La
liberazione di Roma
Due giorni prima del D-Day - il 4
giugno 1944 - le truppe alleate entrarono a Roma. Dopo lo sbarco di
Anzio, gli anglo-americani erano stati bloccati per quattro mesi
sulla linea Gustav.
Il Comando alleato aveva commesso
parecchi errori (compresa la distruzione dell'Abbazia di
Montecassino) che avevano ritardato l'ingresso nella capitale
d'Italia, lasciata per troppi mesi in balia delle forze di
occupazione naziste. Le incertezze del generale John Lucas,
comandante delle forze alleate sbarcate ad Anzio, contribuirono a
ritardare la liberazione di Roma. Che fu incruenta: i tedeschi si
ritirarono senza sparare un colpo, per tentare un'ulteriore difesa
più a nord, sulla Linea Gotica. Per il comando alleato fu evidente,
da quel giorno, che lo sforzo determinante, nell'Europa
occidentale, si spostava sulle coste francesi: era da lì che si
doveva portare l'ultima, decisiva spallata, contro la Wermacht.
Per liberare Parigi, e per puntare
poi direttamente a entrare in Germania e a raggiungere Berlino,
prima che fosse troppo tardi. Prima, cioè, che l'Armata Rossa
potesse ottenere la resa unilaterale di Hitler.
I mezzi
Nello sbarco in Normandia le forze
alleate impiegarono mezzi già sperimentati per operazioni analoghe
nel teatro di guerra del Pacifico. I Landing Vehicle Tracked,
anfibi cingolati, in una versione sviluppata (LVT2), lunghi quasi
otto metri, avevano una torretta con tre mitragliere. Nella loro
ultima versione questi anfibi furono impiegato a metà degli anni
Cinquanta nella guerra in Corea. I mezzi di terra (carri armati,
autoblindo) erano gli stessi utilizzati in Italia e sugli altri
fronti. Gli aerei impiegati nell'operazione (fortezze volanti,
bombardieri medi e leggeri, caccia-bombardieri e caccia, aerei da
trasporto, alianti, ricognitori e aerei da osservazione per
l'artiglieria) avevano come punte offensive i B-17 americani e i
Lancaster inglesi.
Eisenhower

L'incarico gli fu affidato (in modo
molto informale, come vuole una certa tradizione americana)
all'aeroporto di Tunisi, ai primi di dicembre del 1943. In un
rapido incontro con il presidente Franklin Delano Roosevelt, il
generale fu investito della responsabilità delle operazioni: «Bene,
Ike, sarà lei a comandare Overlord». Non era popolarissimo,
all'epoca, Dwight Eisenhower. Sir Alan Brooke, l'inglese che
aspirava a coprire l'incarico (ma fu scartato perché non
americano), lo bollò con una certa asprezza: «è soltanto un
coordinatore, un grande mediatore, un campione della cooperazione
interalleata, e da tutti questi punti di vista sono ben pochi
quelli che gli possono stare alla pari. Ma basta questo? O non
siamo capaci di trovare un uomo che abbia tutte le qualità di un
comandante?». Ike non poteva competere, come gloria conquistata sul
campo, con George Patton, con Montgomery o con Alexander. «Mi
secca», scrisse nel suo diario, «di essere ritenuto un timido,
quando ho fatto cose tanto rischiose da essere quasi folli». Non
aveva la tempra dell'eroe, ma non è questo che si chiede
necessariamente a un comandante. Aveva, piuttosto, grandi capacità
di organizzazione, e doti diplomatiche che gli consentirono di
mediare fra i generali americani e quelli inglesi, evitando che si
creassero frizioni e conflitti di competenza. La Storia ha
dimostrato che era l'uomo giusto per l'operazione Overlord, che
impiegò quasi tre milioni di uomini, due terzi dei quali a terra,
quasi 700mila nelle operazioni aeree e quasi 300mila in quelle
navali. Coordinare una massa così imponente di soldati non era
agevole. Eisenhower si dimostrò pienamente all'altezza del compito.
Si guadagnò il rispetto di tutti gli alti ufficiali e delle truppe,
e divenne talmente popolare da poter dare, qualche anno dopo, la
scalata alla presidenza degli Stati Uniti.
Lo
spionaggio
Il successo dell'operazione
Overlord fu in gran parte merito dei servizi segreti alleati, che
riuscirono a nascondere fino all'ultimo la data e la località dello
sbarco. I tedeschi sapevano che l'offensiva alleata sul fronte
occidentale era imminente, ma non riuscirono a conoscere la data e
il luogo dell'attacco, a causa delle operazioni diversive poste in
atto dagli Alleati. Fu lo Special Operations Service britannico a
mettere a punto il piano Fortitude, destinato a depistare i
tedeschi, convincendoli che lo sbarco avrebbe avuto luogo a Calais,
quasi 300 chilometri a nord-est della zona scelta per l'operazione.
Furono creati reggimenti fantasma attestati sulla costa di fronte a
Calais, con false divisioni e false colonne corazzate; carri
armati, cannoni e automezzi erano giocattoli, le truppe erano
composte da fantocci. Un attore caratterista, Clifton James, ebbe
il compito di impersonare il maresciallo Montgomery, e partecipare
a visite e cerimonie in un autentico tour de force, mentre il vero
Montgomery lavorava a Portsmouth alla preparazione dello sbarco.
Che colse di sorpresa i tedeschi.
Rommel
Fu Erwin Rommel a inventare
l'espressione "il giorno più lungo" (resa famosa dal titolo di un
film di quarant'anni fa) per indicare il D-Day. Era l'unico, nello
Stato Maggiore tedesco ad aver intuito che gli angloamericani
avrebbero sferrato il loro attacco sulle coste della Normandia, e
non a Calais. Tentò di organizzare al meglio le difese costiere, ma
non ebbe né i mezzi né gli uomini necessari per opporsi in modo
efficace all'invasione. Fu allora che disse al suo Stato Maggiore
(convinto che gli Alleati avrebbero comunque sfondato) che si
doveva fare di tutto perché "il giorno dello sbarco" fosse per loro
"il giorno più lungo". Eroe della guerra in Africa, dove si
guadagnò il soprannome di "volpe del deserto", Rommel era oggetto
delle invidie di molti suoi colleghi e di numerosi gerarchi del
regime.
Un mese dopo il D-Day, il 17 luglio,
la sua auto fu mitragliata da otto caccia inglesi: un proiettile
raggiunse Rommel alla tempia sinistra e allo zigomo, i frammenti
del parabrezza gli ferirono gravemente il viso. Sembrava spacciato,
e invece si rimise presto in salute. Nel frattempo, Hitler aveva
subito un grave attentato, ordito da alcuni alti ufficiali: nella
congiura fu coinvolto (anche se non direttamente) Rommel. Il 14
ottobre il feldmaresciallo si congedò dalla moglie con queste
parole: «Sono venuto a dirti addio: tra un quarto d'ora sarò morto.
Sospettano che io abbia preso parte alla congiura contro Hitler.
Sembra che il mio nome fosse su una lista come futuro presidente
del Reich. Il Führer mi lascia la scelta tra il veleno e un
processo davanti al tribunale del popolo. Hanno portato il veleno.
Agirà in tre secondi». Morì poche ore dopo.
Montgomery

Caratterialmente, il vincitore di El
Alamein era un uomo insopportabile. Arrogante e megalomane, aveva
una considerazione di sé che non gli consentiva di sentirsi
inferiore a nessuno. «Se venisse da queste parti, potrebbe fare una
capatina da me per studiare la cosa», scrisse una volta ad
Eisenhower, che era il suo superiore diretto come comandante in
capo delle truppe alleate in Europa. E aggiunse: «In un felice caso
del genere, sarei lieto di averla a pranzo con me domani. In questo
momento non posso lasciare il campo di battaglia». Il 12 settembre
1944, Eisenhower annotò, a proposito di una proposta del
maresciallo: «Il suggerimento di Monty è semplice: dargli tutto».
Con il generale George Patton, suo pari grado nell'operazione
Overlord, ebbe un rapporto di rivalità ed emulazione. Erano due
militari diversissimi: Patton osava l'inosabile. Bernard Montgomery
era un freddo calcolatore, che pianificava minuziosamente le sue
azioni, e non si assumeva mai rischi eccessivi. Monty - dicevano al
Comando alleato - è uno che non torna mai indietro, semplicemente
perché ci pensa su parecchie volte prima di andare avanti.
Consolidava sempre le posizioni che raggiungeva, senza mai
scoprirsi le spalle. Non era un codardo, era un uomo prudente,
dotato di un grande ascendente sulle truppe. Esibizionista e
vanesio, rischiò, in un paio di occasioni, di far fallire i piani
alleati, dando in pasto alla stampa particolari molto riservati che
avrebbero potuto compromettere la guerra. Il suo nome, oltre che
alle imprese militari, è rimasto legato al cappotto - con il
cappuccio e i bottoni cilindrici in legno, e con le asole a
cordoncino - che indossava. E che da allora si chiama, appunto,
montgomery.
La
memoria
Sessant'anni dallo sbarco il
pellegrinaggio continua. Ogni anno una solenne cerimonia per
ricordare i Caduti (presenti, l'anno scorso, anche i governanti
tedeschi); ogni giorno la visita di migliaia di persone ai luoghi
simbolo della vittoria alleata. A Caen, capoluogo della Normandia,
un grande museo multimediale e virtuale (il Mémorial) che non
raccoglie cimeli (tutti gli oggetti conservati al suo interno,
persino le uniformi, sono copie, e non originali) ma testimonianze
vocali e filmati, con molti effetti speciali. La visita al museo
consente una full immersion nel clima di quei giorni, ma permette
anche di consultare libri e video sull'argomento. L'edificio, di
linee moderne, è stato costruito nell'area in cui sorgeva il
comando sotterraneo tedesco. Fu inaugurato nel 1988 dall'allora
presidente della Repubblica francese François Mitterrand.
Von
Rundstedt

Karl Gerd von Rundstedt, fra tutti
gli alti ufficiali tedeschi, era il meno nazista. Era un militare,
non un fanatico. A lui Hitler affidò la difesa del fronte
occidentale. Aveva quasi settant'anni. Andato in pensione nel 1938,
fu richiamato allo scoppio della guerra, e gli fu affidato il
comando del gruppo delle Armate in Polonia. In cinque anni di
guerra fu esonerato dal comando ben tre volte, a causa delle sue
divergenze di opinione con Hitler. Che poi gli affidava un nuovo
comando quando si rendeva conto di non poter fare a meno della sua
esperienza e della sua competenza. Eisenhower disse di lui: «Lo
abbiamo sempre considerato il migliore dei generali tedeschi».
Montgomery suggerì anche un paragone: «Rommel era un buon generale,
ma von Rundstedt lo superava di gran lunga». In Normandia non
faticò molto a rendersi conto della sconfitta ormai ineluttabile.
Quando il feldmaresciallo Wilhelm von Keitel gli chiese al telefono
un parere sul da farsi, rispose: «Fate la pace, imbecilli che non
siete altro. Che altro potreste fare?».
Il cinema
La guerra come carneficina, non
come epopea. Steven Spielberg - il regista dell'ultimo grande film
dedicato allo sbarco in Normandia (Salvate il soldato Ryan, del
1998, protagonista Tom Hanks) - è lo stesso di Schindler's list
(1993), il messaggio cinematografico più alto sull'Olocausto.
Hollywood ha dedicato molte pellicole al D-Day.
Il giorno più lungo (1962, di Ken
Annakin, Andrew Marton e Bernhard Wicki) disponeva di un cast
assolutamente eccezionale, con una serie interminabile di divi di
fama internazionale: John Wayne, Robert Mitchum, Henry Fonda, Rod
Steiger, Robert Ryan, Peter Lawford, Richard Burton, Sean Connery,
Sal Mineo, Jean-Louis Barrault, Arletty, Mel Ferrer, Curd Jürgens.
Dal punto di vista concettuale, l'opposto del film di Spielberg: un
kolossal di propaganda bellica. Il primo lungometraggio dedicato
all'operazione Overlord fu Normandia (del 1950), di Lewis Seiler,
che offriva alcune sequenze di grande realismo.
Nel 1964, Arthur Hiller girò Tempo
di guerra, tempo d'amore (con James Garner e Julie Andrews), che
prendeva di mira il militarismo yankee con una satira pungente. Nel
1965, George Barr firmò la regia de Il giorno dopo (con Cliff
Robertson e Irina Demick). Nel 1975, un regista inglese, Stuart
Cooper, realizzò Operazione Overlord, con molte sequenze di
documentari originali concessi dall'Imperial War Museum di Londra.
Merita una citazione - nella filmografia sul D-Day - anche Giugno
'44. sbarcheremo in Normandia, perché fu diretto da un regista
spagnolo, Leon Klimowski. |