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Cultura
Nato con la voce
A cinquant'anni dalla sua scomparsa, un
ricordo dell'indimenticabile tenore che incantò il mondo con il suo
talento straordinario, ma anche con la sua indiscussa
umanità
Nacqui con una voce e quasi null'altro. Né ricchezze, né influenze,
né altri talenti… Ma Dio mi diede una voce, e questo cambiò tutto…
Mi piaceva cantare e nulla più. Dovevo cantare. Che altro avrei
potuto fare?». Sono parole scritte, pochi giorni prima di morire,
da Beniamino Gigli, il più grande cantante lirico che l'Italia
abbia avuto dai tempi di Caruso. Una voce che la critica ufficiale
giudicò "esemplare", di rara estensione: perfetta nei registri
acuti, carezzevole e morbida in quelli medi e in grado di
realizzare la più ampia gamma di sfumature anche nel canto a mezza
voce.
Un artista, il Gigli, che pur nella consapevolezza delle sue
eccelse qualità canore, ebbe la dote innata di sapersi far amare
dalla gente, tanto da essere definito "il cantore del popolo": per
la schietta cordialità e per quel presentarsi al pubblico - anche
dopo aver raggiunto una fama mondiale - come il più comune degli
uomini. E il pubblico, altrettanto spontaneamente, lo ripagò di
tali virtù "umane" anche nell'ora infausta della dipartita terrena;
quando, il 30 novembre 1957, il villino di via Serchio 2, ove il
cantante aveva stabilito la dimora romana, divenne meta
ininterrotta, per due giorni e due notti, di un pellegrinaggio di
ammiratori. Cittadini di ogni età e condizione sociale, accorsi per
rendergli un'ennesima testimonianza di stima sincera.
Qualche tempo prima, avendo deciso di abbandonare la carriera
artistica, il celebre cantante si era congedato dal pubblico della
capitale in un memorabile concerto. Nella monumentale Basilica di
Massenzio, ove all'epoca si svolgeva la stagione concertistica
estiva dell'Accademia di Santa Cecilia, una folla immensa si era
ammassata, gomito a gomito, in piedi o arrampicata su monconi di
colonne, per deliziarsi un'ultima volta al suono di quella voce di
cui tutti riconoscevano lo smalto limpidissimo, il timbro delicato
ma anche pieno, intenso. E aveva applaudito il beniamino - di nome
e di fatto - con ovazioni interminabili.
Eppure, quanto lontana da ogni artificio era stata la sua
esistenza!
Nato, ultimo di sei fratelli, a Recanati il 20 marzo 1890, da
genitori di modestissime condizioni (il padre faceva il calzolaio e
il campanaro del Duomo, la madre era casalinga), Beniamino rivela
sin da fanciullo una naturale predisposizione al canto. Perché
«cantante si nasce come si nasce poeta», spiegherà più tardi. Ed
ecco il fanciullo cercare ogni occasione per dare sfogo alla sua
straordinaria attitudine: canta nelle feste di paese, in chiesa,
nelle strade, in comitiva o nella tranquillità domestica,
incoraggiato dal sorriso della mamma. A sette anni, è accolto nel
coro dei Pueri Cantores della Cattedrale; ma la povertà della
famiglia lo costringe, per vivere, a duri sacrifici. È garzone di
falegname, apprendista sarto, aiuto cuoco, commesso di farmacia.
Tra un'occupazione e l'altra, però, non trascura di prendere
lezioni di canto.
A quindici anni, mostrando voce di contralto, è scelto come
protagonista, in vesti femminili, dell'operetta La fuga di Angelica
per una recita organizzata dagli universitari di Macerata, che si
risolve in un buon successo per il giovane esordiente. Tre anni
dopo, privo di mezzi e contro il volere della madre, lascia il
"natio borgo selvaggio" per affrontare le incognite della vita
cittadina. Nell'allontanarsi da casa, le speranze sono poche e
alquanto nebulose, ma il desiderio di affermarsi è forte e la
fiducia nella sua buona stella sempre viva.
Con tenacia e fermezza di propositi, riesce a superare difficoltà
di ogni genere. Vinta una borsa di studio, è ammesso al Liceo
musicale di Santa Cecilia; ma, impaziente di misurarsi col giudizio
del pubblico, e benché il regolamento dell'istituto vieti agli
allievi qualsiasi esibizione extrascolastica, partecipa a numerosi
concerti nei migliori salotti mondani di Roma, sotto il nome
fittizio di Nino Rosa. Per la verità, simili scappatelle trovano
una più impellente giustificazione: quella di soddisfare
l'appetito. E con tre concerti in tre diversi salotti, in un solo
pomeriggio il giovane può arrivare a guadagnare la rispettabile
somma di trecento lire. Quelle recite innanzi a un uditorio, sia
pure ristretto, d'altro canto, consentono a Gigli di abituarsi al
confronto con il pubblico, in attesa del debutto teatrale.
Il grande passo è compiuto il 14 ottobre 1914, al Teatro Sociale
di Rovigo, con La Gioconda di Ponchielli. Un successo tanto
strepitoso da fruttargli scritture per altre importanti
rappresentazioni: al Carlo Felice di Genova, al Massimo di Palermo,
al San Carlo di Napoli, al Ristori di Verona e, finalmente, al
Costanzi di Roma, la sera di Santo Stefano del 1916. Tutti i
maggiori teatri italiani si contendono presto quel cantante che,
per prodigiose facoltà naturali, potenziate da una tecnica
eccellente, è in grado di alternare inflessioni robuste e corpose a
modulazioni chiare e calde, acuti vibranti a mezze voci soavissime.
E intanto, con felice intuito, egli allarga il repertorio ad opere
che si rivelano congeniali al suo temperamento lirico: Tosca, Manon
Lescaut, Favorita, Lucia di Lammermoor, L'Elisir d'amore, Aida, Un
Ballo in maschera, Rigoletto.
La sua versatilità ha dell'incredibile. Come spiegarono i critici,
essa era favorita da una dovizia di toni e di colore, da una
nitidezza di articolazioni vocali, da un'ampiezza e purezza di voce
ineguagliabili. Doti tutte che gli consentiranno d'interpretare
magistralmente i melodrammi più diversi: Bohème, Traviata, La Forza
del destino, Trovatore, Il Barbiere di Siviglia, Cavalleria
rusticana, Pagliacci, Norma, Madama Butterfly, Carmen, per non
citarne che alcuni (il suo repertorio completo comprenderà
un'ottantina di opere).
Le tappe dell'incontenibile ascesa si susseguono a ritmo
incalzante. Nella primavera del 1918 debutta al Lirico di Milano
con Lodoletta di Mascagni; nel novembre dello stesso anno,
l'esordio alla Scala con Mefistofele, sotto la direzione di
Toscanini, attira l'attenzione dei maggiori impresari d'Europa e
d'America. Inizia una lunga tournée: a Montecarlo, Buenos Aires,
Rio de Janeiro, San Paolo, al Metropolitan di New York, dove
rimane, incontrastato protagonista, per dodici anni.
Impossibile, a questo punto, seguirne la presenza sui palcoscenici
più prestigiosi di tutto il mondo. Gigli canta in almeno quaranta
Paesi di quattro continenti, in circa trecento città del mondo e in
oltre quattrocento località italiane. Folle di ammiratori lo
accolgono con scene che precorrono i tempi del divismo. La sera del
12 agosto 1929, all'Arena di Verona, per la prima di Marta, il
pubblico in delirio invade il palcoscenico. La ressa è tale che
venti spettatori finiscono per rotolare in platea; e una decina di
signore svengono tra le braccia dei venditori di bibite.
All'anagrafe vengono registrati, in quegli anni, decine di
Beniamini e di Beniamine. Una fama che dilaga ovunque, anche grazie
a generi musicali "minori", quali la canzone, con cui Gigli si era
cimentato sin dal novembre 1918, quando aveva inciso 'O surdato
'nnamurato.
In seguito, con l'avvento del sonoro e la collaborazione tra
musica e film, il tenore approda persino al cinema, malgrado gli
evidenti limiti di una fotogenia non proprio ideale e di una
recitazione alquanto convenzionale. Ma l'ascendente sul pubblico è
tale che film come Non ti scordar di me, Ave Maria, Sinfonie di
cuori, Marionette, Mamma, Vertigine, Una voce nel tuo cuore
ottengono immediato successo. Eppure si tratta di pellicole
artisticamente inconsistenti, costruite per dare modo
all'interprete di "lanciare una canzone" o di esibirsi in acclamati
brani operistici. Saranno proprio queste discutibili esibizioni
cinematografiche (alcune svolte sulla base di accordi di
co-produzione italo-tedeschi) e le recite all'Opera di Roma durante
l'occupazione nazista, nelle quali si volle vedere un inesistente
risvolto politico, a procurargli, con l'arrivo degli Alleati,
qualche ostilità.
Gigli si ritira temporaneamente dalle scene. Quando vi ritorna, è
ancora in grado d'entusiasmare il pubblico, nonostante l'età
avanzata. E soltanto nel 1956, dopo oltre un quarantennio di
luminosa carriera e dopo una tournée trionfale attraverso Austria,
Germania, Inghilterra, Portogallo, Canada, Stati Uniti, dà l'addio
definitivo, mantenendo sino all'ultimo pressoché integre le innate
doti di freschezza vocale e sapienza interpretativa. Sul piano
fisico, viceversa, il suo stato di salute desta preoccupazioni: il
tenore soffre di diabete ed ha il cuore in disordine. Le sue
condizioni, poi, si aggravano per un'influenza sfociata in
broncopolmonite. E' la fine.
Questi i momenti salienti nella vicenda di Beniamino Gigli. E
della vita privata, cosa potrebbe dirsi? Si potrebbe fare menzione
di certe debolezze del sommo cantore, come quella di girare per New
York a bordo di una lussuosa Isotta Fraschini, sul cui parabrezza
era esposto il suo distintivo di poliziotto onorario; oppure
l'abitudine di spendere come un nababbo, resa possibile dai
favolosi guadagni. Tali episodi, tuttavia, riuscirebbero solo ad
appagare una superficiale curiosità, e di certo non intaccano il
valore dell'artista.
Meglio, semmai, rievocare episodi meno noti, come l'incontro con
Padre Pio, il futuro santo di Pietrelcina, verso il quale Beniamino
nutrì, negli ultimi anni di vita, profonda devozione. Giunto a San
Giovanni Rotondo per esortazione della moglie Costanza Cerroni -
sposata a Roma il 9 maggio 1915 -, Gigli aveva assistito alla Messa
celebrata dal frate stigmatizzato e si era comunicato. Poi aveva
chiesto di essere ricevuto in privato. Al termine dell'incontro,
Padre Pio aveva espresso il desiderio di sentir cantare il tenore.
Gigli, attorniato dai francescani, aveva allora intonato l'Ave
Maria di Schubert. Le cronache riferiscono che quel giorno Padre
Pio, commosso, pianse.
Meglio ancora sarebbe porre l'accento sulle doti di umanità di
Beniamino, sulla sua spontanea generosità, sulla disponibilità,
quando richiesto, ad esibirsi per beneficenza. O magari rievocare
la preferenza per la compagnia di persone, come lui, semplici; le
vivaci partite a bocce o a carte giocate con umili paesani; le ore
trascorse a soddisfare la predilezione per i cruciverba.
Fu lo stesso Gigli, del resto, a sostenere che la sua biografia
chiunque avrebbe potuto leggerla nei brani delle opere
interpretate, in cui si riflettono puntualmente gli umani
sentimenti. Sentimenti che Gigli sapeva trasformare in arte. Come
quando la notizia della morte del padre, giuntagli mentre si
apprestava a cantare il Mefistofele, gli fece trasformare un dolore
individuale in slancio di elevazione artistica. E mai, forse, cantò
tanto bene l'aria finale della Lucia di Lammermoor, Tu che a Dio
spiegasti l'ali, come la sera in cui apprese che la madre era in
fin di vita: « …per divina virtù dell'arte», confesserà, «il mio
pianto, anziché chiudermi la gola in un singhiozzo senza armonia,
diventava l'espressione canora del dolore di tutte le anime
afflitte, richiamando e suscitando nel cuore di ciascuno spettatore
il fascino e il rimpianto di un suo intimo, caro, infinito,
dolore».
«Cantò come nessuno mai, portando ai limiti lontani la grazia e la
gloria dell'italico nome», è scritto sulla lapide del suo sepolcro
a Recanati. Un sepolcro costruito in forma di piramide, quasi a
ricordare la tomba di un faraone in una rievocazione scenografica
dell'Aida. Una tomba troppo piccola, certo, per un faraone; ma
anche per trattenere la memoria di un "cantore del popolo" che
milioni di persone, in tutto il mondo, avevano amato ed applaudito.
Un "mito" dall'ugola d'oro, capace di emozionare ancora le
generazioni odierne e quelle di
domani. |
Franco Dattilo
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