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Mille anni di
storia. E un ruolo decisivo - riconosciuto da tutti gli storici -
nella formazione di una coscienza europea, che anticipò di dodici
secoli e mezzo le intuizioni di Adenauer, De Gasperi, Schuman. Fu
Carlo Magno, l'imperatore incoronato in San Pietro dal papa Leone
III la notte di Natale dell'anno 800, il primo pilastro
dell'edificio europeo. La storia del Sacro Romano Impero - che
raccoglieva l'eredità del vecchio Impero Romano e di quello
Bizantino che si stava allora imbolsendo e infiacchendo (come era
capitato nei secoli precedenti a quello fondato da Augusto) -
coincise con quella del nostro Continente. Carlo Magno regnava su
territori vastissimi, quasi interamente abitati da popolazioni
cristiane: e anche questa fu una radice importante dell'istituzione
che nasceva con lui. Dopo Costantino il grande, era il secondo
sovrano che faceva nascere la sua legittimità anche dalla difesa
della religione predominante nell'Occidente. E la cerimonia di
incoronazione da parte del papa (che si sarebbe ripetuta a lungo
nei secoli seguenti), bilanciata dal veto che gli imperatori
mantennero sulle scelte dei conclavi per l'elezione dei pontefici,
testimoniava il legame stretto fra la corona e la tiara, fra il
potere temporale e quello spirituale. Nel corso dei secoli ci
furono - naturalmente - molte occasioni di dissidio (o di guerra
aperta) fra i due poteri, ma in epoche remote, nelle quali non
esisteva la democrazia o l'autodeterminazione dei popoli, la
sacralità della corona era una garanzia sufficiente e
indispensabile per i sudditi.
Natale dell'anno
800
San Pietro non era
quella che conosciamo oggi. La nuova basilica fu costruita -
nell'arco di 123 anni - fra il 1506 e il 1629, dove sorgeva
la precedente, edificata nel IV secolo, per volontà
dell'imperatore Costantino dopo la sua conversione al
cristianesimo, nel luogo in cui era custodito il corpo
dell'apostolo. «Una gran sala, fatta di ordini di colonne e
di arcate, che termina con un soffitto piatto come le travi
visibili», la descrive lo storico inglese Georges P. Baker,
in una biografia di Carlo Magno scritta più di cinquant'anni
fa. «Le navate laterali rimangono invisibili, nascoste da
tappezzerie di gran pregio, splendenti d'oro e di porpora,
appese da colonna a colonna nei giorni di gran festa.
All'estremità della navata salgono un gradino o due sotto un
arco e giungono in un vasto transetto ben sgombro, in cui
abbondano i mosaici e le immagini sacre». Lì, in quel luogo
sacro, la notte di Natale dell'800, Carlo Magno fu incoronato
imperatore dal papa Leone III. Non se l'aspettava: fu una
sorta di agguato. Carlo era padrone allora di mezza Europa, e
non riteneva necessaria una legittimazione del suo potere da
parte del pontefice. Dinanzi ai mosaici e alle immagini
sacre, racconta Baker, «splende una croce sfolgorante di
luce, illuminata da 1.370 ceri. Al di sopra della croce vi è
un paravento a colonnati, con angeli e santi dorati ed a
colori, e i loro occhi scorgono l'altare a baldacchino tutto
scintillante di luci. Davanti all'altare si trova segnato il
luogo in cui riposa il corpo di San Pietro. Carlo è solo,
davanti ai Franchi che si sono fermati su una linea, qualche
passo indietro, in mezzo ai Romani e agli altri fedeli che si
accalcano per vedere meglio. I cantori e i chierici hanno
raggiunto i loro posti. Leone s'è diretto verso l'altare.
Regna il silenzio. Carlo s'inginocchia e rimane così in
preghiera. Tra poco retrocederà d'un passo o due verso i suoi
Franchi. Si rialza per trovarsi di nuovo dinanzi al papa
Leone, immobile e silenzioso. Non si ode nemmeno il fruscio
dei paramenti laminati d'oro. Qualcosa di rotondo e di freddo
tocca la sua fronte, e i presenti innalzano un grido
improvviso e simultaneo: "A Carlo Augusto, incoronato da Dio,
grande e pacifico imperatore, vita e vittoria!". È incoronato
imperatore». Andò così, secondo gli storici.
Eginardo - che era il biografo
ufficiale di Carlo Magno - riferì che se Carlo «avesse potuto
conoscere le intenzioni del papa, non avrebbe mai messo piede in
San Pietro, nonostante la grande festa religiosa della giornata».
Fu costretto ad accettare la dignità imperiale, anche se essa
appariva come un dono del papa.
Un altro biografo di Carlo Magno,
Gianni Granzotto, ha osservato (una trentina di anni fa) che «il
grande dilemma che fu in seguito al centro della lotta delle
investiture, se il primato appartenesse a chi incoronava o a chi
era incoronato, non parve neppure sfiorare il pensiero dei
protagonisti di quella notte. Leone era un povero pastore; Carlo il
sovrano più potente della Terra, da cui dipendevano anche in Roma
medesima la vita e la morte. La gloria dell'Impero era interamente
sua, un diritto divino di cui il pontefice si limitava ad essere lo
strumento». E fu probabilmente questo il pensiero di Carlo.
L'unica reazione negativa a quella
cerimonia venne - come era facilmente prevedibile - da Bisanzio.
Dopo la caduta dell'Impero Romano, Bisanzio era diventata il centro
del mondo. In quella notte, l'Europa (con il potere temporale di
Carlo e quello spirituale del papa) aveva riconquistato la
supremazia. Che avrebbe mantenuto per mille anni, avendo ancora -
con tutte le variabili, gli imprevisti, le crisi, i conflitti, che
la Storia impone - il papa e l'imperatore fra i protagonisti
principali.
L'idea ispiratrice di quella
incoronazione fu la "renovatio imperii Romani", ma il titolo di
Sacro Romano Impero è successivo. Secondo la versione più
accreditata dagli storici, fu coniato nell'802.
Carlo Magno riuscì a tenere unito un
impero sconfinato per quei tempi. Ci volevano mesi, o anni, per
attraversarlo da un capo all'altro, era abitato da popoli che
parlavano lingue diverse, che avevano tradizioni e culture diverse.
Dimostrò grande vigore e straordinaria saggezza nel tenerlo sotto
controllo. Si spostava spesso dalla sua capitale, Aquisgrana, per
controllare meglio i suoi domini. Aquisgrana era la capitale dello
Stato da lui ereditato dal padre Pipino, l'Austrasia, che
corrispondeva - più o meno - all'attuale Germania. Aveva altre due
residenze reali, una a Worms, sul Reno, e l'altra a Heristal, nel
Brabante (in Belgio). Ma i suoi spostamenti lo portavano un po'
dovunque, nell'Europa continentale e in Italia. Si muoveva su un
carro tirato da buoi, vestito come un pellegrino. Per dormire
chiedeva ospitalità ai contadini. Gli piaceva molto mescolarsi con
i sudditi, conoscere i loro problemi, tentando - nei limiti del
possibile - di risolverli. Ma si rese conto che i suoi viaggi non
erano sufficienti a garantire l'unità dell'Impero. E mise a punto
una struttura amministrativa, decentrata, che gli permise di
controllare le più lontane province del suo regno. Creò una specie
di governo (come noi lo intendiamo oggi), con sei segretari di
Stato, ciascuno dei quali aveva una delega specifica. Avevano
poteri soltanto consultivi: l'ultima parola spettava comunque
all'Imperatore. Ma c'erano poi ampie autonomie, di cui erano
titolari le Contee, che avevano poteri militari, fiscali e
giudiziari. Il Conte (o Prefetto) era nominato direttamente dal Re.
In caso di guerra, il Re poteva nominare un Duca o un Marchese che
reclutava i soldati in più contee. I poteri religiosi erano
esercitati dai Vescovi. L'autonomia locale era attenuata dalla
presenza dei Missi Dominici, ispettori regi che esercitavano il
controllo sull'amministrazione periferica. I Missi Dominici erano
reclutati nell'alta burocrazia laica ed ecclesiastica e il loro
potere, limitato nel tempo, si estendeva fino alla destituzione del
Conte (previo consenso del Re). Soltanto i cittadini in grado di
mantenere la famiglia erano chiamati al servizio militare, gratuito
e con l'onere dell'equipaggiamento a carico del soldato. I
latifondisti dovevano fornire un adeguato numero di armati. Durante
le campagne militari era ammesso il saccheggio (un'usanza rimasta
in vigore, con modalità diverse, fino a tutto il XVIII secolo).
L'aspetto più interessante della
personalità di Carlo Magno è legato alla sua istruzione.
L'imperatore era analfabeta. Dedicò molto tempo al tentativo di
imparare a leggere e scrivere, ma senza successo. Eppure
rispettava, ed amava profondamente, la cultura. Fondò la Scuola
Palatina, raccogliendo nella corte di Aquisgrana i dotti del tempo,
inglesi, italiani, longobardi. Al monaco inglese Alcuino affidò il
compito di coordinare questo gruppo di saggi, che comprendeva - fra
gli altri - Paolo Diacono (autore della più famosa storia del
popolo longobardo), Eginardo (che fu il biografo dell'imperatore),
Piero da Pisa, Paolino d'Aquileia, Sigulfo, Teodulfo, Angilberto.
Tutti gli intellettuali più importanti dell'epoca. Trascorrevano le
giornate a discutere di filosofia e di scienza (che erano poi la
stessa cosa).

Fu un grandissimo sovrano, che
lasciò un'impronta profonda. Si può dire che il Medioevo cambiò
direzione sotto di lui, trovando assetti politici e istituzionali
che sarebbero sopravvissuti per secoli. Le basi del feudalesimo le
pose lui, con la creazione di una struttura periferica
Ma, in ragione anche della
spartizione dell'Impero fra i tre figli, la sua grande costruzione
visse un periodo di grave appannamento. Le varie regioni che
avevano fatto parte dell'Impero si resero indipendenti costituendo
ognuna uno Stato a sé. Sorse così, nell'888, il Regno di Germania.
L'area germanica era divisa in tanti potenti ducati: Sassonia,
Franconia, Baviera, Lorena; contro cui avevano lottato invano i
successori di Carlo Magno per ridurli alla soggezione dell'autorità
centrale. Fra tanti feudatari, Enrico I di Sassonia si distinse per
aver saputo fronteggiare validamente le minacce degli Slavi e degli
Ungari, e per questi meriti gli altri feudatari accettarono la
successione al trono del figlio Ottone I, che, per piegare la
resistenza dei duchi, ricorse allo spezzettamento dei feudi e
all'appoggio del clero. Ottone scese in Italia e a Pavia cinse la
corona di Re d'Italia (1951). Dopo un decennio di lotte contro i
propri feudatari e contro le incursioni degli Ungari, tornò
nuovamente in Italia, e a Roma ricevette la corona imperiale (962)
dalle mani del Papa Giovanni XII, che riconobbe in lui un grande
difensore della Cristianità. Ottone ridusse l'incontrastato potere
dei feudatari o sostituendoli o spezzando i loro feudi e concedendo
il governo delle città e di molte terre ai vescovi (vescovi-conti),
con l'appoggio dei quali aveva maggiori garanzie di salvaguardare
l'unità territoriale dell'Impero dato che - non potendo avere figli
legittimi - alla loro morte il feudo tornava nelle mani
dell'imperatore il quale poteva nuovamente disporne, a differenza
di quanto accadeva con i feudatari laici, che avevano il diritto di
trasmettere alla loro morte il feudo in eredità ai propri
figli.
Molti storici considerano Ottone il
vero fondatore del Sacro Romano Impero, oltre che il capostipite
della dinastia Sassone, che regnò ininterrottamente fino al 1024,
con Ottone II, Ottone III ed Enrico II. In realtà, con lui nacque
il Sacro Romano Impero Germanico che differiva dal Sacro Romano
Impero carolingio non solo per la nazionalità dell'imperatore e per
la diversità del territorio (che non comprendeva più la Francia),
ma anche e soprattutto per i diversi rapporti tra Chiesa e Impero.
La Chiesa era di fatto dipendente dalla volontà dell'Imperatore. Si
era perso il rapporto di pari dignità fra le due istituzioni.
Dopo i Sassoni, fu la volta della
dinastia di Franconia, che mantenne la corona con Corrado II (il
Salico), Enrico III, Enrico IV (l'imperatore scomunicato da
Gregorio VII, davanti al quale fu costretto a umiliarsi), Enrico V
e Lotario II. Nel 1138 il trono fu occupato da Corrado III
Hohenstaufen, che trasmise la corona a Federico I Barbarossa,
Enrico VI, Ottone IV e Federico II, re di Sicilia, che i
contemporanei soprannominarono "Stupor mundi". Ci fu quindi un
breve interregno degli Asburgo (Rodolfo I e Alberto I); poi (dal
1308 al 1437) lo scettro passò nelle mani della dinastia del
Lussemburgo: Enrico VII, Ludovico di Baviera, Carlo IV, Venceslao,
Ruperto e Sigismondo. Tornarono quindi gli Asburgo, che avrebbero
regnato ininterrottamente fino al 1806 (con una sola interruzione
di tre anni, quando salì sul trono Carlo VII Wittelsbach, prima di
Maria Teresa). Gli imperatori della dinastia più potente d'Europa
furono Alberto II, Federico III, Massimiliano I, Rodolfo II,
Mattia, Ferdinando II, Ferdinando III, Leopoldo I, Giuseppe I,
Carlo VI, Maria Teresa, Francesco I, Giuseppe II, Leopoldo II e
Francesco II. Il marito e il primo figlio di Maria Teresa furono da
lei associati al trono.

La mancata elezione di un imperatore
per un ventennio nella seconda metà del XIII secolo aveva segnato
la crisi definitiva dell'autorità universale imperiale. La Bolla
d'Oro del 1356, che attribuiva ai principi elettori il diritto di
eleggere l'imperatore, sancì il carattere tedesco dell'Impero, che
si emancipò da allora dal papato. Segno della nuova situazione fu
la dizione di "Sacro romano impero di nazione germanica", comparsa
nel Quattrocento, che univa la vecchia pretesa all'universalità con
il nuovo carattere nazionale dell'impero. Sul piano istituzionale
il Sacro Romano Impero presentava l'incoerenza tra il principio
dell'elettività dell'imperatore da parte della "Dieta dell'Impero"
e la tendenza dei sovrani a crearsi una dinastia mediante
l'associazione al trono degli eredi, come fecero stabilmente gli
Asburgo a partire dal 1438. Nel 1556 Carlo V abdicò dividendo
l'Impero in due parti: al figlio Filippo II lasciò il regno di
Spagna con Milano e i tre viceregni di Napoli, Sicilia e Sardegna,
i Paesi Bassi e le colonie americane; al fratello Ferdinando I
lasciò la corona imperiale, i domini ereditari degli Asburgo e le
corone di Boemia e d'Ungheria.
I due rami della famiglia
governarono così su due delle principali potenze europee, il cui
espansionismo fu arginato soltanto dalla Guerra dei Trent'anni.
L'estinzione della linea spagnola degli Asburgo nel 1700 fu alla
base della guerra di successione spagnola (1701-1713). Con la pace
di Utrecht (1713) e il trattato di Rastatt (1714), la Spagna passò
dagli Asburgo alla casata francese dei Borbone.
Il Sacro Romano Impero fu
caratterizzato nell'età moderna dal dualismo costituzionale di
imperatore e ceti imperiali che si era cristallizzato alla fine del
Quattrocento. Questo dualismo fu confermato dalla pace di Augusta
del 1555 e dalla pace di Vestfalia del 1648. Il carattere di grandi
potenze assunto dall'Austria e dalla Prussia nel Settecento svuotò
però progressivamente di significato il Sacro Romano Impero. Esso
divenne completamente fuori del tempo dopo la Rivoluzione francese
e fu abolito nel 1806 da Francesco II d'Asburgo, in conseguenza del
nuovo assetto dato alla Germania da
Napoleone. |