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Un Grande Fratello sotto il mare

Durante un singolare esperimento due acquanauti sono rimasti immersi per dieci giorni, controllati e sorvegliati in ogni loro movimento e attività. Ad assisterli: i sommozzatori dell'Arma ai bambini

Una foto del maresciallo Renato Solustri, Comandante del Nucleo Carabinieri Subacquei di Roma, con la muta operativa Stefano Barbaresi: «Sono felicissimo perché ho realizzato il sogno della mia vita. Dedico questa splendida vittoria all'uomo che mi ha insegnato a conoscere ed amare il mare: mio padre». Stefania Mensa: «È stata un'esperienza unica, ho vissuto momenti intensissimi, emozioni tra le più forti della mia vita. Situazioni difficili? Ci sono state, ma grazie allo staff che ci ha sempre supportato le abbiamo superate. In fondo al mare abbiamo lasciato la chiave che ci ha permesso di aprire la porta di questo splendido mondo. Il mare può essere la casa di tutti ed è giusto che tutti abbiano la chiave per entrarvi».

A parlare sono i due giovani subacquei professionisti - Stefania ha 29 anni, mentre Stefano di anni ne ha compiuti 37 - che alle 15,17 dello scorso 17 settembre, nello specchio d'acqua antistante il pontile di Cala Feola, nella parte nord-ovest dell'isola di Ponza, sono riemersi dopo dieci giorni, stabilendo il record mondiale di permanenza in acqua. Dopo 6 ore e 40 minuti di decompressione, in cui hanno respirato una miscela iperossigenata, e ossigeno puro negli ultimi 3 metri di risalita, i due acquanauti sono stati accolti dallo staff dell'Explorer Team Pellicano e da quanti hanno assistito all'operazione. Grazie alla loro tenacia e a quella delle squadre di superficie, hanno vissuto come pesci per 240 ore, fornendo alla ricerca nuovi dati sulla resistenza umana. Gran soddisfazione per tutto il team, guidato da Pierfranco Bozzi: un gruppo di professionisti che ha posto i due giovani nelle migliori condizioni per concludere l'ardua impresa.

Il dottor Corrado Costanzo, del Centro Iperbarico Romano (Cir), coordinatore dell'assistenza medica (cui hanno collaborato specialisti dell'Università La Sapienza, dell'Università Cattolica, del Policlinico Gemelli, degli Ospedali San Gallicano, Sant'Andrea, San Camillo, tutte strutture di Roma, e poi dell'Università La Bicocca e dell'Istituto Auxologico San Luca di Milano), ha monitorato i due ventiquattr'ore su ventiquattro e ha spiegato che «questi dieci giorni sono stati preziosi perché ci hanno consentito di verificare le variazioni fisiologiche del corpo umano. Presto saremo in grado di divulgare i risultati dell'esperimento. Difficoltà? Problemi di natura strumentale, causati dall'allagamento dei contenitori stagni con un conseguente cattivo funzionamento delle apparecchiature mediche, a cui però è stato prontamente trovato rimedio».

Anche i Carabinieri hanno fornito la propria assistenza, con una squadra di subacquei del Nucleo di Roma, in stretta intesa con la motovedetta dell'Arma di stanza proprio a Ponza.

Vediamo allora quel che è accaduto, come i "nostri" hanno vissuto sott'acqua, osservandoli nella loro... bagnata quotidianità.

Stefano e Stefania hanno potuto disporre di una campana subacquea, ovvero di un ambiente sottomarino asciutto, all'interno del quale hanno assolto le funzioni fisiologiche di base - corporali, di ristoro, di sostituzione dell'abbigliamento - ed in cui sono stati sottoposti ai controlli medici. La permanenza in acqua, circa il 90 per cento del tempo totale della sperimentazione, è stata consentita da adeguati supporti tecnico-scientifici, che hanno permesso la forzata sussistenza per l'intero periodo di ricerca (maschere gran-facciale, mute stagne, respiratori, strumenti di comunicazione), nonché da appositi mobili ed attrezzi adattati all'ambiente sottomarino. Non è stato sottovalutato infatti l'aspetto dell'adattamento aerobico e del riposo. Durante le loro giornate gli acquanauti hanno svolto attività fisica grazie all'uso di una bike e di un tapis roulant; per le ore notturne sono stati predisposti due letti a concezione inversa, ovvero, anziché poggiare, a causa della assenza di peso i sub erano sospesi e trattenuti da una griglia superiore.

L'ambiente sottomarino è stato circoscritto da barriere naturali ed artificiali che hanno protetto la casa sommersa dalle avversità meteo, consentendo l'interazione tra uomo e pesci e l'adattamento degli atleti alla nuova condizione. L'ambizioso progetto, denominato "Abissi", ha offerto così una nuova opportunità non solo dal punto di vista medico e fisiologico, ma anche per l'osservazione diretta dei molti organismi che popolano l'ambiente marino e dei loro comportamenti.

L'area di Cala Feola, già nota per la bellezza e la ricchezza in termini di fauna e flora marina, è stata così passata al setaccio dagli acquanauti tramite la tecnica del visual census: un censimento visivo quali-quantitativo delle specie animali e vegetali che caratterizzano la zona, che ha permesso non solo di valutarne il valore ambientale, ma di elaborare anche un indice di biodiversità. Dopo un primo periodo di naturale diffidenza da parte di alcune specie, infatti, l'accettazione di osservatori ravvicinati ha rappresentato il primo passo per studiare più a fondo il comportamento della fauna marina e comprenderne i meccanismi.

Altro aspetto caratterizzante della ricerca subacquea è stato quello relativo alle comunicazioni. I due sub sono rimasti in costante collegamento con la superficie sia tramite interfono che in video, il che ha reso possibile l'immissione dei segnali ottenuti su Internet. In modo altrettanto efficiente sono stati trasferiti i dati medico-scientifici risultanti dai monitoraggi quotidiani, che hanno prodotto ingenti e diversificati flussi di informazione. Inoltre l'assistenza sanitaria a favore delle due "cavie umane" ha seguito un dettagliato protocollo medico, in relazione ai diversi aspetti del corpo umano. Distretto testa-collo, con il controllo delle fosse nasali, del cavo orale, del rinofaringe, della laringe e dell'orecchio; distretto cardiovascolare, con lo studio seriato della pressione arteriosa sistemica e della frequenza cardiaca, al fine di valutare eventuali modificazioni funzionali legate alla permanenza in condizioni iperbariche; distretto alimentare, con l'assegnazione di una dieta prudente e personalizzata rispetto alle necessità dei soggetti; distretto dermatologico, con analisi, prima, durante e dopo la permanenza in acqua per studiare l'integrità della "funzione barriera" della cute.

I due acquanauti sono inoltre stati seguiti da una équipe che ha monitorato il loro stato psicologico nella fase di preparazione, durante l'esperimento e a conclusione di esso, ponendoli a confronto. L'obiettivo dell'indagine è stato rilevare eventuali variazioni di pensiero e di percezione di sé dei due sperimentati e verificare loro modificazioni comportamentali nell'ambiente acquatico. Nel corso dell'esperimento si è dato anche spazio al delicato distretto ormonale. Dal punto di vista fisiopatologico si è trattato, infatti, di un modello di studio unico, e per la situazione di stress prolungato, e per la possibile sindrome da deprivazione sensoriale.

La realizzazione del progetto ha impegnato, dunque, uomini e mezzi ai limiti delle conoscenze oggi disponibili. Macchine e strumenti sperimentali, nuovi equipaggiamenti, apparecchiature medico-diagnostiche portatili, integratori alimentari, sistemi di comunicazione sono stati testati e portati ai limiti delle loro prestazioni, arricchendo il patrimonio di conoscenze che ci permette di sognare per il futuro un ambiente sottomarino permanente abitato dall'uomo.

Umberto Pinotti