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E se lo sbarco fosse fallito?
Domande oziose, dicono gli studiosi: la storia non si fa con i "se"
e con i "ma". Non è difficile, tuttavia, intuire che cosa sarebbe
accaduto se i tedeschi fossero riusciti a respingere l'attacco
anglo-americano in Normandia. Le sorti della guerra non sarebbero
cambiate. La Wermacht era allo stremo delle forze: il fronte
orientale stava cedendo, i russi sarebbero comunque arrivati a
Berlino. Le atomiche su Hiroshima e Nagasaki avrebbero comunque
piegato la resistenza giapponese nel Pacifico. Tutto uguale,
allora? Nient'affatto. Vale la pena di ricordare che - terminata la
guerra - il confronto assunse una fisionomia totalmente diversa, e
riguardò l'Occidente e il blocco comunista. Se l'operazione
Overlord si fosse chiusa con un fallimento, l'Armata Rossa non
avrebbe incontrato alcun ostacolo fino alla valle del Reno,
occupando i bacini industriali della Rühr e catturando gli
scienziati tedeschi che stavano progettando le nuove armi "segrete"
di distruzione di massa. L'equilibrio fra Est e Ovest si sarebbe
sbilanciato a favore di Stalin, e la guerra fredda avrebbe avuto
esiti completamente diversi. Berlino non sarebbe uscita dal
conflitto divisa, e sotto il controllo delle potenze vincitrici, ma
sarebbe diventata una provincia dell'impero sovietico. Il D-Day -
progettato accuratamente per sconfiggere il nazismo - servì, in
definitiva, per contenere l'ascesa del comunismo. Sessant'anni dopo
(ora che molte cose sono cambiate rispetto ad allora) si può tirare
un sospiro di sollievo.
6 giugno 1944, il D-Day
I
l "giorno più lungo" ebbe una gestazione proporzionata
all'importanza della posta in gioco e allo sforzo che il Comando
alleato si apprestava a compiere. Da quando erano entrati in
guerra, gli Stati Uniti progettavano l'apertura del fronte
occidentale in Europa. Gli inglesi avrebbero preferito insistere
nelle strategie "periferiche", quelle già adottate con successo
contro Napoleone, un secolo e mezzo prima. Il presidente americano
Roosevelt, viceversa, non si stancava di ripetere a Churchill che
«la linea più breve fra due punti è quella retta». L'amichevole
divergenza di opinioni aveva anche spiegazioni politiche. A
Washington la guerra in Europa era considerata alla stregua di una
concessione fatta agli inglesi: quel che premeva maggiormente agli
americani era il teatro del Pacifico. Giudicavano quindi necessario
risolvere il problema europeo con la massima rapidità: grande
spiegamento di mezzi, attacco frontale. Prevalse - come sappiamo -
questo punto di vista. Nel maggio 1943 - alla conferenza Trident (a
Washington) - fu presa la decisione di invadere l'Europa,
attaccando le coste francesi, e fu scelto il nome in codice
dell'operazione: Overlord. Fu anche decisa la zona dello sbarco (le
spiagge della Normandia) e fu approntato il piano di intelligence
che avrebbe mirato a convincere i tedeschi che l'attacco avrebbe
avuto come obiettivo Calais. A dicembre il presidente americano
Franklin D. Roosevelt comunicò a Dwight Eisenhower che sarebbe
toccato a lui comandare l'operazione. Dopodiché il lavoro divenne
frenetico. Mai nella storia era stato progettato un attacco con un
tale dispiego di forze. Quasi tre milioni di uomini, 2.500 mezzi da
sbarco, 700 navi da guerra, 2.700 navi mercantili, 1.136 aerei
inglesi, 1.083 americani. La linea del fronte correva da Le Havre a
Cherbourg. I punti di sbarco erano cinque, indicati con nomi di
fantasia: Utah e Omaha (a occidente), di pertinenza americana;
Gold, Juno e Sword (a oriente), dove sbarcheranno gli inglesi.
L'operazione era programmata per
l'alba del 4 giugno 1944 (lo stesso giorno della liberazione di
Roma), ma - all'ultimo momento - ci fu un rinvio di 48 ore a causa
delle avverse condizioni atmosferiche. Resistenze e perplessità si
erano manifestate fino all'ultimo. Il 23 ottobre 1943, Churchill
(in una lettera a Roosevelt) mise le mani avanti, sottolineando la
complessità dell'impresa: «Mio caro amico, questa è la cosa più
grande che mai abbiamo tentato». In febbraio, il primo ministro
inglese si lasciò sfuggire una battuta: «Ma perché ci siamo messi
in testa di farlo?». E ancora il 5 giugno, sir Alan Brooke, capo
dello Stato Maggiore imperiale, scrisse nel suo diario: «Sono molto
preoccupato per tutta quanta l'operazione. Nel migliore dei casi,
riuscirà parecchio inferiore alle aspettative della maggior parte
della gente. Nel peggiore, potrebbe rivelarsi come il disastro più
grave di tutta la guerra».
La Resistenza francese fu
preallarmata con la trasmissione (da parte della BBC) dei primi
versi della Chanson d'automne di Verlain: «Il lungo singhiozzo dei
violini d'autunno…». Nella notte fra il 5 e il 6 giugno, i
partigiani francesi - incollati alla radio - seppero che era
arrivata l'ora X quando ascoltarono i versi mancanti: «(…) ferisce
il mio cuore con monotono languore». Lo seppero anche i tedeschi.
L'Ufficio informazioni della XV Armata aveva scoperto che quello
era il segnale convenuto. Ma non seppe fino all'ultimo dove sarebbe
avvenuto lo sbarco.

Per una serie di circostanze (in
parte fortuite, in parte dovute a leggerezza) la reazione tedesca
subì ulteriori ritardi. Il giorno dello sbarco, il feldmaresciallo
Rommel, capo dell'Armata tedesca stanziata in Normandia, non si
trovava al suo Comando, a La Roche-Guyon. Il tempo cattivo l'aveva
convinto che non sarebbe accaduto nulla, ed era partito per la
Germania in automobile per festeggiare il compleanno della moglie.
Quando il suo capo di Stato Maggiore, Hans Speidel, lo informò
dello sbarco, invertì la marcia e tornò a Parigi, per predisporre
un piano di difesa. Si rese immediatamente conto che era
indispensabile spostare le divisioni del Nord verso la zona di
Cherbourg. Chiamò Hitler per ottenere il consenso, ma il Führer
stava dormendo e aveva dato ordini categorici perché non lo si
svegliasse prima di mezzogiorno. Fu informato, in tal modo, con
dieci ore di ritardo, e rifiutò a Rommel il permesso di procedere
allo spostamento delle truppe, convinto che quella in atto da parte
degli Alleati fosse soltanto un'operazione diversiva.
Molti altri comandanti tedeschi non
erano al loro posto il 6 giugno, per i più disparati motivi.
Friedrich Dollmann, capo della VII Armata, era a Rennes, per
un'esercitazione teorica (attacco di paracadutisti e sbarco dal
mare, molto pertinente). Il comandante del Corpo corazzato delle
SS, schierato intorno a Parigi, era in Belgio. Quasi tutti gli
altri generali si trovavano a non meno di 50 chilometri di distanza
dai loro comandi: rientrarono precipitosamente alle rispettive basi
sotto i bombardamenti dell'aviazione alleata.
In concreto, a difendere le spiagge
della Normandia - nelle prime ore del D-Day - c'erano soltanto le
truppe delle divisioni di stanza nella regione. Nel tardo
pomeriggio si mossero verso Caen due Panzerdivisionen del Corpo
corazzato delle SS. Tutto il resto della riserva strategica giunse
nel teatro delle operazioni tre giorni più tardi.
Sulla spiaggia di Utah, la più
occidentale, la 4a Divisione americana incontrò una resistenza
molto scarsa. Al termine della giornata, le perdite ammontavano ad
appena 200 uomini. Ad Omaha le cose andarono in modo assai diverso:
la 29a Divisione americana incontrò molti ostacoli disseminati sul
terreno dai tedeschi. C'erano, inoltre, molte postazioni di
mitragliatrici tedesche che aprirono un fitto fuoco di sbarramento.
Il comandante della Divisione disse una frase che viene ancora
ricordata dai superstiti: «Su questa spiaggia si trovano due tipi
di uomini: i morti e quelli che stanno per morire. Vediamo di
uscirne». I caduti, prima che tramontasse il sole, erano già 2.500.
A Gold gli inglesi e a Juno i canadesi raggiunsero agevolmente gli
obiettivi prefissati. Sulla spiaggia più orientale, Sword, la 3a
Divisione inglese raggiunse la 6a Divisione aerotrasportata, che
aveva già occupato un ponte sul fiume Orne, bloccando l'afflusso
delle riserve tedesche. In un libro di memorie (Crociata in Europa,
pubblicato nel 1949), Eisenhower confessò che alla vigilia si
attendeva che su tutte le spiagge la resistenza fosse pari a quella
incontrata ad Omaha. Con grande modestia scrisse che il successo,
superiore al previsto, era da attribuire a molti fattori, fra i
quali doveva essere annoverata anche la fortuna.
Nell'immediato dopoguerra si diffuse
la convinzione che lo sbarco si fosse risolto in una sorta di
passeggiata per le truppe alleate. La storiografia più recente ha
dimostrato, invece, che non andò così. Uno storico inglese, Max
Hastings, in un libro pubblicato nel 1983 (Overlord - Il D-Day e la
battaglia di Normandia), ha dimostrato che gli Stati maggiori
alleati non furono esenti da errori nella preparazione dello sbarco
e nella conduzione militare delle fasi immediatamente successive.
Furono i reparti impiegati sul campo, con immenso spirito di
sacrificio e capacità di iniziativa, a sopperire alle mancanze dei
comandi. L'esito della battaglia - secondo Hastings - fu incerto
fino all'ultimo.

Il più autorevole fra gli storici
inglesi dell'ultimo mezzo secolo, Basil Liddel Hart (Storia
militare della Seconda guerra mondiale, pubblicato nel 1970), aveva
anticipato giudizi analoghi: «Si trattò di un'operazione che
soltanto alla fine "andò secondo i piani", ma che non si svolse
affatto in modo conforme alla tabella di marcia prevista. In un
primo momento il margine tra vittoria e disfatta fu pericolosamente
ridotto». L'esempio lampante del divario fra aspettative e
risultati venne dalla conquista di Caen. Secondo il piano
originale, la città doveva essere conquistata nel giorno stesso
dello sbarco. Il primo intoppo si verificò subito: l'ingorgo di
traffico che si produsse sulle spiagge. Ma a questo problema
tecnico si aggiunse «l'eccessiva cautela dei comandanti delle forze
da sbarco in un momento in cui non c'era virtualmente nessun
ostacolo a sbarrare loro la strada». Risultato: «Ci volle più di un
mese prima che, dopo ripetuti e sanguinosi scontri, Caen finalmente
venisse conquistata». Anche la conquista di Cherbourg (prevista
entro 20 giorni) avvenne 56 giorni più tardi. Liddel Hart, in sede
di analisi, sostiene che «il prolungamento della "battaglia della
testa di ponte" tornò a vantaggio degli Alleati. Infatti i tedeschi
finirono con il profondere in questa battaglia quasi tutte le forze
di cui disponevano nel teatro occidentale, ma a causa delle
divergenze di opinioni esistenti all'interno del loro Alto Comando
e della costante azione di disturbo svolta dall'aviazione alleata
(che ormai operava virtualmente indisturbata) lo fecero in modo
troppo frammentario. Le divisioni corazzate, arrivate per prime e
impiegate per turare le falle, furono anche le prime a essere messe
fuori combattimento, e ciò privò il nemico di quell'arma mobile che
gli sarebbe stata indispensabile più tardi, quando si trattò di
cominciare a combattere in terreno aperto. La caparbia resistenza
che ritardò in misura così rilevante l'attacco degli alleati dalla
testa di ponte fu proprio il fattore che, una volta scattato
l'attacco, spianò loro la via per una rapida avanzata attraverso la
Francia».
In realtà l'elemento determinante
per la vittoria fu l'indiscutibile supremazia di cui gli Alleati
godevano nell'aria. Mai erano stati impiegati tanti aerei
contemporaneamente in una sola battaglia. E mai era stato
rovesciato al suolo un tale carico di bombe. L'altro elemento
decisivo sull'esito dell'operazione fu rappresentato dai conflitti
di opinione che emersero nello Stato Maggiore tedesco. Il
feldmaresciallo von Rundstedt, comandante supremo delle forze
tedesche, tentò inutilmente di convincere Hitler a modificare i
piani di difesa (che riteneva inadeguati). L'unico risultato delle
sue insistenze fu l'esonero dall'incarico. Hitler continuò, fino
alla fine, a opporsi a qualunque ripiegamento dei suoi soldati.
A mezzogiorno del 6 giugno, Winston
Churchill prese la parola alla Camera dei Comuni. L'intervento era
previsto dal giorno precedente, per riferire sulla liberazione di
Roma (avvenuta il 4 giugno). Al termine del discorso, il primo
ministro dette conto dell'avvenuto sbarco in Normandia: «Finora»,
disse, «tutto si svolge secondo i piani». Meno distaccato (e,
soprattutto, molto meno corretto) fu il proclama letto la sera da
Charles de Gaulle. «È la battaglia per la Francia e la battaglia
della Francia», disse il generale. «La Francia la condurrà con
ardore, ma in buon ordine. È così che, da 1500 anni, abbiamo
guadagnato ogni nostra vittoria». Appena una citazione, di
sfuggita, agli inglesi e americani, in un passaggio in cui si
alludeva a «forze armate alleate e francesi». Molto sciovinista,
poco obiettivo, se si tiene presente che i francesi impegnati
nell'operazione militare furono, quel giorno, 256.
Ci furono anche dei dissapori fra
Churchill e il capo del governo provvisorio francese. Gli inglesi -
sotto la spinta del loro primo ministro - avevano compiuto uno
sforzo titanico per liberare la Francia dai nazisti. «Sudore,
lacrime e sangue», aveva promesso Churchill dopo le prime
sconfitte. I sudditi di Sua Maestà avevano risposto all'appello,
consapevoli che era in gioco la loro libertà, quella dei francesi,
quella di tutti i popoli europei, e forse del mondo. Avevano
versato sudore, lacrime e sangue. Churchill si era trovato a più
riprese in dissenso anche con Roosevelt: fu il primo a comprendere
che - una volta sconfitta la Germania hitleriana - si sarebbe
profilato un altro confronto, altrettanto duro e difficile, con
l'Unione Sovietica di Stalin. E fu l'unico a capire che - sulle
spiagge della Normandia - si decideva anche l'esito di quella
seconda partita.
I francesi entrarono in scena a metà
agosto. La Divisione blindata, comandata dal generale Leclerc de
Hauteclocque, ricevette l'ordine di avanzare su Parigi. La
resistenza si era già sollevata contro gli occupanti nazisti. Il 26
agosto la città fu liberata. De Gaulle marciò in trionfo dall'Arco
di Trionfo, lungo gli Champs Elysées, fino a Place de La Concorde.
Poi, in automobile, raggiunse Notre-Dame dove il Te Deum di
ringraziamento fu appena disturbato dal crepitio lontano dei mitra
dei collaborazionisti che non volevano arrendersi.
La guerra non era affatto conclusa.
La Germania si sarebbe arresa otto mesi più tardi. Ma il D-Day
aveva segnato una svolta fondamentale, per capovolgere le sorti del
conflitto. Era accaduto anche con il fallimento dell'Operazione
Barbarossa, sul fronte orientale. Ma quella era stata una vittoria
delle truppe sovietiche. Overlord fu una vittoria dell'Occidente. E
gli ultimi sessant'anni di storia del mondo ne sono stati, in
qualche modo, la diretta conseguenza. |