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È un po' come tornare ai tempi in cui non c'era la televisione o a
quando le trasmissioni s'interrompevano dopo pranzo per
ricominciare con la TV dei Ragazzi. Un'epoca che i più giovani non
possono aver conosciuto. Allora le immagini, quelle che tanto
caratterizzano il mondo contemporaneo, più che bombardarci come
fanno oggi ci solleticavano come una pioggerellina, aiutandoci a
materializzare i sogni partoriti dalle nostre fantasie di bambini o
dalle prime letture, fatte su libri dai caratteri ben visibili e
rotondi. In quel tempo tutti, proprio tutti, collezionavamo
figurine. Perlopiù calciatori e personaggi dei primi sceneggiati
televisivi. Una pratica che oggi si definirebbe "trasversale", che
si manifestava sui muretti a secco dei paesi di campagna come nei
cortili polverosi dei fabbricati cittadini, mettendo insieme più o
meno "grandi", più o meno benedetti dall'opulenza degli anni del
boom economico.
Non c'è da stupirsi, perciò, se a Modena, capitale mondiale della
figurina grazie a un cognome, Panini, che tutti ricordiamo, le
figurine sono assurte a dignità di museo. Una collezione sterminata
di mezzo milione di pezzi che, oltre a farci una sana e infantile
invidia, rappresenta uno spaccato mondiale della storia sociale
degli ultimi centocinquanta anni. Il Museo della Figurina, che da
quasi un anno vive nei nuovi spazi di Palazzo Santa Margherita,
nasce dalla passione di collezionista di Giuseppe Panini, fondatore
delle Edizioni Panini e creatore delle figurine in senso moderno,
quelle che si comprano in edicola e si scartano dalle bustine. Un
po' per passione un po' per valorizzare il proprio lavoro, fin
dall'inizio della sua attività imprenditoriale Panini aveva
raccolto un'infinità di piccole stampe provenienti da tutto il
mondo, oggetti datati fino all'Ottocento e affini alla figurina per
tecnica di stampa o funzione. Nel 1992 Giuseppe Panini decise, in
accordo con il Comune di Modena, di donare la raccolta, divenuta
una delle più importanti del mondo, alla sua città.
Il percorso del Museo è un po' la storia di questo prodotto, nato
come trovata pubblicitaria, fino alla vera e propria rivoluzione
operata dai fratelli Panini, che consacrarono la figurina come
prodotto autonomo, stampando lo storico Album dei Calciatori del
Campionato 1961-1962. Una trovata che portò alla vendita di 15
milioni di bustine e che diede inizio a una pubblicazione longeva
ed amatissima. Non tutte le 500mila figurine della collezione,
ovviamente, sono visibili al pubblico: il percorso mostra le
principali, mentre le altre sono visibili solo su richiesta.
Le origini della figurina sono legate allo sviluppo, a metà
Ottocento, delle tecniche legate al marketing e alla promozione di
prodotti di grande consumo. Grazie al basso costo, le figurine
davano l'opportunità di farsi pubblicità a buon mercato. Venivano
utilizzate immagini prodotte in serie da imprese litografiche e
stamperie, già predisposte a ricevere sul retro o in appositi spazi
il nome del cliente. Il primo a intuire le immense potenzialità di
questo mezzo fu il proprietario dei grandi magazzini Au Bon Marché,
Aristide Boucicaut, che adottò alcune serie di figurine da regalare
alla clientela sulle quali, oltre ad immagini accattivanti, era
impresso il nome e la réclame della ditta. Lo sviluppo della
nascente industria alimentare fece da volano a questa idea
originaria e la Liebig, colosso dell'estratto di carne, diede vita
a una delle collezioni più famose e diffuse.
Una famiglia variegata, quella delle figurine, che comprende
numerosi parenti stretti come le cigarette cards (utilizzate negli
Stati Uniti e in Gran Bretagna per rinforzare i pacchetti di
sigarette), i bolli chiudilettera e le fascette da sigari. Tutti
pezzi di carta impreziositi da un'immagine sempre diversa e
collezionabile, che automaticamente innescavano il meccanismo dello
scambio. Chi non ha pronunciato le parole quasi magiche «Ce l'ho,
ce l'ho, mi manca»? Quasi una frase onomatopeica che accompagnava
il veloce scorrere delle figurine che l'amico ci sottoponeva per lo
scambio. Chi non ha trattato i baratti con il piglio dell'incallito
uomo d'affari o non ha partecipato alle sfide ai giochi, come il
sottomuro o muretto, che spontaneamente l'immaginazione dei bambini
creava con quella sorta di carte da gioco?
La visita al Museo di Modena è un tuffo nel passato, sia per chi
ha qualche ricordo del proprio vissuto, sia per chi è curioso di
conoscere come si sia evoluto l'uso dell'immagine nel corso dei
decenni. Già, perché al di là di tutto, le figurine sono uno
specchio, o meglio uno specchietto, dei tempi, con la loro capacità
di attirare l'attenzione e, nel contempo, di evocare un mondo. Le
storie e i personaggi che propongono provengono sempre da altri
mezzi di comunicazione di massa. Dalla tradizione popolare al
cinema, dagli eroi della conquista dello spazio (come è stato per
una serie che la Panini ha ideato per conquistare l'allora mercato
sovietico) alla televisione, la figurina ha sempre sfruttato
personaggi che già brillavano di luce propria, mostrando una
capacità straordinaria di sfruttare le emozioni popolari.
Il matrimonio tra le figurine e le stelle del cinema risale agli
albori della celluloide. Fra il 1912 e il 1913, la Liebig diffuse
una serie dedicata ai Trucchi del cinematografo, nella quale si
svelavano i segreti di alcuni effetti speciali dell'epoca. In
Germania, nel 1935, fu partorita addirittura una Storia del cinema
in due volumi che si ottenevano con i buoni delle sigarette
Altona-Garenfeld. Antesignane del genere furono, in Algeria, le
sigarette Mélia, che raffiguravano attrici del varietà, ballerine e
cantanti accanto a modelle e bellezze varie un po' discinte.
Lo sport, contrariamente a quello che si può credere, non è stato
un soggetto immediatamente preso in considerazione dalle figurine
pubblicitarie. Uno dei primi esempi ebbe come protagonista una
donna. Si tratta di Donna con pallone, della serie spagnola Donne
emancipate del 1885, recante la pubblicità dello sciroppo Reuter.
Più o meno nello stesso anno, in America, incominciarono a vedersi
le prime figurine con ritratti di giocatori di baseball. Con il XX
secolo, la passione per gli sportivi cominciò a prendere piede e le
figurine seguirono immediatamente l'onda, con il calcio e il
ciclismo ma anche automobilismo e motociclismo, atletica e
pugilato. Alla fine, però, gli altri sport dovettero soccombere
alla dilagante e pervasiva mania per il pallone.
In Italia la storia della figurina, ai suoi albori, è strettamente
legata ai concorsi a premi. Il più famoso è quello organizzato
dalla Perugina-Buitoni, durante la messa in onda, dal 1934 fino al
1937, della trasmissione radiofonica I 4 Moschettieri. La figurina
più celebrata era la celeberrima, introvabile Il Feroce Saladino,
disegnata da Angelo Bioletto.
La storia della figurina in Italia, però, è legata al nome Panini,
intorno al quale, e non per mero campanilismo, gravita il Museo di
Modena. Giuseppe Panini e i suoi fratelli diedero il via
all'impresa che industrializzò l'ideazione, la produzione e la
distribuzione di queste piccole immagini che, negli anni Sessanta,
cominciarono a vivere una vita propria. All'epoca i fratelli
Panini, che avevano un'edicola al centro di Modena, cominciarono a
interessarsi al mondo delle figurine. Avviarono una piccola
attività imparando il mestiere da chi già operava nel settore, come
la Casa Editrice Bea di Milano, e presero la decisione di editare
soltanto figurine di calciatori. La prima nata fu quella in bianco
e nero dell'interista Sandro Bolchi, mentre sulla copertina del
primo album, quello del Campionato 1961-62, campeggiava il
milanista Niels Liedholm. Dopo gli album dei calciatori, le
pubblicazioni iniziarono a diversificarsi con le serie e gli album
dedicati ai personaggi della televisione: Heidi, Goldrake, e
soprattutto Sandokan, l'unica serie che riuscì a battere i
calciatori in termini di vendite.
Passo dopo passo, l'azienda Panini si ingrandì, diventando leader
mondiale del settore ed iniziando ad attirare gli editori
stranieri. Alla fine degli anni Ottanta fu ceduta al colosso
Maxwell. Nel 1992 ritornò una dirigenza italiana e nel 1994 un
altro colosso straniero, la Marvel Entertainment. Alla fine del
1999 il marchio Panini ritornò proprietà di imprenditori italiani e
continua ancora oggi la sua avventura nel mondo delle
figurine.
Ed è un'avventura anche quella che il Museo di Modena prova a
raccontare, e quella che vivono milioni di bambini sparsi per i
cinque continenti che raccolgono, scambiano ed amano dei rettangoli
di carta colorati. Un gioco semplicissimo, che pure non potrà mai
perdere il suo fascino perché ha un fondamento fisico, materiale.
Incollare una figurina sull'album, piegarla per farla meglio
ribaltare giocando a sottomuro, farla scorrere tra le mani per
mostrarla ai compagni, sono tutte azioni che presuppongono un
contatto fisico col giocattolo. Un calore che nessuna immagine
impalpabile, visualizzata sullo schermo di un televisore o di un
computer, potrà mai dare.
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