CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2005 > Ago / Set > Attualità

Ancora cittadini di Schengen?

Le crescenti minacce del terrorismo hanno aperto il dibattito sulla libertà di circolazione all'interno dei Paesi dell'Ue. Ma, pur nella diversità delle misure di sicurezza adottate, l'impianto europeo resta saldo

Il monumento che nella cittadina di Schengen, in Lussemburgo, clebra i primi accordi

Fra gli effetti collaterali (ma secondari) del terrorismo di matrice islamica, dopo gli attentati di Londra, c'è che ad alcune frontiere faremo di nuovo un po' di coda per mostrare i documenti. Ha incominciato la Francia, sospendendo gli accordi di Schengen - il nucleo originario delle misure che hanno istituito la libera circolazione delle persone all'interno dello spazio dell'Unione europea - ma altri Paesi potrebbero seguire. Schengen risale al 1985, quando Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi crearono fra loro un'area senza frontiere, il cosiddetto "spazio di Schengen", dal nome della cittadina lussemburghese dove furono firmate le prime intese che nascevano al di fuori della Comunità europea. Successivamente, nel 1997, con il Trattato di Amsterdam, ai primi sottoscrittori si aggiunsero Austria, Danimarca, Finlandia, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna e Svezia.

Grazie al Trattato, le intese di Schengen, con le strutture e le procedure operative adottate nel 1985, sono diventate parte integrante dell'Unione europea il 1° maggio 1999. Nello stesso anno, anche Islanda e Norvegia hanno sottoscritto un accordo con l'Ue per entrare nel processo di Schengen, mentre la Gran Bretagna e l'Irlanda, preoccupate dagli sviluppi del terrorismo interno e internazionale, vi hanno aderito parzialmente, sottoscrivendo solo alcuni aspetti del Trattato. Il quale prevede norme comuni in materia di visti, di diritto d'asilo, e di controllo delle frontiere esterne all'Unione, il coordinamento delle polizie, delle dogane e delle amministrazioni giudiziarie e della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, nonché un Sistema di informazione (Sis) sulle identità delle persone ricercate, allo scopo di consentire la libera circolazione dei cittadini dei Paesi sottoscrittori e garantire allo stesso tempo la sicurezza e l'ordine pubblico. Come era già accaduto in passato, in casi di allerta antiterroristica, per motivi di sicurezza o ordine pubblico, persino in occasione di partite di calcio delicate, la Francia ha attivato la clausola di salvaguardia che consente di ripristinare temporaneamente i controlli alle proprie frontiere.

Gli accordi di Schengen, il Trattato di Amsterdam e gli sviluppi successivi della cooperazione intergovernativa fra i Paesi aderenti hanno rivelato fin dal primo momento quella che era, e rimane, la loro maggiore contraddizione e la loro principale debolezza: la difficoltà di conciliare la libera circolazione all'interno dello "spazio" coperto dalle intese con la chiusura, ma anche la "porosità", delle frontiere ad esso esterne (verso gli Stati che non vi hanno aderito e i mari circostanti), ovvero quelle dei Paesi dell'Unione europea più esposti all'immigrazione clandestina.

Una volta infrante le frontiere esterne dell'Unione e una volta penetrati nello spazio libero, le possibilità di muoversi liberamente al suo interno, passando da un Paese all'altro, sono estremamente elevate in rapporto alle capacità di polizie, dogane e apparati giudiziari di impedire che ciò avvenga da parte di chi non è "cittadino di Schengen". La decisione del governo francese, e dei Paesi che eventualmente ne seguissero l'esempio, di sospendere temporaneamente gli accordi - che peraltro sembra iscriversi alla serie che il proverbio popolare definisce realisticamente "chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati" - ubbidisce a tale preoccupazione, cioè alla esigenza di cercare di evitare che sul proprio territorio possano entrare liberamente terroristi provenienti da altri Paesi dello spazio libero che non abbiano adottato la stessa clausola di garanzia. Ma la scoperta che gli attentatori di Londra erano tutti cittadini inglesi, cioè uomini che vivevano da tempo nel Paese, ne avevano ottenuto la cittadinanza o per lunga permanenza o addirittura per nascita, vi erano perfettamente e insospettabilmente integrati, taglia definitivamente la testa al toro.

È pur vero che ogni misura che abbassi il tasso di probabilità di attentati terroristici non può che essere salutare e utile, ma è altrettanto vero che la chiusura delle frontiere di uno o più degli Stati di Schengen perde, di fronte a tali circostanze, gran parte della sua primitiva efficacia. Il "nemico" è anche e, forse, soprattutto, fra di noi, non fuori delle nostre frontiere. Ecco, allora, che - come ha dichiarato il ministro spagnolo degli Interni, di un Paese, cioè, che è sembrato incline a seguire l'esempio della Francia, ma il cui pensiero è condiviso anche dai suoi cinquanta colleghi che si erano riuniti a Bruxelles dopo le bombe di Londra - «si deve creare uno spazio di sicurezza europeo». In altre parole, rovesciando i termini di Schengen, nello spazio di libertà disegnato da quegli accordi, si deve creare uno «spazio di sicurezza nella libertà».

Le pagine del trattato di Amsterdam

Ma qui, come si può facilmente immaginare, sta il cuore del problema della lotta al terrorismo: come conciliare il mantenimento delle garanzie dei diritti individuali e collettivi, proprie delle democrazie liberali, quali sono gli Stati dell'Unione europea, con le misure e le procedure preventive antiterroristiche che garantiscano per quanto umanamente possibile, e al tempo stesso, anche la sicurezza dei loro cittadini. Non è facile, infatti, armonizzare e ridurre a un unico disegno a livello comunitario culture, norme, ordinamenti giuridici e amministrativi, sistemi di sicurezza (apparati di intelligence, polizie ordinarie), modelli di società e modi di vita, forme di integrazione diverse, multi-etniche e multi-culturali. Eppure bisogna farlo, concordano tutti i governi europei.

Una prima e forte indicazione positiva è venuta dalla convinzione, espressa pressoché unanimemente dalle cancellerie europee, che, malgrado la diversità di opinioni e di comportamenti sulla guerra in Iraq, malgrado la crisi che sta attraversando il processo di unificazione, malgrado che la decisione di Parigi, ed eventualmente di altri Paesi, di chiudere unilateralmente le proprie frontiere, possa dare l'impressione di un ulteriore aggravamento delle divisioni interne all'Unione, non è, e non sarà, il terrorismo a impedire all'Europa di procedere sulla strada intrapresa ormai più di cinquant'anni fa.

Insomma: da Roma a Parigi, da Londra alle capitali dell'Europa del Nord, a quelle dei dieci nuovi Paesi aderenti all'Ue, che hanno già in cantiere l'ingresso in Schengen, nessuno mette in dubbio la saldezza dell'impianto europeo, né, tanto meno, la necessità di rafforzare la cooperazione non solo in campo economico, ma anche e soprattutto in campo politico e nella lotta al terrorismo internazionale.

Significativi, al riguardo, sono i dati dei sondaggi effettuati sulla disponibilità degli italiani a misure che garantiscano una maggiore sicurezza anche a costo di una relativa intrusione nella "privatezza" di ciascuno di noi. Il 58 per cento è favorevole a controlli delle conversazioni telefoniche; il 60 a controlli sulle e-mail; il 58 a quelli degli Sms (i messaggi via cellulare); il 61 ad ispezioni su pacchi e lettere postali; il 74 all'installazione di telecamere in luoghi pubblici. Allo stesso tempo, gli italiani non hanno sostanzialmente modificato il loro pensiero e i loro comportamenti nei confronti degli immigrati dopo gli attentati terroristici: il 39 per cento non è diffidente, il 32 lo è come lo era prima, il 29 lo è di più; il 42 ritiene che dovrebbero essere controllati come gli altri cittadini italiani, il 25 che lo dovrebbero essere di più e il 33 che, oltre ai maggiori controlli, bisognerebbe impedire l'ingresso di nuovi.

In buona sostanza, pur essendo un argomento "sensibile", destinato a diventarlo ogni volta di più sull'onda emotiva sollevata dagli attentati, il rapporto fra l'esigenza di rispettare le garanzie costituzionali attinenti ai diritti individuali e collettivi e la domanda di sicurezza rimane, nell'opinione della maggioranza, sostanzialmente in equilibrio. Il senso di responsabilità dei singoli governi e degli apparati di sicurezza fa il resto. Non c'è da stare tranquilli sul pericolo di attentati, ma sulla saldezza delle nostre democrazie sì.

Piero Ostellino