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I giorni che hanno cambiato la storia - 6 - La caduta dell'impero romano

Il 4 settembre dell'anno 476 fu deposto da un barbaro, Odoacre, l'ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo. Era la fine di una storia gloriosa che aveva avuto inizio cinque secoli prima, con Ottaviano Augusto. In quel mezzo millennio Roma era diventata la capitale del mondo, costruendo il più grande Stato multietnico di tutti i tempi. La vastità dei territori conquistati, e la corruzione dilagante, furono le cause del suo declino e della sua fine. Roma non fu conquistata: non fu vittima di un assassinio, ma di un suicidio

La caduta dell'Impero Romano

Image L'atto conclusivo di una storia lunga cinquecento anni è contenuto in una lettera che i senatori romani inviarono all'imperatore d'Oriente, Zenone, all'indomani della deposizione dell'ultimo titolare dell'Impero d'Occidente, Romolo Augustolo. In quel documento, i senatori negarono in modo solenne «la necessità, o anche il desiderio, di continuare la successione imperiale in Italia, essendo, secondo il loro giudizio, la maestà di un solo monarca sufficiente a tenere e difendere contemporaneamente l'Oriente e l'Occidente. In nome loro e del popolo acconsentono che sia trasferita da Roma a Costantinopoli la sede dell'Impero universale, abdicando vilmente il diritto di eleggere il loro sovrano, unico vestigio che restava di quell'autorità, che aveva dato leggi al mondo. Dicono che la Repubblica (essi ripetono questo nome senza rossore) può sicuramente confidare nelle virtù civili e militari di Odoacre, e fanno umile istanza all'imperatore di investirlo del titolo di patrizio e dell'amministrazione della diocesi d'Italia». Un testo di un'umiltà eccessiva, tale da apparire estorto, più che scritto in piena libertà. La verità è che l'autorità imperiale si era dissolta, in un processo di progressiva autodistruzione. Romolo Augustolo fu la vittima (sostanzialmente senza colpe) di un crollo ormai ineluttabile, e tante volte procrastinato, che - scrisse nel XVIII secolo Edward Gibbon, autore della Storia della decadenza e caduta dell'Impero Romano - «sarà sempre ricordato, ed è tuttora sentito dalle nazioni della Terra».

4 settembre 476

Statua di Augusto da Prima Porta

Per i contemporanei fu un giorno qualunque, come accade spesso nelle date epocali. L'imperatore di Roma (da tempo ribattezzato imperatore d'Occidente) contava ormai ben poco. La massima autorità dell'Urbe era già da parecchio tempo il vescovo, che aveva assunto il titolo di papa. I barbari scorrazzavano per l'Italia, facendola da padroni. E persino ai vertici dell'Impero era già sancita, in qualche modo, la sudditanza ai nuovi sovrani. L'ultimo, Romolo Augustolo (con quel nome che sembrava un nomignolo, destinato a simboleggiare la degenerazione del potere), era figlio di un romano della Pannonia, Oreste, segretario di Attila, re degli Unni. Fu proprio il padre, Oreste, a cacciare da Ravenna (che, nel frattempo, era diventata la capitale dell'Impero d'Occidente) e a proclamare imperatore il figlio, che aveva appena sedici anni. Un anno più tardi - il 4 settembre dell'anno 476 - un altro generale che era stato seguace di Attila, Odoacre, re degli Sciri, dei Rugi e dei Turcilingi, dopo aver ucciso Oreste, depose Romolo Augustolo. In ragione della sua giovane età, gli risparmiò la vita. Romolo fu portato prigioniero a Napoli e incarcerato nel Castel dell'Ovo. Odoacre si dichiarò governatore dell'Italia su mandato dell'imperatore d'Oriente, Zenone, al quale furono inviate - a Costantinopoli - le insegne imperiali. Erano passati cinquecento anni dalla fondazione dell'Impero, e millecinquecento dalla fondazione di Roma. Il primo re era stato Romolo, il primo imperatore Augusto; l'ultimo imperatore fu Romolo Augustolo.

Uno storico autorevole, Michael Grant, ha scritto che la rimozione dell'ultimo imperatore «sta a significare che l'ultima grande regione dell'Occidente con il suo territorio metropolitano era diventata, per il bene o per il male, semplicemente un altro regno germanico». Il più insigne fra gli storici che hanno studiato quel periodo, Edward Gibbon, commenta così quell'evento epocale: «Odoacre fu il primo barbaro che regnasse in Italia su un popolo che aveva una volta affermato la sua giusta superiorità sul resto degli uomini. La disgrazia dei Romani eccita sempre la nostra rispettosa compassione, e con affettuosa simpatia partecipiamo al dolore e all'indignazione che immaginiamo abbiano provato i loro degeneri posteri; ma le calamità d'Italia avevano a poco a poco sopraffatto l'orgoglioso sentimento della libertà e della gloria».

Non era più - si potrebbe dire con un linguaggio corrente - la Roma di una volta. Erano rimasti, a testimoniare un passato radioso, molti edifici e monumenti (gran parte dei quali in stato di abbandono, oltretutto). Ma lo spirito di un tempo non esisteva più. In Italia si era tornati a parlare greco: una lingua che permetteva più facilmente di intendersi con i barbari. La cultura era un retaggio del passato; le arti erano tramontate, e persino la potenza militare si era liquefatta. Da un paio di secoli ormai la ricchezza aveva infiacchito i cittadini dell'Urbe: gli eserciti imperiali erano composti da uomini delle province, anche le più lontane. Il primato di Roma si era eclissato.

Certi sintomi di decadenza erano sopraggiunti fin dall'inizio del I secolo. All'epoca di Tiberio, il secondo imperatore romano, l'agricoltura in Italia - come racconta esplicitamente Tacito negli Annali - non era più in grado di soddisfare i fabbisogni alimentari della Penisola. Fin quando la potenza militare permise di sottomettere altri popoli, non fu difficile per gli italiani importare il grano e gli altri prodotti della terra; poi - mano a mano che le lotte intestine indebolirono gli eserciti - vi fu un naturale processo di emigrazione verso le colonie. Nel V secolo, Sant'Ambrogio denunciò la rovina delle regioni italiane, ormai quasi completamente spopolate. A Roma c'erano ancora duecentomila abitanti, ma i romani autentici (quelli - si direbbe oggi - di sette generazioni) erano pochissime migliaia. E l'Italia stava di gran lunga peggio: la popolazione complessiva era ridotta a meno di cinque milioni di persone.

Gibbon offre questo quadro: «Al tempo del valore romano, le province furono soggette alle armi della Repubblica e i cittadini alle sue leggi, finché queste non furono distrutte dalla discordia civile, e le città e le province divennero patrimonio di un tiranno. La forma della costituzione, che alleviava, o mascherava la loro abietta schiavitù, fu abolita dal tempo e dalla violenza. Gli italiani si lagnavano volta a volta della presenza e dell'assenza dei sovrani, che essi detestavano o disprezzavano, e furono soggetti per cinque secoli ai vari mali della licenza militare, del capriccioso dispotismo e di un'elaborata oppressione. Frattanto i barbari erano usciti dall'oscurità e dal disprezzo, e i guerrieri della Germania e della Scizia furono portati nelle province come servi, come alleati e alla fine come padroni dei Romani, che essi insultavano o proteggevano. L'odio del popolo fu sopraffatto dalla paura. Esso rispettò il coraggio e lo splendore di quei capi marziali, che erano insigniti degli onori dell'Impero, e il destino di Roma dipese per lungo tempo dalla spada di quei formidabili stranieri».

Quella di Gibbon è un'interpretazione che risente dell'ideologia illuministica. Ma non è molto lontana dalla realtà. L'Impero Romano fu il più grande regno multietnico nell'intera storia dell'umanità. Ma - all'interno di esso - il primato dei Romani fu presto soltanto formale. Intere dinastie di imperatori giunsero dalle lontane province dell'Impero. L'autorità della capitale dipendeva quasi unicamente dalla memoria della potenza acquisita durante la Repubblica: prima (nel 200 avanti Cristo) con la vittoria sui Cartaginesi, che garantì a Roma il dominio del Mediterraneo; e poi - nel I secolo avanti Cristo - con le campagne militari di Giulio Cesare che assicurarono a Roma il dominio del Continente. Il successore di Giulio Cesare, Ottaviano (il primo ad assumere il titolo di Augusto e quello di imperatore), ebbe il merito di rafforzare la centralità dello Stato e di costituire il primo Regno Italico, con confini molto simili a quelli riscoperti nel Risorgimento e disegnati come ideali per una patria unita.

Busto di Ottaviano

Qualche storico ha cercato di sostenere che uno dei motivi della disgregazione dell'impero fu anche nel progressivo affermarsi della religione cristiana, che minava alle fondamenta la cultura pagana con la quale entrò subito in rotta di collisione. È una tesi molto superficiale. Con l'editto di Costantino, che impose come religione di Stato il cristianesimo, dopo tre secoli di persecuzioni e di martirio, non soltanto Roma e l'Italia, ma l'Europa intera ritrovarono un cemento di unione. Che fu poi ufficializzato qualche secolo più tardi con l'incoronazione di Carlo Magno (da parte del papa) a imperatore del Sacro Romano Impero. Le radici culturali dell'Europa furono gettate, più di duemila anni fa, dai Greci (prima) e dai Romani (poi): ma la pianta unitaria divenne rigogliosa - sia pure fra mille difficoltà, molti contrasti, qualche scisma - nel riconoscimento del primato spirituale del pontefice romano, e - più in generale - nella matrice cristiana da tutti accettata. I barbari che invasero l'Italia e l'Europa si convertirono al cristianesimo. E soltanto le invasioni arabe (dal IX secolo in poi) turbarono la pax religiosa raggiunta in quei secoli bui.

Per scavare più a fondo nelle cause della decadenza e della caduta dell'Impero, vale la pena di sfogliare le testimonianze degli scrittori del tempo. Ce ne sono due, che forniscono interpretazioni opposte. E dal loro confronto si può ricavare, forse, un briciolo in più di verità. Il primo è Simmaco, un aristocratico pagano del IV secolo, che ricoprì importanti incarichi istituzionali, del quale ci sono pervenute 900 lettere che offrono un quadro abbastanza esauriente della vita sociale del tempo. Il secondo è Salviano, nativo di Marsiglia, vescovo di Lione nel V secolo, autore di un'opera (De gubernatione Dei, Sul governo di Dio) che denuncia la corruzione della società del tempo.

Simmaco descrive una città che - pur avendo perso ormai il primato politico - era ancora la capitale intellettuale dell'Occidente, dove chiunque volesse parlare al mondo civile era costretto a recarsi, per impararne la lingua e i costumi. I palazzi erano carichi di libri e di oggetti d'arte. Le tavole erano imbandite (nelle case dei ricchi, beninteso) con pietanze sontuose e raffinatissime. Simmaco sostiene che quella non era una società chiusa. Accoglieva tutti coloro, indigeni e forestieri, che ne avessero le qualità, imponendo però le proprie regole.

Nella sua Storia di Roma, Indro Montanelli riassume così la fotografia di Simmaco: «Le ambizioni sono più intellettuali che politiche. Tuttavia la dedizione al bene pubblico è ancora grande. Questa classe dirigente, lungi dal trarre profitti dalle sue cariche amministrative e diplomatiche (di quelle militari ha perso perfino il ricordo), se le mantiene finanziando di tasca propria circhi e teatri. È un ceto signorile, di altissima civiltà, che non ruba più perché i suoi avi hanno già rubato abbastanza, e alla cui porta tutti i forestieri, barbari o meno, fanno ressa per esservi accolti».

Salviano - che scrisse il De gubernatione Dei qualche decina di anni più tardi, e con uno spirito completamente diverso - la racconta in tutt'altro modo. Il suo giudizio sul crollo somiglia molto al racconto del naufragio del Titanic: «Il popolo romano muore e ride». La sua opinione è che la corruzione e l'immoralità fossero i virus che distrussero l'organismo di una grande civiltà, sconfitta dalle orde barbariche, che erano rozze, ma coese dallo spirito di sacrificio e da un sentimento di solidarietà e di fratellanza, e dalla legge dell'onore.

Un terzo cronista del tempo - Ammiano Marcellino (che giunse a Roma da Antiochia alla fine del IV secolo) - descrisse la città come piacevole e corrotta: raffinatezza e crudeltà, intelligenza e cinismo, lusso e miseria, rispetto delle tradizioni e anarchia coesistevano in un impasto che poteva risultare attraente per i viaggiatori che vi giungevano, ma poteva anche essere scomodo per chi vi abitava da sempre.

Questa terza testimonianza può aiutare a comprendere quale fosse la reale situazione: Roma era splendida e piacevolissima per pochi privilegiati, miserabile per i tanti condannati alla mera sopravvivenza. In tutte le società in declino tende fatalmente ad allargarsi la forbice fra le condizioni di vita dei ricchi e quelle dei poveri: le distanze sociali aumentano, e i vincoli di solidarietà si allentano. Montanelli racconta così quel che accadde negli ultimi decenni dell'Impero: «Nei salotti della ricca Roma, tutta pagana, si parlava di Cicerone e di Catullo, si citava Aristotele, si corbellavano i generali barbari, le loro rozze maniere, i loro errori di pronuncia e di ortografia. Nei "bassi " della povera Roma cristiana ci si arrangiava come si poteva, e si era troppo impegnati a metter d'accordo il desinare con la cena per potersi preoccupare dell'Impero, dello Stato, del Passato e del Futuro. Che un lanzichenecco tedesco cresciuto alla corte di Attila, come Odoacre, avesse rispedito le aquile e i fasci a Costantinopoli e stesse governando l'Italia come un re indipendente, non interessava più a nessuno».

Busto di Adriano

Durò un secolo e mezzo l'agonia di quella che era stata la più importante città del mondo. Alla fine del III secolo un imperatore di origine illirica, Diocleziano, aveva ridato lustro all'Impero, per lungo tempo straziato dalle lotte fra i pretendenti al trono, in un clima torbido di congiure e di assassini. Ma - rendendosi conto di quanto fosse arduo tenere sotto controllo un territorio tanto vasto (abbracciava tutta l'Europa, le coste settentrionali dell'Africa, l'attuale Turchia, e le terre costiere del Medio Oriente) - aveva deciso di spartire il potere fra due imperatori, e associò alla corona Massimiano.

Nell'anno 330 Costantino il Grande (l'imperatore che diciassette anni prima aveva chiuso l'era pagana con un editto che legittimava il cristianesimo come religione dell'Impero Romano) inaugurò la nuova capitale dell'Impero, a molte migliaia di chilometri dalla Città Eterna, sulle sponde del Bosforo. Per edificare Costantinopoli (che sarebbe poi divenuta Bisanzio, e sarebbe stata il centro di una nuova grande civiltà - quella bizantina - alla quale Giustiniano dettò le regole costituzionali e legislative) migliaia di persone lavorarono per sei anni filati. Gli edifici erano magnifici, arricchiti da migliaia di opere d'arte requisite in Grecia e a Roma. Su un colle era stato eretto il Foro, circondato da una corona di portici e delimitato da due archi trionfali. Al centro vi era una grandiosa fontana e una statua di Apollo proveniente da Atene. C'era un ippodromo (quello nel quale due secoli più tardi Giustiniano conobbe Teodora), terme lussuose, acquedotti e templi. Da allora Roma non fu più - neppure formalmente - l'ombelico del mondo.

Alla morte di Costantino si accesero nuove, violentissime dispute fra i suoi eredi, che culminarono in stragi di palazzo e vere e proprie guerre. Ma l'anno funesto fu il 378, quando - ad Adrianopoli, in Tracia - l'esercito romano fu sbaragliato dai Visigoti, dagli Ostrogoti e dagli Alani. «I pagani», spiega uno storico di oggi, Sergio Roda, «imputarono la sconfitta all'abbandono del culto degli dei, i cristiani se la presero con la fede eretica dell'imperatore Valente, ma tutti dovettero, almeno inconsciamente, percepire che il trionfo dei Goti poteva rappresentare il segnale della fine dell'Impero». Gli ultimi decenni furono terribili, anche sul piano militare. Nel 410 la città di Roma subì il primo saccheggio, da parte di Alarico; poi fu la volta dei Vandali di Genserico che misero a ferro e fuoco la città nel 455. Gli imperatori subirono l'influenza (e le prepotenze) dei sovrani barbari, divenendo «strumenti di un nuovo potere prevaricante che li manovrò a proprio piacimento».

Un poeta di Narbona, Rutilio Namaziano, dedicò (nel De reditu, considerato l'ultimo capolavoro letterario della latinità classica) questo addio all'Urbe: «Ascolta, regina bellissima di un mondo che hai fatto tuo, / o Roma, accolta negli stellati cieli, ascolta, madre di uomini e di dei. / Non lontani dal cielo siamo noi quando ci troviamo nei tuoi templi. / Tu spargi i tuoi doni uguali ai raggi del sole / per ovunque in cerchio fluttua l'oceano. / Facesti una patria sola di genti diverse, / giovò a chi era senza leggi diventar tuo tributario / poiché tu trasformavi gli uomini in cittadini / e una città facesti di ciò che prima non era che un globo».

Benedetto Testa