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Fra gli effetti collaterali (ma
secondari) del terrorismo di matrice islamica, dopo gli attentati
di Londra, c'è che ad alcune frontiere faremo di nuovo un po' di
coda per mostrare i documenti. Ha incominciato la Francia,
sospendendo gli accordi di Schengen - il nucleo originario delle
misure che hanno istituito la libera circolazione delle persone
all'interno dello spazio dell'Unione europea - ma altri Paesi
potrebbero seguire. Schengen risale al 1985, quando Francia,
Germania, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi crearono fra loro
un'area senza frontiere, il cosiddetto "spazio di Schengen", dal
nome della cittadina lussemburghese dove furono firmate le prime
intese che nascevano al di fuori della Comunità europea.
Successivamente, nel 1997, con il Trattato di Amsterdam, ai primi
sottoscrittori si aggiunsero Austria, Danimarca, Finlandia, Grecia,
Italia, Portogallo, Spagna e Svezia.
Grazie al Trattato, le intese di
Schengen, con le strutture e le procedure operative adottate nel
1985, sono diventate parte integrante dell'Unione europea il 1°
maggio 1999. Nello stesso anno, anche Islanda e Norvegia hanno
sottoscritto un accordo con l'Ue per entrare nel processo di
Schengen, mentre la Gran Bretagna e l'Irlanda, preoccupate dagli
sviluppi del terrorismo interno e internazionale, vi hanno aderito
parzialmente, sottoscrivendo solo alcuni aspetti del Trattato. Il
quale prevede norme comuni in materia di visti, di diritto d'asilo,
e di controllo delle frontiere esterne all'Unione, il coordinamento
delle polizie, delle dogane e delle amministrazioni giudiziarie e
della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, nonché un
Sistema di informazione (Sis) sulle identità delle persone
ricercate, allo scopo di consentire la libera circolazione dei
cittadini dei Paesi sottoscrittori e garantire allo stesso tempo la
sicurezza e l'ordine pubblico. Come era già accaduto in passato, in
casi di allerta antiterroristica, per motivi di sicurezza o ordine
pubblico, persino in occasione di partite di calcio delicate, la
Francia ha attivato la clausola di salvaguardia che consente di
ripristinare temporaneamente i controlli alle proprie
frontiere.
Gli accordi di Schengen, il Trattato
di Amsterdam e gli sviluppi successivi della cooperazione
intergovernativa fra i Paesi aderenti hanno rivelato fin dal primo
momento quella che era, e rimane, la loro maggiore contraddizione e
la loro principale debolezza: la difficoltà di conciliare la libera
circolazione all'interno dello "spazio" coperto dalle intese con la
chiusura, ma anche la "porosità", delle frontiere ad esso esterne
(verso gli Stati che non vi hanno aderito e i mari circostanti),
ovvero quelle dei Paesi dell'Unione europea più esposti
all'immigrazione clandestina.
Una volta infrante le frontiere
esterne dell'Unione e una volta penetrati nello spazio libero, le
possibilità di muoversi liberamente al suo interno, passando da un
Paese all'altro, sono estremamente elevate in rapporto alle
capacità di polizie, dogane e apparati giudiziari di impedire che
ciò avvenga da parte di chi non è "cittadino di Schengen". La
decisione del governo francese, e dei Paesi che eventualmente ne
seguissero l'esempio, di sospendere temporaneamente gli accordi -
che peraltro sembra iscriversi alla serie che il proverbio popolare
definisce realisticamente "chiudere le stalle dopo che i buoi sono
scappati" - ubbidisce a tale preoccupazione, cioè alla esigenza di
cercare di evitare che sul proprio territorio possano entrare
liberamente terroristi provenienti da altri Paesi dello spazio
libero che non abbiano adottato la stessa clausola di garanzia. Ma
la scoperta che gli attentatori di Londra erano tutti cittadini
inglesi, cioè uomini che vivevano da tempo nel Paese, ne avevano
ottenuto la cittadinanza o per lunga permanenza o addirittura per
nascita, vi erano perfettamente e insospettabilmente integrati,
taglia definitivamente la testa al toro.
È pur vero che ogni misura che
abbassi il tasso di probabilità di attentati terroristici non può
che essere salutare e utile, ma è altrettanto vero che la chiusura
delle frontiere di uno o più degli Stati di Schengen perde, di
fronte a tali circostanze, gran parte della sua primitiva
efficacia. Il "nemico" è anche e, forse, soprattutto, fra di noi,
non fuori delle nostre frontiere. Ecco, allora, che - come ha
dichiarato il ministro spagnolo degli Interni, di un Paese, cioè,
che è sembrato incline a seguire l'esempio della Francia, ma il cui
pensiero è condiviso anche dai suoi cinquanta colleghi che si erano
riuniti a Bruxelles dopo le bombe di Londra - «si deve creare uno
spazio di sicurezza europeo». In altre parole, rovesciando i
termini di Schengen, nello spazio di libertà disegnato da quegli
accordi, si deve creare uno «spazio di sicurezza nella
libertà».

Ma qui, come si può facilmente
immaginare, sta il cuore del problema della lotta al terrorismo:
come conciliare il mantenimento delle garanzie dei diritti
individuali e collettivi, proprie delle democrazie liberali, quali
sono gli Stati dell'Unione europea, con le misure e le procedure
preventive antiterroristiche che garantiscano per quanto umanamente
possibile, e al tempo stesso, anche la sicurezza dei loro
cittadini. Non è facile, infatti, armonizzare e ridurre a un unico
disegno a livello comunitario culture, norme, ordinamenti giuridici
e amministrativi, sistemi di sicurezza (apparati di intelligence,
polizie ordinarie), modelli di società e modi di vita, forme di
integrazione diverse, multi-etniche e multi-culturali. Eppure
bisogna farlo, concordano tutti i governi europei.
Una prima e forte indicazione
positiva è venuta dalla convinzione, espressa pressoché
unanimemente dalle cancellerie europee, che, malgrado la diversità
di opinioni e di comportamenti sulla guerra in Iraq, malgrado la
crisi che sta attraversando il processo di unificazione, malgrado
che la decisione di Parigi, ed eventualmente di altri Paesi, di
chiudere unilateralmente le proprie frontiere, possa dare
l'impressione di un ulteriore aggravamento delle divisioni interne
all'Unione, non è, e non sarà, il terrorismo a impedire all'Europa
di procedere sulla strada intrapresa ormai più di cinquant'anni
fa.
Insomma: da Roma a Parigi, da Londra
alle capitali dell'Europa del Nord, a quelle dei dieci nuovi Paesi
aderenti all'Ue, che hanno già in cantiere l'ingresso in Schengen,
nessuno mette in dubbio la saldezza dell'impianto europeo, né,
tanto meno, la necessità di rafforzare la cooperazione non solo in
campo economico, ma anche e soprattutto in campo politico e nella
lotta al terrorismo internazionale.
Significativi, al riguardo, sono i
dati dei sondaggi effettuati sulla disponibilità degli italiani a
misure che garantiscano una maggiore sicurezza anche a costo di una
relativa intrusione nella "privatezza" di ciascuno di noi. Il 58
per cento è favorevole a controlli delle conversazioni telefoniche;
il 60 a controlli sulle e-mail; il 58 a quelli degli Sms (i
messaggi via cellulare); il 61 ad ispezioni su pacchi e lettere
postali; il 74 all'installazione di telecamere in luoghi pubblici.
Allo stesso tempo, gli italiani non hanno sostanzialmente
modificato il loro pensiero e i loro comportamenti nei confronti
degli immigrati dopo gli attentati terroristici: il 39 per cento
non è diffidente, il 32 lo è come lo era prima, il 29 lo è di più;
il 42 ritiene che dovrebbero essere controllati come gli altri
cittadini italiani, il 25 che lo dovrebbero essere di più e il 33
che, oltre ai maggiori controlli, bisognerebbe impedire l'ingresso
di nuovi.
In buona sostanza, pur essendo un
argomento "sensibile", destinato a diventarlo ogni volta di più
sull'onda emotiva sollevata dagli attentati, il rapporto fra
l'esigenza di rispettare le garanzie costituzionali attinenti ai
diritti individuali e collettivi e la domanda di sicurezza rimane,
nell'opinione della maggioranza, sostanzialmente in equilibrio. Il
senso di responsabilità dei singoli governi e degli apparati di
sicurezza fa il resto. Non c'è da stare tranquilli sul pericolo di
attentati, ma sulla saldezza delle nostre democrazie
sì. |