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Aiutiamoli ad aiutarsi

Nell'agenda del prossimo G8, in programma per il mese di luglio in Scozia, è stato posto in primo piano il "caso Africa". Un problema di attualità?

Un'immagine dall'Africa

Con lo stesso ritmo, 10 milioni di morti l'anno, noi, come Italia, spariremmo nel giro di sei anni o poco più. Eppure, la notizia che nel Continente africano nel 2004 di morti ce ne siano stati 8 milioni per "cause prevedibili" (malattie, denutrizione) e più di un altro milione, vittime di guerre o eventi similari, non pare abbia sconvolto granché coloro che in Africa non vivono o lavorano. Del resto, perché mai dovrebbe? Il "bollettino delle scomparse", laggiù, è sempre consistente. Così, come è stato rilevato da molti, si clicca sul telecomando, e l'Africa non c'è più. Sempre che non arrivi la pop star o il tenore di fama mondiale a organizzare il "solito" concerto in mondovisione. Allora sì, tutti a commuoversi... Di fronte a quegli occhioni tristi che ti guardano dal teleschermo, o dai manifesti sei metri per tre riportati gratis, per un giorno, anche sulla stampa nazionale. Gli stessi occhioni, in verità, che cogliamo di sfuggita nei tg quando su una delle coste europee, in Spagna come in Grecia, ma soprattutto in Italia, approdano centinaia di disperati dopo viaggi inimmaginabili, su imbarcazioni che definire tali è davvero difficile. Poi, clic.

DOMANDE E RISPOSTE. In molti allora si sono stupiti della ferrea determinazione del premier britannico Tony Blair, quando nei mesi scorsi, organizzando l'annuale incontro dei G8 (il vertice dei sette Paesi più industrializzati del mondo, più la Russia), previsto per il 6 luglio in Scozia, a Gleneagles, vicino Edimburgo, ha voluto porre al centro dell'agenda proprio il "caso Africa", oltre al "dossier ambiente". Perché occuparsi oggi del grande Continente Nero?

Le risposte "scontate" non mancano: combattere la povertà è un dovere per ogni uomo "giusto", e ridurla drasticamente uno dei "Millennium Goal" (i 17 grandi obiettivi fissati nel 2000 dalle Nazioni Unite) con scadenza nel 2015. Scadenza che si avvicina a grandi passi, mentre l'Onu rincara la dose ricordando come, delle dieci più drammatiche storie che il mondo ha dimenticato, almeno tre riguardano direttamente Stati africani e altre quattro interessano "anche" quelli. E sarebbe fin troppo facile ricordare quegli occhioni che ci fissano in tv o dai manifesti, imbarazzandoci. Per poi concludere che nessuno sa se il proprietario di quegli occhi è ancora fra noi o se rientra tra i 10 milioni e mezzo di bambini che in Africa muoiono prima di compiere i cinque anni di età; oppure se è diventato uno dei 47 milioni che non vanno mai a scuola, o magari è tra i 14 milioni di contagiati, in contemporanea, dai "terribili gemelli" che affliggono quel continente: tubercolosi e Hiv. Risposte scontate. E non del tutto esaurienti.

La vera risposta, in realtà, viaggia su quei barconi in rotta verso le nostre coste. Barconi pieni di migranti obbligati a migrare. Uomini e donne che lasciano il proprio Paese pur di sopravvivere, accettando di svolgere nei nostri lavori che noi non vogliamo più fare. Uomini e donne, dunque, necessari alle nostre economie, ma che inevitabilmente danneggiano le loro. La vera risposta, in altre parole, è nella esigenza di rendere accettabile la quotidianità nei Paesi d'origine a quegli 800 milioni e passa di esseri umani, al momento suddivisi in 53 diverse nazionalità e centinaia di etnie (spesso ancora più importanti nella vita dei singoli), e così ridurre questi flussi di migrazione imposta. Nel far sì che quelle popolazioni traggano finalmente giusti profitti dalle risorse della propria terra per assicurarsi nuove disponibilità, premessa per l'apertura di nuovi mercati. Il che, nell'era della globalizzazione, dovrebbe convenire a tutti.

Ma se proprio non vogliamo riconoscere che aiutare l'Africa ad aiutarsi è come aiutare la nostra casa a non crollare, forse è il caso di ricordarci, egoisticamente, che, per non rinunciare al nostro stile di vita, dovremmo fare in modo che gli Stati africani, ad esempio, trovino conveniente salvaguardare le proprie foreste pluviali, indispensabili per abbattere i livelli dei gas serra sul pianeta. A questo proposito, da quando, con la ratifica del Protocollo di Kyoto, è nata la commercializzazione dei diritti di emissione dei gas nocivi all'atmosfera (ogni Stato ne può produrre solo una certa quantità, e quindi chi inquina meno può vendere a chi inquina di più le proprie quote in eccesso), c'è chi ha calcolato come la quantità dei gas "cattivi" assorbita da quelle foreste, tradotta in diritti di emissione, equivale all'ammontare degli aiuti internazionali forniti ai Paesi in via di sviluppo, se non li supera. Tanto che qualcuno ha scritto che al momento «in pratica sono i poveri ad aiutare i ricchi».

UNA MEDAGLIA A DUE FACCE. È chiaro a tutti, però, che perché sia accettabile l'idea di trascorrere la vita in un luogo, quel luogo deve offrire delle attrattive. E dunque, in primis, bisognerà far sì che del Continente Nero non si parli più solo come dello scenario dove al momento sono in corso, molto spesso per rispondere ad interessi tutt'altro che africani, 16 guerre (oltre a violenti conflitti interetnici, che guerre non sono classificati solo perché non raggiungono un certo numero di vittime); né di quello dove la malaria uccide "in media" 3mila persone al giorno, ed anche di più ne uccidono altre patologie altrove ormai curabili, vdi la già citata tbc, così che l'Africa subshariana, dove principalmente ciò accade, è tra i pochi posti della Terra in cui «l'aspettativa media di vita è calata invece di crescere, fermandosi in alcune regioni al di sotto dei 35 anni». E nemmeno dello scenario in cui «vince la malnutrizione» (con 365 milioni di africani che cercano di sopravvivere, come ormai quasi quotidianamente sentiamo ripetere, con meno di 1 euro al giorno).

Ma una cosa, certo, è parlare, una cosa è agire. E una medaglia ha sempre due facce. Ad esempio, una delle mosse ritenute vincenti nell'incontro scozzese dei G8 è la "cancellazione del debito" a 18 Paesi in via di sviluppo, 14 dei quali africani. Un passo concreto, è stato detto. Gli scettici però, pur apprezzandone gli intendimenti, hanno fatto notare che, nel migliore dei casi, il beneficio si ridurrà ai pochi miliardi di dollari degli interessi da pagare anno dopo anno, e non alle decine di miliardi cui hanno fatto riferimento i comunicati stampa ufficiali. E questo perché il debito - contratto dalle varie nazioni con organismi multilaterali, quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale o l'African Development Bank (Banca Africana per lo Sviluppo) -, per ragioni tecniche e burocratiche necessita di molti mesi, e di altrettante garanzie agli enti creditori, per essere effettivamente annullato. Né è mancato chi ha messo in risalto come buona parte degli impegni cancellati fossero ormai comunque inesigibili, vista la situazione di povertà estrema dei Paesi debitori.

Di contro molti, altrettanto scettici, chiedono perché dovrebbero credere che la situazione sia cambiata al punto da far loro accettare di versare un minimo di 25 miliardi di dollari l'anno per i prossimi dieci anni al Continente africano, che nel suo insieme ha già inghiottito milioni di dollari di aiuti, con l'unico risultato di vedere il suo rapporto di svantaggio con il resto del mondo salire da 1 a 37 (1967) ad 1 a 84. C'è addirittura chi ha affermato che «gli aiuti sono dannosi per l'Africa, perché alimentano le risorse delle élites dispotiche al potere e non raggiungono la popolazione».

In realtà, è la risposta, ormai sono diversi i segnali che il Continente sta cambiando. Se è vero infatti che nello Zimbabwe, con un'inflazione a tre cifre e già da tempo in miseria, in molti vedono prossima la rovina, è anche vero che in Botswana, a lungo maglia nera, l'attuale tasso di crescita è a dir poco sorprendente, e che in media il Continente Nero registra un incremento del proprio Pil del 5 per cento. Senza dimenticare che finora gran parte delle istituzioni donatrici di aiuti ha operato ovunque nel mondo con gli stessi criteri, quasi che ogni Paese, a prescindere dalla sua collocazione, fosse la copia esatta di qualsiasi altro. E solo adesso, forse, si sta correggendo la rotta. Infine, grazie al Nepad, associazione per lo sviluppo voluta dai più importanti capi di Stato africani per centrare i "Millennium Goal", esiste oggi un obbligo per le nazioni che vi aderiscono di consegnare i loro libri mastri ad analisti terzi, dando trasparenza ai bilanci.

A riguardo, anche noi occidentali dovremmo fare un esame di coscienza. Riflettere su alcune scelte che nascono con le migliori intenzioni, ma si rivelano disastrose. Un caso per tutti: ineccepibile aiutare un Paese dove la siccità di vaste aree ha affamato milioni di bocche. Ma se la siccità non ha interessato l'intero Paese, altrove i contadini proseguono a coltivare frutta ed ortaggi che nessuno acquisterà, perché grazie agli aiuti potrà averli gratis. E, al pari, come potrà "sfondare" sui nostri mercati quella stessa agricoltura (procurando nuovi introiti al proprio Paese), se quelle occidentali, godendo di lauti sussidi governativi o comunitari, possono praticare prezzi inferiori?

CATEGORIE. In conclusione, una cosa è certa: negli ultimi decenni sul pianeta le carte si sono decisamente mischiate. Le vecchie categorie, i vecchi punti di riferimento, dove il nostro modo di vivere rappresentava un valore assoluto o quasi, non esistono più. E ogni continente, ogni area del mondo più o meno organizzata (è sufficiente pensare a quanto sta accadendo nel Lontano Oriente) vuole trovare le proprie strade, dare le proprie risposte. Se noi non riconosciamo questa realtà, se non la comprendiamo, rischiamo di ritrovarci impreparati al nuovo, come sta accadendo per altri aspetti della vita del pianeta, e forse non avremo più la possibilità di adeguarci in tempi brevi e in modi efficaci.

In altre parole, dobbiamo tener presente che l'Africa, dotata di risorse naturali enormi se non infinite, e di una massa umana in continua crescita, ha tutte le chances per diventare un'altra Cina, con quello che ciò significa per l'Occidente da un punto di vista economico, sociale e culturale. Dunque per noi è indispensabile lavorare per rimuovere l'ostacolo di maggior peso tra Africa e "Primo mondo": la mancanza di comunicazione, di reciproca conoscenza e fiducia. Una diffidenza forse più che giustificata da parte degli africani, se sono ancora molti in Occidente, e le conferme purtroppo non mancano, ad immaginare il Continente Nero così come ce l'hanno raccontato un secolo fa: quel luogo dove esistono solo deserti, foreste impraticabili e capanne, e dove vivono indigeni coperti di poche foglie.

È ancora difficile per noi pensare che esso abbia una storia che risale a ben prima dell'epoca coloniale, con civiltà raffinate, anche se per molti versi ancora sconosciute ai più, e paragonabili per dignità e peso alle nostre. Dice in proposito il nigeriano Wole Soyinka, Premio Nobel 1986 per la Letteratura: «In Africa di modelli (di democrazia, ndr) ce ne sono molti, tutti precoloniali. Ad esempio vi erano comunità in cui il re negoziava ogni decisione con i consigli di villaggio, veri modelli di autolimitazione e di distribuzione del potere, dotati di meccanismi di controllo…».

Civiltà diverse, certo, in quell'enorme territorio che si estende dalle rive del Mediterraneo al Capo di Buona Speranza, e viene lambito da più oceani. Che si sono espresse con strumenti diversi, seppure tangibili, concreti, come i monumenti in via di recupero nella zona dell'Alto Nilo, nelle terre che verranno presto sommerse dal bacino controllato dalla diga di Merowe, nel Sudan; o come le migliaia di manoscritti ritrovati in Mauritania, tra le rovine della città carovaniera di Chinguetti, dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità, e che testimoniano del sapere delle popolazioni nomadi.

Non è mai esistita, infatti, né esiste oggi, una sola Africa. L'Africa è il Darfur, con le indagini avviate dal Procuratore della Corte Penale Internazionale dell'Aja sulle terribili violenze in corso; è il Congo, interessato da un conflitto che finora ha provocato più di 4 milioni di morti; è la Sierra Leone, dove una missione di pace dell'Onu è invece riuscita a risolvere una guerra civile che rischiava di diventare altrettanto pesante. Ma è anche il Sud "post apartheid", dove si è riusciti a far partecipare alla esclusiva ricchezza di 4 milioni di bianchi, progressivamente, i 30 milioni di abitanti neri. Un modello a cui molte nazioni vicine fanno riferimento.

Minna Conti e Valeriano Forbes