CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2007 > Novembre > Società

Ce l'ho, ce l'ho, mi manca

Nel Museo della Figurina di Modena si respira la nostalgia per quel tempo perduto in cui bastava un rettangolo di carta per divenire proprietari di un sogno

Una figurina ispirata alla locandina del film Pane, amore e... È un po' come tornare ai tempi in cui non c'era la televisione o a quando le trasmissioni s'interrompevano dopo pranzo per ricominciare con la TV dei Ragazzi. Un'epoca che i più giovani non possono aver conosciuto. Allora le immagini, quelle che tanto caratterizzano il mondo contemporaneo, più che bombardarci come fanno oggi ci solleticavano come una pioggerellina, aiutandoci a materializzare i sogni partoriti dalle nostre fantasie di bambini o dalle prime letture, fatte su libri dai caratteri ben visibili e rotondi. In quel tempo tutti, proprio tutti, collezionavamo figurine. Perlopiù calciatori e personaggi dei primi sceneggiati televisivi. Una pratica che oggi si definirebbe "trasversale", che si manifestava sui muretti a secco dei paesi di campagna come nei cortili polverosi dei fabbricati cittadini, mettendo insieme più o meno "grandi", più o meno benedetti dall'opulenza degli anni del boom economico.

Non c'è da stupirsi, perciò, se a Modena, capitale mondiale della figurina grazie a un cognome, Panini, che tutti ricordiamo, le figurine sono assurte a dignità di museo. Una collezione sterminata di mezzo milione di pezzi che, oltre a farci una sana e infantile invidia, rappresenta uno spaccato mondiale della storia sociale degli ultimi centocinquanta anni. Il Museo della Figurina, che da quasi un anno vive nei nuovi spazi di Palazzo Santa Margherita, nasce dalla passione di collezionista di Giuseppe Panini, fondatore delle Edizioni Panini e creatore delle figurine in senso moderno, quelle che si comprano in edicola e si scartano dalle bustine. Un po' per passione un po' per valorizzare il proprio lavoro, fin dall'inizio della sua attività imprenditoriale Panini aveva raccolto un'infinità di piccole stampe provenienti da tutto il mondo, oggetti datati fino all'Ottocento e affini alla figurina per tecnica di stampa o funzione. Nel 1992 Giuseppe Panini decise, in accordo con il Comune di Modena, di donare la raccolta, divenuta una delle più importanti del mondo, alla sua città.

Il percorso del Museo è un po' la storia di questo prodotto, nato come trovata pubblicitaria, fino alla vera e propria rivoluzione operata dai fratelli Panini, che consacrarono la figurina come prodotto autonomo, stampando lo storico Album dei Calciatori del Campionato 1961-1962. Una trovata che portò alla vendita di 15 milioni di bustine e che diede inizio a una pubblicazione longeva ed amatissima. Non tutte le 500mila figurine della collezione, ovviamente, sono visibili al pubblico: il percorso mostra le principali, mentre le altre sono visibili solo su richiesta.

Le origini della figurina sono legate allo sviluppo, a metà Ottocento, delle tecniche legate al marketing e alla promozione di prodotti di grande consumo. Grazie al basso costo, le figurine davano l'opportunità di farsi pubblicità a buon mercato. Venivano utilizzate immagini prodotte in serie da imprese litografiche e stamperie, già predisposte a ricevere sul retro o in appositi spazi il nome del cliente. Il primo a intuire le immense potenzialità di questo mezzo fu il proprietario dei grandi magazzini Au Bon Marché, Aristide Boucicaut, che adottò alcune serie di figurine da regalare alla clientela sulle quali, oltre ad immagini accattivanti, era impresso il nome e la réclame della ditta. Lo sviluppo della nascente industria alimentare fece da volano a questa idea originaria e la Liebig, colosso dell'estratto di carne, diede vita a una delle collezioni più famose e diffuse.

Una famiglia variegata, quella delle figurine, che comprende numerosi parenti stretti come le cigarette cards (utilizzate negli Stati Uniti e in Gran Bretagna per rinforzare i pacchetti di sigarette), i bolli chiudilettera e le fascette da sigari. Tutti pezzi di carta impreziositi da un'immagine sempre diversa e collezionabile, che automaticamente innescavano il meccanismo dello scambio. Chi non ha pronunciato le parole quasi magiche «Ce l'ho, ce l'ho, mi manca»? Quasi una frase onomatopeica che accompagnava il veloce scorrere delle figurine che l'amico ci sottoponeva per lo scambio. Chi non ha trattato i baratti con il piglio dell'incallito uomo d'affari o non ha partecipato alle sfide ai giochi, come il sottomuro o muretto, che spontaneamente l'immaginazione dei bambini creava con quella sorta di carte da gioco?

La visita al Museo di Modena è un tuffo nel passato, sia per chi ha qualche ricordo del proprio vissuto, sia per chi è curioso di conoscere come si sia evoluto l'uso dell'immagine nel corso dei decenni. Già, perché al di là di tutto, le figurine sono uno specchio, o meglio uno specchietto, dei tempi, con la loro capacità di attirare l'attenzione e, nel contempo, di evocare un mondo. Le storie e i personaggi che propongono provengono sempre da altri mezzi di comunicazione di massa. Dalla tradizione popolare al cinema, dagli eroi della conquista dello spazio (come è stato per una serie che la Panini ha ideato per conquistare l'allora mercato sovietico) alla televisione, la figurina ha sempre sfruttato personaggi che già brillavano di luce propria, mostrando una capacità straordinaria di sfruttare le emozioni popolari.

Il matrimonio tra le figurine e le stelle del cinema risale agli albori della celluloide. Fra il 1912 e il 1913, la Liebig diffuse una serie dedicata ai Trucchi del cinematografo, nella quale si svelavano i segreti di alcuni effetti speciali dell'epoca. In Germania, nel 1935, fu partorita addirittura una Storia del cinema in due volumi che si ottenevano con i buoni delle sigarette Altona-Garenfeld. Antesignane del genere furono, in Algeria, le sigarette Mélia, che raffiguravano attrici del varietà, ballerine e cantanti accanto a modelle e bellezze varie un po' discinte.

Lo sport, contrariamente a quello che si può credere, non è stato un soggetto immediatamente preso in considerazione dalle figurine pubblicitarie. Uno dei primi esempi ebbe come protagonista una donna. Si tratta di Donna con pallone, della serie spagnola Donne emancipate del 1885, recante la pubblicità dello sciroppo Reuter. Più o meno nello stesso anno, in America, incominciarono a vedersi le prime figurine con ritratti di giocatori di baseball. Con il XX secolo, la passione per gli sportivi cominciò a prendere piede e le figurine seguirono immediatamente l'onda, con il calcio e il ciclismo ma anche automobilismo e motociclismo, atletica e pugilato. Alla fine, però, gli altri sport dovettero soccombere alla dilagante e pervasiva mania per il pallone.

In Italia la storia della figurina, ai suoi albori, è strettamente legata ai concorsi a premi. Il più famoso è quello organizzato dalla Perugina-Buitoni, durante la messa in onda, dal 1934 fino al 1937, della trasmissione radiofonica I 4 Moschettieri. La figurina più celebrata era la celeberrima, introvabile Il Feroce Saladino, disegnata da Angelo Bioletto.

La storia della figurina in Italia, però, è legata al nome Panini, intorno al quale, e non per mero campanilismo, gravita il Museo di Modena. Giuseppe Panini e i suoi fratelli diedero il via all'impresa che industrializzò l'ideazione, la produzione e la distribuzione di queste piccole immagini che, negli anni Sessanta, cominciarono a vivere una vita propria. All'epoca i fratelli Panini, che avevano un'edicola al centro di Modena, cominciarono a interessarsi al mondo delle figurine. Avviarono una piccola attività imparando il mestiere da chi già operava nel settore, come la Casa Editrice Bea di Milano, e presero la decisione di editare soltanto figurine di calciatori. La prima nata fu quella in bianco e nero dell'interista Sandro Bolchi, mentre sulla copertina del primo album, quello del Campionato 1961-62, campeggiava il milanista Niels Liedholm. Dopo gli album dei calciatori, le pubblicazioni iniziarono a diversificarsi con le serie e gli album dedicati ai personaggi della televisione: Heidi, Goldrake, e soprattutto Sandokan, l'unica serie che riuscì a battere i calciatori in termini di vendite.

Passo dopo passo, l'azienda Panini si ingrandì, diventando leader mondiale del settore ed iniziando ad attirare gli editori stranieri. Alla fine degli anni Ottanta fu ceduta al colosso Maxwell. Nel 1992 ritornò una dirigenza italiana e nel 1994 un altro colosso straniero, la Marvel Entertainment. Alla fine del 1999 il marchio Panini ritornò proprietà di imprenditori italiani e continua ancora oggi la sua avventura nel mondo delle figurine.

Ed è un'avventura anche quella che il Museo di Modena prova a raccontare, e quella che vivono milioni di bambini sparsi per i cinque continenti che raccolgono, scambiano ed amano dei rettangoli di carta colorati. Un gioco semplicissimo, che pure non potrà mai perdere il suo fascino perché ha un fondamento fisico, materiale. Incollare una figurina sull'album, piegarla per farla meglio ribaltare giocando a sottomuro, farla scorrere tra le mani per mostrarla ai compagni, sono tutte azioni che presuppongono un contatto fisico col giocattolo. Un calore che nessuna immagine impalpabile, visualizzata sullo schermo di un televisore o di un computer, potrà mai dare.

Maurizio Landi