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I giorni che hanno cambiato la storia - 4 - L'indipendenza americana

Decisero di separarsi dalla madrepatria. Imbracciarono le armi per difendere questa decisione, e contemporaneamente affidarono a un gruppo di uomini di legge (e di indiscutibile statura morale) il compito di scrivere una Dichiarazione che spiegasse le ragioni della secessione e dettasse le regole (soprattutto etiche) sulle quali intendeva nascere il nuovo Stato. «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dal creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che, ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembra al popolo meglio atta a procurare la sua sicurezza e la sua felicità». Non era frequente che in un documento giuridico fossero ripetuti con tanta insistenza i riferimenti alla felicità e i richiami alla religione e alla fede. Mezzo secolo più tardi Alexis de Tocqueville osservò - a proposito degli Stati Uniti - che «in nessun'altra parte del mondo la religione cristiana ha maggiore influenza sulle anime degli uomini». Dalle due grandi Rivoluzioni del Settecento abbiamo ricevuto eredità diverse: il libertarismo e l'egalitarismo da quella francese, il senso morale e religioso da quella americana.

4 luglio 1776


Un quadro raffigurante i Padri Pellegrini a Plymouth

Le radici dell'America, disegnata dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776 e dalla Costituzione federale del 1887, furono piantate all'inizio del XVII secolo, quando la Mayflower attraccò a Capo Code, con il suo carico di uomini dotati di una fede intransigente: i Padri Pellegrini, puritani separatisti della Chiesa anglicana. Un'impronta che è rimasta intatta. Ogni banconota in circolazione negli Stati Uniti reca la scritta «In God we trust», confidiamo in Dio. Quasi tutti i discorsi ufficiali del presidente si concludono con l'invocazione «God bless America», Dio benedica l'America. E la Dichiarazione del 1776 si conclude con questa frase: «Con salda fede nella divina Provvidenza, reciprocamente impegniamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore».

Alla vigilia dell'indipendenza erano tredici le colonie britanniche in terra americana, tutte affacciate sull'Oceano Atlantico, in una lingua di terra non molto ampia: Maryland, Delaware, Virginia, North Carolina, South Carolina e Georgia (nel Sud); New Jersey, Pennsylvania e New York (nel centro); Connecticut, Rhode Island, New Hampshire e Massachusetts (nel Nord, la Nuova Inghilterra). Già allora era evidente la profonda differenza fra il Nord e il Sud che avrebbe condotto un secolo più tardi alla guerra di secessione. Le colonie settentrionali (e in misura appena minore quelle centrali) fondavano la loro economia sulle industrie, quelle meridionali sulle piantagioni. Le une e le altre si trovarono - per ragioni diverse - in conflitto con la madrepatria. La Guerra dei Sette anni - che aveva posto di fronte Francia e Inghilterra proprio per il controllo del mondo coloniale - si era conclusa, nel 1761, con un salasso economico per le due Potenze. E la corona inglese pensò di rivalersi sui coloni, imponendo dazi e imposte. Nel 1765 il primo ministro inglese lord Glenville, introdusse l'imposta sul bollo. Ufficialmente il nuovo balzello serviva per mantenere le truppe per la difesa delle colonie. Ma i coloni si ribellarono, sostenendo di non avere alcun bisogno di un presidio di soldati di Sua Maestà. E, per sovrapprezzo, opposero anche un'obiezione di carattere giuridico. La legge inglese prevedeva che i cittadini potessero essere tassati soltanto in base a provvedimenti legislativi votati dai loro rappresentanti in parlamento: e loro non votavano per la Camera dei Comuni, ma per le assemblee locali delle rispettive colonie.

Un quadro raffigurante Cristoforo Colombo

La prima scintilla della rivolta venne da Richmond, in Virginia, dove un avvocato, Patrick Henry, infiammò gli animi con un discorso nella chiesa di St. John, invitando la popolazione alla resistenza contro le vessazioni inglesi. Il malcontento dilagò rapidamente e Benjamin Franklin, che si trovava allora a Londra, fu incaricato di rappresentare al governo britannico le ragioni della protesta. L'imposta di bollo fu ritirata, ma il parlamento decise che tale concessione non rappresentava un precedente, e il governo avrebbe potuto imporre alle colonie altre tasse.

Fu quello il casus belli. Divenne inevitabile lo scontro aperto contro il Paese d'origine, anche se trascorsero alcuni anni prima che la parola passasse alle armi. Il motivo di questo ritardo è tutto nella riluttanza dei coloni ad avviare un conflitto che aveva - per le loro coscienze - il carattere di un'autentica guerra civile. Soprattutto gli immigrati di data più recente avevano ancora parenti in Inghilterra. Continuavano tutti a parlare la stessa lingua, le radici culturali erano le stesse e - nonostante il contenzioso che li divideva - i commerci e gli affari dei coloni erano pur sempre in prevalenza diretti, o provenienti, dalla madrepatria. Lo spirito religioso ereditato dai Padri Pellegrini rappresentava un'ulteriore remora a imbracciare i fucili contro i loro cugini.

Se il governo e il parlamento inglesi avessero mostrato una maggiore disponibilità al dialogo (e una minore inclinazione allo sfruttamento economico), la guerra si sarebbe certamente evitata. Ma non andò così. Nei cinque anni seguenti il parlamento non allentò la presa: invocando le proprie prerogative in materia commerciale, impose dazi doganali su molte merci che le colonie importavano. Poi Londra inviò alcuni contingenti militari con il pretesto di «proteggere gli esattori e i mercanti che avessero deciso di accettare le nuove imposte». L'iniziativa fu interpretata dai coloni come un vero e proprio tentativo di occupazione militare. Nel marzo 1770 alcuni reparti inglesi aprirono il fuoco, a Boston, capitale del Massachusetts contro i dimostranti scesi in piazza per protestare contro i dazi. I morti e i feriti non furono molti, ma l'episodio fu catalogato come "il massacro di Boston", e legittimò il desiderio di vendetta. Londra ritirò tutti i dazi, confermando soltanto un'imposta sul tè, il cui gettito non avrebbe superato le 16mila sterline annue: una somma decisamente modesta anche a quei tempi. Era evidente che più del denaro interessava agli inglesi confermare un rapporto gerarchico con le colonie. Ma si trattò dell'ennesimo errore di valutazione. Il 16 dicembre 1773 un gruppo di popolani (camuffati da pellirosse) attaccò le navi del tè nel porto di Boston, gettandone il carico in mare.

Un quadro raffigurante Benjamin Franklin

Fino ad allora - come si è visto - il governo di Londra aveva alternato i colpi di freno a quelli di acceleratore, badando a non esasperare oltre i limiti il conflitto con le colonie. Ma ormai gli animi erano infuocati da una parte e dall'altra. Il conte di Carlisle pronunciò un duro discorso alla Camera dei Lords di Londra, sostenendo che, se si fosse perduto il controllo sull'America, la Gran Bretagna sarebbe «sprofondata nell'oscurità». Il parlamento approvò una serie di leggi repressive (Coercive Acts) che i coloni definirono intollerabili (Intolerable Acts): la chiusura del porto di Boston fino a quando i coloni non avessero pagato un indennizzo per i danni arrecati, l'introduzione di nuove regole per proteggere il contingente militare britannico, la modifica della Carta del Massachusetts con il rafforzamento dei poteri dell'esecutivo.

Racconta lo storico Maldwyn Jones, nella sua American History: «Queste leggi repressive, lungi dall'isolare il Massachusetts, ebbero invece l'effetto di unire le colonie in sua difesa. La propaganda radicale, diffusa dai comitati di corrispondenza, persuase i coloni della necessità di un'azione comune. Nel maggio 1774 l'assemblea della Virginia diramò l'invito per una riunione intercoloniale. Il 5 settembre dodici colonie inviarono delegati a Filadelfia per il primo Congresso continentale». Dai lavori del Congresso emerse in modo chiaro che la vertenza in atto si sarebbe potuta concludere pacificamente soltanto se Londra avesse fatto concessioni sostanziali alle colonie.

Qualche mese dopo il governatore inglese del Massachusetts, generale Thomas Gage, inviò una colonna di 700 soldati in una cittadina dell'entroterra, Concord, per sequestrare le armi raccolte dai coloni. A Lexington gli inglesi si scontrarono con i miliziani americani. Fu la prima battaglia della guerra d'indipendenza. I ribelli strinsero d'assedio Boston: era ormai guerra aperta. I congressisti di Filadelfia si riunirono di nuovo e autorizzarono la costituzione di un esercito di 20mila uomini, affidandone il comando a George Washington. Washington si era fatto valere, fino ad allora, più come politico che come militare, pur avendo alle spalle una esperienza come soldato. Ma sembrò la persona giusta: era un virginiano, ricco, conservatore, prudente. Difficilmente avrebbe contribuito ad acutizzare i contrasti, mentre - come esponente di una colonia del Sud - avrebbe sicuramente contribuito a cementare l'unità con le colonie del Nord che erano, in quel momento, le più implicate nel conflitto con l'Inghilterra. E i primi atti giuridici dopo la costituzione dell'esercito dimostrarono la volontà di non radicalizzare il dissidio, evitando ogni riferimento al progetto di costituire Stati indipendenti dalla madrepatria.

L'avvocato virginiano Patrick Henry pronuncia una requisitoria contro il re e il governo inglese

Il 17 giugno 1775 (quando Washington non aveva ancora assunto il comando) ci fu la battaglia più sanguinosa della guerra, a Bunker Hill, una collina che dominava Boston. Gli inglesi persero mille uomini nel combattimento; gli americani soltanto la metà, ma non riuscirono a conquistare la posizione. Anche dopo quella battaglia, gli americani continuarono a confidare nella possibilità di un accordo: speravano che il re Giorgio III avrebbe sconfessato gli eccessi delle truppe inglesi, e archiviato in qualche modo i dissidi di carattere economico e fiscale. Il re, viceversa, pronunciò alla fine dell'anno un discorso in parlamento nel quale confermò l'intenzione di domare la rivolta con la forza. All'inizio del 1776 si infoltì enormemente il partito dei coloni che giudicavano ormai impossibile un accordo con Londra. Fu in questo clima che maturò l'idea di mettere nero su bianco una Dichiarazione che sancisse il definitivo distacco dalla madrepatria e indicasse il tipo di Stato che si intendeva costituire.

Raimondo Luraghi, il più autorevole fra gli storici italiani che si sono occupati degli Stati Uniti, racconta la rivoluzione americana in termini problematici: «La sua natura proteiforme», ha scritto, «tende a sfuggire alla mentalità classificatoria propria degli europei. Rivoluzione sociale? Rivoluzione nazionale? Rivoluzione anticolonialista? Gli studiosi hanno sparso torrenti di inchiostro per "definire" la Rivoluzione americana sul piano giuridico, dimenticando che è del tutto impensabile giustificare su tale terreno una rivoluzione. Il fatto centrale è che la borghesia americana (o, meglio, delle colonie del Nord) stava crescendo a classe autonoma e "nazionale", ed era obbligata, per il fatto stesso del suo crescere, a spazzare via gli ostacoli che le si ponevano, a rompere il guscio in cui era stata fino allora costretta. La borghesia americana era matura per proporsi come classe dirigente, per creare attorno a sé un proprio omogeneo mercato "nazionale": in verità, tale mercato era già in essere». Luraghi riconosce, tuttavia, che «i ceti borghesi americani avrebbero accettato un compromesso che li innalzasse al rango di federati ed eguali con la madre patria; era l'Inghilterra che non poteva o non voleva accettare nulla del genere. Tutto ciò dette alla Rivoluzione un carattere nazionale».

L'uomo che materialmente stilò la Dichiarazione di Indipendenza fu Thomas Jefferson, un avvocato della Virginia, che si avvalse di qualche aiuto di Benjamin Franklin e John Adams. Nel documento, un ampio capitolo è dedicato alla giustificazione morale e legale della ribellione, con l'elencazione delle ingiustizie commesse da Londra nei confronti delle colonie. «Ma la fama successiva della Dichiarazione», osserva Maldwyn Jones, «si basa sul suo breve preambolo, una lucida ed eloquente dichiarazione della filosofia politica che stava alla base dell'affermazione di indipendenza. Jefferson non sostenne mai l'originalità del suo scritto, che andava inteso, disse, semplicemente come "un'espressione dello spirito americano". Nel proclamare "evidenti" certe verità, egli attinse alla filosofia dei diritti naturali, che risaliva ad Aristotele e a Cicerone e che ebbe una formulazione classica nel secondo Trattato sul governo civile di John Locke. In base ad essa gli uomini possedevano alcuni diritti naturali che Jefferson definì "vita, libertà e ricerca della felicità"; i governi venivano costituiti per assicurare questi diritti, derivavano il loro giusto potere dal consenso dei governati, e potevano essere legittimamente rovesciati se sovvertivano gli scopi per i quali erano stati costituiti"».

Un quadro raffigurante Abraham Lincoln

Sono i principi fondanti della democrazia moderna, come oggi la concepiamo. Nel testo si afferma che «tutti gli uomini sono creati uguali», una frase che suscita ancora polemiche fra gli storici. «Quel che la frase voleva dire per il suo autore», osserva ancora Jones, «è comunque meno importante del significato che acquisì per le successive generazioni di americani. Per loro, "creati uguali" è stata un'ispirazione, un ideale, un "principio emblematico", come ebbe a dire una volta Lincoln, "al quale fare costante riferimento, verso il quale tendere sempre e, anche se mai perfettamente conseguito, sempre avvicinato e di conseguenza tale da diffondere e approfondire il proprio influsso e da accrescere la felicità e il valore della vita"». Gli americani si aggrappano ancora a quel concetto, tendendo (anche se non sempre con successo) a formare una società nella quale a tutti siano concesse le medesime opportunità: è il mito - che resiste - di un Paese nel quale chiunque può aspirare al successo personale o a costruirsi un conto in banca con un numero illimitato di zeri. Il sogno americano.

Se la guerra di indipendenza avesse avuto un esito diverso, il sogno si sarebbe infranto. Il conflitto ebbe un andamento altalenante, con una successione di vittorie e di sconfitte. Da un certo momento in poi la guerra si allargò con l'intervento dei francesi (che colsero l'opportunità di ridimensionare il dominio inglese sui mari). Dopo la vittoria di Saratoga, fu decisivo il successo degli americani a Yorktown, che pose fine alla guerra. Il 3 settembre 1783 fu firmato a Versailles il trattato di pace che riconosceva l'indipendenza degli Stati Uniti e concedeva ai coloni nuovi territori all'interno del continente. Nel 1787, a Filadelfia, gli Stati federati si dettero una Costituzione. Il 4 febbraio 1789 l'eroe della guerra, George Washington, fu eletto primo presidente degli Stati Uniti.

Benedetto Testa