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C'è un prima, e c'è un dopo. Delle
8, 16 minuti e 8 secondi di quel 6 agosto 1945. In quell'istante
l'uomo si rese conto «di poter governare l'ingovernabile»; si rese
conto che i rapporti con i suoi simili non sarebbero più stati, per
assioma, «a dimensione umana». Alle 8, 16 minuti e 8 secondi di
quella mattina d'estate, infatti, nel cielo limpido e quasi sgombro
di nubi che sovrastava Isola-Ampia esplodeva "Little Boy", la prima
bomba atomica utilizzata nella storia dell'umanità. Isola-Ampia in
giapponese suona: Hiroshima.
Sono trascorsi sessant'anni, secondo
il nostro calendario, da quell'istante di cui molti, in questi
giorni, parlano e parleranno. E tra gli altri anche noi siamo qui a
raccontarvi di come, in un mattino uguale a tanti, i circa 300mila
abitanti di Hiroshima stessero uscendo di casa per dedicarsi alle
loro abituali attività, rientrato l'allarme aereo, alle 7,51. E di
come, di colpo, un «bellissimo» lampo dai mille colori attraversò
il cielo; di come si accese un sole cento, mille volte più potente
di quello conosciuto; del vento fortissimo che, scatenando una
pressione di migliaia di tonnellate per centimetro quadrato, fece
sì che soltanto a 40-50 chilometri di distanza dal ponte di Aioi,
centro del bersaglio inquadrato dal bombardiere statunitense, si
potesse udire il terrificante boato: perché ad Hiroshima e zone
circostanti ci fu solo un terrificante silenzio. Ancora, siamo qui
a raccontarvi di come, istantaneamente, la temperatura si alzò di
migliaia di gradi, e migliaia di corpi svanirono, si vaporizzarono,
lasciando quale unica traccia ombre sui muri e sull'asfalto. E di
come, a distanza di anni, chi allora era solo un bambino scoprirà
di essere affetto da leucemia e, nonostante la strenua resistenza
opposta al destino, morirà incrementando, anno dopo anno, il numero
delle vittime. Che forse ufficialmente non si è voluto, più che non
si è potuto, mantenere aggiornato.
Siamo qui a raccontarvelo,
trasformandoci in megafoni degli hibakushe, i superstiti del
"fungo", dell'atomica, i colpiti dalle radiazioni che si sono fatti
un dovere di narrare la loro storia, e si possono facilmente
incontrare, in questi giorni, ad Hiroshima, nei sentieri del Parco
della Pace, in giapponese Heiwa Kinen Koen. Siamo qui a
raccontarvelo perché non è giusto dimenticare, non si può e non si
deve. E anche perché, nelle ore e nei giorni immediatamente
successivi al bombardamento, in fondo non vi fu una grande eco per
quanto accaduto in quella cittadina del Sanyo, e neppure vi sarà
per quanto capiterà tre giorni dopo, alle 11,02 del mattino, a
Nagasaki, ancora adesso considerata, ingiustamente, quasi "vittima
minore", incidente accessorio. Per restare in Italia, la nostra
agenzia di stampa principale, l'Ansa, alle 20,45 (ora italiana) di
quel giorno scrisse semplicemente: «Washington, 6 agosto - Il
presidente Truman ha annunciato oggi che 16 ore fa aerei americani
hanno sganciato sulla base giapponese di Hiroshima il più grande
tipo di bombe finora usate nella guerra, la "bomba atomica", più
potente di ventimila tonnellate di alto esplosivo…». Nulla di più,
nulla di meno.
Ma detto tutto questo, e tornati per
un secondo con la memoria a quei momenti, è forse giusto ricordare
anche come i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki non furono solo
gli ultimi, per quanto eclatanti, atti della Seconda guerra
mondiale - da lì a qualche giorno anche il Giappone, come già
l'Italia e la Germania, accetterà la resa, ponendo fine alle
ostilità -, ma piuttosto uno degli snodi della storia dell'uomo. Da
lì nacque tutto. Da quegli istanti, in quegli istanti, prese forma
il mondo come noi oggi lo conosciamo. Da Hiroshima e da Nagasaki -
che nella storia devono il loro posto solo alla sfortunata
coincidenza di condizioni meteorologiche favorevoli rispetto ad
obiettivi alternativi - ha preso le mosse il nuovo corso della vita
dell'umanità. Quel corso che ci ha accompagnato fino ai nostri
giorni e ci accompagnerà ancora.
Se per certi versi quel che è
accaduto il 6 e il 9 agosto in territorio giapponese è da molti
paragonato con quanto era accaduto nel cuore del continente europeo
- ad Auschwitz piuttosto che a Dakau, o in altri luoghi tristemente
famosi nella geografia del dolore -, è fuor di dubbio che in quegli
istanti l'uomo prese coscienza dell'enorme potere distruttivo che
aveva nelle proprie mani. Ma invece di dividere questa conoscenza
con i consimili, ogni lobby politica e/o ideologica cercò di farla
propria, di acquisirne il monopolio, l'esclusiva, cercò di piegarla
ai propri fini e scopi. E nacque l'errata convinzione che il
moderno status di "potenza" fosse strettamente legato, per una
nazione, al possesso dell'arma nucleare. Da qui, da una parte la
corsa al tentativo di costruirsi l'atomica, dall'altra
l'altrettanto forte opposizione dei Paesi vincitori del conflitto
mondiale, e che per primi ebbero la tecnologia necessaria e
sufficiente per realizzarla (Stati Uniti, Unione Sovietica,
Francia, Gran Bretagna e Cina), all'ingresso di nuovi soci nel
cosiddetto "Club nucleare".
Partite a scacchi, queste, che
ebbero quale conseguenza inevitabile non solo la paura delle armi
nucleari, ma anche quella del nucleare tout court. E che oggi
(quando scriviamo è ancora forte l'eco di quanto accaduto a Londra
il 7 di luglio) si è ramificata ovunque nei nostri Paesi, per il
pericolo di un uso inconsulto, da parte di frange estremiste, più
che di "bombe H" (come erroneamente sono passate alla storia quelle
atomiche), delle cosiddette dirty bombs, le "bombe sporche":
ordigni con esplosivo tradizionale ricoperti di materiale
radioattivo.
Si dice che il tempo lenisce il
dolore, rimargina le ferite, cicatrizza le piaghe. Ed è vero. È
questo purtroppo che sta accadendo anche per Hiroshima e Nagasaki.
Una china potenzialmente errata, perché, se è vero che la storia è
tutta un corsi e ricorsi, trovarsi ad un punto che riproponga
l'opportunità o la necessità di una decisione come quella a suo
tempo presa dal presidente statunitense Harry S. Truman potrebbe
significare stavolta l'ingresso della specie umana nell'elenco
rosso della Cites, quello che riporta le forme di vita estinte o in
via di estinzione.
Per questo, lo ribadiamo, non si
deve dimenticare. C'è voluto un solo attimo per sganciare "Little
Boy", soprannome che la bomba doveva al suo peso e alla sua forma,
che ricordava appunto un "piccolo ragazzo". E tutto durò frazioni
di secondo. Dopo, come ha scritto un hibakushe suicida, «soltanto
le strade, i ponti e i bracci del fiume erano riconoscibili… era
l'inferno divenuto realtà». Della cittadina giapponese non restò in
piedi quasi nulla. Le case di legno si smaterializzarono in un
batter d'occhio, e l'unico testimone inanimato rimasto da allora è
un insolito edificio in pietra del 1929 - oggi per tutti l'A-Bomb
Dome -, attorno ai cui ruderi, affidandosi all'estro del grande
architetto Kenzo Tange, di recente scomparso, è stato costruito il
commemorativo Parco della Pace.
Ad Hiroshima, davvero, è «passato
l'inferno». Per ricordare il quale non può bastare quel cippo di
marmo che, in una via senza nome del rione Otemachi, quasi perso
tra le costruzioni della città rinata, si alza idealmente verso il
punto in cui, a 580 metri, è stato calcolato sia esplosa la bomba.
Perché l'ombra di quel "fungo" si è prolungata fino ai nostri
giorni. Sono molti, infatti, a sostenere che in quella mattina
soleggiata d'agosto nacque la guerra fredda. Suggerendo così il
particolare peso che avrebbe avuto nella decisione degli Stati
Uniti il volersi presentare di fronte agli Alleati con «un qualche
vantaggio strategico». E dando corpo all'antagonismo che li opporrà
all'Unione Sovietica per decine di anni: non solo, come alcuni
storici sostengono, fino al 13 luglio 1975, quando le due astronavi
Soyuz ed Apollo si renderanno protagoniste dell'epocale rendez-vous
a 225 chilometri sopra il cielo d'Europa; ma piuttosto fino al
1991, quando, come è noto, cadrà l'impero sovietico.
È in questo gioco delle parti che
nascerà la corsa agli armamenti: alla costruzione, da allora, di
oltre 130mila testate nucleari. Ancora oggi, con la guerra fredda
che è ormai solo un ricordo, e nonostante alcuni Paesi strada
facendo abbiano rinunciato alla bomba, accanto agli otto che, in
modo ufficiale o ufficioso, la possiedono (ai cinque grandi i più
aggiungono Israele, India e Pakistan), si sono calcolate in almeno
trenta le nazioni che vorrebbero disporne.
E non è tutto: nel sommovimento
seguito all'esaurirsi del confronto tra i due blocchi, tra le due
superpotenze del XX secolo, sul pianeta sono mutati punti di
riferimento e regole, e più estremismi hanno trovato spazio oltre
che ribalta internazionale. Da qui il nuovo volto della paura
atomica: un loro attacco non dichiarato, magari proprio attraverso
la già citata "bomba sporca". Anche se il livello di conoscenze, le
professionalità e le strutture necessarie non solo alla messa in
opera di una bomba atomica, per quanto piccola, ma già
all'assemblaggio della "bomba sporca", non sono di certo alla
portata di chiunque.
Difficile, dunque, confutare che il
nostro presente nasca proprio dai pochi decimi di secondo che
portarono all'esplosione della prima bomba atomica. E dunque, a 720
mesi dal "volo" di Enola Gay - come il comandante Paul W. Tibbets
volle battezzare il suo bombardiere B29, dandogli nome e cognome
della propria mamma - è inevitabile che ancora una volta la domanda
si riproponga: perché? Perché Hiroshima e, poi, Nagasaki? Solo per
accelerare la fine del conflitto e risparmiare così molte più vite
(sia alleate che giapponesi), come la storia ufficialmente
sostenne? Il dibattito è aperto, di qua e di là del Pacifico, ma la
risposta, probabilmente, non l'avremo mai.
Certo, c'è anche chi sostiene che,
invece, la risposta sia sotto gli occhi di tutti, solo in apparenza
nascosta, in quelle strade che ad Hiroshima ormai non esistono più,
se non nella ricostruzione del Parco Memoriale, e che
racconterebbero gli aspetti peggiori dell'animo umano: l'odio,
l'arroganza, la protervia, il razzismo, la vendetta. Fautori di
errori irrecuperabili, e che sempre nascono dalla mancata
conoscenza dei nostri simili.
Del resto Hiroshima sembra proprio
star lì a dimostrare la caducità degli esseri umani. Avevano
calcolato, gli esperti, che per almeno 75 anni non si sarebbero più
riviste, né in città né sulle colline circostanti, le nabezuru, le
gru, simbolo di longevità nella cultura giapponese, che fino a quel
6 agosto amavano trascorrere la stagione estiva proprio nell'area
di Isola-Ampia. Lo avevano calcolato, ma hanno sbagliato. Visto che
già nel 1990 la prima gru è tornata a pochi chilometri dalla città.
E poi, se i simboli hanno un valore, è stupefacente notare come, in
quella lontana mattina d'agosto, si sia salvata la vicina isola
sacra di Miyajima, dove «non si può né morire né nascere», perché
il sacro non conosce il tempo, e vita e morte del tempo sono i
segni.
Qualsiasi comunque sia la risposta a
quel perché, senza dubbio Hiroshima e Nagasaki una cosa ce la
possono insegnare: la storia quasi sempre viene letta da punti di
vista diversi. Il che non vuol dire che essi siano errati. Vuol
solo dire che dobbiamo imparare a considerarli tutti, per capire le
ragioni di ciascuno. Un motivo in più per non dimenticare né il 6
né il 9 agosto del 1945. E per ritrovarsi idealmente assieme a
milioni di altri visitatori in quel Parco della Pace della città
del Sanyo. Magari accanto al braciere che, a mo' di fiaccola
olimpica, continua ad ardere ininterrottamente, e così farà finché
sul nostro pianeta Terra vi sarà anche una sola testata
nucleare. |