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In origine era il Tenente Sheridan: voce profonda, impermeabile
"d'ordinanza", sguardo acuto e penetrante. È il 1959, e con Giallo
Club. Invito al poliziesco, gli ospiti in sala assistono alla
proiezione di un minigiallo, del quale devono indovinare la
soluzione. Così, grazie al bravo Ubaldo Lay, impegnato ad
assicurare alla giustizia pericolosi criminali, per la prima volta
la fiction si tinge di giallo.
Ispirato a una produzione
d'oltreoceano, il poliziesco nostrano inizia a conquistare un
pubblico "in fasce", che, ancora orfano di telecomandi e parabole,
è disposto a passare sopra alla mancanza di azione,
all'approssimazione di trame e ambientazione: una San Francisco
decisamente improbabile, che poteva convincere solo chi di America
ne aveva vista poca. Perciò, nonostante le inevitabili sfasature,
Ezechiele Sheridan rimane in servizio fino agli anni Settanta,
traslocando nei vari sceneggiati che nel frattempo si fanno sempre
più moderni.
Il tenente americano non è l'unico
tutore dell'ordine a calcare le scene negli anni Sessanta; tra il
'64 e il '72 Gino Cervi veste i panni abbondanti del Commissario
Maigret. Sornione, l'immancabile pipa in bocca, un po' brusco ma
pronto a mostrare il suo lato più fragile al cospetto della sempre
presente ma discreta moglie, l'indimenticabile Andreina Pagnani. Un
costante successo di pubblico accompagna questo sceneggiato,
trasformandolo in un vero e proprio cult. Tanto da riproporre,
appena un anno fa, un remake con Sergio Castellitto.
Affine, per molti versi, all'amabile
Maigret, tra il 1969 e il 1971, fa la sua comparsa l'altrettanto
mitico Nero Wolfe. Uscito dalla penna di Rex Stout, ha il volto
paffuto di Tino Buazzelli, che riesce a rendere con grande maestria
la natura ironica e originale di questo detective. Grande amante
delle raffinate orchidee, grazie a un intuito geniale, Wolfe
risolve i casi più complicati, senza nulla concedere
all'azione.
Ma è soprattutto a partire dagli
anni Settanta che il genere poliziesco, attraversando le sfumature
del giallo, del thriller, della detective story, si afferma
pienamente, conquistando un posto al sole nelle strategie di
palinsesto di Mamma Rai. Chissà perché, non è rimasto troppo
nell'immaginario Francesco Bertolazzi Investigatore: eppure è un
grande attore come Ugo Tognazzi a indossare i panni di uno
strampalato investigatore privato, che, proprio come nell'attuale
Una famiglia in giallo, protagonista Giulio Scarpati, è "aiutato"
nelle indagini dai suoi familiari.
Altri due detective irrompono sulla
scena televisiva a metà anni Settanta. Il primo, Il Commissario De
Vincenti, interpretato da Paolo Stoppa, è una sorta di antieroe,
introverso e contemplativo, amante della cultura e della musica
classica; come altri detectives di casa nostra basa la soluzione
dei casi su un'attenta riflessione di tracce e indizi. L'altro è
Philo Vance, eroe della letteratura americana. Nel ruolo dell'abile
investigatore Giorgio Albertazzi è perfetto, capace di rendere con
grande maestria il carattere di un detective sofisticato e un po'
dandy.
Negli anni Ottanta molte
trasformazioni investono il medium televisivo: la concorrenza
privata, le innovazioni tecnologiche, la crescita dell'offerta
contribuiscono a creare platee sempre più competenti e
diversificate. Dal cambiamento non restano immuni stile,
linguaggio, metodi produttivi della fiction. In quella che Umberto
Eco definisce neotelevisione, la serialità si avvia a diventare la
formula vincente di un genere che conquista sempre di più.
Negli anni Novanta le fiction "in
divisa" cominciano a sedurre ampie fasce di pubblico. Per ogni
prodotto di successo si moltiplicano le puntate, i ritmi si fanno
incalzanti, le storie sempre più vicine all'attualità. Abbandonata
la velleità di copiare il police drama americano, registi e
sceneggiatori si accorgono che, per conquistare spettatori, bisogna
rafforzare, modernizzandolo, lo stile tipico dello sceneggiato
all'italiana. Smessi i panni "letterari", i protagonisti,
raffigurati nella loro natura di eroi "per caso", abitano in città
di provincia e sono ormai lontani anni luce dai colleghi made in
Usa. In ogni episodio i casi da risolvere s'intrecciano con la vita
privata, mentre i toni del giallo si fondono con l'ironia della
commedia.
Ma è solo nel 1996 che, con Il
Maresciallo Rocca, interpretato da un attore del calibro di Gigi
Proietti, inizia la stagione d'oro delle fiction "in divisa".
L'Arma dei Carabinieri era già stata
al centro de I racconti del Maresciallo (nel 1968 con Turi Ferro,
nel 1984 con Arnoldo Foà) in cui il maresciallo Arnaudi appariva
molto simile al personaggio di Proietti, per la forte umanità e lo
spirito di solidarietà verso i più deboli.
Il Maresciallo Rocca, Comandante
della stazione di Viterbo, è un vedovo di mezza età, un uomo
"normale" con cui molti possono identificarsi: ironico e generoso,
a volte un po' irascibile ma tendenzialmente mite, è sempre in
cerca di una promozione, che non arriva mai. La sua forza, più che
nelle intuizioni geniali risiede in una istintiva conoscenza delle
debolezze umane. La fiction, diretta da Giorgio Capitani e Lodovico
Gasperini, è preceduta da un grande battage pubblicitario:
manifesti che raffigurano il volto bonario e rassicurante
dell'attore romano tappezzano muri ed autobus, mentre i trailers
fanno capolino tra i palinsesti, creando un effetto di grande
attesa in un pubblico potenziale incuriosito e già sedotto.
L'episodio d'esordio è un trionfo:
la prima edizione registra una media record di quasi dodici milioni
di spettatori. Ma gli effetti positivi non si limitano al piccolo
schermo, se si pensa che nell'anno del debutto le domande di
ammissione all'Arma dei Carabinieri hanno avuto un bell'incremento
e che lo stesso Proietti, per tante persone, è diventato una sorta
di maresciallo onorario.
Con le nuove serie, una nuova
tendenza si fa strada nelle fiction "in divisa": alle storie che
hanno per protagonista un personaggio ben delineato, si affiancano
fiction di carattere corale. La soluzione dei casi non è più frutto
del singolo ingegno, di un intuito "sopra le righe", ma il
risultato di un lavoro di "squadra", quotidiano, rischioso, non
sempre gratificante.
Grande partecipazione di personaggi
- anche femminili - e ambientazione provinciale la troviamo in una
delle fiction che attualmente spopolano sui teleschermi:
Carabinieri, caratterizzata da una notevole vis comica, anche
grazie alla partecipazione di attori come Pino Caruso e Paolo
Villaggio. Ma c'è anche in un'altra serie che ha ottenuto un
altissimo indice di gradimento presso il pubblico: quella di Don
Matteo, in cui un sacerdote investigatore è supportato dagli amici
"colleghi" carabinieri. Nel cast, l'irresistibile Nino Frassica,
Terence Hill e il bravo Flavio Insinna.
Nel 2005 sono ancora i Carabinieri i
protagonisti di una fiction basata sulla soluzione di indagini
complicate, affrontate con piglio professionale dagli uomini del
Ris, che utilizzando con abilità tecniche investigative
all'avanguardia, smontano, analizzando traccia dopo traccia,
qualunque progetto di delitto perfetto.
Ma quali sono i motivi di questa
invasione di divise capace di riscuotere, in maniera costante,
successi e conferme?
Anzitutto, ragioni profonde di un
impatto tanto forte sull'immaginario degli italiani, vanno
ricercate nell'evoluzione della fiction.
Questo genere, infatti,
raggiungendo, negli ultimi anni, standard qualitativi sempre più
elevati, ha assunto, con sempre maggiore decisione, il ruolo di
"central story telling system", cioè di moderno cantastorie, e
riuscendo, attraverso la narrativizzazione, a mettere in scena le
più svariate esperienze del quotidiano.
Proprio per la capacità di offrire
uno spaccato di quello che avviene nella quotidianità, questi
prodotti televisivi mostrano una grande capacità di dialogare con
il corpo sociale, proponendosi come un efficace mezzo di creazione
e diffusione di valori condivisi.
In una società come quella attuale,
dove il rischio e l'insicurezza sono sempre dietro l'angolo, le
divise in tv offrono sicuramente un'immagine positiva delle
Istituzioni, rispondendo ai bisogni di rassicurazione dei
cittadini-spettatori. Mettendo in scena in maniera meno cruda di
quanto non faccia, per forza di cose, l'informazione giornalistica,
le tensioni, i conflitti, gli eventi più scottanti dell'attualità,
le fiction sulle forze dell'ordine assolvono un ruolo fondamentale
che è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica, offrendo
un'immagine degli uomini "in divisa" che unisce il rigore morale e
l'autorevolezza, appunto della divisa, con la fragilità, le
contraddizioni, le debolezze, di un'umanità in cui tutti possono
riconoscersi. |