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Sono passati sessant'anni esatti.
Diminuiscono, ad ogni ricorrenza, quelli che possono offrire un
ricordo personale di quel giorno. I protagonisti sono tutti
scomparsi. Forse anche questo ha contribuito a smussare polemiche e
contrasti ideologici: si va, sia pure faticosamente, formando una
memoria condivisa, nella quale le carte - e i documenti - hanno
ormai completamente surrogato le testimonianze.
Il 25 aprile 1945 fu il giorno della
"Liberazione". Il Cln - Comitato di Liberazione Nazionale - diretto
da Sandro Pertini, Emilio Sereni e Leo Valiani, guidò
l'insurrezione a Milano. Bloccata dallo sciopero generale, la città
fu occupata nei punti strategici dai partigiani. L'arcivescovo di
Milano, cardinale Schuster, tentò di convincere le due parti in
lotta a firmare l'armistizio, convocando nella sede
dell'arcivescovado i capi della Resistenza, i rappresentanti
dell'occupazione tedesca e lo stesso Mussolini, che fu il primo a
presentarsi all'appuntamento. L'incontro si risolse, però, in un
nulla di fatto. I plenipotenziari del Cln - Raffaele Cadorna,
Riccardo Lombardi e Achille Marazza - offrirono a Mussolini la resa
senza condizioni, dandogli due ore di tempo per rendere nota la sua
risposta. Mussolini apprese durante la riunione che i nazisti
avevano trattato separatamente la resa, e mormorò: «Questo è
l'ultimo tradimento». Rientrò in Prefettura, dove alloggiava; si
chiuse nel suo studio per scrivere una lettera a Churchill (che non
giunse a destinazione, e della quale non si è mai conosciuto il
contenuto) e decise di interrompere le trattative con il Comitato
di Liberazione Nazionale, accettando invece il progetto del
segretario del partito, Alessandro Pavolini: rifugiarsi in
Valtellina per tentare un'ultima, disperata resistenza. La sera
stessa un'autocolonna partì verso Como.
La mattina del 26 uscì in edicola il
Corriere della Sera. Per segnalare in modo esplicito la
discontinuità con il passato prossimo, recava la testata Il Nuovo
Corriere. Lo firmava come direttore Mario Borsa, «noto per il suo
passato adamantino di giornalista schivo da ogni compromissione e
di tenace assertore dei principii di libertà e di giustizia
sociale, in omaggio ai quali ebbe a soffrire sotto il fascismo due
volte il carcere, due anni di "ammonizione" e in più il campo di
concentramento». Nel taglio basso in prima pagina il titolo offriva
la «Cronaca di ore memorabili». Una cronaca tessuta anche sul
respiro della città. «Senza osare ancora crederlo, Milano si è
risvegliata ieri mattina all'ultima giornata della sua
interminabile attesa. Da alcuni giorni la grande speranza aveva
acquistato una verosimiglianza meravigliosa, via via che sulla
carta della Germania appesa negli uffici, nei tinelli di mille e
mille case, le bandierine fatali si spostavano da una parte e
dall'altra, in minacciose protuberanze, serrando sempre più la loro
stretta. Per vie misteriose, voci che dapprima parevano strane o
pazzesche si spandevano per la città, accrescendo l'ansia della
liberazione». Una città che captava in silenzio i sintomi decisivi:
«I molti scioperi dei giorni precedenti, eseguiti con disciplina e
svoltisi per lo più senza reazioni o repressioni, già dicevano che
molte cose erano cambiate e stavano felicemente sovvertendosi.
Migliaia di partigiani - era ormai voce comune - erano concentrati
in Milano e si disponevano a far sentire il peso delle loro armi.
Il febbrile trambusto dinanzi alle sedi dei comandi tedeschi, tutti
quegli autocarri carichi delle più strane cose che si lanciavano
verso la periferia, quelle finestre che rimanevano sprangate, quei
cavalli di frisia che le sentinelle più non vigilavano, erano
altrettanti segni promettenti».
Riccardo Lombardi ricostruì così
(quindici anni dopo) l'antefatto della giornata: «A mezzogiorno del
25 aprile la periferia della città era già in mano agli operai,
mentre il centro restava ancora ai fascisti. L'ordine ufficiale di
insurrezione non era ancora stato diramato. Ricevemmo le
disposizioni per l'occupazione degli edifici pubblici alle 10 del
mattino, ed a mezzogiorno l'occupazione era già ultimata. Nel
pomeriggio ci riunimmo con Luigi Longo, Leo Valiani e qualche altro
per esaminare la risposta da dare all'invito dell'arcivescovo circa
le trattative con i fascisti per porre fine alle ostilità. Fu
deciso di chiedere la resa senza condizioni, ed in ogni caso di non
oltrepassare le ore 20 nelle trattative, per non intralciare le
operazioni militari dei comandi».
L'ITALIA DIVISA IN DUE. Da
quasi 20 mesi l'Italia era divisa in due. Dopo l'8 settembre il Sud
era sotto il controllo degli Alleati. Il Centro e il Nord erano
ancora in mani tedesche. L'avanzata degli anglo-americani si era
rivelata più faticosa del previsto. Per raggiungere Roma, dopo lo
sbarco di Anzio, le truppe del generale Alexander impiegarono
quattro mesi e mezzo. Ce ne vollero altri tre per cacciare i
tedeschi da Firenze. I mesi successivi - quelli fra l'estate e
l'autunno del 1944 - furono i più crudeli: a ridosso della Linea
Gotica si consumarono le stragi più efferate dei nazisti contro
popolazioni inermi. A Sant'Anna di Stazzema, in Versilia, i
tedeschi massacrarono 560 civili per rappresaglia contro le azioni
dei partigiani; a Marzabotto, nei pressi di Bologna, furono uccisi
- nell'arco di due giorni - 1.836 cittadini inermi. Il 9 settembre
1943 - ventiquattro ore dopo l'annuncio dell'armistizio con gli
anglo-americani - era stata annunciata la costituzione del Comitato
di Liberazione Nazionale, del quale facevano parte Giorgio Amendola
e Mauro Scoccimarro (in rappresentanza del Pci), Pietro Nenni e
Giuseppe Romita (per il Psiup), Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea
(Partito d'Azione), Meuccio Ruini (Democrazia del lavoro), Alcide
De Gasperi (Democrazia Cristiana) e Alessandro Casati (Pli). Nel
mese successivo si erano costituiti i Cln regionali.
Le fasi finali della guerra contro
la Wermacht erano state condotte - d'intesa con i Comandi Alleati -
dal Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia.
Quattro giorni prima della
liberazione di Milano - il 21 aprile 1945 - il Comitato emanò le
direttive per l'insurrezione generale: «Ad integrazione dei compiti
militari previsti per le formazioni del Corpo volontari della
libertà, il pieno successo dell'insurrezione nazionale che deve
liberare le nostre terre dall'oppressione e dal saccheggio
nazifascista richiede l'attiva e cosciente partecipazione di tutte
le popolazioni delle città e delle campagne. Dei compiti di una
particolare importanza spettano in questo campo alla massa degli
operai, dei tecnici, degli impiegati concentrati nei maggiori
stabilimenti industriali. Perché tali compiti possano essere
assolti con la massima efficienza, è necessario che tutti si
attengano alle presenti direttive del Comitato di Liberazione
Nazionale ed a quelle che verranno successivamente impartite». La
mobilitazione prevedeva che tutti i militanti si recassero presso i
rispettivi posti di lavoro che avrebbero costituito «il centro di
mobilitazione e la fortezza dell'insurrezione nazionale». Di lì -
inquadrati dai capi responsabili - i lavoratori avrebbero raggiunto
e occupato «i punti più importanti della città, per scacciare dai
loro nidi di resistenza i nazifascisti». Quel genere di
disposizioni mirava - oltre che a compattare le forze - a difendere
gli impianti produttivi contro il possibile tentativo del nemico di
distruggere tutto «per ridurci alla fame, alla miseria, per creare
il disastro economico». La strategia era semplice e funzionale:
«Nelle fabbriche sarà più facile organizzare tanto la difesa che
l'attacco, perché nelle fabbriche saranno riunite migliaia di
operai».
ARRENDERSI O PERIRE. Nel
proclama diffuso dal Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta
Italia il 25 aprile si dettava una sola condizione: «Arrendersi o
perire». Un ultimatum senza ipotesi subordinate: «Sia ben chiaro
per tutti che chi non si arrende sarà sterminato. Sia ben chiaro
per i componenti delle Forze Armate del cosiddetto governo fascista
repubblicano che chi sarà colto con le armi in mano sarà fucilato.
Solo chi abbandona oggi, subito, prima che sia troppo tardi,
volontariamente, le file del tradimento, solo chi si arrende al
Comitato di Liberazione, consegna le armi - quante armi può - ai
patrioti avrà salva la vita, se non si sarà macchiato personalmente
di più gravi delitti. Il Comitato di Liberazione Nazionale e le
formazioni armate del Corpo dei Volontari della Libertà non
accettano e non accetteranno mai - in armonia con le decisioni dei
capi responsabili delle Nazioni Unite - altra forma di resa dei
nazifascisti che non sia la resa incondizionata».
Riprendiamo la cronaca del Corriere
(in data 26 aprile): «Le vie si fanno a poco a poco sempre più
deserte. E cresce il silenzio delle grandi aspettazioni. Dinanzi
alle saracinesche semiabbassate, ai portoni mezzo chiusi, si
formano gruppetti di persone, dall'aria un po' stranita, che si
guardano intorno. Una fucilata suona secca e solitaria nel
pomeriggio già estivo. Poi una lunga scarica di mitra. Comincia la
battaglia? Si apre l'ultimo sanguinoso atto del dramma? Ma il
silenzio ritorna. Con un crescente sollievo la città vede passare
le ore senza che si scateni la lotta. La partita non si deciderà
dunque a Milano. No, la partita è già stata decisa; e non solo sui
fiammeggianti campi di battaglia fra i biondi guerrieri del nord e
d'oltreatlantico, non solo sul fronte della Russia e su quello
italiano; ma anche qui in Milano, nell'eterno anno e mezzo di
attesa, la sorte è stata decisa per opera del popolo stesso,
unanime nel desiderio e nell'ansia, attraverso l'ancora oscuro
travaglio e sacrificio di molte migliaia di cittadini che a rischio
di carcere, di deportazione, di supplizi e di morte non si sono
stancati di spandere la semente».
Tutto aveva funzionato a dovere. In
poche ore sembrava tutto dimenticato. I mesi di fame, le tessere
alimentari e la borsa nera che non erano riuscite a risolvere un
problema insolubile. Non solo al Sud (descritto con impietosa
crudeltà nei romanzi di Malaparte), ma anche nelle regioni del
Centro Italia e del Nord la miseria aveva favorito i commerci più
turpi per sbarcare il lunario. Dove l'occupazione nazista si era
protratta più a lungo, le ferite erano naturalmente più profonde.
Nelle città peggio che nelle campagne. La lotta partigiana aveva
comportato sacrifici altissimi in vite umane. Episodi di luminoso
eroismo, testimonianza autentica e inoppugnabile della volontà
comune di "liberarsi" dall'oppressione nazista. I centri urbani
erano stati spazzati dai bombardamenti a tappeto e dai
rastrellamenti tedeschi. Le retate notturne erano state un incubo
concreto. Migliaia di persone sparirono nella notte, senza lasciare
tracce, per finire sui vagoni piombati, o nelle celle di tortura. I
civili non l'avevano scampata: spesso, per loro, era andata persino
peggio che per i militari. I soldati avevano risentito dello
sbandamento seguito alla mancanza di ordini dopo l'armistizio. La
scelta di combattere a fianco degli Alleati era stata dura e
coraggiosissima, per il rischio di ulteriori rappresaglie sulle
famiglie. Inizialmente, i militari avevano incontrato pesanti
difficoltà persino a farsi accettare come alleati e come
combattenti dagli anglo-americani.
L'ESEMPIO DI CATTANEO.
L'Italia usciva dalla guerra in un panorama di macerie, non
soltanto fisiche. Una guerra civile lascia cicatrici profonde. Ma
esistevano i presupposti per ricostruire un Paese nuovo, nella
buona volontà di chi raccoglieva l'eredità di dare una guida e un
governo alla Nazione, tentando di cancellare i contrasti più acuti,
di ritrovare i punti minimi di incontro per la convivenza civile.
Il Referendum del 1946 e - soprattutto - i lavori dell'Assemblea
Costituente riuscirono a ricucire gli strappi più violenti.
L'amnistia offrì un altro contributo importante. Ma il percorso è
stato ugualmente lungo e molto faticoso. Soltanto negli ultimi anni
si è avviato a compimento il progetto della "memoria condivisa",
indispensabile per chiudere in modo definitivo il capitolo delle
contrapposizioni frontali.
Qualcuno ebbe il coraggio, e la
lungimiranza, di avviare subito quel progetto. Basta rileggere
l'incipit dell'editoriale (scritto da Borsa, ma non firmato)
pubblicato dal Nuovo Corriere il 26 aprile 1945, il giorno
successivo alla Liberazione. Vi si suggeriva un paragone storico:
«Rivive forse in Milano l'animo delle Cinque Giornate, ma auguriamo
che, come allora, quest'ansia non sia contaminata. Il 20 marzo del
1848 i popolani trovarono nascosto in un fienile il conte Bolza, il
famigerato canagliesco arnese dell'Austria. Lo portarono davanti a
Carlo Cattaneo e gli chiesero che ne dovessero fare. "Se l'uccidete
- fu la risposta - fate una cosa giusta; se non l'uccidete, fate
una cosa santa!". Ebbene, cerchiamo anche noi, oggi e poi, di
essere dei santi; non andremo per questo in paradiso, ma non
ricadremo nell'inferno». |