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Era dai tempi di Trafalgar, cento anni prima, che la
storia militare navale non ricordava una disfatta delle dimensioni
di quella subita dalla Marina zarista, contrapposta alla Flotta
nipponica. L'esito dello scontro decretò la rovina della potenza
navale russa, mentre quella giapponese assunse un ruolo
predominante sulla scena internazionale.
Tsushima va inserita nell'ambito del conflitto russo-giapponese,
iniziato l'8 febbraio 1904 con l'attacco nipponico alla base navale
di Port Arthur. Le ragioni dello scontro furono determinate dalla
politica espansionistica verso il Pacifico da parte della Russia,
nonché dal mancato riconoscimento del Trattato di Shimonoseki, che
aveva consegnato al Giappone nuovi territori e importanti diritti a
seguito della guerra cino-giapponese del 1894-1895, combattuta in
Corea. L'umiliazione nipponica fu generata dall'obbligo di dovere
restituire alla Cina Port Arthur, ottenuta poi "in affitto" dai
russi, a seguito dello smembramento del territorio cinese da parte
delle potenze occidentali. L'8 febbraio 1904 la flotta orientale
attaccò dunque quella russa alla fonda presso Port Arthur,
operazione lanciata prima della formale dichiarazione di guerra. Le
sorti del conflitto, durante i mesi successivi, andarono
decisamente a favore del Giappone; una forte pressione
dell'opinione pubblica indusse lo zar ad inviare in aiuto alla
flotta del Pacifico gran parte della flotta del Baltico. Il comando
della spedizione fu affidato al viceammiraglio Zinovij Petrovic
Rozestvenskij.
Da subito agli osservatori più attenti l'impresa apparve
disperata. Si richiedeva alla squadra di percorrere 19.000 miglia
nautiche in brevissimo tempo, per rompere l'accerchiamento di una
base navale situata all'altro capo del mondo. La decisione di
inviare le navi venne presa il 14 aprile, ma la partenza ci fu
alcuni mesi dopo, dovendo i russi fare fronte a svariati problemi
organizzativi.
Il 14 ottobre 1904 la flotta russa salpò da Libava, salutata da
una popolazione in festa. Divisasi in tre formazioni, la squadra
ammiraglia si produsse nella circumnavigazione del continente
africano, mentre le altre due passarono per Suez. Un primo
ricongiungimento avvenne in Madagascar il 16 marzo 1905, quello
definitivo il 9 maggio a Cam Ranh, in Vietnam.
Proprio durante la navigazione giunse la notizia della caduta di
Port Arthur (2 gennaio 1905), rendendo in sé la missione inutile.
Si decise inopinatamente di proseguire, facendo rotta su
Vladivostok: oramai l'unica base navale russa nel Pacifico. La
Marina imperiale giapponese era in vantaggio in tutti i settori:
tecnico, tattico, morale. Gli equipaggi erano preparati
perfettamente: gli ufficiali avevano fatto il loro tirocinio in
Inghilterra o in America. Al loro comando c'era l'ammiraglio
Heinachiro Togo, il risultato dell'incontro della tradizione della
casta guerriera nipponica con la tecnologia militare
occidentale.
Se è vero che sulle navi russe si verificarono ammutinamenti e
suicidi nell'interminabile traversata, durante lo scontro decisivo
i marinai si batterono con coraggio. Sulla carta l'armata russa era
superiore: poteva vantare 37 unità, 8 corazzate (4 delle quali di
recente fabbricazione), 3 incrociatori corazzati, 6 incrociatori
leggeri, 12 cacciatorpediniere, 5 navi ausiliarie e 3 monitori
costieri: in totale 206.000 tonnellate. I giapponesi schieravano
una flotta già rodata da un anno di attività bellica, moderna come
costruzione e composta da 142 unità, anche se, di fatto, incisero
durante la battaglia le 4 corazzate, gli 11 incrociatori corazzati,
i 12 incrociatori leggeri e i 20 cacciatorpediniere.
Teoricamente la superiorità in potenza di fuoco volgeva a favore
degli occidentali, in quanto potevano fare affidamento su 41 pezzi
da 305 e 254 mm ed 8 da 203 mm, contro i 17 da 305 e i 30 da
203-230 mm nipponici; tuttavia il Giappone era in grado di
schierare batterie più moderne e dotate di un munizionamento più
efficace, e dunque di garantire, su 100 colpi sparati, una
percentuale di riuscita pari al 3,2%, rispetto all'1,5% dei russi.
Non solo: le navi nipponiche erano più veloci rispetto a quelle
russe, già provate, oltretutto, dalla lunga navigazione, che aveva
usurato scafi ed apparati motori.
I giapponesi avevano il morale alle stelle, erano pronti ad
accogliere un nemico esausto nei propri mari; alla vigilia dello
scontro l'ammiraglio Togo aveva diramato un ordine del giorno che
si concludeva con le seguenti parole: "Il Giappone si aspetta che
ciascuno faccia il suo dovere". Le stesse che aveva pronunciato
Nelson a Trafalgar.
All'alba del 27 maggio il mercantile armato giapponese Sinano
Maru avvistò il nemico radiotelegrafandone la posizione: era la
prima volta che la radio faceva la propria comparsa in uno scontro
navale. La squadra di Rozestvenskij proseguiva la corsa per
Vladivostok, senza mantenere uno schermo di incrociatori e navi
leggere con funzione esplorante. I Giapponesi ottennero tutto il
vantaggio della sorpresa.
Alle 06.00 l'incrociatore russo Ural ebbe il primo contatto con
gli incrociatori nemici. La battaglia vera e propria - ossia lo
scontro tra le corazzate - ebbe inizio alle ore 14.00.
L'ammiraglia Suvorov aprì il fuoco per prima da una distanza di
7.000 metri; ma Togo, con 12 navi, 4 corazzate e 6 incrociatori,
decise di "tagliare il tratto della T", ossia di navigare in linea
di fila a 90° rispetto alla rotta russa, utilizzando, di
conseguenza, tutte le bocche da fuoco contro il nemico.
Rozestvenskij dispose un'accostata per mettere le proprie navi in
linea parallela rispetto a quelle giapponesi, ma la confusione e
l'imperizia fecero sbagliare la manovra. Allora la flotta dello zar
riprese la sua rotta verso nord. Da quel punto in poi iniziò il
massacro. Le corazzate russe furono sconvolte dai proiettili
nipponici, i cosiddetti "bauli", sotto la sferza dei colpi nemici.
Ma l'ordine di cambiare rotta non venne dato. Avanti verso nord,
verso Vladivostok: la squadra imboccò lo Stretto di Tsushima e
continuò la sua corsa ostinata. Il nemico era stato messo nella
condizione di operare il tiro al bersaglio.
Alle 15.10, colpita contemporaneamente da tre proiettili da 305,
la prima ad affondare fu la corazzata Osliablia. Alle 18.00 la
Alexandr III scomparve tra i flutti, mentre l'ammiraglia Suvorov
affondò intorno alle 19.00. Fu poi la volta della Borodinò che alle
19.30, dopo che un colpo da 305 aveva raggiunto la santa barbara,
saltò in aria: vi fu un solo superstite.
La forza navale russa era annientata, i giapponesi trionfavano
con merito. Avevano distrutto in poche ore un'intera squadra
navale, subendo la perdita di sole tre unità, nientemeno che
piccole torpediniere. Altre navi avevano avuto danni riparabili,
mentre le perdite umane ammontarono a 110 morti e 590 feriti.
Per le forze dello zar Nicola II era stata una sconfitta
tremenda. Delle 37 navi che avevano preso parte allo scontro, 22 si
erano inabissate, 6 erano andate a farsi internare in porti
neutrali ed altre 6, caso piuttosto insolito nella guerra navale,
si erano volontariamente consegnate in mano agli avversari.
Solamente 2 caccia ed 1 incrociatore raggiunsero Vladivostok.
Furono 4.800 i marinai e gli ufficiali che morirono, e ad essi
andavano aggiunti coloro che non ce l'avevano fatta a sopportare
gli stenti della traversata transoceanica.
In Giappone, alla notizia della vittoria, gli animi si
eccitarono all'inverosimile, ma i più accorti non dimenticavano che
il gigante russo possedeva pressoché inesauribili risorse umane e
materiali, mentre il loro Paese versava in gravi condizioni
economiche, a seguito della guerra. Usufruendo della mediazione del
presidente americano Theodore Roosevelt si arrivò alla firma del
trattato di Portsmouth del settembre 1905, con il quale si sanciva
che la Russia non avrebbe pagato i danni di guerra al Giappone, pur
riconoscendone alcune conquiste
territoriali. |