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Il dono di Costantino

Fu proprio grazie a lui che Roma divenne sede del papato e capitale di tutti i cristiani. Ricalchiamo le orme di questo lungo cammino che parte da Pietro, primo pontefice della storia, ed arriva fino ai giorni nostri

A breve distanza di tempo dalla morte di Giovanni Paolo II e dall'elezione di Benedetto XVI, viene spontaneo interrogarsi sull'origine dell'istituto del Pontificato e sui motivi per i quali Roma è diventata il centro di una religione venuta dalla lontana Galilea, assurgendo a capitale dello Stato della Chiesa, oggi Città del Vaticano.

Le risposte a queste domande sono legate in modo forte alla figura di uno degli imperatori più importanti della storia di Roma, il celebre Costantino "il Grande". Egli rivoluzionò il cammino delle religioni del Mediterraneo, interpretando i tempi e segnando con le proprie storiche decisioni il destino del politeismo. Ripercorriamo insieme le tappe che portarono a questa svolta epocale.

La fede cristiana, sviluppatasi a partire dagli ultimi anni di vita di Gesù e soprattutto dopo la sua morte, iniziò a varcare i confini della Galilea fin dal I secolo, grazie all'opera degli apostoli. Taluni di loro mossero, per predicare la propria fede, verso i centri più importanti del mondo allora conosciuto. Paolo di Tarso, folgorato dalla rivelazione lungo la via di Damasco, prese a diffondere il culto di Cristo nel corso dei suoi viaggi, che lo portarono in Grecia e in Spagna. Negli stessi anni Simone, detto Pietro, si trasferì a Roma, ove professò la devozione all'Uomo che gli aveva fatto lasciare le sue reti da pescatore e tutto ciò che aveva. E a Roma, prima di essere incarcerato e ucciso, Pietro divenne il primo pontefice.

La carica di pontifex, ossia "colui che edifica il ponte", preesisteva all'avvento della religione cristiana, risalendo ai culti pagani delle popolazioni latine, in base ai quali la costruzione di un ponte sul Tevere, essendo una profanazione di un fiume considerato sacro, era un atto che richiedeva una decisione di natura religiosa della massima importanza. Il pontifex era dunque per i pagani il sommo sacerdote.

Nella Caput Mundi del I secolo i venti che soffiavano dal vicino Oriente erano ancora odiati e temuti: una rivolta dei giudei (che non volevano versare i tributi all'imperatore) fu soffocata nel sangue da Tito. Il tempio di Gerusalemme venne distrutto e i ribelli furono portati in catene sotto l'Arco di trionfo, eretto per celebrare la vittoriosa campagna militare. I membri della comunità ebraica di Roma, che si vuole abbia avuto origine proprio da quella diaspora, a seguito dell'insediamento delle famiglie degli schiavi, ancora oggi guardano all'Arco di Tito con livore e rifiutano di attraversarlo.

Dunque il clima era estremamente ostile. Da un punto di vista religioso i romani erano di solito molto tolleranti, ma a patto che non venisse messo in discussione il culto dell'imperatore e che ogni nuova fede non entrasse in contrasto con le altre, poiché ciò poteva essere fonte di conflitti anche armati. Tutti e due i motivi di preoccupazione erano presenti rispetto alla religione cristiana, che era monoteista, rifiutava in blocco l'animismo e il politeismo dei pagani e non ammetteva il culto degli uomini, all'infuori di Gesù. Essa pertanto, rappresentando una grave minaccia per l'Impero, nei primi tempi fu duramente avversata. Feroci persecuzioni avvennero nel corso di tre secoli sotto vari imperatori, da Caligola a Nerone e Traiano, fino a Settimio Severo, Decio e Diocleziano. Perfino l'illuminato Marco Aurelio, considerato filosofo prima che regnante, non fu esente da questa pratica.

I primi 32 papi, fra i quali San Clemente (gettato in mare con un'ancora legata al collo), Sant'Urbano (ucciso a nerbate) e altre figure di spicco, conobbero tutti il martirio. Solo con Costantino la situazione si ribaltò e la fede cristiana venne ammessa nei territori dell'Impero, espandendosi così in tutta l'Europa e nel bacino del Mediterraneo. Nel tempo essa divenne la religione più diffusa e il corso della storia volle che dall'Europa fosse esportata nelle Americhe, in Africa e in Oceania.

Flavio Valerio Costantino nacque a Naisso (Dalmazia) nel 274, da Costanzo Cloro e da Elena. Allevato alla corte dell'imperatore Diocleziano, lo accompagnò in una spedizione in Egitto. Iniziò così la carriera militare, che lo portò a essere nominato per meriti di guerra tribuno primi ordinis. Alla morte dell'augusto Galerio, si trovò ad essere uno dei candidati alla sua successione. Eliminati gli altri contendenti, l'unico ostacolo per la conquista del potere rimase Massenzio. Costantino ne vinse gli eserciti a Rivoli e a Verona, quindi marciò su Roma. Lo scontro decisivo avvenne presso Ponte Milvio il 23 ottobre 312. Massenzio venne sconfitto e annegò nel Tevere.

Costantino, come riporta il suo biografo Eusebio di Cesarea, raccontò di aver avuto alla vigilia della battaglia la visione di una divinità, che gli aveva annunciato la vittoria con le parole «In hoc signo vinces» (in questo segno vincerai), tracciate su una croce di luce. Più avanti egli diede a ciò un significato cristiano e avviò la sua politica di apertura al Cristianesimo, facendo cessare subito le persecuzioni. Quale primo e più importante atto del suo comando, promulgò nel 313 lo storico Editto di Milano, con cui ammise il culto nei territori dell'Impero.

L'atto segnò l'ascesa del Cristianesimo, iniziando un percorso inarrestabile, che fece di essa la prima religione del mondo occidentale. Diverso tempo dopo la morte di Costantino, il fratellastro Giuliano, divenuto imperatore, cercò di restaurare il paganesimo, ma la religione cristiana si era ormai consolidata e il suo tentativo valse solo a fargli assegnare l'appellativo di Apostata.

Costantino si avvicinò sempre di più alle comunità dei cristiani, emanando diverse leggi a loro favore. Esentò le autorità religiose dagli obblighi municipali, ne rafforzò i poteri civili e giudiziari e, con il Concilio di Nicea del 325, diede unità al culto, mettendo al bando la teoria di Ario, che attribuiva a Gesù la sola natura umana e negava quella divina.

In segno di ringraziamento verso il Dio che lo aveva aiutato a vincere, egli fece costruire la prima basilica di Roma, San Giovanni in Laterano, che prese il nome della famiglia che occupava l'antico palazzo. In seguito donò al papa Melchiade le basiliche di San Sebastiano, San Paolo fuori le mura e San Pietro, le ultime nei luoghi della sepoltura dei due apostoli.

L'imperatore diede vita al cesaropapismo, che si sviluppò in Oriente e fu preso come modello dalle future potenze occidentali e, in fin di vita, si fece battezzare dal fedele Eusebio, vescovo di Nicomedia.

A Costantino si deve il fatto che Roma sia divenuta la capitale dei cristiani, la sede del papa, avendo fondamento nella donazione della città che egli fece a Silvestro nel 330, quando trasferì la capitale dell'Impero a Bisanzio (da allora chiamata Costantinopoli). L'importante decisione ebbe effetti contrapposti, di duplice natura: da un lato portò all'istituzione dell'Impero romano d'Oriente, che sopravvisse di circa mille anni a quello d'Occidente. Dall'altro, accelerò il processo di separazione, con lo scisma fra le due cristianità.

Secondo la tradizione, alla vigilia del suo trasferimento l'imperatore concesse a papa Silvestro e ai suoi successori il dominio su Roma, l'Italia e l'Occidente. Nell'VIII secolo, quattrocento anni dopo la morte di Costantino, la Chiesa affermò l'esistenza di un vero e proprio atto di donazione. A esibirlo per primo fu il pontefice Gregorio II, il quale, avendo ottenuto nel 728 da parte del re longobardo Liutprando la donazione di Sutri (e dei domini di Orte, Bomarzo e Amelia), probabilmente volle far discendere dal lontano evento un contenuto giuridico vero e proprio, per mettere la proprietà di Roma fuori da ogni possibile contesa.

Il documento, apocrifo, era diviso in due parti: una narrava la leggenda di san Silvestro, secondo la quale il papa aveva guarito l'imperatore dalla lebbra; l'altra definiva la gerarchia ecclesiastica e attestava la cessione alla Santa Sede della parte occidentale dell'Impero, compresa la città di Roma. Secondo taluni storici, la composizione dell'atto avvenne in realtà in occasione dell'incoronazione di Carlo Magno (800).

Intorno all'anno 1000 l'autenticità del documento fu messa in dubbio dall'imperatore Ottone III, che rilevò l'assenza del sigillo. Sulla stessa linea si schierò un suo fedele alleato, il dotto filosofo e astrologo Gerberto d'Aurillac, divenuto pontefice con il nome di Silvestro II. L'atto fu però riesumato da Leone IX nel 1053 ed incluso nel Decretum Gratiani e in altre raccolte di decretali, venendo considerato valido anche da quei sovrani che avversavano il potere temporale dei pontefici. La sua falsità venne infine dimostrata nel XV secolo, in base a numerosi e forti argomenti storici e linguistici, dal vescovo Niccolò da Cusa e dall'umanista Lorenzo Valla, nell'opera De falso credita et ementita Costantini donatione. Dopo il Concilio di Trento nessuno più vi dette credito.

Intorno alla presunta donazione si era però fondato, nel corso del Medioevo, il presupposto di legittimità per il potere temporale dei papi, fortemente contrastato dagli imperatori. Gli scontri fra sostenitori degli uni e degli altri fecero da sfondo a tutti i "secoli bui" (che bui non furono), come avvenne ad esempio al tempo di Dante, quando le fazioni dei guelfi e dei ghibellini conobbero alterne fasi di supremazia.

Il Poeta, che era guelfo, sosteneva il papa. Ma essendo un moderato (di parte bianca), gli attribuiva il solo potere spirituale, che in compenso considerava superiore a quello temporale. L'equilibrio della sua posizione non fu sufficiente. Per la sua appartenenza, egli subì l'ostracismo di Bonifacio VIII e l'esilio. Vedendo dunque nella donazione di Costantino - e in ciò che ne era seguito - l'origine di tutti i suoi mali, egli così la commentò nella Divina Commedia (Inferno, XIX): "Ahi Costantin, di quanto mal fu madre/ non la tua conversion, ma quella dote/ che da te prese il primo ricco padre".

Nei riguardi di Bonifacio VIII il Vate si accanì in modo feroce. Manifestando di scrivere il suo poema nel 1300, a 35 anni ("Nel mezzo del cammin di nostra vita"), egli predisse la vicina morte del pontefice e lo collocò senza indugio all'Inferno. Ma la sua profezia era un trucco: l'opera in realtà venne completata intorno al 1303, quando Bonifacio VIII era già defunto.

Dopo quelle di Dante, altre critiche al presunto atto di Costantino vennero da parte di Machiavelli e di Martin Lutero. Nel Cinquecento esso fu al centro di un episodio che, appartenendo più all'aneddotica tradizionale che alla storia, riflette in modo chiaro l'idea che il popolo aveva dei rapporti fra i regnanti di quel tempo.

Ne furono protagonisti papa Giulio II e l'ambasciatore di Venezia, che già allora occupava a Roma il bel palazzo che ha preso il nome della città lagunare, sito nell'omonima piazza. Il papa aveva appena commissionato a Raffaello una serie di dipinti, che tuttora ornano in Vaticano le stanze intitolate al pittore. Uno di essi è proprio "La battaglia di Costantino": opera in cui l'imperatore venne raffigurato in ginocchio, in mezzo a un gran consesso di sacerdoti e di popolo, nell'atto di offrire a Silvestro una piccola statua d'oro, immagine della città di Roma. In cambio della statua egli riceveva la benedizione.

Giulio II, nel mostrare poco tempo dopo al legato veneziano le stanze affrescate da Raffaello, gli chiese ironicamente quali diritti la Repubblica marinara avesse sul mare Adriatico. La Chiesa aveva tentato con ogni mezzo di estendere i propri domini costieri in quella direzione e il pontefice era perfino giunto a scomunicare la Repubblica a causa della fiera opposizione incontrata. L'ambasciatore, alla domanda, rispose con altrettanta ironia: «Vostra Santità lo troverà scritto sul rovescio della carta di donazione, che Costantino vi ha fatto della città di Roma».

In presenza o in assenza del documento materiale, i papi mantennero il dominio sulla città e sulle terre circostanti per molti secoli ancora. Lo Stato Pontificio visse fino al Risorgimento, quando fu costretto a cedere il passo al nascente Regno d'Italia. Il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono a Porta Pia, segnando la fine del potere temporale dei papi. Pio IX, privato dell'appoggio del francese Napoleone III, che pochi giorni prima era stato sconfitto a Sedan dai Prussiani, dovette accettare la formula auspicata da Cavour di una "libera Chiesa in libero Stato". L'11 febbraio 1929 il cardinale Gasparri firmò con Mussolini i Patti Lateranensi, riconoscendo formalmente Roma quale capitale italiana. In cambio la Santa Sede ottenne l'area contigua alla Basilica di San Pietro, definita Stato di Città del Vaticano.

Oggi sul soglio di Pietro siede un papa bavarese, subentrato ad un polacco. La Chiesa di Roma, come vuole il suo nome di "cattolica", conserva la sua essenza universale.

Roberto Riccardi