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La
caduta dell'Impero Romano
L'atto conclusivo di una storia lunga cinquecento anni è contenuto
in una lettera che i senatori romani inviarono all'imperatore
d'Oriente, Zenone, all'indomani della deposizione dell'ultimo
titolare dell'Impero d'Occidente, Romolo Augustolo. In quel
documento, i senatori negarono in modo solenne «la necessità, o
anche il desiderio, di continuare la successione imperiale in
Italia, essendo, secondo il loro giudizio, la maestà di un solo
monarca sufficiente a tenere e difendere contemporaneamente
l'Oriente e l'Occidente. In nome loro e del popolo acconsentono che
sia trasferita da Roma a Costantinopoli la sede dell'Impero
universale, abdicando vilmente il diritto di eleggere il loro
sovrano, unico vestigio che restava di quell'autorità, che aveva
dato leggi al mondo. Dicono che la Repubblica (essi ripetono questo
nome senza rossore) può sicuramente confidare nelle virtù civili e
militari di Odoacre, e fanno umile istanza all'imperatore di
investirlo del titolo di patrizio e dell'amministrazione della
diocesi d'Italia». Un testo di un'umiltà eccessiva, tale da
apparire estorto, più che scritto in piena libertà. La verità è che
l'autorità imperiale si era dissolta, in un processo di progressiva
autodistruzione. Romolo Augustolo fu la vittima (sostanzialmente
senza colpe) di un crollo ormai ineluttabile, e tante volte
procrastinato, che - scrisse nel XVIII secolo Edward Gibbon, autore
della Storia della decadenza e caduta dell'Impero Romano - «sarà
sempre ricordato, ed è tuttora sentito dalle nazioni della
Terra».
4 settembre 476

Per i contemporanei fu un giorno
qualunque, come accade spesso nelle date epocali. L'imperatore di
Roma (da tempo ribattezzato imperatore d'Occidente) contava ormai
ben poco. La massima autorità dell'Urbe era già da parecchio tempo
il vescovo, che aveva assunto il titolo di papa. I barbari
scorrazzavano per l'Italia, facendola da padroni. E persino ai
vertici dell'Impero era già sancita, in qualche modo, la sudditanza
ai nuovi sovrani. L'ultimo, Romolo Augustolo (con quel nome che
sembrava un nomignolo, destinato a simboleggiare la degenerazione
del potere), era figlio di un romano della Pannonia, Oreste,
segretario di Attila, re degli Unni. Fu proprio il padre, Oreste, a
cacciare da Ravenna (che, nel frattempo, era diventata la capitale
dell'Impero d'Occidente) e a proclamare imperatore il figlio, che
aveva appena sedici anni. Un anno più tardi - il 4 settembre
dell'anno 476 - un altro generale che era stato seguace di Attila,
Odoacre, re degli Sciri, dei Rugi e dei Turcilingi, dopo aver
ucciso Oreste, depose Romolo Augustolo. In ragione della sua
giovane età, gli risparmiò la vita. Romolo fu portato prigioniero a
Napoli e incarcerato nel Castel dell'Ovo. Odoacre si dichiarò
governatore dell'Italia su mandato dell'imperatore d'Oriente,
Zenone, al quale furono inviate - a Costantinopoli - le insegne
imperiali. Erano passati cinquecento anni dalla fondazione
dell'Impero, e millecinquecento dalla fondazione di Roma. Il primo
re era stato Romolo, il primo imperatore Augusto; l'ultimo
imperatore fu Romolo Augustolo.
Uno storico autorevole, Michael
Grant, ha scritto che la rimozione dell'ultimo imperatore «sta a
significare che l'ultima grande regione dell'Occidente con il suo
territorio metropolitano era diventata, per il bene o per il male,
semplicemente un altro regno germanico». Il più insigne fra gli
storici che hanno studiato quel periodo, Edward Gibbon, commenta
così quell'evento epocale: «Odoacre fu il primo barbaro che
regnasse in Italia su un popolo che aveva una volta affermato la
sua giusta superiorità sul resto degli uomini. La disgrazia dei
Romani eccita sempre la nostra rispettosa compassione, e con
affettuosa simpatia partecipiamo al dolore e all'indignazione che
immaginiamo abbiano provato i loro degeneri posteri; ma le calamità
d'Italia avevano a poco a poco sopraffatto l'orgoglioso sentimento
della libertà e della gloria».
Non era più - si potrebbe dire con
un linguaggio corrente - la Roma di una volta. Erano rimasti, a
testimoniare un passato radioso, molti edifici e monumenti (gran
parte dei quali in stato di abbandono, oltretutto). Ma lo spirito
di un tempo non esisteva più. In Italia si era tornati a parlare
greco: una lingua che permetteva più facilmente di intendersi con i
barbari. La cultura era un retaggio del passato; le arti erano
tramontate, e persino la potenza militare si era liquefatta. Da un
paio di secoli ormai la ricchezza aveva infiacchito i cittadini
dell'Urbe: gli eserciti imperiali erano composti da uomini delle
province, anche le più lontane. Il primato di Roma si era
eclissato.
Certi sintomi di decadenza erano
sopraggiunti fin dall'inizio del I secolo. All'epoca di Tiberio, il
secondo imperatore romano, l'agricoltura in Italia - come racconta
esplicitamente Tacito negli Annali - non era più in grado di
soddisfare i fabbisogni alimentari della Penisola. Fin quando la
potenza militare permise di sottomettere altri popoli, non fu
difficile per gli italiani importare il grano e gli altri prodotti
della terra; poi - mano a mano che le lotte intestine indebolirono
gli eserciti - vi fu un naturale processo di emigrazione verso le
colonie. Nel V secolo, Sant'Ambrogio denunciò la rovina delle
regioni italiane, ormai quasi completamente spopolate. A Roma
c'erano ancora duecentomila abitanti, ma i romani autentici (quelli
- si direbbe oggi - di sette generazioni) erano pochissime
migliaia. E l'Italia stava di gran lunga peggio: la popolazione
complessiva era ridotta a meno di cinque milioni di persone.
Gibbon offre questo quadro: «Al
tempo del valore romano, le province furono soggette alle armi
della Repubblica e i cittadini alle sue leggi, finché queste non
furono distrutte dalla discordia civile, e le città e le province
divennero patrimonio di un tiranno. La forma della costituzione,
che alleviava, o mascherava la loro abietta schiavitù, fu abolita
dal tempo e dalla violenza. Gli italiani si lagnavano volta a volta
della presenza e dell'assenza dei sovrani, che essi detestavano o
disprezzavano, e furono soggetti per cinque secoli ai vari mali
della licenza militare, del capriccioso dispotismo e di
un'elaborata oppressione. Frattanto i barbari erano usciti
dall'oscurità e dal disprezzo, e i guerrieri della Germania e della
Scizia furono portati nelle province come servi, come alleati e
alla fine come padroni dei Romani, che essi insultavano o
proteggevano. L'odio del popolo fu sopraffatto dalla paura. Esso
rispettò il coraggio e lo splendore di quei capi marziali, che
erano insigniti degli onori dell'Impero, e il destino di Roma
dipese per lungo tempo dalla spada di quei formidabili
stranieri».
Quella di Gibbon è
un'interpretazione che risente dell'ideologia illuministica. Ma non
è molto lontana dalla realtà. L'Impero Romano fu il più grande
regno multietnico nell'intera storia dell'umanità. Ma - all'interno
di esso - il primato dei Romani fu presto soltanto formale. Intere
dinastie di imperatori giunsero dalle lontane province dell'Impero.
L'autorità della capitale dipendeva quasi unicamente dalla memoria
della potenza acquisita durante la Repubblica: prima (nel 200
avanti Cristo) con la vittoria sui Cartaginesi, che garantì a Roma
il dominio del Mediterraneo; e poi - nel I secolo avanti Cristo -
con le campagne militari di Giulio Cesare che assicurarono a Roma
il dominio del Continente. Il successore di Giulio Cesare,
Ottaviano (il primo ad assumere il titolo di Augusto e quello di
imperatore), ebbe il merito di rafforzare la centralità dello Stato
e di costituire il primo Regno Italico, con confini molto simili a
quelli riscoperti nel Risorgimento e disegnati come ideali per una
patria unita.

Qualche storico ha cercato di
sostenere che uno dei motivi della disgregazione dell'impero fu
anche nel progressivo affermarsi della religione cristiana, che
minava alle fondamenta la cultura pagana con la quale entrò subito
in rotta di collisione. È una tesi molto superficiale. Con l'editto
di Costantino, che impose come religione di Stato il cristianesimo,
dopo tre secoli di persecuzioni e di martirio, non soltanto Roma e
l'Italia, ma l'Europa intera ritrovarono un cemento di unione. Che
fu poi ufficializzato qualche secolo più tardi con l'incoronazione
di Carlo Magno (da parte del papa) a imperatore del Sacro Romano
Impero. Le radici culturali dell'Europa furono gettate, più di
duemila anni fa, dai Greci (prima) e dai Romani (poi): ma la pianta
unitaria divenne rigogliosa - sia pure fra mille difficoltà, molti
contrasti, qualche scisma - nel riconoscimento del primato
spirituale del pontefice romano, e - più in generale - nella
matrice cristiana da tutti accettata. I barbari che invasero
l'Italia e l'Europa si convertirono al cristianesimo. E soltanto le
invasioni arabe (dal IX secolo in poi) turbarono la pax religiosa
raggiunta in quei secoli bui.
Per scavare più a fondo nelle cause
della decadenza e della caduta dell'Impero, vale la pena di
sfogliare le testimonianze degli scrittori del tempo. Ce ne sono
due, che forniscono interpretazioni opposte. E dal loro confronto
si può ricavare, forse, un briciolo in più di verità. Il primo è
Simmaco, un aristocratico pagano del IV secolo, che ricoprì
importanti incarichi istituzionali, del quale ci sono pervenute 900
lettere che offrono un quadro abbastanza esauriente della vita
sociale del tempo. Il secondo è Salviano, nativo di Marsiglia,
vescovo di Lione nel V secolo, autore di un'opera (De gubernatione
Dei, Sul governo di Dio) che denuncia la corruzione della società
del tempo.
Simmaco descrive una città che - pur
avendo perso ormai il primato politico - era ancora la capitale
intellettuale dell'Occidente, dove chiunque volesse parlare al
mondo civile era costretto a recarsi, per impararne la lingua e i
costumi. I palazzi erano carichi di libri e di oggetti d'arte. Le
tavole erano imbandite (nelle case dei ricchi, beninteso) con
pietanze sontuose e raffinatissime. Simmaco sostiene che quella non
era una società chiusa. Accoglieva tutti coloro, indigeni e
forestieri, che ne avessero le qualità, imponendo però le proprie
regole.
Nella sua Storia di Roma, Indro
Montanelli riassume così la fotografia di Simmaco: «Le ambizioni
sono più intellettuali che politiche. Tuttavia la dedizione al bene
pubblico è ancora grande. Questa classe dirigente, lungi dal trarre
profitti dalle sue cariche amministrative e diplomatiche (di quelle
militari ha perso perfino il ricordo), se le mantiene finanziando
di tasca propria circhi e teatri. È un ceto signorile, di altissima
civiltà, che non ruba più perché i suoi avi hanno già rubato
abbastanza, e alla cui porta tutti i forestieri, barbari o meno,
fanno ressa per esservi accolti».
Salviano - che scrisse il De
gubernatione Dei qualche decina di anni più tardi, e con uno
spirito completamente diverso - la racconta in tutt'altro modo. Il
suo giudizio sul crollo somiglia molto al racconto del naufragio
del Titanic: «Il popolo romano muore e ride». La sua opinione è che
la corruzione e l'immoralità fossero i virus che distrussero
l'organismo di una grande civiltà, sconfitta dalle orde barbariche,
che erano rozze, ma coese dallo spirito di sacrificio e da un
sentimento di solidarietà e di fratellanza, e dalla legge
dell'onore.
Un terzo cronista del tempo -
Ammiano Marcellino (che giunse a Roma da Antiochia alla fine del IV
secolo) - descrisse la città come piacevole e corrotta:
raffinatezza e crudeltà, intelligenza e cinismo, lusso e miseria,
rispetto delle tradizioni e anarchia coesistevano in un impasto che
poteva risultare attraente per i viaggiatori che vi giungevano, ma
poteva anche essere scomodo per chi vi abitava da sempre.
Questa terza testimonianza può
aiutare a comprendere quale fosse la reale situazione: Roma era
splendida e piacevolissima per pochi privilegiati, miserabile per i
tanti condannati alla mera sopravvivenza. In tutte le società in
declino tende fatalmente ad allargarsi la forbice fra le condizioni
di vita dei ricchi e quelle dei poveri: le distanze sociali
aumentano, e i vincoli di solidarietà si allentano. Montanelli
racconta così quel che accadde negli ultimi decenni dell'Impero:
«Nei salotti della ricca Roma, tutta pagana, si parlava di Cicerone
e di Catullo, si citava Aristotele, si corbellavano i generali
barbari, le loro rozze maniere, i loro errori di pronuncia e di
ortografia. Nei "bassi " della povera Roma cristiana ci si
arrangiava come si poteva, e si era troppo impegnati a metter
d'accordo il desinare con la cena per potersi preoccupare
dell'Impero, dello Stato, del Passato e del Futuro. Che un
lanzichenecco tedesco cresciuto alla corte di Attila, come Odoacre,
avesse rispedito le aquile e i fasci a Costantinopoli e stesse
governando l'Italia come un re indipendente, non interessava più a
nessuno».

Durò un secolo e mezzo l'agonia di
quella che era stata la più importante città del mondo. Alla fine
del III secolo un imperatore di origine illirica, Diocleziano,
aveva ridato lustro all'Impero, per lungo tempo straziato dalle
lotte fra i pretendenti al trono, in un clima torbido di congiure e
di assassini. Ma - rendendosi conto di quanto fosse arduo tenere
sotto controllo un territorio tanto vasto (abbracciava tutta
l'Europa, le coste settentrionali dell'Africa, l'attuale Turchia, e
le terre costiere del Medio Oriente) - aveva deciso di spartire il
potere fra due imperatori, e associò alla corona Massimiano.
Nell'anno 330 Costantino il Grande
(l'imperatore che diciassette anni prima aveva chiuso l'era pagana
con un editto che legittimava il cristianesimo come religione
dell'Impero Romano) inaugurò la nuova capitale dell'Impero, a molte
migliaia di chilometri dalla Città Eterna, sulle sponde del
Bosforo. Per edificare Costantinopoli (che sarebbe poi divenuta
Bisanzio, e sarebbe stata il centro di una nuova grande civiltà -
quella bizantina - alla quale Giustiniano dettò le regole
costituzionali e legislative) migliaia di persone lavorarono per
sei anni filati. Gli edifici erano magnifici, arricchiti da
migliaia di opere d'arte requisite in Grecia e a Roma. Su un colle
era stato eretto il Foro, circondato da una corona di portici e
delimitato da due archi trionfali. Al centro vi era una grandiosa
fontana e una statua di Apollo proveniente da Atene. C'era un
ippodromo (quello nel quale due secoli più tardi Giustiniano
conobbe Teodora), terme lussuose, acquedotti e templi. Da allora
Roma non fu più - neppure formalmente - l'ombelico del mondo.
Alla morte di Costantino si accesero
nuove, violentissime dispute fra i suoi eredi, che culminarono in
stragi di palazzo e vere e proprie guerre. Ma l'anno funesto fu il
378, quando - ad Adrianopoli, in Tracia - l'esercito romano fu
sbaragliato dai Visigoti, dagli Ostrogoti e dagli Alani. «I
pagani», spiega uno storico di oggi, Sergio Roda, «imputarono la
sconfitta all'abbandono del culto degli dei, i cristiani se la
presero con la fede eretica dell'imperatore Valente, ma tutti
dovettero, almeno inconsciamente, percepire che il trionfo dei Goti
poteva rappresentare il segnale della fine dell'Impero». Gli ultimi
decenni furono terribili, anche sul piano militare. Nel 410 la
città di Roma subì il primo saccheggio, da parte di Alarico; poi fu
la volta dei Vandali di Genserico che misero a ferro e fuoco la
città nel 455. Gli imperatori subirono l'influenza (e le
prepotenze) dei sovrani barbari, divenendo «strumenti di un nuovo
potere prevaricante che li manovrò a proprio piacimento».
Un poeta di Narbona, Rutilio
Namaziano, dedicò (nel De reditu, considerato l'ultimo capolavoro
letterario della latinità classica) questo addio all'Urbe:
«Ascolta, regina bellissima di un mondo che hai fatto tuo, / o
Roma, accolta negli stellati cieli, ascolta, madre di uomini e di
dei. / Non lontani dal cielo siamo noi quando ci troviamo nei tuoi
templi. / Tu spargi i tuoi doni uguali ai raggi del sole / per
ovunque in cerchio fluttua l'oceano. / Facesti una patria sola di
genti diverse, / giovò a chi era senza leggi diventar tuo
tributario / poiché tu trasformavi gli uomini in cittadini / e una
città facesti di ciò che prima non era che un
globo». |