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Approfondimenti


Le dinastie

Furono 92 gli imperatori romani, da Ottaviano Augusto a Romolo Augustolo. In media durarono sul trono meno di cinque anni ciascuno. Per proporre un paragone, i papi sono stati 265, ma nell'arco di quasi duemila anni. Ci furono periodi nei quali gli imperatori erano candidati ad essere assassinati il giorno stesso della nomina. Poi - per molti anni - l'Impero fu diviso fra due monarchi (uno con sede e competenza in Occidente, l'altro nel Medio Oriente). La prima dinastia al potere fu quella Giulio-Claudia, sotto la quale fu crocifisso Gesù Cristo (mentre regnava Tiberio), e che ebbe come ultimi esponenti due campioni del male: Caligola e Nerone. Poi venne la dinastia Flavia (con Vespasiano, Tito, Domiziano, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio): a parte gli ultimi anni, fu un periodo florido e importante, che confermò - e ampliò - il dominio di Roma sul mondo. I Severi mantennero il trono per quasi cinquant'anni, fino alla metà del III secolo. Alla morte di Alessandro Severo (nell'anno 235) seguirono più di due secoli di declino, interrotto soltanto dall'ascesa al potere di alcuni uomini di indiscutibile capacità e valore, primi fra tutti Diocleziano e Costantino. Ma furono proprio loro due a incrinare il tessuto dell'Impero: il primo dividendolo fra due capitali, il secondo fondando la città di Costantinopoli, che avrebbe a lungo contrastato l'egemonia di Roma, finendo per raccoglierne l'eredità come centro del mondo.


Ottaviano Augusto

Il primo imperatore romano morì nell'anno 14 dopo la nascita di Cristo. Padre della Patria, principe, tribuno della plebe, pontefice massimo, si chiamava Gaio Ottavio, nome modificato successivamente in Ottaviano. Aveva 76 anni compiuti, da diciotto aveva nominato Tiberio suo erede e successore, da uno lo aveva associato al potere. Prima di morire disse una frase che forse si era preparato con cura: «Ho recitato bene la mia parte. Congedatemi dalla scena, amici, con i vostri applausi». Ad Ottaviano Augusto i sudditi potevano certamente riconoscere il merito di aver garantito un lungo periodo di pace alla città e al mondo intero. Nel 32 avanti Cristo aveva indetto un plebiscito che gli aveva assicurato il consenso di tutte le genti d'Italia. Prese forma allora - per la prima volta - l'unità della Penisola, dalle Alpi al mare. Un anno dopo - sconfiggendo Antonio nella battaglia navale di Azio - aveva chiuso definitivamente la partita per la successione a Giulio Cesare, dodici anni dopo la morte del conquistatore della Gallia. Ottaviano fu un grande uomo di Stato e di governo. Lavoratore instancabile, creò una burocrazia efficiente, rese stabile la moneta, sviluppò i commerci. Fallì in uno soltanto degli obiettivi che si era prefisso, quello che giudicava il più importante: la riforma del costume. L'immoralità dilagava, il senso religioso si era appannato, i Romani avevano perso l'orgoglio antico.


Adriano

I pettegolezzi circolavano anche nell'antichità, e a diffonderli erano gli storici di professione. Dione Cassio, studioso autorevole, racconta che Publio Elio Adriano, salito sul trono nell'anno 117 (quando aveva appena compiuto quarant'anni), fu designato come successore di Traiano potendo contare sull'appoggio di Plotina, vedova di Traiano, da tempo sua amante. Mai una tresca fu così provvida per i governati. Adriano - che era anche imparentato con il suo predecessore, che era stato il suo tutore - fu il più grande fra gli imperatori romani. Regnò per un ventennio, e consolidò le frontiere romane. Più che di cercare nuove conquiste, si preoccupò di salvaguardare quelle vecchie: un segno di grande saggezza. Viaggiò attraverso le province dell'Impero come nessun altro aveva fatto: visitò la Gallia ed il Reno, la Britannia, la Spagna, l'Asia, la Grecia, l'Africa, la Caria, la Cilicia, la Cappadocia, la Siria e l'Egitto. E non è che a quei tempi i viaggi fossero agevoli come al giorno d'oggi, neanche per un imperatore. Completò e rafforzò i valli di frontiera che erano stati progettati dai precedenti imperatori. I resti del Vallo Adriano, in Britannia, sono ancora visibili. Riorganizzò l'esercito, migliorò la burocrazia statale. Fece costruire il Pantheon, il Tempio di Venere e il suo Mausoleo (oggi Castel Sant'Angelo).


Commodo

Regnò dodici anni Commodo, figlio di Marco Aurelio, dal quale non aveva certo ereditato la saggezza e l'equilibrio politico. Era salito sul trono, appena diciannovenne, nell'anno 180. Nella lista nera degli imperatori sanguinari e funesti, Commodo merita un posto di assoluto riguardo, accanto a Nerone e a Caligola. Le sue stravaganze superavano ogni limite: era convinto di essere la reincarnazione di Marte, di Mercurio, di Ercole, e persino di Giove. Andava in giro per Roma indossando una pelle di leopardo e imbracciando una clava. La sua massima aspirazione era dimostrarsi il più forte fra i gladiatori. Fra tutti i titoli che gli competevano come imperatore, preferiva che lo si chiamasse Hercules Romanus, un appellativo che si era coniato da solo, per celebrare la propria forza fisica e il coraggio con il quale affrontava nell'arena i leoni e altre bestie feroci: orsi, elefanti, rinoceronti. Poco o nulla gli importava dell'Impero e del benessere del popolo. Nell'anno 190 decise che Roma dovesse cambiar nome e impose di chiamarla Commodiana. Assassinò (o fece assassinare) tutte le persone che sospettava complottassero contro di lui. Fatalmente ci fu chi organizzò davvero una congiura per eliminarlo, alla quale partecipò l'amante di Commodo, Marcia. L'ostacolo principale ai loro disegni era rappresentato dal vigore fisico dell'imperatore. Fu assoldato un atleta, di nome Nargiso, che faticò non poco a strangolarlo, dopo che Marcia l'aveva avvelenato.



Marco Aurelio

Marco Aurelio era un uomo di grandi letture, e fu il più colto fra tutti gli imperatori romani. Ricchissimo di famiglia, esercitava la professione di avvocato, dedicandosi soprattutto al patrocinio gratuito dei diseredati. La sua elezione fu salutata con gioia dai sudditi. Lui ricambiò la fiducia riversando nelle casse dello Stato il suo patrimonio personale. Aveva moltissimi amici e - a dar retta al gossip dell'epoca - un solo nemico: la moglie Faustina, un po' troppo vivace per essere considerata fedele e devota al marito. Nell'ultimo decennio di regno scrisse dodici libri di Meditazioni, che raccolgono la summa del suo pensiero di stoico, animato da un profondo senso religioso.


Diocleziano

Nell'anno 284 fu proclamato imperatore il generale dalmata Diocles, più tardi conosciuto con il nome di Diocleziano. L'Impero Romano attraversava allora un periodo di drammatica anarchia. Da oltre cinquant'anni la decadenza del potere centrale era evidente: occorreva che qualcuno intervenisse con la necessaria energia per rimettere ordine. Diocleziano si rivelò l'uomo giusto al momento giusto. Rendendosi conto di quanto fosse difficile governare un dominio tanto vasto - che comprendeva gran parte dell'Europa, il Nord Africa, alcune regioni del Medio Oriente - istituì la tetrarchia. In base a questa riforma, quattro persone avrebbero retto contemporaneamente l'Impero, due Augusti e due Cesari (destinati a raccoglierne la successione). Stabilì anche che lui e l'altro Augusto (Massimiano) avrebbero abdicato contemporaneamente, dopo vent'anni. Cosa che puntualmente accadde nell'anno 305. Diocleziano, anticipando la scelta che avrebbe compiuto Costantino, scelse come capitale dell'Impero, Nicomedia, in Bitinia, poche decine di chilometri ad est di Bisanzio (mentre Massimiano governava da Milano, che iniziò allora ad essere una città importante, una capitale). Diocleziano fu anche l'imperatore della persecuzione contro i cristiani, che considerava nemici interni, pericolosi più o meno quanto i barbari che cominciavano ad affacciarsi ai confini dell'Impero. Fra i suoi indiscutibili meriti, Diocleziano ebbe quello di essere un uomo disinteressato, che non fu mai sedotto dal potere. Dopo l'abdicazione tornò in Dalmazia (dove era nato) in uno splendido palazzo che si era fatto costruire a Spalato. Quando gli chiesero di tornare perché l'Impero era in difficoltà, rispose con molta semplicità e saggezza: «Ma, avete visto come crescono bene i cavoli nel mio orto?».


Costantino

Il 28 ottobre dell'anno 312, Costantino sconfisse Massenzio nella battaglia di ponte Milvio. La leggenda vuole che al vincitore fosse apparsa nel cielo una croce, accompagnata dalla scritta luminosa "In hoc signo vinces", sotto questo segno vincerai. Secondo un'altra versione, l'apparizione si sarebbe verificata in un sogno della vigilia, le parole sarebbero state pronunciate da una voce, e il segno sarebbe stato il monogramma di Cristo, cioè le lettere X e P sovrapposte, iniziali greche (chi-rho) del nome di Cristo. Massenzio e Costantino erano ambedue imperatori romani. L'equilibrio si rivelò molto difficile, fino a quando Massenzio e Costantino non risolsero la questione affrontandosi in campo aperto. Vinse Costantino, che disponeva di meno uomini, meglio armati e - soprattutto - meglio guidati. Massenzio - che regnava a Roma - aveva fatto costruire un ponte di barche sul Tevere, per agevolare gli spostamenti delle sue truppe. Il fato volle che il ponte crollasse, provocando la morte di duemila uomini, compreso lo stesso Massenzio. La vittoria di Costantino segnò la definitiva affermazione del cristianesimo come religione dell'impero romano, sancita con l'editto di Milano dell'anno successivo. Nell'anno 330 Costantino inaugurò la nuova capitale dell'impero, Costantinopoli, a molte migliaia di chilometri dalla Città Eterna, sulle sponde del Bosforo. Costantino invitò molti cittadini eminenti di Roma a trasferirsi nella nuova capitale, mettendo a loro disposizione residenze elegantissime. L'imperatore viveva in uno sfarzo incredibile, che avrebbe contagiato i suoi successori. C'erano i segni premonitori del declino dell'impero, ma c'era - soprattutto - il ridimensionamento immediato di Roma, che non sarebbe stata più l'ombelico del mondo.


Alarico

Una leggenda racconta che, mentre discendeva la Penisola a capo del suo esercito, un monaco gli si fece incontro per supplicarlo di risparmiare la capitale (lo stesso gesto compiuto 42 anni più tardi da Leone X, che riuscì a dissuadere Attila). Alarico rispose: «Qualcosa dentro di me mi spinge irresistibilmente alla conquista, gridandomi: "Marcia su Roma e fanne un mucchio di rovine"». I Romani furono terrorizzati alla vista di quei barbari accampati davanti alla loro città. Era da 700 anni che Roma non subiva un saccheggio, da quando era stata messa a ferro e fuoco dai Galli di Brenno. Questa volta i Visigoti incontrarono una resistenza debolissima: Roma non era più quella di una volta, e il suo declino era ormai inarrestabile, anche nel temperamento dei suoi abitanti e nella loro volontà di lottare. Il sacco di Roma durò meno di una settimana. Poi i Visigoti proseguirono la marcia verso il Sud. A Cosenza Alarico fu colpito dalla malaria, e morì.


Attila

Basso, tarchiato, con una testa grossa, il naso schiacciato e la carnagione scura, si guadagnò il soprannome di Flagello di Dio. Si diceva che dove passava il suo esercito «non cresceva più l'erba». Il suo aspetto fisico, e il suo sguardo penetrante incutevano terrore. I suoi uomini non erano europei, come la maggior parte dei barbari (compresi quelli di Alarico) che avevano invaso in precedenza l'Italia: gli Unni erano asiatici, e tanto bastava, forse - al di là dell'aspetto del loro capo -, per seminare lo sgomento fra le popolazioni della Penisola. Attila fu l'uomo che mise il sigillo all'imminente caduta dell'Impero Romano. Invase l'Italia venticinque anni prima che fosse deposto l'ultimo Cesare, Romolo Augustolo. In realtà Attila non provocò devastazioni memorabili: le sue truppe saccheggiarono soltanto Aquileia. Quando si apprestava a conquistare Roma fu bloccato dal papa Leone il Grande, che gli andò incontro e lo convinse a rinunciare al suo disegno. Edward Gibbon racconta così l'incontro: «La forte eloquenza, il maestoso aspetto e le vesti sacerdotali di Leone eccitarono la reverenza di Attila verso il padre spirituale dei cristiani. L'apparizione dei due apostoli Pietro e Paolo, che minacciarono il barbaro di morte immediata, se non ascoltava le preghiere del loro successore, è una delle più nobili leggende della tradizione ecclesiastica». L'Impero non era più in grado di difendersi: toccò al papa assumersi in prima persona l'incarico di fermare il barbaro. Il potere passava definitivamente in altre mani.