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CULTURA
I limoni di
Camilleri
Sono gli agrumi siciliani per
eccellenza. Gialli, come i romanzi del mistero e del delitto.
Aspretti, solleticano e pizzicano come un motto di spirito. Non ci
viene in mente qualcuno?
Mentre parliamo, le librerie si
popolano di nuove edizioni, tutte a firma del Maestro che in questa
rubrica ci elargisce il tesoro della sua amicizia. Vogliamo citare
La rizzagliata, ad esempio? Un romanzo ambientato nella Sicilia del
nostro tempo, che tratta l'informazione, e in particolare
l'influenza che essa può avere sulla vita e le azioni degli uomini.
Il rizzaglio, in dialetto, è una rete a forma di campana, nella
quale restano impigliati i pesci più lenti o sprovveduti, … "pirchì
quelli cchiù 'sperti, videnno la riti calare, si scansano 'n
tempo". In questa metafora si condensano i significati del testo.
Oppure potremmo citare il parto più recente, Il nipote del Negus,
che richiama una storia vera avvenuta in provincia di Caltanissetta
all'inizio del Novecento. Due volumi usciti dalla stessa penna, a
poca distanza di tempo. Ma tanto frutto, ormai, non ci stupisce
più. Ci siamo abituati. Perché ad Andrea Camilleri, letteralmente,
i libri cadono dalla mente. Come acqua che sgorga. Ci interessa
quindi risalire la corrente, per andare all'origine di questo
ruscello generoso e forte. Per capire, ci basta pensare allo
sfondo delle sue ultime opere, appena citate. L'origine di tutto è
su un'isola. Guardiamo l'orizzonte, fra Scilla e Cariddi. Passiamo
lo Stretto. E saremo arrivati. Le Sue radici culturali affondano in
Sicilia. Una terra che ha donato talenti di assoluta eccellenza al
panorama mondiale della letteratura. Li ripercorriamo insieme a
Lui, il Maestro, riducendo subito le nostre domande
all'essenziale.
Scrittori siciliani del passato: un nome fra tutti?
«Luigi Pirandello. A lui sono legato più ancora che a Verga, più
ancora che a De Roberto, che poi è un siciliano per modo di dire,
di adozione. Era un napoletano trapiantato. Dico Pirandello e qui
mi fermo, assolutamente. Una volta, parlando con Leonardo Sciascia,
ci capitò di riflettere su una cosa. Benedetto Croce nel Novecento
aveva scritto un sacco, e fra gli altri c'è un bel volume che nel
titolo ha una doppia litote. Si chiama Perché non possiamo non
dirci cristiani. Ebbene, con Sciascia ci dicemmo questo: noi,
autori siciliani, non possiamo non dirci pirandelliani. Non nel
senso dell'essere cervellotici, dello spaccare il capello in
quattro. Pirandelliani nel senso più vero e autentico, nel senso
meno filosofico. Mi spiego. Noi toccavamo con mano, vivendo in
Sicilia, come molti personaggi di Pirandello esistessero nella
realtà. Guardate, non sto scherzando o esagerando. I suoi
personaggi sembrano ritagliati dalla vita, incarnano
caratteristiche concrete. Sono tipi umani, ecco. Dunque noi, quando
scriviamo, volontariamente o involontariamente ci ispiriamo a
lui».
Le opere di Pirandello che ama di più?
«Tutte. Amo la sua maniera narrativa, che in base a quanto ho detto
definirei "naturalista". E poi il suo umorismo, che trovo
semplicemente splendido». |
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