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Soldati e anche pittori

Al Vittoriano una mostra di Vito Lombardi: duecento disegni sulla linea del Piave. Opere d'arte, ma anche una documentazione sulla Grande Guerra

Italico Brass, Soldati italiani di fronte alla Chiesa di San Giusto Due versi di Giuseppe Ungaretti (come una foto, o come un disegno a carboncino, dai tratti essenziali): «Si sta come d'autunno / sugli alberi le foglie». Combatterono i poeti, nella Grande Guerra, molti in prima linea nelle trincee sul Carso. E combatterono i pittori, raccontando la vita di tutti i giorni a contatto con la morte, il rancio consumato sotto il fuoco nemico, la paura di non tornare a casa, ma anche gli atti di eroismo, fissati nel momento supremo.

Ci furono i poeti di guerra e ci furono i pittori di guerra. I primi raccontavano, o rievocavano, le sensazioni, le emozioni, le angosce; i secondi offrivano gli stessi lampi, ma inventarono anche una professione, che si sarebbe perfezionata in seguito: furono i fotoreporter della Grande Guerra. Esisteva già la fotografia, e ci sono arrivate le immagini impresse sulle lastre: ma il più delle volte erano statiche, non riuscivano a fermare il gesto eroico, o il momento in cui si consumava una tragedia. È persino superfluo ricordare che il Cartier-Bresson della Prima guerra mondiale fu Achille Beltrame, il disegnatore della Domenica del Corriere che nei tre anni e mezzo di guerra dipinse circa 400 tavole a colori per le copertine e le controcopertine del giornale, raccontando - settimana dopo settimana - tutti gli episodi salienti del conflitto. Ma Beltrame non fu il solo: fu l'unico a proporre una cronaca settimanale, mentre altri fissavano le immagini per i posteri, per la storia, e per la storia dell'arte.

Va detto che quella guerra coinvolse molti artisti, suscitò emozioni fortissime, fece scrivere pagine indimenticabili. Si ricordano ancora le imprese (e le pagine) di Gabriele D'Annunzio, il Vate che fu protagonista di azioni (la beffa di Buccari, il volo su Vienna, ma anche la contrastata occupazione di Fiume) che ne fecero - agli occhi di moltissimi italiani - il prototipo dell'eroe, l'uomo che sapeva fondere pensiero e azione. Ma si ricordano anche gli scritti di Ardengo Soffici (Kobilek, giornale di battaglia, e la Ritirata del Friuli), il Diario di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda, Vent'anni di Corrado Alvaro, Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu, Giorni di guerra di Giovanni Comisso. O le opere di due autori che attraversarono sia la Prima che la Seconda guerra mondiale: Curzio Malaparte, autore della Rivolta dei santi maledetti (ma anche, dopo il Secondo conflitto mondiale, di Kaputt e La pelle), e Paolo Monelli, che scrisse Le scarpe al sole (e, quasi trent'anni dopo, Roma 1943). E si ricordano certe canzoni che i soldati intonavano nelle trincee, e che fanno ancora parte della memoria collettiva degli italiani ("Staje luntana da 'stu core / e a te volo cu' 'o pensiero…", oppure "Quel mazzolin di fiori / che vien dalla montagna, / e bada ben che non si bagna / perché l'è da regalar…"). Oppure i disegni e i dipinti di artisti come Sironi, Rosai, Carrà, Previati. O, ancora, l'influenza che la guerra ebbe su alcune correnti artistiche: il cubismo e, soprattutto, il futurismo. La guerra fu anche l'incubatrice delle avanguardie: una tragedia epocale, nella quale persero la vita milioni di uomini, che divenne lo spunto per riflessioni, intuizioni, invenzioni, fantasie, incubi.

Alcuni artisti si arruolarono e andarono al fronte proprio con il proposito di narrare (con il pennello o con la matita) le vicende belliche. Un eccezionale diario per immagini che oggi è (in larga misura) conservato dall'Istituto per la Storia del Risorgimento, al Vittoriano. I nomi di molti di loro sono finiti nel dimenticatoio, anche se furono soldati coraggiosi e artisti di grande talento: Italico Brass, Anselmo Bucci, Aldo Carpi, Tommaso Cascella, Angelo Landi, Vito Lombardi, Cipriano Efisio Oppo, Lodovico Pogliaghi. Di uno di loro - Vito Lombardi - è in corso (fino al 7 maggio prossimo) una mostra intitolata La Linea del Piave nei disegni del 1918, che raccoglie oltre duecento disegni. La particolarità di queste opere è che furono realizzate nei giorni immediatamente successivi all'armistizio che pose fine alla guerra, quando il fronte, già abbandonato dall'esercito, era prossimo allo smantellamento. Non ci sono, quindi, scene di battaglia, ritratti dei combattenti (se non pochissimi), quadretti di vita in trincea, e neppure festeggiamenti per la vittoria. C'è soltanto un repertorio - crudo e silenzioso - di una terra devastata: cannoni abbandonati, edifici diroccati, alberi spogli, cavalli di Frisia, ponti distrutti o in via di ricostruzione, corpi inanimati e scheletriti, baracche, camminamenti, fosse, campi innevati che nascondono chissà che cosa, e tutto quel che resta sui luoghi di una tragedia spaventosa. Arruolato come capitano di fanteria, dopo la conclusione del conflitto, intraprese - ha scritto Dimitri Affri nella presentazione della mostra - «una sorta di viaggio della memoria, documentando un mondo stravolto e desolato, fatto di campagne abbandonate, di paesi e città in macerie». Il suo fu «il disperato tentativo di rintracciare nel mutato presente un mondo che nella realtà già non era più, ma che poteva e doveva sopravvivere nella memoria. Ed è significativo come l'idea per una simile impresa grafica sia venuta dallo stesso Lombardi, che in primo luogo intese la sua opera come un "monumento" offerto da un superstite ai compagni caduti, precoce esempio di quel culto dei morti in guerra che si sviluppò di lì a pochi anni in tutta Europa».

Lo scritto di Affri non è pubblicato in un semplice catalogo della mostra, ma in un robusto (e pregevolissimo) volume dedicato ai Pittori-Soldato della Grande Guerra. Sia la mostra che il libro sono stati curati da Marco Pizzo. I testi sono di Dimitri Affri, Dario Beccuti, Barbara D'Attoma, Emanuele Martinez, Alessandra Merigliano, Daniel Ponziani. La mostra è suggestiva, il volume è una fonte ricchissima di immagini artistiche con uno struggente richiamo evocativo della guerra che completò il Risorgimento italiano. Il curatore, Marco Pizzo, suggerisce una distinzione fra «i pittori-soldato, che ritraevano la guerra alla quale prendevano parte, dai pittori di guerra, che al contrario prendevano spunto dagli eventi bellici per comporre le loro opere. In questo secondo caso la guerra diventava "un soggetto" da considerare alla stessa stregua di altri soggetti, seppur con una carica di documentazione e di attualità. Diverso è il caso dei pittori-soldato. La loro militanza sul fronte provocò, infatti, una serie di opere fortemente impregnate di emotività, in cui il paesaggio esteriore muta in maniera radicale a seconda del soggetto che lo percepisce: si tratta nel loro caso di "emozioni di guerra" più che di "visioni di guerra"». Pizzo ricorda anche l'opera dei fotografi al fronte, che - a dire il vero - erano già "maggiorenni" (anche se a noi le loro immagini appaiono ingiallite e sperimentali). Esistono antichi dagherrotipi che documentano la Repubblica Romana del 1848, la campagna di Crimea del 1855, la presa di Roma del 1870. Nella Grande Guerra ci furono interi reparti dell'esercito attrezzati per impressionare le lastre fotografiche con fatti, persone e panorami. Spesso l'attività dei pittori-soldato «si intrecciò assai saldamente con quella dei fotografi, confluendo in un continuo interscambio di tematiche ed ispirazioni: se infatti interi reportage fotografici sembrano ereditare il gusto per la tradizione della veduta pittorica ottocentesca, ecco che gli artisti sentiranno di poter utilizzare i materiali fotografici come un mezzo per fissare la visione, racchiudere in una istantanea il paesaggio circostante».

Alcune delle immagini raccolte in queste pagine dimostrano quanto sia vera questa osservazione. Quanto alla fotografia, il Museo Centrale del Risorgimento sta riportando alla luce un vastissimo materiale da catalogare e proporre al pubblico. E sarà un altro contributo straordinario per approfondire lo studio della Grande Guerra.
Marco Martelli