CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2005 > Aprile > Attualità

Il 25 aprile di sessant'anni fa

Il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia aveva impartito quattro giorni prima le direttive per l'insurrezione generale. E tutto si svolse esattamente come era stato previsto. La cronaca di una giornata indimenticabile

Sandro Pertini, uno dei maggiori esponenti del CLN

Sono passati sessant'anni esatti. Diminuiscono, ad ogni ricorrenza, quelli che possono offrire un ricordo personale di quel giorno. I protagonisti sono tutti scomparsi. Forse anche questo ha contribuito a smussare polemiche e contrasti ideologici: si va, sia pure faticosamente, formando una memoria condivisa, nella quale le carte - e i documenti - hanno ormai completamente surrogato le testimonianze.

Il 25 aprile 1945 fu il giorno della "Liberazione". Il Cln - Comitato di Liberazione Nazionale - diretto da Sandro Pertini, Emilio Sereni e Leo Valiani, guidò l'insurrezione a Milano. Bloccata dallo sciopero generale, la città fu occupata nei punti strategici dai partigiani. L'arcivescovo di Milano, cardinale Schuster, tentò di convincere le due parti in lotta a firmare l'armistizio, convocando nella sede dell'arcivescovado i capi della Resistenza, i rappresentanti dell'occupazione tedesca e lo stesso Mussolini, che fu il primo a presentarsi all'appuntamento. L'incontro si risolse, però, in un nulla di fatto. I plenipotenziari del Cln - Raffaele Cadorna, Riccardo Lombardi e Achille Marazza - offrirono a Mussolini la resa senza condizioni, dandogli due ore di tempo per rendere nota la sua risposta. Mussolini apprese durante la riunione che i nazisti avevano trattato separatamente la resa, e mormorò: «Questo è l'ultimo tradimento». Rientrò in Prefettura, dove alloggiava; si chiuse nel suo studio per scrivere una lettera a Churchill (che non giunse a destinazione, e della quale non si è mai conosciuto il contenuto) e decise di interrompere le trattative con il Comitato di Liberazione Nazionale, accettando invece il progetto del segretario del partito, Alessandro Pavolini: rifugiarsi in Valtellina per tentare un'ultima, disperata resistenza. La sera stessa un'autocolonna partì verso Como.

La mattina del 26 uscì in edicola il Corriere della Sera. Per segnalare in modo esplicito la discontinuità con il passato prossimo, recava la testata Il Nuovo Corriere. Lo firmava come direttore Mario Borsa, «noto per il suo passato adamantino di giornalista schivo da ogni compromissione e di tenace assertore dei principii di libertà e di giustizia sociale, in omaggio ai quali ebbe a soffrire sotto il fascismo due volte il carcere, due anni di "ammonizione" e in più il campo di concentramento». Nel taglio basso in prima pagina il titolo offriva la «Cronaca di ore memorabili». Una cronaca tessuta anche sul respiro della città. «Senza osare ancora crederlo, Milano si è risvegliata ieri mattina all'ultima giornata della sua interminabile attesa. Da alcuni giorni la grande speranza aveva acquistato una verosimiglianza meravigliosa, via via che sulla carta della Germania appesa negli uffici, nei tinelli di mille e mille case, le bandierine fatali si spostavano da una parte e dall'altra, in minacciose protuberanze, serrando sempre più la loro stretta. Per vie misteriose, voci che dapprima parevano strane o pazzesche si spandevano per la città, accrescendo l'ansia della liberazione». Una città che captava in silenzio i sintomi decisivi: «I molti scioperi dei giorni precedenti, eseguiti con disciplina e svoltisi per lo più senza reazioni o repressioni, già dicevano che molte cose erano cambiate e stavano felicemente sovvertendosi. Migliaia di partigiani - era ormai voce comune - erano concentrati in Milano e si disponevano a far sentire il peso delle loro armi. Il febbrile trambusto dinanzi alle sedi dei comandi tedeschi, tutti quegli autocarri carichi delle più strane cose che si lanciavano verso la periferia, quelle finestre che rimanevano sprangate, quei cavalli di frisia che le sentinelle più non vigilavano, erano altrettanti segni promettenti».

Riccardo Lombardi ricostruì così (quindici anni dopo) l'antefatto della giornata: «A mezzogiorno del 25 aprile la periferia della città era già in mano agli operai, mentre il centro restava ancora ai fascisti. L'ordine ufficiale di insurrezione non era ancora stato diramato. Ricevemmo le disposizioni per l'occupazione degli edifici pubblici alle 10 del mattino, ed a mezzogiorno l'occupazione era già ultimata. Nel pomeriggio ci riunimmo con Luigi Longo, Leo Valiani e qualche altro per esaminare la risposta da dare all'invito dell'arcivescovo circa le trattative con i fascisti per porre fine alle ostilità. Fu deciso di chiedere la resa senza condizioni, ed in ogni caso di non oltrepassare le ore 20 nelle trattative, per non intralciare le operazioni militari dei comandi».

L'ITALIA DIVISA IN DUE. Da quasi 20 mesi l'Italia era divisa in due. Dopo l'8 settembre il Sud era sotto il controllo degli Alleati. Il Centro e il Nord erano ancora in mani tedesche. L'avanzata degli anglo-americani si era rivelata più faticosa del previsto. Per raggiungere Roma, dopo lo sbarco di Anzio, le truppe del generale Alexander impiegarono quattro mesi e mezzo. Ce ne vollero altri tre per cacciare i tedeschi da Firenze. I mesi successivi - quelli fra l'estate e l'autunno del 1944 - furono i più crudeli: a ridosso della Linea Gotica si consumarono le stragi più efferate dei nazisti contro popolazioni inermi. A Sant'Anna di Stazzema, in Versilia, i tedeschi massacrarono 560 civili per rappresaglia contro le azioni dei partigiani; a Marzabotto, nei pressi di Bologna, furono uccisi - nell'arco di due giorni - 1.836 cittadini inermi. Il 9 settembre 1943 - ventiquattro ore dopo l'annuncio dell'armistizio con gli anglo-americani - era stata annunciata la costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale, del quale facevano parte Giorgio Amendola e Mauro Scoccimarro (in rappresentanza del Pci), Pietro Nenni e Giuseppe Romita (per il Psiup), Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea (Partito d'Azione), Meuccio Ruini (Democrazia del lavoro), Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana) e Alessandro Casati (Pli). Nel mese successivo si erano costituiti i Cln regionali.

Le fasi finali della guerra contro la Wermacht erano state condotte - d'intesa con i Comandi Alleati - dal Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia.

Quattro giorni prima della liberazione di Milano - il 21 aprile 1945 - il Comitato emanò le direttive per l'insurrezione generale: «Ad integrazione dei compiti militari previsti per le formazioni del Corpo volontari della libertà, il pieno successo dell'insurrezione nazionale che deve liberare le nostre terre dall'oppressione e dal saccheggio nazifascista richiede l'attiva e cosciente partecipazione di tutte le popolazioni delle città e delle campagne. Dei compiti di una particolare importanza spettano in questo campo alla massa degli operai, dei tecnici, degli impiegati concentrati nei maggiori stabilimenti industriali. Perché tali compiti possano essere assolti con la massima efficienza, è necessario che tutti si attengano alle presenti direttive del Comitato di Liberazione Nazionale ed a quelle che verranno successivamente impartite». La mobilitazione prevedeva che tutti i militanti si recassero presso i rispettivi posti di lavoro che avrebbero costituito «il centro di mobilitazione e la fortezza dell'insurrezione nazionale». Di lì - inquadrati dai capi responsabili - i lavoratori avrebbero raggiunto e occupato «i punti più importanti della città, per scacciare dai loro nidi di resistenza i nazifascisti». Quel genere di disposizioni mirava - oltre che a compattare le forze - a difendere gli impianti produttivi contro il possibile tentativo del nemico di distruggere tutto «per ridurci alla fame, alla miseria, per creare il disastro economico». La strategia era semplice e funzionale: «Nelle fabbriche sarà più facile organizzare tanto la difesa che l'attacco, perché nelle fabbriche saranno riunite migliaia di operai».

ARRENDERSI O PERIRE. Nel proclama diffuso dal Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia il 25 aprile si dettava una sola condizione: «Arrendersi o perire». Un ultimatum senza ipotesi subordinate: «Sia ben chiaro per tutti che chi non si arrende sarà sterminato. Sia ben chiaro per i componenti delle Forze Armate del cosiddetto governo fascista repubblicano che chi sarà colto con le armi in mano sarà fucilato. Solo chi abbandona oggi, subito, prima che sia troppo tardi, volontariamente, le file del tradimento, solo chi si arrende al Comitato di Liberazione, consegna le armi - quante armi può - ai patrioti avrà salva la vita, se non si sarà macchiato personalmente di più gravi delitti. Il Comitato di Liberazione Nazionale e le formazioni armate del Corpo dei Volontari della Libertà non accettano e non accetteranno mai - in armonia con le decisioni dei capi responsabili delle Nazioni Unite - altra forma di resa dei nazifascisti che non sia la resa incondizionata».

Riprendiamo la cronaca del Corriere (in data 26 aprile): «Le vie si fanno a poco a poco sempre più deserte. E cresce il silenzio delle grandi aspettazioni. Dinanzi alle saracinesche semiabbassate, ai portoni mezzo chiusi, si formano gruppetti di persone, dall'aria un po' stranita, che si guardano intorno. Una fucilata suona secca e solitaria nel pomeriggio già estivo. Poi una lunga scarica di mitra. Comincia la battaglia? Si apre l'ultimo sanguinoso atto del dramma? Ma il silenzio ritorna. Con un crescente sollievo la città vede passare le ore senza che si scateni la lotta. La partita non si deciderà dunque a Milano. No, la partita è già stata decisa; e non solo sui fiammeggianti campi di battaglia fra i biondi guerrieri del nord e d'oltreatlantico, non solo sul fronte della Russia e su quello italiano; ma anche qui in Milano, nell'eterno anno e mezzo di attesa, la sorte è stata decisa per opera del popolo stesso, unanime nel desiderio e nell'ansia, attraverso l'ancora oscuro travaglio e sacrificio di molte migliaia di cittadini che a rischio di carcere, di deportazione, di supplizi e di morte non si sono stancati di spandere la semente».

Tutto aveva funzionato a dovere. In poche ore sembrava tutto dimenticato. I mesi di fame, le tessere alimentari e la borsa nera che non erano riuscite a risolvere un problema insolubile. Non solo al Sud (descritto con impietosa crudeltà nei romanzi di Malaparte), ma anche nelle regioni del Centro Italia e del Nord la miseria aveva favorito i commerci più turpi per sbarcare il lunario. Dove l'occupazione nazista si era protratta più a lungo, le ferite erano naturalmente più profonde. Nelle città peggio che nelle campagne. La lotta partigiana aveva comportato sacrifici altissimi in vite umane. Episodi di luminoso eroismo, testimonianza autentica e inoppugnabile della volontà comune di "liberarsi" dall'oppressione nazista. I centri urbani erano stati spazzati dai bombardamenti a tappeto e dai rastrellamenti tedeschi. Le retate notturne erano state un incubo concreto. Migliaia di persone sparirono nella notte, senza lasciare tracce, per finire sui vagoni piombati, o nelle celle di tortura. I civili non l'avevano scampata: spesso, per loro, era andata persino peggio che per i militari. I soldati avevano risentito dello sbandamento seguito alla mancanza di ordini dopo l'armistizio. La scelta di combattere a fianco degli Alleati era stata dura e coraggiosissima, per il rischio di ulteriori rappresaglie sulle famiglie. Inizialmente, i militari avevano incontrato pesanti difficoltà persino a farsi accettare come alleati e come combattenti dagli anglo-americani.

L'ESEMPIO DI CATTANEO. L'Italia usciva dalla guerra in un panorama di macerie, non soltanto fisiche. Una guerra civile lascia cicatrici profonde. Ma esistevano i presupposti per ricostruire un Paese nuovo, nella buona volontà di chi raccoglieva l'eredità di dare una guida e un governo alla Nazione, tentando di cancellare i contrasti più acuti, di ritrovare i punti minimi di incontro per la convivenza civile. Il Referendum del 1946 e - soprattutto - i lavori dell'Assemblea Costituente riuscirono a ricucire gli strappi più violenti. L'amnistia offrì un altro contributo importante. Ma il percorso è stato ugualmente lungo e molto faticoso. Soltanto negli ultimi anni si è avviato a compimento il progetto della "memoria condivisa", indispensabile per chiudere in modo definitivo il capitolo delle contrapposizioni frontali.

Qualcuno ebbe il coraggio, e la lungimiranza, di avviare subito quel progetto. Basta rileggere l'incipit dell'editoriale (scritto da Borsa, ma non firmato) pubblicato dal Nuovo Corriere il 26 aprile 1945, il giorno successivo alla Liberazione. Vi si suggeriva un paragone storico: «Rivive forse in Milano l'animo delle Cinque Giornate, ma auguriamo che, come allora, quest'ansia non sia contaminata. Il 20 marzo del 1848 i popolani trovarono nascosto in un fienile il conte Bolza, il famigerato canagliesco arnese dell'Austria. Lo portarono davanti a Carlo Cattaneo e gli chiesero che ne dovessero fare. "Se l'uccidete - fu la risposta - fate una cosa giusta; se non l'uccidete, fate una cosa santa!". Ebbene, cerchiamo anche noi, oggi e poi, di essere dei santi; non andremo per questo in paradiso, ma non ricadremo nell'inferno».

Marco Martelli