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4 luglio
1776
Le radici
dell'America, disegnata dalla Dichiarazione di Indipendenza del
1776 e dalla Costituzione federale del 1887, furono piantate
all'inizio del XVII secolo, quando la Mayflower attraccò a Capo
Code, con il suo carico di uomini dotati di una fede intransigente:
i Padri Pellegrini, puritani separatisti della Chiesa anglicana.
Un'impronta che è rimasta intatta. Ogni banconota in circolazione
negli Stati Uniti reca la scritta «In God we trust», confidiamo in
Dio. Quasi tutti i discorsi ufficiali del presidente si concludono
con l'invocazione «God bless America», Dio benedica l'America. E la
Dichiarazione del 1776 si conclude con questa frase: «Con salda
fede nella divina Provvidenza, reciprocamente impegniamo le nostre
vite, i nostri beni e il nostro sacro onore».
Alla vigilia dell'indipendenza erano
tredici le colonie britanniche in terra americana, tutte affacciate
sull'Oceano Atlantico, in una lingua di terra non molto ampia:
Maryland, Delaware, Virginia, North Carolina, South Carolina e
Georgia (nel Sud); New Jersey, Pennsylvania e New York (nel
centro); Connecticut, Rhode Island, New Hampshire e Massachusetts
(nel Nord, la Nuova Inghilterra). Già allora era evidente la
profonda differenza fra il Nord e il Sud che avrebbe condotto un
secolo più tardi alla guerra di secessione. Le colonie
settentrionali (e in misura appena minore quelle centrali)
fondavano la loro economia sulle industrie, quelle meridionali
sulle piantagioni. Le une e le altre si trovarono - per ragioni
diverse - in conflitto con la madrepatria. La Guerra dei Sette anni
- che aveva posto di fronte Francia e Inghilterra proprio per il
controllo del mondo coloniale - si era conclusa, nel 1761, con un
salasso economico per le due Potenze. E la corona inglese pensò di
rivalersi sui coloni, imponendo dazi e imposte. Nel 1765 il primo
ministro inglese lord Glenville, introdusse l'imposta sul bollo.
Ufficialmente il nuovo balzello serviva per mantenere le truppe per
la difesa delle colonie. Ma i coloni si ribellarono, sostenendo di
non avere alcun bisogno di un presidio di soldati di Sua Maestà. E,
per sovrapprezzo, opposero anche un'obiezione di carattere
giuridico. La legge inglese prevedeva che i cittadini potessero
essere tassati soltanto in base a provvedimenti legislativi votati
dai loro rappresentanti in parlamento: e loro non votavano per la
Camera dei Comuni, ma per le assemblee locali delle rispettive
colonie.

La prima scintilla della rivolta
venne da Richmond, in Virginia, dove un avvocato, Patrick Henry,
infiammò gli animi con un discorso nella chiesa di St. John,
invitando la popolazione alla resistenza contro le vessazioni
inglesi. Il malcontento dilagò rapidamente e Benjamin Franklin, che
si trovava allora a Londra, fu incaricato di rappresentare al
governo britannico le ragioni della protesta. L'imposta di bollo fu
ritirata, ma il parlamento decise che tale concessione non
rappresentava un precedente, e il governo avrebbe potuto imporre
alle colonie altre tasse.
Fu quello il casus belli. Divenne
inevitabile lo scontro aperto contro il Paese d'origine, anche se
trascorsero alcuni anni prima che la parola passasse alle armi. Il
motivo di questo ritardo è tutto nella riluttanza dei coloni ad
avviare un conflitto che aveva - per le loro coscienze - il
carattere di un'autentica guerra civile. Soprattutto gli immigrati
di data più recente avevano ancora parenti in Inghilterra.
Continuavano tutti a parlare la stessa lingua, le radici culturali
erano le stesse e - nonostante il contenzioso che li divideva - i
commerci e gli affari dei coloni erano pur sempre in prevalenza
diretti, o provenienti, dalla madrepatria. Lo spirito religioso
ereditato dai Padri Pellegrini rappresentava un'ulteriore remora a
imbracciare i fucili contro i loro cugini.
Se il governo e il parlamento
inglesi avessero mostrato una maggiore disponibilità al dialogo (e
una minore inclinazione allo sfruttamento economico), la guerra si
sarebbe certamente evitata. Ma non andò così. Nei cinque anni
seguenti il parlamento non allentò la presa: invocando le proprie
prerogative in materia commerciale, impose dazi doganali su molte
merci che le colonie importavano. Poi Londra inviò alcuni
contingenti militari con il pretesto di «proteggere gli esattori e
i mercanti che avessero deciso di accettare le nuove imposte».
L'iniziativa fu interpretata dai coloni come un vero e proprio
tentativo di occupazione militare. Nel marzo 1770 alcuni reparti
inglesi aprirono il fuoco, a Boston, capitale del Massachusetts
contro i dimostranti scesi in piazza per protestare contro i dazi.
I morti e i feriti non furono molti, ma l'episodio fu catalogato
come "il massacro di Boston", e legittimò il desiderio di vendetta.
Londra ritirò tutti i dazi, confermando soltanto un'imposta sul tè,
il cui gettito non avrebbe superato le 16mila sterline annue: una
somma decisamente modesta anche a quei tempi. Era evidente che più
del denaro interessava agli inglesi confermare un rapporto
gerarchico con le colonie. Ma si trattò dell'ennesimo errore di
valutazione. Il 16 dicembre 1773 un gruppo di popolani (camuffati
da pellirosse) attaccò le navi del tè nel porto di Boston,
gettandone il carico in mare.

Fino ad allora - come si è visto -
il governo di Londra aveva alternato i colpi di freno a quelli di
acceleratore, badando a non esasperare oltre i limiti il conflitto
con le colonie. Ma ormai gli animi erano infuocati da una parte e
dall'altra. Il conte di Carlisle pronunciò un duro discorso alla
Camera dei Lords di Londra, sostenendo che, se si fosse perduto il
controllo sull'America, la Gran Bretagna sarebbe «sprofondata
nell'oscurità». Il parlamento approvò una serie di leggi repressive
(Coercive Acts) che i coloni definirono intollerabili (Intolerable
Acts): la chiusura del porto di Boston fino a quando i coloni non
avessero pagato un indennizzo per i danni arrecati, l'introduzione
di nuove regole per proteggere il contingente militare britannico,
la modifica della Carta del Massachusetts con il rafforzamento dei
poteri dell'esecutivo.
Racconta lo storico Maldwyn Jones,
nella sua American History: «Queste leggi repressive, lungi
dall'isolare il Massachusetts, ebbero invece l'effetto di unire le
colonie in sua difesa. La propaganda radicale, diffusa dai comitati
di corrispondenza, persuase i coloni della necessità di un'azione
comune. Nel maggio 1774 l'assemblea della Virginia diramò l'invito
per una riunione intercoloniale. Il 5 settembre dodici colonie
inviarono delegati a Filadelfia per il primo Congresso
continentale». Dai lavori del Congresso emerse in modo chiaro che
la vertenza in atto si sarebbe potuta concludere pacificamente
soltanto se Londra avesse fatto concessioni sostanziali alle
colonie.
Qualche mese dopo il governatore
inglese del Massachusetts, generale Thomas Gage, inviò una colonna
di 700 soldati in una cittadina dell'entroterra, Concord, per
sequestrare le armi raccolte dai coloni. A Lexington gli inglesi si
scontrarono con i miliziani americani. Fu la prima battaglia della
guerra d'indipendenza. I ribelli strinsero d'assedio Boston: era
ormai guerra aperta. I congressisti di Filadelfia si riunirono di
nuovo e autorizzarono la costituzione di un esercito di 20mila
uomini, affidandone il comando a George Washington. Washington si
era fatto valere, fino ad allora, più come politico che come
militare, pur avendo alle spalle una esperienza come soldato. Ma
sembrò la persona giusta: era un virginiano, ricco, conservatore,
prudente. Difficilmente avrebbe contribuito ad acutizzare i
contrasti, mentre - come esponente di una colonia del Sud - avrebbe
sicuramente contribuito a cementare l'unità con le colonie del Nord
che erano, in quel momento, le più implicate nel conflitto con
l'Inghilterra. E i primi atti giuridici dopo la costituzione
dell'esercito dimostrarono la volontà di non radicalizzare il
dissidio, evitando ogni riferimento al progetto di costituire Stati
indipendenti dalla madrepatria.

Il 17 giugno 1775 (quando Washington
non aveva ancora assunto il comando) ci fu la battaglia più
sanguinosa della guerra, a Bunker Hill, una collina che dominava
Boston. Gli inglesi persero mille uomini nel combattimento; gli
americani soltanto la metà, ma non riuscirono a conquistare la
posizione. Anche dopo quella battaglia, gli americani continuarono
a confidare nella possibilità di un accordo: speravano che il re
Giorgio III avrebbe sconfessato gli eccessi delle truppe inglesi, e
archiviato in qualche modo i dissidi di carattere economico e
fiscale. Il re, viceversa, pronunciò alla fine dell'anno un
discorso in parlamento nel quale confermò l'intenzione di domare la
rivolta con la forza. All'inizio del 1776 si infoltì enormemente il
partito dei coloni che giudicavano ormai impossibile un accordo con
Londra. Fu in questo clima che maturò l'idea di mettere nero su
bianco una Dichiarazione che sancisse il definitivo distacco dalla
madrepatria e indicasse il tipo di Stato che si intendeva
costituire.
Raimondo Luraghi, il più autorevole
fra gli storici italiani che si sono occupati degli Stati Uniti,
racconta la rivoluzione americana in termini problematici: «La sua
natura proteiforme», ha scritto, «tende a sfuggire alla mentalità
classificatoria propria degli europei. Rivoluzione sociale?
Rivoluzione nazionale? Rivoluzione anticolonialista? Gli studiosi
hanno sparso torrenti di inchiostro per "definire" la Rivoluzione
americana sul piano giuridico, dimenticando che è del tutto
impensabile giustificare su tale terreno una rivoluzione. Il fatto
centrale è che la borghesia americana (o, meglio, delle colonie del
Nord) stava crescendo a classe autonoma e "nazionale", ed era
obbligata, per il fatto stesso del suo crescere, a spazzare via gli
ostacoli che le si ponevano, a rompere il guscio in cui era stata
fino allora costretta. La borghesia americana era matura per
proporsi come classe dirigente, per creare attorno a sé un proprio
omogeneo mercato "nazionale": in verità, tale mercato era già in
essere». Luraghi riconosce, tuttavia, che «i ceti borghesi
americani avrebbero accettato un compromesso che li innalzasse al
rango di federati ed eguali con la madre patria; era l'Inghilterra
che non poteva o non voleva accettare nulla del genere. Tutto ciò
dette alla Rivoluzione un carattere nazionale».
L'uomo che materialmente stilò la
Dichiarazione di Indipendenza fu Thomas Jefferson, un avvocato
della Virginia, che si avvalse di qualche aiuto di Benjamin
Franklin e John Adams. Nel documento, un ampio capitolo è dedicato
alla giustificazione morale e legale della ribellione, con
l'elencazione delle ingiustizie commesse da Londra nei confronti
delle colonie. «Ma la fama successiva della Dichiarazione», osserva
Maldwyn Jones, «si basa sul suo breve preambolo, una lucida ed
eloquente dichiarazione della filosofia politica che stava alla
base dell'affermazione di indipendenza. Jefferson non sostenne mai
l'originalità del suo scritto, che andava inteso, disse,
semplicemente come "un'espressione dello spirito americano". Nel
proclamare "evidenti" certe verità, egli attinse alla filosofia dei
diritti naturali, che risaliva ad Aristotele e a Cicerone e che
ebbe una formulazione classica nel secondo Trattato sul governo
civile di John Locke. In base ad essa gli uomini possedevano alcuni
diritti naturali che Jefferson definì "vita, libertà e ricerca
della felicità"; i governi venivano costituiti per assicurare
questi diritti, derivavano il loro giusto potere dal consenso dei
governati, e potevano essere legittimamente rovesciati se
sovvertivano gli scopi per i quali erano stati costituiti"».

Sono i principi fondanti della
democrazia moderna, come oggi la concepiamo. Nel testo si afferma
che «tutti gli uomini sono creati uguali», una frase che suscita
ancora polemiche fra gli storici. «Quel che la frase voleva dire
per il suo autore», osserva ancora Jones, «è comunque meno
importante del significato che acquisì per le successive
generazioni di americani. Per loro, "creati uguali" è stata
un'ispirazione, un ideale, un "principio emblematico", come ebbe a
dire una volta Lincoln, "al quale fare costante riferimento, verso
il quale tendere sempre e, anche se mai perfettamente conseguito,
sempre avvicinato e di conseguenza tale da diffondere e
approfondire il proprio influsso e da accrescere la felicità e il
valore della vita"». Gli americani si aggrappano ancora a quel
concetto, tendendo (anche se non sempre con successo) a formare una
società nella quale a tutti siano concesse le medesime opportunità:
è il mito - che resiste - di un Paese nel quale chiunque può
aspirare al successo personale o a costruirsi un conto in banca con
un numero illimitato di zeri. Il sogno americano.
Se la guerra di indipendenza avesse
avuto un esito diverso, il sogno si sarebbe infranto. Il conflitto
ebbe un andamento altalenante, con una successione di vittorie e di
sconfitte. Da un certo momento in poi la guerra si allargò con
l'intervento dei francesi (che colsero l'opportunità di
ridimensionare il dominio inglese sui mari). Dopo la vittoria di
Saratoga, fu decisivo il successo degli americani a Yorktown, che
pose fine alla guerra. Il 3 settembre 1783 fu firmato a Versailles
il trattato di pace che riconosceva l'indipendenza degli Stati
Uniti e concedeva ai coloni nuovi territori all'interno del
continente. Nel 1787, a Filadelfia, gli Stati federati si dettero
una Costituzione. Il 4 febbraio 1789 l'eroe della guerra, George
Washington, fu eletto primo presidente degli Stati
Uniti. |