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Cultura
Sognando un nuovo
Rocca
Intervista a Gigi Proietti, mattatore
della scena italiana per decenni e anche per questa nuova estate,
ricca di idee e di prospettive
Lo incontriamo al fresco della sua bella villa romana, lontano dai
rumori, in un'atmosfera che sembra fuori dal tempo e forse lo è,
perché davvero "il nostro" è un artista che sarebbe riduttivo
collocare in una sola epoca.
Ci viene incontro e nemmeno questa volta riusciamo a cancellare del
tutto l'effetto Rocca. Per noi il personaggio più caro del Gigi
nazionale, fra i tanti interpretati al cinema, in televisione, al
teatro, è inevitabilmente lui, l'amatissimo maresciallo Comandante
della Stazione di Viterbo, l'investigatore che risolve i casi più
intricati senza perdere un grammo della sua umanità, un lampo della
sua ironia.
I convenevoli di rito, la gentile offerta di un caffè, e siamo
subito nel vivo di una ridda di idee e progetti per il futuro che a
fatica riusciamo a seguire. Sul grande schermo è appena passata
Un'estate al mare, pellicola tipicamente estiva che porta la firma
dei fratelli Vanzina. Iniziamo proprio da lì. «In America i film
per l'estate sono una tradizione consolidata», ci spiega Proietti,
«e di solito vanno bene. Così alla Medusa si sono detti: perché non
ne facciamo uno anche noi, di taglio un po' balneare? Poiché siamo
amici, i Vanzina mi hanno chiesto di partecipare. Guardate, ho
risposto, l'unica cosa che mi viene in mente è questa. Io prenderei
una farsa che in teatro fa molto ridere: la Signora delle Camelie
che nel finale ha un suggeritore che non capisce. Troviamo un
sistema per adattarla. Lo abbiamo fatto. Mi ha telefonato una sera
Carlo Vanzina e mi ha detto che avevano fatto una proiezione alla
Medusa e si erano ammazzati dalle risate. Così siamo andati avanti.
Il film è di quelli che faceva il padre dei Vanzina, Steno, a
episodi, con un personaggio che li collega. In questo caso sono io,
un suggeritore che presenta i vari episodi, il quale però non ha
memoria, non ricorda bene. Alla fine lui stesso parte per le
vacanze e va in Sardegna. Lì capita che un grande attore prossimo
al debutto abbia bisogno di una sostituzione, il resto non lo
sveliamo...».
Uno spunto tratto da una recita teatrale. È sempre lì che batte il
cuore di Gigi Proietti, sul palcoscenico, arte antica quanto
l'uomo. «In teatro ho sempre i miei impegni, certo. Uscito dal
Brancaccio ho collaborato con il Gran Teatro, ma è diverso, è una
sala da tremila posti. Occorrono spettacoli in grande stile, che
facciano incassi notevoli, perché la scena costa. Nel mio
spettacolo, Di nuovo buonasera, eravamo quarantanove artisti di cui
trentasei con famiglia, e non è poco. Siamo andati bene, doveva
proseguire, ma per me era molto faticoso stare sul palco tanto
tempo. Lo rifaremo al Sistina, dove vogliono che entri a
collaborare nella Direzione artistica. Quel teatro ha bisogno di un
rilancio: è sempre il più importante d'Italia nel genere leggero,
musicale, ma anche lì gli aspetti economici sono diventati
preminenti, sotto certi aspetti preclusivi. I vecchi spettacoli
alla Garinei e Giovannini, anche il mio Cyrano, ad esempio, non si
possono più fare. Per metterli in scena dovresti far pagare i
biglietti a un prezzo elevatissimo, la gente non verrebbe. Oggi uno
spettacolo costa molto di più. Bisogna invertire la tendenza, o
fare spettacoli che durino mesi o anni, come a Londra».
Ma il nostro pubblico è diverso...
«Ci sono avvisaglie di cambiamento. A Roma, per esempio, si
potrebbe puntare sulla presenza turistica. Per Di nuovo buonasera,
una domenica abbiamo avuto ventisei pullman. Uno veniva da Udine,
addirittura. Ci sono nuove fasce di pubblico, ma purtroppo non
hanno raggiunto ancora livelli sufficienti. Per il teatro la
Direzione artistica è forse la cosa più impegnativa. È un rischio
continuo, perché il problema è produrre, cosa che io ho fatto fino
all'anno scorso. Se un film va bene, aumenti le copie e vai. A
teatro, più che riempire la sala non puoi fare. Se non basta per
pagare la compagnia… Oddio, queste sono cose molto interne,
tecniche. I lettori poi si annoiano!».
Il Silvano Toti Globe Theater, teatro scespiriano nel cuore di Roma
in cui si sta tenendo una splendida stagione, è una sua
creatura...
«L'idea mi venne in mente così. Villa Borghese è stata donata dai
Borghese al Comune nel 1903. Per il centenario mi chiesero di
pensare a uno spettacolo da realizzare nel parco. Io volevo fare un
Romeo e Giulietta e portai delle foto che avevo scattato al Globe
di Londra con mia moglie. Perché non provare a costruire una
struttura simile?, chiesi. In sei mesi, grazie alla Fondazione
Silvano Toti, il teatro fu costruito. Ne sono sorti anche altri, mi
sembra uno di recente a Düsseldorf. Il nostro è esattamente uguale,
anche per dimensioni, a quello londinese, in realtà un po' più
grande dell'originale scespiriano. Al Globe, di cui continuo a
curare la Direzione artistica, mi piacerebbe mettere in scena
l'Opera. Ho pensato a spettacoli abbinati, tipo dare il Falstaff
nelle due versioni esistenti, in lirica e in prosa. L'ho già fatto
a Ginevra. La lirica può dare un buon impulso al turismo, anche
d'estate si potrebbe fare molto. In Italia fino a trent'anni fa
veniva rappresentata ovunque, ogni cittadina aveva una sua
programmazione. Adesso si è ristretto tutto a sette-otto
Fondazioni, con scene realizzate in grande stile, allestimenti
imponenti. Ma non c'è bisogno per forza degli elefanti, per fare
l'Aida!».
Altri progetti?
«Ce ne sono parecchi, ad esempio per la tv. Per il cinema si sta
pensando a una terza puntata di Febbre da cavallo. Me la stanno
proponendo da un po', ma ci vuole un'idea. Se c'è uno spunto forte,
nuovo, si può fare. Altrimenti non è il caso. E poi vorrei dirigere
un mio film. Ci penso, ci ripenso, ma non mi decido mai».
Un soggetto tutto suo?
«Ne ho tre nel cassetto, un paio sono invecchiati, uno forse no. Il
fatto è che io ho un'organizzazione più teatrale che altro. Adesso
mi devo riorganizzare per la tv e per il cinema, ed è faticoso. Lo
è psicologicamente, perché devi mollare progetti e anche persone
con cui hai lavorato a lungo. In maggio andrò al Sistina con Di
nuovo buonasera: magari inserirò nel testo qualcosa di nuovo. Prima
mi sono lasciato un lungo periodo a disposizione, cinque-sei mesi,
proprio per verificare le nuove ipotesi. Farò un film, o una
fiction, magari partecipazioni brevi, di quattro o cinque giorni.
Si vedrà».
Regista e attore?
«Mi piacerebbe, ma è molto faticoso. Per un film tv si può anche
fare, per un seriale non ce la farei. Con Rocca, quando giravo otto
puntate alla volta, se avessi fatto pure il regista sarei morto.
Invece per il cinema qualche esperienza l'ho fatta, in questo
senso. Per il futuro mi hanno proposto diverse cose interessanti,
anche per Mediaset, ma sono ancora in fase di riflessione.
Preferisco stare fermo, piuttosto che fare cose di cui non sono
convinto. E in questo momento, per fortuna, mi posso permettere il
lusso di fermarmi. E poi, mi interessa molto il gruppo di lavoro:
che ci siano armonia, comunicazione interna, il clima giusto. Se
una cosa è divertente, uno la fa. Altrimenti...».
L'ultima domanda è di rito. Il Maresciallo Rocca? Riusciremo a
vederlo ancora, impegnato in nuove indagini?
«Anche per quello bisognerebbe trovare una nuova idea. Rocca è
stato il capostipite di una "serie di serie", e dopo un po', storie
e personaggi cominciano ad assomigliarsi. In Rai sarebbero
disponibilissimi a un seguito, ma secondo me occorre qualcosa di
nuovo, anche se non so bene cosa. Ne abbiamo parlato a lungo, senza
arrivare a delle conclusioni, ma non abbiamo escluso nulla.
Bisognerebbe forse farlo andare in pensione, ma farlo continuare a
indagare. L'ultima miniserie, ad esempio, faceva uscire Rocca dalla
Stazione, e così la scena cambiava. Il pubblico ama la commistione
fra pubblico e privato che è al centro delle vicende di Rocca. Lui
è un italiano medio, che ha problemi in famiglia come tutti:
arrivare alla fine del mese, i figli che crescono.
Contemporaneamente, però, Rocca ha il senso del dovere. Coniugando
queste due cose, ne viene fuori un personaggio autentico. Ecco,
questo è ciò che ha funzionato. Di storie, in effetti, non ne
abbiamo girate tantissime. Sono state date un'infinità di repliche,
ma gli episodi credo siano in tutto ventotto, in dodici anni.
Eppure a me sembra che ne abbiamo fatti ottanta! Girarlo è
abbastanza impegnativo, io sono sempre in scena. Servono altri
personaggi: io dovrei arrivare a metà puntata, come succede in
altre serie. Ma è stata un'avventura bellissima, irripetibile. Come
ascolti è ancora imbattuto, del resto. La qualità era buona, era
ben recitato, ben diretto. Nella produzione Solaris ora ci sono i
figli di Ariè, Guglielmo e Azzurra. Ci hanno messo l'anima,
nell'ultima miniserie, Il Maresciallo Rocca e l'amico d'infanzia,
che aveva locations davvero belle, era molto curata. Io sono
contento di come è venuta, è stata meno comica delle altre ma
intensa. Non c'è niente da fare: Rocca è
Rocca». |
Roberto Riccardi
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