Gavrilo Princip
Gavrilo Princip aveva preparato
meticolosamente l'attentato all'arciduca Francesco Ferdinando. Il
giovane serbo (nato in Bosnia) aveva diciannove anni e faceva parte
di un'organizzazione, la Mano Nera (guidata dal colonnello
Dimitrijevic, capo del controspionaggio dello Stato Maggiore serbo)
che si proponeva di creare una Grande Serbia indipendente. Con due
complici - Trifko Grabez e Nedjelko Cabrinovic - Princip era stato
istruito a Belgrado (dal maggiore Vova Tankosic, capo del centro di
addestramento della Mano Nera) al tiro con la pistola e all'uso
delle bombe. Il presidente del Consiglio serbo, Nikola Pasi, era al
corrente del complotto, ma non ebbe il coraggio (o la volontà) di
sventarlo. In seguito dichiarò di aver dato ordine di bloccare alla
frontiera i tre studenti-terroristi. L'ordine (se fu dato) non fu
comunque eseguito. E nessuno si preoccupò di informare - attraverso
i canali diplomatici - le autorità austriache delle intenzioni dei
tre. Gavrilo Princip, arrestato immediatamente dopo aver ucciso
l'arciduca, fu imprigionato dagli austriaci a Theresienstadt, dove
morì tre anni dopo di tubercolosi.
Il Congresso di Vienna
La Prima guerra mondiale ebbe
inizio ad un secolo esatto dal Congresso di Vienna, la prima
occasione - nella storia dell'umanità - nella quale i potenti della
Terra (allora tutti concentrati in Europa, con l'appendice della
Grande Russia) si erano riuniti per concordare un nuovo ordine
geopolitico che garantisse stabilità al vecchio continente. I
risultati erano stati apprezzabili. Non mancarono i conflitti fra
il 1815 e il 1914 - suscitati soprattutto dalle aspirazioni
indipendentiste dei popoli che non avevano ancora raggiunto l'unità
nazionale (come l'Italia) - ma fu un secolo abbastanza tranquillo,
contrassegnato da conflitti più brevi e meno cruenti di quelli che
avevano insanguinato l'Europa nei secoli precedenti, dalla Guerra
dei cento anni a quelle napoleoniche. A Vienna i vincitori avevano
avuto l'accortezza di non mortificare gli sconfitti. Talleyrand
aveva trattato da pari a pari con Metternich e con lo zar
Alessandro, e la Francia aveva avuto modo di riprendersi
rapidamente dalle ferite subite. La Restaurazione e il ritorno
all'Ancien Regime ebbe, dunque, anche i suoi aspetti positivi,
favoriti dalla diplomazia che - in tutto l'arco del secolo - svolse
un ruolo attivo per dirimere le controversie meno gravi tra i vari
Paesi europei: i vecchi, e i nuovi nati nei decenni seguenti.
I gas tossici
Il primo impiego massiccio fu ad
Ypres, nell'aprile del 1915. I tedeschi rovesciarono sulle trincee
francesi 168 tonnellate di cloro: una nuvola verde-giallastra che
uccise il 40 per cento dei soldati in trincea. Sul fronte italiano
le conseguenze più gravi si ebbero all'inizio della battaglia di
Caporetto, quando 600 nostri soldati furono uccisi dal fosgene
nella conca di Plezzo. Nell'intera guerra i tedeschi impiegarono
55mila tonnellate di gas, i francesi 26mila, gli inglesi 14mila,
gli austriaci 8mila, gli italiani 6mila. Le nostre truppe ebbero
60mila intossicati e 5mila morti; tedeschi, francesi e inglesi
subirono perdite maggiori (circa 30mila morti, divisi equamente). I
russi subirono le perdite maggiori (quasi 60mila uomini) non
disponendo di maschere antigas in quantità sufficiente. Anche se
l'impatto psicologico - soprattutto nei primi anni di guerra - fu
devastante, le armi chimiche provocarono meno dell'1 per cento
delle vittime militari del conflitto.
Francesco Giuseppe
Sessantotto anni sul trono:
quattro più della regina Vittoria, nove meno di Luigi XIV, il re
Sole (che, tuttavia, nei primi diciotto anni di regno fu sotto
tutela). Francesco Giuseppe cinse la corona di imperatore d'Austria
e Ungheria nel 1848, qualche mese prima dell'inizio del conflitto
che lo oppose alla Francia e al Piemonte (la Prima guerra
d'indipendenza italiana), e morì nel novembre del 1916, due anni e
qualche mese dopo l'inizio della Prima guerra mondiale, provocata
dall'assassinio di suo nipote, l'arciduca Francesco Ferdinando,
erede al trono. Sono sufficienti questi dati anagrafici per capire
come il vecchio imperatore fosse l'ultimo baluardo di un mondo
destinato a essere travolto dalla Grande Guerra. Era l'ultimo
rappresentante dell'Europa costruita dai diplomatici del Congresso
di Vienna, fondata sui principi di legittimità e refrattaria a
lasciare il passo alle nuove realtà nazionali. Fu costretto - nei
decenni - a rinunciare a una parte dei suoi territori (la Lombardia
e il Veneto, che entrarono a far parte del regno d'Italia), ma
soltanto dopo aver combattuto duramente per evitare lo smembramento
dell'impero. E vide crescere - in conseguenza, anche in quel caso,
di una sconfitta militare - la potenza della Germania, che, negli
anni successivi alla sua morte, capovolse del tutto i rapporti di
forza con l'Austria, ridotta a un piccolo Stato.
Guglielmo II
Al confronto di Francesco
Giuseppe, Guglielmo II di Hoenzollern, re di Prussia e imperatore
di Germania, rimase sul trono per un periodo relativamente breve:
soltanto trent'anni, dal 1888 al 1918. Appena insediato, costrinse
alle dimissioni Bismarck, il cancelliere di ferro, per inaugurare
un Newer Kurs (nuovo corso) della politica tedesca, molto più
aggressiva verso l'esterno, con una vocazione di conquista che la
Germania non aveva coltivato negli anni successivi alla vittoria
nella guerra contro l'Austria. Guglielmo fu il promotore della
Triplice Alleanza con l'Austria e l'Italia (nel 1882), alienandosi
l'appoggio della Russia (che era stato uno dei capisaldi dell'opera
diplomatica di Bismarck), e successivamente della Francia e della
Gran Bretagna (che si vedeva insidiare il primato sui mari dallo
sviluppo della flotta tedesca). Dette un grande impulso alla
produzione industriale, facendo del suo Paese una delle potenze
economiche mondiali. Guglielmo scelse come cancellieri uomini di
modesta personalità (come Caprivi, Hohenloe, Bulow e Bethman) per
tenere completamente nelle proprie mani le redini della politica
estera. Nel 1918, al termine della guerra, la rivoluzione lo
costrinse ad abdicare e rifugiarsi nei Paesi Bassi.
La Marna
Nei primissimi mesi di conflitto
la Grande Guerra fu in tutto e per tutto simile a quelle del secolo
precedente. Le principali innovazioni offensive (i gas tossici, gli
aerei) non avevano fatto ancora la loro comparsa nel teatro
bellico, e l'idea di tutti i belligeranti era che si sarebbe
combattuto come in passato. Una guerra breve (il Blitz-krieg, sul
quale puntò anche Hitler nella Seconda guerra mondiale), scandita
dalla rapida avanzata delle truppe. Tutto cambiò nel mese di
settembre del 1914, con la resistenza dei francesi sulla Marna. La
guerra di movimento si trasformò in guerra di posizione. Le
battaglie campali nelle pianure, con il ruolo decisivo della
cavalleria per le ricognizioni del terreno e gli assalti all'arma
bianca, cedette il passo alla guerra di trincea. Una fisionomia
molto diversa, che costrinse gli Stati Maggiori a studiare nuove
tattiche e nuove strategie. E costrinse i soldati a mesi e mesi di
fatiche, in uno scenario spettrale e angoscioso, imprevedibile e
imprevisto fino ad allora.
Da Nicola II a Lenin
Un politico russo aveva previsto
con estrema lucidità quel che sarebbe accaduto se lo zar si fosse
fatto coinvolgere nella guerra che appariva imminente. Si chiamava
Piotr Durnovò, ed era stato ministro degli Esteri: nel febbraio
1914 inviò un promemoria allo zar Nicola II nel quale avvertiva il
sovrano che il conflitto contro la Germania avrebbe condotto la
Russia a una fatale sconfitta, che avrebbe provocato - come
conseguenza ineluttabile - la rivoluzione delle masse proletarie.
Andò esattamente così: nel marzo 1917, il malcontento popolare
esplose in una serie di scioperi. Lo zar fu costretto ad abdicare
in favore del fratello Michele; fu insediato un governo provvisorio
presieduto dal principe L'vov. Il 16 aprile giunse a Pietroburgo
(da Zurigo, in un vagone blindato) Lenin: il suo viaggio fu
favorito dall'alto comando tedesco, che sperava in una rivoluzione
che avrebbe costretto la Russia a uscire dalla guerra. Un mese più
tardi arrivò in Russia, dall'America (dove si trovava in esilio),
Lev Trotzkij, l'altro protagonista della rivoluzione. Nel mese di
luglio Kerenskij fu nominato capo del governo. Il 23 ottobre il
Comitato Centrale Bolscevico decise l'insurrezione, che si concluse
il 7 novembre con la piena vittoria dei bolscevichi, i quali
assunsero il controllo totale dei gangli vitali del Paese. Lenin fu
proclamato capo del Consiglio dei Commissari del popolo; Trotzkij
fu nominato commissario per gli Esteri e Stalin commissario per le
Minoranze nazionali. I comunisti sarebbero rimasti al potere per
più di settant'anni.
La guerra dell'Italia
650mila morti, 947mila feriti,
600mila fra prigionieri e dispersi: questo fu il bilancio delle
perdite italiane nella Prima guerra mondiale. Oltre quaranta mesi
di guerra, nelle trincee del fronte orientale. È stato scritto
molte volte che quella combattuta fra l'Isonzo e il Carso fu la
Quarta guerra d'indipendenza italiana, quella che permise di
conquistare le terre irredente - Trento e Trieste - completando
l'unità nazionale quasi cinquant'anni dopo la conquista di Roma. Al
momento dell'ingresso nel conflitto il governo era presieduto da
Antonio Salandra, con Sidney Sonnino ministro degli Esteri: furono
loro a completare il lungo lavoro diplomatico che - in pochi mesi -
portò alla denuncia della Triplice Alleanza che ci legava (ma
soltanto in un ruolo difensivo) agli imperi centrali, poi alla
neutralità, e infine al Patto di Londra, che ci legò alla Francia e
all'Inghilterra. Le sorti militari del conflitto subirono alterne
vicende, fino alla drammatica ritirata di Caporetto e - un anno più
tardi - alla riconquista delle posizioni perdute e alla vittoria
finale. Il Paese uscì profondamente cambiato dal conflitto.
L'orgoglio nazionale dovette fare i conti con i gravissimi problemi
economici e sociali provocati da quella prova terribile. E questo
fu all'origine del tramonto del sistema politico post-unitario,
dominato dai notabili (di cui Giovanni Giolitti era stato il
rappresentante di maggiore spicco), e ai sommovimenti che
condussero al fascismo e alla dittatura.
La guerra aerea
Gli aerei furono l'arma più
innovativa della Grande Guerra, al di là di ogni previsione. Erano
stati sperimentati dagli italiani in Libia nel 1911, quando il
capitano Carlo Maria Piazza aveva compiuto una ricognizione lungo
la strada fra Tripoli ed El Azizia. La ricognizione aerea sostituì
quasi completamente quella affidata alla cavalleria. I duelli fra i
piloti (che scrissero pagine memorabili nell'immaginario popolare,
con eroi come il mitico Barone Rosso, Manfred von Richthofen, e il
nostro Francesco Baracca), e i bombardamenti dal cielo svolsero un
ruolo importante nella evoluzione bellica, anche se non decisivo
come sarebbe stato nella Seconda guerra mondiale. Come è accaduto
spesso da allora in poi, l'industria bellica tracciò la strada per
lo sviluppo di strumenti fondamentali nella società civile. Senza
la Grande Guerra, l'industria aeronautica avrebbe impiegato tempi
molto più lunghi per affermarsi nel sistema globale dei
trasporti.
La propaganda
Fra le armi innovative adottate in
modo massiccio durante la Grande Guerra ne deve essere citata una
che non provocò morti e feriti, ma svolse ugualmente un ruolo non
marginale: la propaganda. Tutti i governi dei Paesi coinvolti nel
conflitto stanziarono cifre imponenti per stampare manifesti e
giornali che invitavano i giovani ad arruolarsi e che promuovevano
la sottoscrizione dei prestiti nazionali, indispensabili per far
fronte alle imponenti spese di armamento. Molti giornali e molti
messaggi miravano anche a diffondere la fiducia nella cittadinanza,
stremata dalle difficoltà connesse al conflitto, e a demonizzare (o
scoraggiare) il nemico. Fu - da questo punto di vista - la prima
guerra "democratica", nella quale i governanti posero estrema
attenzione all'opinione pubblica, dedicando ogni possibile sforzo
per convincerla della validità delle scelte compiute per la
sopravvivenza di ogni singola Nazione.
Woodrow Wilson
Eletto presidente degli Stati
Uniti nel 1912 (ed entrato in carica all'inizio del 1913), Woodrow
Wilson fu contrario ad un coinvolgimento degli Stati Uniti nella
guerra per tutto il primo mandato. Vinse le elezioni nel 1916 con
lo slogan "He kept out of the war" (Ci ha tenuto fuori dalla
guerra). Appena rieletto, annunciò che il Paese non poteva restare
neutrale: il 2 aprile 1917 chiese al Congresso di dichiarare guerra
alla Germania. E fu proprio il massiccio intervento militare
americano a decidere le sorti della guerra. Wilson fu il
protagonista assoluto dei negoziati di pace successivi. Più che un
politico, si sentiva un missionario, che non avrebbe mai accettato
di anteporre la ragion di Stato alle esigenze morali. Non
riconosceva alcun valore ai trattati precedentemente firmati e agli
impegni presi fra le grandi potenze per la spartizione del mondo al
termine del conflitto. Era convinto che soltanto rispettando la
volontà dei popoli (e non dei governanti) si sarebbe potuta
costruire una pace duratura. Fu lui a proporre la nascita della
Società delle Nazioni, alla quale però gli Stati Uniti non
aderirono. |