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La memoria, un patrimonio comune

Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha partecipato, il 27 gennaio, alle celebrazioni in ricordo degli ebrei perseguitati dal nazismo e dal fascismo e, il 10 febbraio, a quelle in memoria degli italiani vittime della violenza dei titini in Dalmazia e in Istria. Condividere la memoria, per superare finalmente i rancori

Il Presidente Carlo Azeglio Ciampi depone una corona sull'Altare della Patria in memoria delle vittime.

Bisogna coltivare i ricordi, non i rancori, ha detto il Presidente Ciampi alla vigilia della giornata dedicata alla memoria delle foibe. «È giusto che anche i più giovani conoscano quelle efferatezze che furono conseguenza delle ideologie nazionaliste e razziste dei regimi dittatoriali che si resero responsabili del conflitto». I nazisti si macchiarono del genocidio degli ebrei; i titini massacrarono migliaia di persone inermi, colpevoli soltanto di essere italiane.

Per molti anni (troppi anni) la verità è stata negata, da una parte o dall'altra. I pregiudizi ideologici (e gli opportunismi vari) impedivano di strappare il velo che censurava le pagine più nere del "secolo più corto". La caduta del muro di Berlino e la fine delle contrapposizioni frontali fra le "grandi potenze" hanno svelenito le polemiche sul passato. Lo scenario politico italiano è profondamente mutato: ci sono state dichiarazioni esplicite di condanna di errori remoti, ma che ancora allungavano la loro ombra sul presente. Ci sono stati gesti espliciti in favore di una pacificazione, decisiva per chiunque voglia costruire un presente - e un futuro - più sereno. Oggi, finalmente, si può discutere, e ricordare.

Scrisse la piccola Anna Frank nel suo Diario: «Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace, la serenità».

La vergogna dei lager


Quella scritta ignobile sul cancello di Auschwitz: «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi. Come dimenticare il cinismo, la menzogna, la malvagità infame, che accoglieva i deportati?

Il cancello del campo di sterminio di Auschwitz.

Non è possibile dimenticare. La memoria è un dovere, per l'intera umanità. Il cancello del campo di concentramento di Auschwitz fu abbattuto dai soldati dell'Armata rossa il 27 gennaio del 1945. Per questo, in Italia, si è deciso di dedicare alla memoria dell'Olocausto il 27 gennaio di ogni anno. Per ricordare gli ebrei sterminati ad Auschwitz, a Dachau, a Bergen-Belsen, a Buchenwald, a Mauthausen. Ma anche a Treblinka, Flossenburg, Sachsenhausen, Chelmno, Majdanek, Gross Rosen, Stutthof, Sobibor, Janowska, Dora Mittelbau, Ravensbruck, Theresienstadt, Belzec, Esterwegen, Hartheim, Natzweiler Struthof. E, in Italia, a Fossoli e nella Risiera di San Sabba.

Primo Levi ha raccontato quel giorno (La tregua): «La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Somogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi».

Non è facile raccontare la Shoah, senza correre il rischio di ridurre tutto a un'arida e mostruosa contabilità: sei milioni di ebrei (due terzi di quelli che vivevano allora in Europa) uccisi in pochi anni, colpevoli soltanto di appartenere a una razza, e ad una fede religiosa, diversa. Una volta chiesero ad Albert Einstein - costretto a emigrare dalla Germania negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni - di che razza fosse. Fu un impiegato di un qualche ufficio, che doveva rilasciargli un documento, a porre la domanda. Lo scienziato rispose con orgoglio: «Razza umana». Poi un giorno spiegò a un giornalista che lo intervistava: «Se il mondo ha bisogno di eroi, è molto meglio che siano uomini innocui come me, piuttosto che furfanti come Hitler».

La persecuzione aveva avuto inizio con l'avvento del nazismo al potere in Germania. Nel 1938, l'assassinio di Ernst von Rath, segretario nell'ambasciata tedesca a Parigi, offrì il pretesto ai criminali nazisti per bruciare 267 sinagoghe e arrestare 20mila persone nella "notte dei cristalli" (Kristallnacht, 9-10 dicembre). Gli ebrei furono costretti a pagare una somma di 400 milioni di dollari per risarcire i danni subiti dalle loro stesse proprietà. All'inizio della guerra, nel settembre del 1939, tre milioni di ebrei polacchi dovettero subire violenze e stragi: 700mila morirono di stenti nei due anni successivi. Contro gli ebrei russi, nel 1941 furono impiegate quattro Einsatzgruppen (squadre d'urto) che si macchiarono di atrocità terribili (il 30 settembre, nel burrone di Baby Yar, in Ucraina, furono mitragliati 33.771 ebrei). L'anno successivo il regime hitleriano teorizzò - nella conferenza di Wannsee - la "soluzione finale" (Endlosung) della questione ebraica.

Ha scritto Primo Levi: «Tutti caricati sui vagoni, e la nostra sorte è stata la stessa per tutti: un campo di sterminio nazista. Non era mai successo, neppure nei secoli più oscuri, che si sterminassero esseri umani a milioni, come insetti dannosi; che si mandassero a morte i bambini e i moribondi». Levi è morto suicida a Torino nel 1987: quarantadue anni non erano stati sufficienti per cancellare l'incubo, per riscattare una vita interamente vissuta in compagnia della morte.

Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz, fa dire al protagonista di un suo libro: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo, mai dimenticherò quelle fiamme, che consumarono per sempre la mia fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno, che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso».

Fra il 1942 e il 1944, gli ebrei reclusi nei lager furono sterminati con il gas cianidrico e con il monossido di carbonio, con le iniezioni al fenolo, con i lanciafiamme e le bombe a mano.

L'Italia non è rimasta estranea alla Shoah, il vocabolo ebraico (che significa catastrofe, distruzione) universalmente adottato, ormai, per ricordare lo sterminio degli ebrei. Un anno e mezzo fa il Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale (il partito che dieci anni fa prese il posto del Movimento Sociale) si recò a Gerusalemme. Uscendo dallo Yad Yashem, il Museo dell'Olocausto - definì il fascismo «male assoluto», condannando senza mezzi termini le leggi razziali approvate dal regime nel 1938. Una presa di posizione coraggiosa, che ha provocato qualche polemica (e qualche frattura) all'interno del suo partito, ma ha contribuito a gettare le premesse per una discussione più serena su tutti i crimini commessi nel secolo dei totalitarismi.

Da tre anni il 27 gennaio si celebra il "Giorno della Memoria" (istituito con decreto del Presidente della Repubblica, convertito nella legge numero 211) per rendere omaggio a tutte le vittime delle persecuzioni scatenate dai nazisti e dai fascisti, negli anni precedenti l'ultimo conflitto mondiale e nel corso dello stesso. L'elenco degli ebrei italiani inghiottiti nei lager, o uccisi in altro modo, è lunghissimo. Sparirono nel nulla intere famiglie, e ci sono voluti anni per tentare di ricostruire le dimensioni della tragedia. Qualcuno ha calcolato in 7.579 il numero delle vittime identificate, con un nome e con un cognome. Ma si presume che la cifra complessiva (comprendendo quelli dei quali non si sono avute notizie certe) sia di gran lunga superiore. Nel 1938 - quando entrarono in vigore le leggi razziali - i cittadini italiani che professavano la religione ebraica erano 46.656. Nel 1945 questa cifra era scesa a 26.938. Le cifre della vergogna, che la memoria non può cancellare.

La vergogna delle foibe

Il cippo su una foiba ricorda con terribile crudezza il volume in metri cubi occupato dai cadaveri degli infoibati.

Alla vigilia del "Giorno del Ricordo" - dedicato il 10 febbraio alle vittime delle persecuzioni titine in Istria e in Dalmazia - la Rai ha mandato in onda uno sceneggiato in due puntate (Il cuore nel pozzo) che non aveva una pretesa di ricostruzione storica (come ha ripetutamente dichiarato il regista Alberto Negrin), ma voleva comunque richiamare l'attenzione su una tragedia per tanti anni dimenticata, rimossa, o addirittura negata, dalla cultura e dalla storiografia ufficiali. Come ha sottolineato più di una volta lo storico e giornalista Arrigo Petacco (autore di uno dei pochissimi libri dedicati a questa tragedia: L'esodo) persino le enciclopedie - alla voce "foiba" - spiegano che si tratta di una «varietà di doline frequenti in Istria», ignorando che quegli anfratti furono la fossa comune di molte migliaia di nostri connazionali.

Adesso, finalmente, se ne torna a parlare. Molti esponenti dei Democratici di Sinistra, eredi del Pci, riconoscono l'errore commesso nell'aver messo la sordina (per distrazione o per opportunismo) negli anni del dopoguerra. Walter Veltroni, Sindaco di Roma, ha accompagnato una scolaresca sui luoghi del massacro. La memoria comune - anche in questa caso, come per l'Olocausto - aiuta tutti noi a ricostruire una storia nazionale comune e condivisa.

Qualche anno fa Mixer, la trasmissione di Giovanni Minoli, intervistò uno dei pochissimi sopravvissuti: Graziano Udovisi. Il 2 maggio 1945 (a guerra conclusa) era stato legato con il filo di ferro a un compagno. I partigiani titini li avevano allineati, insieme ad altri, sull'orlo del precipizio, e poi li avevano spinti giù. Graziano, caduto nella fossa, era riuscito (non sapeva neppure lui come) a sciogliersi. Si era trovato sott'acqua, in mezzo ad altri corpi. Era riuscito a riaffiorare e, poi, inerpicandosi sulle pareti scoscese, aggrappandosi a qualche ramo e alla terra nuda, era tornato in superficie. Salvo. Lo intervistarono quarantacinque anni dopo, e ancora tremava per il terrore. Non si dava pace, come Primo Levi.

Quanti furono gli infoibati? Nessuno è in grado di dirlo. Cinquemila, diecimila, ventimila. Prima che tutto finisse, i carnefici incendiarono le carte dei municipi, per impedire ogni genere di contabilità. Mancando i documenti dello stato civile non fu possibile ricostruire il numero dei residenti e, quindi, il numero dei morti. È vero: il regime fascista aveva avuto la sua parte di responsabilità tentando di sradicare dall'Istria (con la violenza) l'etnia slava. Ma nessuna prepotenza poteva giustificare la persecuzione successiva.

Nel dopoguerra Pier Antonio Quarantotti Gambini, uno scrittore giuliano (nato a Pisano d'Istria) - erede della tradizione di Svevo, di Stuparich, di Slataper - scrisse una serie di articoli infuocati e vibranti, per rievocare il martirio della sua gente. Alla vigilia del ritorno dei bersaglieri a Trieste (il 26 ottobre 1954), concluse un ultimo articolo con un ammonimento: «Si guardino le autorità italiane dal venire a Trieste a pronunciare i soliti discorsi conditi di retorica». Aveva sofferto troppo - la sua gente - per sopportare le chiacchiere. Reclamava giustizia, e rispetto. Avrebbe voluto, sicuramente, che l'Italia ne ricordasse degnamente il sacrificio e il dolore.

È passato più di mezzo secolo, e per troppo tempo i parenti delle vittime (cioè tutti i giuliani, perché non ci fu famiglia che non ebbe i propri caduti) sono stati costretti a subire la rimozione di una tragedia, che è stata - per molte e diverse ragioni (niente affatto onorevoli) - cancellata dalla memoria nazionale. Censurata dai libri di storia (come il "sangue dei vinti"), ignorata dai libri di testo.

L'Istria fu stuprata e massacrata soprattutto a partire dall'8 settembre, quando la popolazione italiana dovette subire le feroci vendette dei comunisti slavi. Che colpirono indiscriminatamente, eseguendo gli ordini di capi sanguinari come Motika, Kolich, Rakovac, Massarotto, i fratelli Stemberga. Fu allora che le foibe carsiche cominciarono a inghiottire centinaia di italiani, vivi e morti: divennero fosse comuni, cimiteri senza luce e senza fondo.

Foibe nella regione ce ne sono quasi duemila, di varia grandezza e profondità. Abissi verticali, cunicoli oscuri, immense caverne, gallerie lunghe e tortuose, corsi d'acqua urlanti. Paesaggi sotterranei spaventosi e mostruosi, catacombe naturali di dimensioni enormi. Si calcolò che nell'antro di Basovizza giacessero le salme di almeno millecinquecento persone. Lo si dedusse misurando la profondità della voragine, che nel 1939 era stata calcolata in 208 metri e nel 1946 si era ridotta a 190. Diciotto metri di corpi senza vita, avvinti disperatamente l'uno all'altro, nella presa della morte. Quasi 500 metri cubi di cadaveri. Dover calcolare gli uomini a metri cubi: basterebbe questo a offrire una dimensione da genocidio.

Basovizza, come Monrupino, Gropada, Vines, Villa Surani, Carnizza, Gallignana. Un elenco lunghissimo di luoghi della vergogna. I prigionieri venivano legati in file di dieci o venti, stretti l'uno all'altro con il fil di ferro che segava i polsi. La fila veniva allineata sull'orlo dell'abisso. Una sventagliata di mitra era sufficiente: il primo che cadeva si trascinava gli altri. Quella catena umana rimbalzava e sbatteva di roccia in roccia, nel buio avvolto dal silenzio lacerato dalle urla. Moltissime donne furono vittime della bestialità. Una ragazza di 23 anni, Norma Cossetto, di Santa Domenica, divenne il simbolo delle atrocità subite: fu violentata e poi gettata, viva, nella foiba di Villa Surani. Il suo corpo fu ritrovato, e ricomposto nella cappella mortuaria del cimitero di Castellier. I sedici assassini, identificati e arrestati dai tedeschi, furono rinchiusi nella camera ardente, insieme alla salma della loro vittima, per vegliarla. Tre di loro impazzirono nel corso della notte. Nel 1949, Norma Cossetto ottenne dall'Università di Padova la laurea honoris causa alla memoria. A proporre il riconoscimento fu il suo professore, Concetto Marchesi, militante comunista. Un atto di onestà intellettuale.

Soltanto nel 1982, 35 anni dopo la strage, un Capo dello Stato (Sandro Pertini) depose una corona davanti a una delle fosse comuni. È doveroso ricordare ogni anno quella tragedia. E quella dei 350mila istriani che salvarono la propria vita, lasciando la loro terra nel 1945. L'esodo. Dopo l'olocausto. Come quello subìto dagli ebrei nella risiera di San Sabba, immediatamente al di qua del confine. Una memoria comune. Che nasce da una vergogna assoluta.

Quattro secoli fa, Shakespeare fece dire ad Amleto: "O vergogna, dov'è il tuo rossore?".

Marco Martelli