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Ci sono 5.000 lingue nel mondo, ma quando leggerete questo
articolo (sempre che vi affrettiate a leggerlo) saranno 4.999, o
forse 4.998. Il linguista francese Claude Hagège ha calcolato (in
un libro intitolato Morte e rinascita delle lingue) che ogni anno
scompaiono 25 lingue, più o meno una ogni quindici giorni. A questi
ritmi, fra due secoli potrebbe realizzarsi il progetto del medico
polacco Ludwik Lejzer Zamenhof, che, a fine Ottocento, inventò
l'esperanto, l'idioma universale destinato - nei suoi sogni - a
sostituire tutte le lingue esistenti.
Scenari futuribili, s'intende. Ma
intanto incalzano i problemi immediati, e uno riguarda la nostra
lingua, che perde posizioni a vista d'occhio. La denuncia risale a
qualche mese fa, quando il presidente della Commissione Europea
cancellò l'italiano dall'elenco privilegiato delle lingue di prima
schiera nell'Unione: quelle previste per le conferenze stampa. Ci
furono una levata di scudi e proteste ufficiali del nostro governo.
Alla fine, il provvedimento fu ridimensionato. Ma, ad aprile,
l'avvocatura dello Stato, per conto del governo, ha impugnato
davanti al tribunale di primo grado della Comunità un altro
provvedimento che prescrive che gli avvisi di vacanza di posti di
livelli superiore siano pubblicati nella Gazzetta Ufficiale
dell'Unione soltanto in inglese, francese e tedesco.
Un'indagine recentissima condotta
dalla rete di informazione sull'istruzione in Europa (Eurydice)
rivela, in un rapporto di oltre cento pagine, che«inglese,
francese, tedesco, spagnolo e russo rappresentano il 95 per cento
di tutte le lingue studiate nei 25 Paesi dell'Unione Europea».
Soltanto a Malta, dopo l'inglese, la lingua più studiata è
l'italiano. Che è la quarta lingua in Spagna, Irlanda e Francia, ma
con percentuali assolutamente trascurabili (fra l'1 e il 5 per
cento). Raccontata attraverso queste cifre, la situazione
sembrerebbe drammatica. Ma non è così.
È chiaro che nel raffronto con le
lingue "coloniali", l'italiano non ha alcuna possibilità di
competizione. L'inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo, e
persino il portoghese, hanno assunto negli ultimi secoli il ruolo
di lingue veicolari, imposte ai Paesi in via di sviluppo che ne
hanno subìto la dominazione. L'inglese, poi, ha trionfato nel mondo
dopo le due guerre mondiali (soprattutto la Seconda) che hanno
fissato il dominio politico degli Stati Uniti: e, infatti, la
lingua che oggi domina è un ibrido fra l'inglese e l'americano, un
idioma commerciale, un veicolo per il business, non un punto di
riferimento culturale. Dobbiamo difenderci (nei limiti del
possibile) impedendo che i suoi vocaboli invadano la nostra lingua,
snaturandola. Che è quello che accade ogni giorno, per effetto
della pubblicità - molti spot (e sarebbe meglio chiamarli annunci)
si esprimono direttamente in inglese - e delle esigenze commerciali
di venditori e acquirenti: le insegne dei negozi promettono gloves
(e non guanti), shoes (e non scarpe). Tanto gli italiani capiscono
ugualmente, e per gli stranieri è più semplice così.
È stato presentato un disegno di
legge per la creazione di un Consiglio superiore della lingua
italiana. Il punto di partenza è questo: «La lingua è un bene
sociale che va difeso dall'infiltrazione di tutte quelle
espressioni incongrue e disorientanti per i più che non provengono
unicamente dall'adozione indiscriminata di parole straniere, ma
anche di neologismi incomprensibili e accentuazioni vernacolari». È
chiaro che se ci si affida alle leggi si finisce per compiere
un'operazione di stampo autoritario: una lingua vive, prospera e si
diffonde se riesce a stare al passo con i tempi, a costituire uno
strumento giusto e adeguato di comunicazione. Tentare di mettere al
bando i termini stranieri è un'operazione di retroguardia. Ci si
dovrebbe preoccupare, piuttosto, di trovare neologismi adeguati (ed
attraenti) per evitare il ricorso esagerato a parole di
importazione: cordless equivale a senza fili, mobbing a
persecuzione (anche fisica), trolley a valigia con le ruote.
Una lingua si difende con la
cultura, non con le leggi, con i divieti o con le imposizioni.
Proprio sul piano culturale siamo messi abbastanza bene. Più
all'estero che in Italia, e questo è un paradosso sul quale vale la
pena di riflettere. La storia, la poesia, l'archeologia (in
condominio con il tedesco), la musica sono i nostri punti di forza.
In tutto il mondo la musica ha un vocabolario italiano: non
soltanto per merito dei libretti delle opere più famose (da Verdi a
Rossini), ma anche per la terminologia tecnica (allegretto,
andante, presto).
Sono pochi i bambini e gli
adolescenti europei che scelgono l'italiano come seconda lingua a
scuola, ma sono tantissimi gli studiosi e gli intellettuali (anche
fuori dei confini d'Europa) che imparano privatamente la nostra
lingua per leggere Dante, o per preparare l'ennesimo viaggio in
Italia, il Paese che detiene il 60 per cento (secondo dati
dell'Unesco) del patrimonio artistico mondiale.
In un articolo recente, Sergio
Romano ha proposto riflessioni pacate sull'argomento: «Mentre noi
facciamo a Bruxelles una onorevole e disperata battaglia per l'uso
dell'italiano nelle istituzioni dell'Unione Europea, il mondo è
ormai bilingue». E non si tratta neppure di una novità. L'Europa
era bilingue ai tempi dell'Impero romano (latino e greco),
dall'Alto Medioevo al Seicento (latino e volgari), dal Settecento
alla prima metà dell'Ottocento (francese e lingue nazionali).
Adesso nei singoli Paesi (Italia compresa) si parlano gli idiomi
nazionali, e poi chi viaggia, o commercia, o semplicemente usa gli
strumenti sofisticati (ma ormai comuni) offerti dalla tecnologia,
usa l'inglese. A ben guardare, abbiamo compiuto importanti passi
avanti.
Il primo censimento dell'Italia
Unita, nel 1861, appurò che il 75 per cento degli italiani non era
in grado né di leggere né di scrivere. Ma anche la popolazione in
grado di leggere e scrivere faticava a comunicare. Dall'epoca di
Dante si era creata l'illusione che una lingua comune unisse tutti
gli abitanti della Penisola. Tullio De Mauro - nella sua Storia
linguistica dell'Italia Unita - ha rivelato che la lingua italiana
era conosciuta e parlata da appena 600mila persone, pari al 2,5 per
cento della popolazione.
La televisione - come scrisse
trentacinque anni fa Pier Paolo Pasolini - ha contribuito in misura
determinante ad unificare linguisticamente l'Italia. Oggi dovrebbe
assumersi (almeno il servizio pubblico) un compito più arduo:
difendere la lingua, preoccuparsi di arricchirla, adeguarla ai
tempi. L'esempio può funzionare, le leggi molto meno. Anche se
qualcuno la pensa legittimamente in modo diverso. Alessandro Masi,
segretario generale della Società Dante Alighieri (che svolge un
ruolo fondamentale per l'insegnamento e la diffusione della nostra
lingua fuori dei confini nazionali) ha scritto che «un marchio Doc
per la lingua, come per il Parmigiano Reggiano, come per il vino
del Chianti o per gli spaghetti di grano duro» è previsto
dall'Unione Europea. «Regolamentare lo studio e la diffusione della
nostra lingua secondo un patto di stabilità i cui parametri sono
già fissati dal Consiglio d'Europa di Strasburgo è la via da
percorrere per rivendicare un ruolo comprimario in seno alla
Commissione e a tutti gli altri organismi che ne fanno parte. Un
patto di stabilità e di praticabilità dei sei livelli di competenza
linguistica previsti per legge che possano garantire all'italiano
le stesse opportunità delle altre grandi lingue del mondo».
Claude Hagège (lo studioso che
certifica la scomparsa delle lingue) sostiene che la difesa della
lingua «è un affare politico. Difendere l'italiano», ha detto di
recente alla Fiera del Libro di Torino, «dovrebbe essere compito
dei vostri governanti. Certo, ci vorrebbe anche una pressione più
forte degli intellettuali e dei linguisti». E si è domandato
provocatoriamente: «Che cosa fa l'Accademia della Crusca? Esiste
ancora?».
Esiste. E fa il suo. Il presidente,
Francesco Sabatini, rispondendo ad Hagège, ha sottolineato come la
Crusca sia un'istituzione privata, mentre l'Académie Française, che
svolge un ruolo analogo in Francia, è un organo dello Stato,
presieduto direttamente dal Presidente della Repubblica. Ma che sia
quella - revanscismo a parte - la strada giusta per difendersi è da
dimostrare. «Tutti», dice Sabatini, «vogliamo difendere le lingue
nazionali, ma non si può disconoscere la necessità che ci sia una
lingua mondiale, e questa non può che essere l'inglese».
Riconoscere questo dato di fatto non
significa alzare bandiera bianca. Difendiamola, la nostra lingua.
Imparando a parlarla meglio, leggendo i classici, riesumando i
congiuntivi, provando a esprimerci in modo più chiaro e scorrevole,
abrogando (per quanto possibile) i linguaggi di nicchia: il
politichese, il sindacalese, i linguaggi criptici degli
specialisti.
Tocca a noi - animali parlanti -
contribuire a migliorare la situazione. Le leggi e i dazi
imponiamoli su altre materie. |