voti favorevoli, 122 contrari e 9 astenuti, ed oltre
ai problemi finanziari del precedente gabinetto (la proposta di
Giolitti del 1909 per un drastico aumento dell'imposta sul reddito
e della tassa di successione non ottenne il consenso desiderato) il
nuovo Governo aveva ancora sul tavolo la pesante situazione
economica ereditata dal terremoto di Messina del 1908 (107 milioni
in opere di ricostruzione) e la chiusura del Bilancio generale in
deficit per l'esercizio 1909-10 che causò la perdita della parità
della Lira con l'oro.
(5) - Fuori del territorio nazionale operarono il II Corpo d'Armata
(2 divisioni) in Francia, il XVI Corpo d'Armata (3 divisioni) in
Albania e la 35° divisione (in questo caso equivalente ad un Corpo)
in Macedonia. È inoltre il caso di ricordare le truppe "T.A.I.F",
truppe ausiliarie italiane in Francia, inviate oltre le Alpi, con
un provvedimento molto criticato, e composte da 60.000 lavoratori
inquadrati in 200 Compagnie con compiti di scavi di trinceramento,
costruzioni di ricoveri e baraccamenti, linee ferroviarie e
telegrafiche, etc.
(6) - Il Generale Helmut Von Moltke, Capo di Stato Maggiore
dell'esercito prussiano dal 1857, organizzò le proprie truppe
secondo la disposizione in Corpi, Divisioni e Reggimenti (la stessa
usata in caso di guerra) già di stanza negli stessi Distretti dove
sarebbero confluite le forze di riserva in caso di mobilitazione
generale.
(7) - Oltre alla già citata "copertura" del Friuli, il Generale
Cadorna si preoccupò di proteggere il territorio di confine con la
frontiera svizzera con tre divisioni di Fanteria ed una di
Cavalleria, dislocate nella zona Como-Varese-Milano (Corpo di
Osservazione alla Frontiera Nord) oltre al previsto invio dell'XI
Corpo d'Armata in Puglia che avrebbe dovuto lì stanziarsi per
opporsi a possibili sbarchi nemici, oppure per eventuali incursioni
sulla sponda opposta con l'appoggio di Serbia e Montenegro, che si
sperava - al momento della decisione - di avere come alleati.
(8) - Probabilmente non fu difficile ottenere questo risultato, in
considerazione del fatto che durante la neutralità italiana la
flotta francese, entrata repentinamente nelle acque adriatiche, si
vide costretta a ritirarsi gradualmente verso la zona Sud,
limitandosi ad attuare, con alterni successi, il blocco del Canale
di Otranto. |
Daniele Cellamare
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