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Il taccheggio, secondo il
vocabolario italiano Zingarelli, è un "furto aggravato, commesso da
chi, entrato in una bottega, con il pretesto di fare acquisti e
tenendo a bada l'addetto alle vendite, sottrae clandestinamente ciò
che gli capita a portata di mano". Il Codice Penale, da par suo,
prevede tale ipotesi delittuosa, stabilendo, all'articolo 624, che
"chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi
la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito
con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire
trecentomila a un milione". Aggrava la consumazione del reato
qualora "il fatto è commesso su cose (…) esposte per necessità o
per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede".
Vi chiederete il perché di un così
singolare esordio... Eccolo: questo tipo di reato viene consumato
con sempre maggiore frequenza, e non per sola colpa della crisi
economica. Secondo quanto riferisce l'ultima edizione del
"Barometro Europeo dei Furti", ricerca condotta dal Crr, Centre for
Retail Research, tali impossessamenti colpiscono in specie la
grande distribuzione, e nel corso del 2004 sono costati, a livello
europeo, qualcosa come 32.999 milioni di euro - 71,52 euro pro
capite - dei quali 25.792 in merce rubata e 7.207 in forzati
investimenti preventivi per la sicurezza: 299 milioni in più
rispetto al passato.
Gli analisti hanno intervistato 423
tra i maggiori rivenditori dei 24 Paesi europei, per un totale di
23.274 punti vendita a campione, che rappresentano oltre il 20% del
mercato europeo del settore. I risultati dello studio hanno
mostrato come, nell'ultimo anno, la media europea delle "differenze
inventariali" - le perdite dovute a furti o errori interni - sia
scesa all'1,34% del fatturato, toccando così il livello più basso
mai registrato prima, sebbene in un solo anno siano stati
denunciati per furto oltre un milione di clienti e ben 75mila
dipendenti.
Già, i dipendenti. Anche se gli
esercenti considerano i clienti come i maggiori responsabili delle
sottrazioni di merce, indicandoli per il 48% delle volte come causa
principale (14.635 milioni di euro), al personale è addebitabile il
29% dei casi (9.069 milioni di euro) e il 7% ai fornitori di merce
(2.088 milioni di euro).
Ancora altri particolari
interessanti: l'importo medio di un furto commesso dal singolo
cliente è pari a 78,56 euro; quello addebitabile all'infedele
dipendente - che evidentemente sa dove sottrarre e che tipo di
oggetto preferire - addirittura tocca i 357,85 euro.
I titolari degli esercizi
intervistati hanno indicato le undici categorie di prodotti che
vorrebbero etichettare da subito con la tecnologia emergente della
Rfid (Radio frequency identification, vedi Il Carabiniere n. 12,
2004), in grado di contenere molte più informazioni dei
tradizionali codici a barre. Si tratta della merce più venduta, ma
anche più soggetta ai furti: la lista include prodotti per la
rasatura, cosmetici, profumi e deodoranti, macchine fotografiche
digitali, telefoni cellulari, Dvd, Cd, videogame e consolle, hi-fi,
accessori da design, borse e pelletteria. Preferiti dai
taccheggiatori anche i prodotti vitaminici, caffè, occhiali da
sole, elettroutensili, batterie, videocamere portatili, software
per computer, abbigliamento e liquori.
Chiariamo ora quali banchi
preferiscono i manolesta di professione o per necessità.
Supermercati, ipermercati, discount, negozi generici, negozi di
calzature e pelletteria hanno registrato livelli di "differenze
inventariali" più bassi; con maggior frequenza, invece, i rei danno
corso alle loro pulsioni irrefrenabili presso i negozi di
ferramenta, fai-da-te, arredamento, abbigliamento e tessile, e
presso gli altri punti vendita non alimentari. I risultati
statistici dell'indagine scientifica sono inquietanti, se si
considera che l'entità delle perdite varia da un minimo dello 0,87%
sul fatturato censito in Svizzera ad un massimo dell'1,73%
registrato in Grecia.
E noi italiani? L'Italia è al quarto
posto nella classifica dei furti: oltre 107mila ladri denunciati in
un anno, con un'incidenza dell'1,30% sul nostro fatturato, rispetto
alla media dell'1,42% nel complesso dei rimanenti Paesi europei.
Serve aggiungere che da noi il fenomeno è in crescita, con un
incremento dello 0,6%, in termini assoluti, percentualmente del
4,8, mentre nella rimanente parte dell'Europa l'aumento è stato
dello 0,2%, l'1,4% in più. Il futuro, anche in questo settore, è
ormai alle porte. |