|
Bisogna coltivare i ricordi, non i
rancori, ha detto il Presidente Ciampi alla vigilia della giornata
dedicata alla memoria delle foibe. «È giusto che anche i più
giovani conoscano quelle efferatezze che furono conseguenza delle
ideologie nazionaliste e razziste dei regimi dittatoriali che si
resero responsabili del conflitto». I nazisti si macchiarono del
genocidio degli ebrei; i titini massacrarono migliaia di persone
inermi, colpevoli soltanto di essere italiane.
Per molti anni (troppi anni) la
verità è stata negata, da una parte o dall'altra. I pregiudizi
ideologici (e gli opportunismi vari) impedivano di strappare il
velo che censurava le pagine più nere del "secolo più corto". La
caduta del muro di Berlino e la fine delle contrapposizioni
frontali fra le "grandi potenze" hanno svelenito le polemiche sul
passato. Lo scenario politico italiano è profondamente mutato: ci
sono state dichiarazioni esplicite di condanna di errori remoti, ma
che ancora allungavano la loro ombra sul presente. Ci sono stati
gesti espliciti in favore di una pacificazione, decisiva per
chiunque voglia costruire un presente - e un futuro - più sereno.
Oggi, finalmente, si può discutere, e ricordare.
Scrisse la piccola Anna Frank nel
suo Diario: «Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo
sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure,
partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il
cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche
questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la
pace, la serenità».
La vergogna dei lager
Quella scritta ignobile sul cancello
di Auschwitz: «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi. Come
dimenticare il cinismo, la menzogna, la malvagità infame, che
accoglieva i deportati?
Non è possibile dimenticare. La
memoria è un dovere, per l'intera umanità. Il cancello del campo di
concentramento di Auschwitz fu abbattuto dai soldati dell'Armata
rossa il 27 gennaio del 1945. Per questo, in Italia, si è deciso di
dedicare alla memoria dell'Olocausto il 27 gennaio di ogni anno.
Per ricordare gli ebrei sterminati ad Auschwitz, a Dachau, a
Bergen-Belsen, a Buchenwald, a Mauthausen. Ma anche a Treblinka,
Flossenburg, Sachsenhausen, Chelmno, Majdanek, Gross Rosen,
Stutthof, Sobibor, Janowska, Dora Mittelbau, Ravensbruck,
Theresienstadt, Belzec, Esterwegen, Hartheim, Natzweiler Struthof.
E, in Italia, a Fossoli e nella Risiera di San Sabba.
Primo Levi ha raccontato quel giorno
(La tregua): «La prima pattuglia russa giunse in vista del campo
verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i
primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo
di Somogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera.
Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai
piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il
berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani
soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori
imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero
ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e
timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui
cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi
vivi».
Non è facile raccontare la Shoah,
senza correre il rischio di ridurre tutto a un'arida e mostruosa
contabilità: sei milioni di ebrei (due terzi di quelli che vivevano
allora in Europa) uccisi in pochi anni, colpevoli soltanto di
appartenere a una razza, e ad una fede religiosa, diversa. Una
volta chiesero ad Albert Einstein - costretto a emigrare dalla
Germania negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni - di che
razza fosse. Fu un impiegato di un qualche ufficio, che doveva
rilasciargli un documento, a porre la domanda. Lo scienziato
rispose con orgoglio: «Razza umana». Poi un giorno spiegò a un
giornalista che lo intervistava: «Se il mondo ha bisogno di eroi, è
molto meglio che siano uomini innocui come me, piuttosto che
furfanti come Hitler».
La persecuzione aveva avuto inizio
con l'avvento del nazismo al potere in Germania. Nel 1938,
l'assassinio di Ernst von Rath, segretario nell'ambasciata tedesca
a Parigi, offrì il pretesto ai criminali nazisti per bruciare 267
sinagoghe e arrestare 20mila persone nella "notte dei cristalli"
(Kristallnacht, 9-10 dicembre). Gli ebrei furono costretti a pagare
una somma di 400 milioni di dollari per risarcire i danni subiti
dalle loro stesse proprietà. All'inizio della guerra, nel settembre
del 1939, tre milioni di ebrei polacchi dovettero subire violenze e
stragi: 700mila morirono di stenti nei due anni successivi. Contro
gli ebrei russi, nel 1941 furono impiegate quattro Einsatzgruppen
(squadre d'urto) che si macchiarono di atrocità terribili (il 30
settembre, nel burrone di Baby Yar, in Ucraina, furono mitragliati
33.771 ebrei). L'anno successivo il regime hitleriano teorizzò -
nella conferenza di Wannsee - la "soluzione finale" (Endlosung)
della questione ebraica.
Ha scritto Primo Levi: «Tutti
caricati sui vagoni, e la nostra sorte è stata la stessa per tutti:
un campo di sterminio nazista. Non era mai successo, neppure nei
secoli più oscuri, che si sterminassero esseri umani a milioni,
come insetti dannosi; che si mandassero a morte i bambini e i
moribondi». Levi è morto suicida a Torino nel 1987: quarantadue
anni non erano stati sufficienti per cancellare l'incubo, per
riscattare una vita interamente vissuta in compagnia della
morte.
Elie Wiesel, sopravvissuto ad
Auschwitz, fa dire al protagonista di un suo libro: «Mai
dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto
della mia vita una lunga notte per sette volte sprangata. Mai
dimenticherò quel fumo, mai dimenticherò quelle fiamme, che
consumarono per sempre la mia fede. Mai dimenticherò quel silenzio
notturno, che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la
mia anima. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a
vivere quanto Dio stesso».
Fra il 1942 e il 1944, gli ebrei
reclusi nei lager furono sterminati con il gas cianidrico e con il
monossido di carbonio, con le iniezioni al fenolo, con i
lanciafiamme e le bombe a mano.
L'Italia non è rimasta estranea alla
Shoah, il vocabolo ebraico (che significa catastrofe, distruzione)
universalmente adottato, ormai, per ricordare lo sterminio degli
ebrei. Un anno e mezzo fa il Vicepresidente del Consiglio
Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale (il partito che dieci
anni fa prese il posto del Movimento Sociale) si recò a
Gerusalemme. Uscendo dallo Yad Yashem, il Museo dell'Olocausto -
definì il fascismo «male assoluto», condannando senza mezzi termini
le leggi razziali approvate dal regime nel 1938. Una presa di
posizione coraggiosa, che ha provocato qualche polemica (e qualche
frattura) all'interno del suo partito, ma ha contribuito a gettare
le premesse per una discussione più serena su tutti i crimini
commessi nel secolo dei totalitarismi.
Da tre anni il 27 gennaio si celebra
il "Giorno della Memoria" (istituito con decreto del Presidente
della Repubblica, convertito nella legge numero 211) per rendere
omaggio a tutte le vittime delle persecuzioni scatenate dai nazisti
e dai fascisti, negli anni precedenti l'ultimo conflitto mondiale e
nel corso dello stesso. L'elenco degli ebrei italiani inghiottiti
nei lager, o uccisi in altro modo, è lunghissimo. Sparirono nel
nulla intere famiglie, e ci sono voluti anni per tentare di
ricostruire le dimensioni della tragedia. Qualcuno ha calcolato in
7.579 il numero delle vittime identificate, con un nome e con un
cognome. Ma si presume che la cifra complessiva (comprendendo
quelli dei quali non si sono avute notizie certe) sia di gran lunga
superiore. Nel 1938 - quando entrarono in vigore le leggi razziali
- i cittadini italiani che professavano la religione ebraica erano
46.656. Nel 1945 questa cifra era scesa a 26.938. Le cifre della
vergogna, che la memoria non può cancellare.
La vergogna delle
foibe
Alla vigilia del "Giorno del
Ricordo" - dedicato il 10 febbraio alle vittime delle persecuzioni
titine in Istria e in Dalmazia - la Rai ha mandato in onda uno
sceneggiato in due puntate (Il cuore nel pozzo) che non aveva una
pretesa di ricostruzione storica (come ha ripetutamente dichiarato
il regista Alberto Negrin), ma voleva comunque richiamare
l'attenzione su una tragedia per tanti anni dimenticata, rimossa, o
addirittura negata, dalla cultura e dalla storiografia ufficiali.
Come ha sottolineato più di una volta lo storico e giornalista
Arrigo Petacco (autore di uno dei pochissimi libri dedicati a
questa tragedia: L'esodo) persino le enciclopedie - alla voce
"foiba" - spiegano che si tratta di una «varietà di doline
frequenti in Istria», ignorando che quegli anfratti furono la fossa
comune di molte migliaia di nostri connazionali.
Adesso, finalmente, se ne torna a
parlare. Molti esponenti dei Democratici di Sinistra, eredi del
Pci, riconoscono l'errore commesso nell'aver messo la sordina (per
distrazione o per opportunismo) negli anni del dopoguerra. Walter
Veltroni, Sindaco di Roma, ha accompagnato una scolaresca sui
luoghi del massacro. La memoria comune - anche in questa caso, come
per l'Olocausto - aiuta tutti noi a ricostruire una storia
nazionale comune e condivisa.
Qualche anno fa Mixer, la
trasmissione di Giovanni Minoli, intervistò uno dei pochissimi
sopravvissuti: Graziano Udovisi. Il 2 maggio 1945 (a guerra
conclusa) era stato legato con il filo di ferro a un compagno. I
partigiani titini li avevano allineati, insieme ad altri, sull'orlo
del precipizio, e poi li avevano spinti giù. Graziano, caduto nella
fossa, era riuscito (non sapeva neppure lui come) a sciogliersi. Si
era trovato sott'acqua, in mezzo ad altri corpi. Era riuscito a
riaffiorare e, poi, inerpicandosi sulle pareti scoscese,
aggrappandosi a qualche ramo e alla terra nuda, era tornato in
superficie. Salvo. Lo intervistarono quarantacinque anni dopo, e
ancora tremava per il terrore. Non si dava pace, come Primo
Levi.
Quanti furono gli infoibati? Nessuno
è in grado di dirlo. Cinquemila, diecimila, ventimila. Prima che
tutto finisse, i carnefici incendiarono le carte dei municipi, per
impedire ogni genere di contabilità. Mancando i documenti dello
stato civile non fu possibile ricostruire il numero dei residenti
e, quindi, il numero dei morti. È vero: il regime fascista aveva
avuto la sua parte di responsabilità tentando di sradicare
dall'Istria (con la violenza) l'etnia slava. Ma nessuna prepotenza
poteva giustificare la persecuzione successiva.
Nel dopoguerra Pier Antonio
Quarantotti Gambini, uno scrittore giuliano (nato a Pisano
d'Istria) - erede della tradizione di Svevo, di Stuparich, di
Slataper - scrisse una serie di articoli infuocati e vibranti, per
rievocare il martirio della sua gente. Alla vigilia del ritorno dei
bersaglieri a Trieste (il 26 ottobre 1954), concluse un ultimo
articolo con un ammonimento: «Si guardino le autorità italiane dal
venire a Trieste a pronunciare i soliti discorsi conditi di
retorica». Aveva sofferto troppo - la sua gente - per sopportare le
chiacchiere. Reclamava giustizia, e rispetto. Avrebbe voluto,
sicuramente, che l'Italia ne ricordasse degnamente il sacrificio e
il dolore.
È passato più di mezzo secolo, e per
troppo tempo i parenti delle vittime (cioè tutti i giuliani, perché
non ci fu famiglia che non ebbe i propri caduti) sono stati
costretti a subire la rimozione di una tragedia, che è stata - per
molte e diverse ragioni (niente affatto onorevoli) - cancellata
dalla memoria nazionale. Censurata dai libri di storia (come il
"sangue dei vinti"), ignorata dai libri di testo.
L'Istria fu stuprata e massacrata
soprattutto a partire dall'8 settembre, quando la popolazione
italiana dovette subire le feroci vendette dei comunisti slavi. Che
colpirono indiscriminatamente, eseguendo gli ordini di capi
sanguinari come Motika, Kolich, Rakovac, Massarotto, i fratelli
Stemberga. Fu allora che le foibe carsiche cominciarono a
inghiottire centinaia di italiani, vivi e morti: divennero fosse
comuni, cimiteri senza luce e senza fondo.
Foibe nella regione ce ne sono quasi
duemila, di varia grandezza e profondità. Abissi verticali,
cunicoli oscuri, immense caverne, gallerie lunghe e tortuose, corsi
d'acqua urlanti. Paesaggi sotterranei spaventosi e mostruosi,
catacombe naturali di dimensioni enormi. Si calcolò che nell'antro
di Basovizza giacessero le salme di almeno millecinquecento
persone. Lo si dedusse misurando la profondità della voragine, che
nel 1939 era stata calcolata in 208 metri e nel 1946 si era ridotta
a 190. Diciotto metri di corpi senza vita, avvinti disperatamente
l'uno all'altro, nella presa della morte. Quasi 500 metri cubi di
cadaveri. Dover calcolare gli uomini a metri cubi: basterebbe
questo a offrire una dimensione da genocidio.
Basovizza, come Monrupino, Gropada,
Vines, Villa Surani, Carnizza, Gallignana. Un elenco lunghissimo di
luoghi della vergogna. I prigionieri venivano legati in file di
dieci o venti, stretti l'uno all'altro con il fil di ferro che
segava i polsi. La fila veniva allineata sull'orlo dell'abisso. Una
sventagliata di mitra era sufficiente: il primo che cadeva si
trascinava gli altri. Quella catena umana rimbalzava e sbatteva di
roccia in roccia, nel buio avvolto dal silenzio lacerato dalle
urla. Moltissime donne furono vittime della bestialità. Una ragazza
di 23 anni, Norma Cossetto, di Santa Domenica, divenne il simbolo
delle atrocità subite: fu violentata e poi gettata, viva, nella
foiba di Villa Surani. Il suo corpo fu ritrovato, e ricomposto
nella cappella mortuaria del cimitero di Castellier. I sedici
assassini, identificati e arrestati dai tedeschi, furono rinchiusi
nella camera ardente, insieme alla salma della loro vittima, per
vegliarla. Tre di loro impazzirono nel corso della notte. Nel 1949,
Norma Cossetto ottenne dall'Università di Padova la laurea honoris
causa alla memoria. A proporre il riconoscimento fu il suo
professore, Concetto Marchesi, militante comunista. Un atto di
onestà intellettuale.
Soltanto nel 1982, 35 anni dopo la
strage, un Capo dello Stato (Sandro Pertini) depose una corona
davanti a una delle fosse comuni. È doveroso ricordare ogni anno
quella tragedia. E quella dei 350mila istriani che salvarono la
propria vita, lasciando la loro terra nel 1945. L'esodo. Dopo
l'olocausto. Come quello subìto dagli ebrei nella risiera di San
Sabba, immediatamente al di qua del confine. Una memoria comune.
Che nasce da una vergogna assoluta.
Quattro secoli fa, Shakespeare fece
dire ad Amleto: "O vergogna, dov'è il tuo
rossore?". |