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I giorni che hanno cambiato la storia - 3- Lo sbarco in Normandia

Nel giugno 1944 - dopo una lunga e accurata preparazione - gli Alleati sferrarono il loro attacco contro i tedeschi sul fronte occidentale. L'operazione Overlord, comandata dal generale Dwight Eisenhower, aveva come obiettivo la liberazione di Parigi e l'avanzata verso Berlino. Ma non solo. Winston Churchill aveva capito che era indispensabile bilanciare le vittorie militari dell'Armata Rossa sul fronte orientale, per impedire che Stalin potesse prendersi il merito esclusivo del crollo del nazismo. A guerra conclusa, ci sarebbe stata un'altra partita decisiva da giocare

Un momento dello sbarco

E se lo sbarco fosse fallito? Domande oziose, dicono gli studiosi: la storia non si fa con i "se" e con i "ma". Non è difficile, tuttavia, intuire che cosa sarebbe accaduto se i tedeschi fossero riusciti a respingere l'attacco anglo-americano in Normandia. Le sorti della guerra non sarebbero cambiate. La Wermacht era allo stremo delle forze: il fronte orientale stava cedendo, i russi sarebbero comunque arrivati a Berlino. Le atomiche su Hiroshima e Nagasaki avrebbero comunque piegato la resistenza giapponese nel Pacifico. Tutto uguale, allora? Nient'affatto. Vale la pena di ricordare che - terminata la guerra - il confronto assunse una fisionomia totalmente diversa, e riguardò l'Occidente e il blocco comunista. Se l'operazione Overlord si fosse chiusa con un fallimento, l'Armata Rossa non avrebbe incontrato alcun ostacolo fino alla valle del Reno, occupando i bacini industriali della Rühr e catturando gli scienziati tedeschi che stavano progettando le nuove armi "segrete" di distruzione di massa. L'equilibrio fra Est e Ovest si sarebbe sbilanciato a favore di Stalin, e la guerra fredda avrebbe avuto esiti completamente diversi. Berlino non sarebbe uscita dal conflitto divisa, e sotto il controllo delle potenze vincitrici, ma sarebbe diventata una provincia dell'impero sovietico. Il D-Day - progettato accuratamente per sconfiggere il nazismo - servì, in definitiva, per contenere l'ascesa del comunismo. Sessant'anni dopo (ora che molte cose sono cambiate rispetto ad allora) si può tirare un sospiro di sollievo.

6 giugno 1944, il D-Day


Un carro armato Cromwell MK8 in dotazione alle forze armate britanniche

I

l "giorno più lungo" ebbe una gestazione proporzionata all'importanza della posta in gioco e allo sforzo che il Comando alleato si apprestava a compiere. Da quando erano entrati in guerra, gli Stati Uniti progettavano l'apertura del fronte occidentale in Europa. Gli inglesi avrebbero preferito insistere nelle strategie "periferiche", quelle già adottate con successo contro Napoleone, un secolo e mezzo prima. Il presidente americano Roosevelt, viceversa, non si stancava di ripetere a Churchill che «la linea più breve fra due punti è quella retta». L'amichevole divergenza di opinioni aveva anche spiegazioni politiche. A Washington la guerra in Europa era considerata alla stregua di una concessione fatta agli inglesi: quel che premeva maggiormente agli americani era il teatro del Pacifico. Giudicavano quindi necessario risolvere il problema europeo con la massima rapidità: grande spiegamento di mezzi, attacco frontale. Prevalse - come sappiamo - questo punto di vista. Nel maggio 1943 - alla conferenza Trident (a Washington) - fu presa la decisione di invadere l'Europa, attaccando le coste francesi, e fu scelto il nome in codice dell'operazione: Overlord. Fu anche decisa la zona dello sbarco (le spiagge della Normandia) e fu approntato il piano di intelligence che avrebbe mirato a convincere i tedeschi che l'attacco avrebbe avuto come obiettivo Calais. A dicembre il presidente americano Franklin D. Roosevelt comunicò a Dwight Eisenhower che sarebbe toccato a lui comandare l'operazione. Dopodiché il lavoro divenne frenetico. Mai nella storia era stato progettato un attacco con un tale dispiego di forze. Quasi tre milioni di uomini, 2.500 mezzi da sbarco, 700 navi da guerra, 2.700 navi mercantili, 1.136 aerei inglesi, 1.083 americani. La linea del fronte correva da Le Havre a Cherbourg. I punti di sbarco erano cinque, indicati con nomi di fantasia: Utah e Omaha (a occidente), di pertinenza americana; Gold, Juno e Sword (a oriente), dove sbarcheranno gli inglesi.

L'operazione era programmata per l'alba del 4 giugno 1944 (lo stesso giorno della liberazione di Roma), ma - all'ultimo momento - ci fu un rinvio di 48 ore a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Resistenze e perplessità si erano manifestate fino all'ultimo. Il 23 ottobre 1943, Churchill (in una lettera a Roosevelt) mise le mani avanti, sottolineando la complessità dell'impresa: «Mio caro amico, questa è la cosa più grande che mai abbiamo tentato». In febbraio, il primo ministro inglese si lasciò sfuggire una battuta: «Ma perché ci siamo messi in testa di farlo?». E ancora il 5 giugno, sir Alan Brooke, capo dello Stato Maggiore imperiale, scrisse nel suo diario: «Sono molto preoccupato per tutta quanta l'operazione. Nel migliore dei casi, riuscirà parecchio inferiore alle aspettative della maggior parte della gente. Nel peggiore, potrebbe rivelarsi come il disastro più grave di tutta la guerra».

La Resistenza francese fu preallarmata con la trasmissione (da parte della BBC) dei primi versi della Chanson d'automne di Verlain: «Il lungo singhiozzo dei violini d'autunno…». Nella notte fra il 5 e il 6 giugno, i partigiani francesi - incollati alla radio - seppero che era arrivata l'ora X quando ascoltarono i versi mancanti: «(…) ferisce il mio cuore con monotono languore». Lo seppero anche i tedeschi. L'Ufficio informazioni della XV Armata aveva scoperto che quello era il segnale convenuto. Ma non seppe fino all'ultimo dove sarebbe avvenuto lo sbarco.

Una postazione tedesca in cemento e acciaio a passo Calais

Per una serie di circostanze (in parte fortuite, in parte dovute a leggerezza) la reazione tedesca subì ulteriori ritardi. Il giorno dello sbarco, il feldmaresciallo Rommel, capo dell'Armata tedesca stanziata in Normandia, non si trovava al suo Comando, a La Roche-Guyon. Il tempo cattivo l'aveva convinto che non sarebbe accaduto nulla, ed era partito per la Germania in automobile per festeggiare il compleanno della moglie. Quando il suo capo di Stato Maggiore, Hans Speidel, lo informò dello sbarco, invertì la marcia e tornò a Parigi, per predisporre un piano di difesa. Si rese immediatamente conto che era indispensabile spostare le divisioni del Nord verso la zona di Cherbourg. Chiamò Hitler per ottenere il consenso, ma il Führer stava dormendo e aveva dato ordini categorici perché non lo si svegliasse prima di mezzogiorno. Fu informato, in tal modo, con dieci ore di ritardo, e rifiutò a Rommel il permesso di procedere allo spostamento delle truppe, convinto che quella in atto da parte degli Alleati fosse soltanto un'operazione diversiva.

Molti altri comandanti tedeschi non erano al loro posto il 6 giugno, per i più disparati motivi. Friedrich Dollmann, capo della VII Armata, era a Rennes, per un'esercitazione teorica (attacco di paracadutisti e sbarco dal mare, molto pertinente). Il comandante del Corpo corazzato delle SS, schierato intorno a Parigi, era in Belgio. Quasi tutti gli altri generali si trovavano a non meno di 50 chilometri di distanza dai loro comandi: rientrarono precipitosamente alle rispettive basi sotto i bombardamenti dell'aviazione alleata.

In concreto, a difendere le spiagge della Normandia - nelle prime ore del D-Day - c'erano soltanto le truppe delle divisioni di stanza nella regione. Nel tardo pomeriggio si mossero verso Caen due Panzerdivisionen del Corpo corazzato delle SS. Tutto il resto della riserva strategica giunse nel teatro delle operazioni tre giorni più tardi.

Sulla spiaggia di Utah, la più occidentale, la 4a Divisione americana incontrò una resistenza molto scarsa. Al termine della giornata, le perdite ammontavano ad appena 200 uomini. Ad Omaha le cose andarono in modo assai diverso: la 29a Divisione americana incontrò molti ostacoli disseminati sul terreno dai tedeschi. C'erano, inoltre, molte postazioni di mitragliatrici tedesche che aprirono un fitto fuoco di sbarramento. Il comandante della Divisione disse una frase che viene ancora ricordata dai superstiti: «Su questa spiaggia si trovano due tipi di uomini: i morti e quelli che stanno per morire. Vediamo di uscirne». I caduti, prima che tramontasse il sole, erano già 2.500. A Gold gli inglesi e a Juno i canadesi raggiunsero agevolmente gli obiettivi prefissati. Sulla spiaggia più orientale, Sword, la 3a Divisione inglese raggiunse la 6a Divisione aerotrasportata, che aveva già occupato un ponte sul fiume Orne, bloccando l'afflusso delle riserve tedesche. In un libro di memorie (Crociata in Europa, pubblicato nel 1949), Eisenhower confessò che alla vigilia si attendeva che su tutte le spiagge la resistenza fosse pari a quella incontrata ad Omaha. Con grande modestia scrisse che il successo, superiore al previsto, era da attribuire a molti fattori, fra i quali doveva essere annoverata anche la fortuna.

Nell'immediato dopoguerra si diffuse la convinzione che lo sbarco si fosse risolto in una sorta di passeggiata per le truppe alleate. La storiografia più recente ha dimostrato, invece, che non andò così. Uno storico inglese, Max Hastings, in un libro pubblicato nel 1983 (Overlord - Il D-Day e la battaglia di Normandia), ha dimostrato che gli Stati maggiori alleati non furono esenti da errori nella preparazione dello sbarco e nella conduzione militare delle fasi immediatamente successive. Furono i reparti impiegati sul campo, con immenso spirito di sacrificio e capacità di iniziativa, a sopperire alle mancanze dei comandi. L'esito della battaglia - secondo Hastings - fu incerto fino all'ultimo.

Truppe britanniche del 47esimo Comando dei marines avanzano nei villaggi della Normandia

Il più autorevole fra gli storici inglesi dell'ultimo mezzo secolo, Basil Liddel Hart (Storia militare della Seconda guerra mondiale, pubblicato nel 1970), aveva anticipato giudizi analoghi: «Si trattò di un'operazione che soltanto alla fine "andò secondo i piani", ma che non si svolse affatto in modo conforme alla tabella di marcia prevista. In un primo momento il margine tra vittoria e disfatta fu pericolosamente ridotto». L'esempio lampante del divario fra aspettative e risultati venne dalla conquista di Caen. Secondo il piano originale, la città doveva essere conquistata nel giorno stesso dello sbarco. Il primo intoppo si verificò subito: l'ingorgo di traffico che si produsse sulle spiagge. Ma a questo problema tecnico si aggiunse «l'eccessiva cautela dei comandanti delle forze da sbarco in un momento in cui non c'era virtualmente nessun ostacolo a sbarrare loro la strada». Risultato: «Ci volle più di un mese prima che, dopo ripetuti e sanguinosi scontri, Caen finalmente venisse conquistata». Anche la conquista di Cherbourg (prevista entro 20 giorni) avvenne 56 giorni più tardi. Liddel Hart, in sede di analisi, sostiene che «il prolungamento della "battaglia della testa di ponte" tornò a vantaggio degli Alleati. Infatti i tedeschi finirono con il profondere in questa battaglia quasi tutte le forze di cui disponevano nel teatro occidentale, ma a causa delle divergenze di opinioni esistenti all'interno del loro Alto Comando e della costante azione di disturbo svolta dall'aviazione alleata (che ormai operava virtualmente indisturbata) lo fecero in modo troppo frammentario. Le divisioni corazzate, arrivate per prime e impiegate per turare le falle, furono anche le prime a essere messe fuori combattimento, e ciò privò il nemico di quell'arma mobile che gli sarebbe stata indispensabile più tardi, quando si trattò di cominciare a combattere in terreno aperto. La caparbia resistenza che ritardò in misura così rilevante l'attacco degli alleati dalla testa di ponte fu proprio il fattore che, una volta scattato l'attacco, spianò loro la via per una rapida avanzata attraverso la Francia».

In realtà l'elemento determinante per la vittoria fu l'indiscutibile supremazia di cui gli Alleati godevano nell'aria. Mai erano stati impiegati tanti aerei contemporaneamente in una sola battaglia. E mai era stato rovesciato al suolo un tale carico di bombe. L'altro elemento decisivo sull'esito dell'operazione fu rappresentato dai conflitti di opinione che emersero nello Stato Maggiore tedesco. Il feldmaresciallo von Rundstedt, comandante supremo delle forze tedesche, tentò inutilmente di convincere Hitler a modificare i piani di difesa (che riteneva inadeguati). L'unico risultato delle sue insistenze fu l'esonero dall'incarico. Hitler continuò, fino alla fine, a opporsi a qualunque ripiegamento dei suoi soldati.

A mezzogiorno del 6 giugno, Winston Churchill prese la parola alla Camera dei Comuni. L'intervento era previsto dal giorno precedente, per riferire sulla liberazione di Roma (avvenuta il 4 giugno). Al termine del discorso, il primo ministro dette conto dell'avvenuto sbarco in Normandia: «Finora», disse, «tutto si svolge secondo i piani». Meno distaccato (e, soprattutto, molto meno corretto) fu il proclama letto la sera da Charles de Gaulle. «È la battaglia per la Francia e la battaglia della Francia», disse il generale. «La Francia la condurrà con ardore, ma in buon ordine. È così che, da 1500 anni, abbiamo guadagnato ogni nostra vittoria». Appena una citazione, di sfuggita, agli inglesi e americani, in un passaggio in cui si alludeva a «forze armate alleate e francesi». Molto sciovinista, poco obiettivo, se si tiene presente che i francesi impegnati nell'operazione militare furono, quel giorno, 256.

Ci furono anche dei dissapori fra Churchill e il capo del governo provvisorio francese. Gli inglesi - sotto la spinta del loro primo ministro - avevano compiuto uno sforzo titanico per liberare la Francia dai nazisti. «Sudore, lacrime e sangue», aveva promesso Churchill dopo le prime sconfitte. I sudditi di Sua Maestà avevano risposto all'appello, consapevoli che era in gioco la loro libertà, quella dei francesi, quella di tutti i popoli europei, e forse del mondo. Avevano versato sudore, lacrime e sangue. Churchill si era trovato a più riprese in dissenso anche con Roosevelt: fu il primo a comprendere che - una volta sconfitta la Germania hitleriana - si sarebbe profilato un altro confronto, altrettanto duro e difficile, con l'Unione Sovietica di Stalin. E fu l'unico a capire che - sulle spiagge della Normandia - si decideva anche l'esito di quella seconda partita.

I francesi entrarono in scena a metà agosto. La Divisione blindata, comandata dal generale Leclerc de Hauteclocque, ricevette l'ordine di avanzare su Parigi. La resistenza si era già sollevata contro gli occupanti nazisti. Il 26 agosto la città fu liberata. De Gaulle marciò in trionfo dall'Arco di Trionfo, lungo gli Champs Elysées, fino a Place de La Concorde. Poi, in automobile, raggiunse Notre-Dame dove il Te Deum di ringraziamento fu appena disturbato dal crepitio lontano dei mitra dei collaborazionisti che non volevano arrendersi.

La guerra non era affatto conclusa. La Germania si sarebbe arresa otto mesi più tardi. Ma il D-Day aveva segnato una svolta fondamentale, per capovolgere le sorti del conflitto. Era accaduto anche con il fallimento dell'Operazione Barbarossa, sul fronte orientale. Ma quella era stata una vittoria delle truppe sovietiche. Overlord fu una vittoria dell'Occidente. E gli ultimi sessant'anni di storia del mondo ne sono stati, in qualche modo, la diretta conseguenza.

Benedetto Testa