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Giocano i bambini, giocano gli
animali, giocano gli uomini. Non si può negare che nel Dna degli
esseri viventi l'atto di giocare rappresenti uno dei più antichi,
più profondi, più connaturati all'identità, alla crescita,
all'esistenza stessa. Lo studioso Johan Huizinga, nel 1939, proprio
durante gli anni più tragici della Seconda guerra mondiale,
pubblicò un bellissimo saggio dal titolo Homo ludens. L'intuizione
dell'autore è quella di una storia della civiltà umana che nasce e
si sviluppa dalle dinamiche del gioco, di un universo in cui
qualunque ambito della vita associata, dall'arte, alla religione,
alla guerra, è fortemente contrassegnato da aspetti ludici.
Rivoluzionando, almeno in parte, il nucleo più radicale delle
teorie evoluzionistiche, l'homo sapiens sarebbe dunque meglio
identificabile come homo ludens.
Ecco allora perché sono molti gli
studiosi che si sono dati da fare per osservare, analizzare,
classificare, le pratiche "giocose" dell'individuo. Jean Piaget, ad
esempio, concentrandosi soprattutto sulla psicologia infantile, ha
diviso i giochi in tre categorie: d'esercizio, simbolici e di
regole. Roger Caillois, invece, li ha basati sulla competizione
(sport, scacchi), sulla "vertigine" (giostre, acrobazie), sul
mascheramento (teatro, giochi di ruolo), sull'alea (scommesse,
lotterie). Nella vita quotidiana degli uomini di varie epoche, ci
ricorda ancora lo storico Philippe Aries, i giochi costituivano una
forma di ritualità collettiva di grande rilevanza: momenti di
festa, ma anche di azzardo, con la funzione di rafforzare i legami
sociali e di mettere alla prova il coraggio. Nel Medio Evo, ad
esempio, i giochi sportivi avevano la funzione di mescolare gli
strati sociali, mentre in seguito furono considerati sempre più
come un aspetto puerile e popolare, riservato, perciò, ai bambini e
alle classi inferiori.
Tutte le società hanno ritenuto
opportuno dedicare al gioco almeno un periodo dell'anno, il
carnevale, in cui tutto diventa possibile (Semel in anno licet
insanire, sentenziavano i latini). È allora che il gioco - inteso
come burla o mascheramento - può oltrepassare i confini del lecito
e del canonico, anche se è importante che "un bel gioco duri poco"
e che, finita la baldoria, ci si ricopra il capo di cenere, ci si
tolga ogni orpello e si torni alle proprie regolari
occupazioni.
Ma cosa succede se una società, una
civiltà come la nostra, più o meno inconsapevolmente, o
deliberatamente, tende a quella che Eco ha definito
"carnevalizzazione totale della vita"? Cosa cambia quando,
soprattutto per alcune persone, il linguaggio più ascoltato, quello
che riesce a sedurre di più è quello della spettacolarizzazione?
Quando, sollecitati da una rappresentazione della vita come eterno
carnevale, in cui si può essere inondati da gettoni d'oro o colpiti
da improvvisa popolarità, sembriamo aver smarrito il senso del
limite?
Accade che "quando il gioco si fa
duro i deboli cominciano a giocare". Fino allo scorso 9 febbraio -
quando inaspettato, bramato, inseguito, il 53 sulla ruota di
Venezia ha fatto capolino dall'urna, per apparire in tutto il suo
"banale splendore", confortando, e al tempo stesso smentendo
statistiche, ipotesi, calcoli, profezie, riti scaramantici -
moltissime persone, per rincorrere un progetto al limite tra sogno
e follia, hanno perso soldi, affetti, dignità. Alcuni persino la
vita. Ma non sono stati i "duri" a darsi da fare al gioco, bensì i
più fragili: donne, pensionati, immigrati, poveri, disoccupati.
Nel mese di gennaio, a Carrara, una
donna di appena 57 anni ha trovato il suicidio in mare dopo aver
investito tutti i suoi risparmi sul 53; un cassiere è stato
licenziato per aver sottratto un milione di euro da immolare al
diabolico numero; accanto al cadavere di un pensionato e dei suoi
familiari, a Signa, sono state ritrovate parecchie ricevute di
giocate al Lotto. Solo alcuni esempi di una lista di vittime
davvero lunga, al limite dell'incredibile, che costituisce il lato
più drammatico di un fenomeno diffuso e sotterraneo, che va al di
là dei calcoli prettamente tecnico-statistici e delle tradizioni
del folclore nazionalpopolare.
Ma proviamo a partire da alcuni dati
oggettivi: è un fatto che il dispettosissimo numero sia stato il
più ritardatario del terzo millennio e che, secondo l'Agicos,
l'agenzia che si occupa di concorsi e scommesse, il 60 per cento
delle puntate del Lotto è stato sacrificato sull'altare profano del
53. Prima dell'attesa estrazione l'associazione dei consumatori
aveva addirittura chiesto al governo di emanare un decreto per
impedire ulteriori dissanguamenti. Ora il 53 è uscito, ma questo
non significa che il fenomeno non si ripeta. Anzi, tutto fa credere
che ciò che è successo nelle ultime settimane rappresenti soltanto
la punta dell'iceberg di un fenomeno che sembra destinato a
crescere, sollevando interrogativi di non poco rilievo.
Tornando alle cifre, al Totip, Tris,
Superenalotto, Lotto gli italiani hanno speso l'anno scorso 23
miliardi di euro, oltre il 42 per cento in più del 2000. Ma, tra
tutti i giochi d'azzardo, il Lotto è stato quello che ha raccolto
maggiori consensi, soprattutto grazie alla forza di attrazione
esercitata dai numeri ritardatari. Giocatori di tutti i tipi hanno
mostrato la convinzione di poter, prima o poi, essere premiati,
perché in grado di trovare la chiave magica capace di sconfiggere
il caso.
Ma perché questo aspetto della
realtà ha una così forte presa sulla psiche umana? Perché la nostra
società è così sensibile alle lusinghe dell'alea? A volte basta una
piccola vincita ad agire da rinforzo, confortando l'accanito
giocatore nella sua "lucida follia", convincendolo di essere "sulla
strada giusta": e questo nonostante l'azzardo prescinda da
qualsivoglia calcolo probabilistico.
La compagna più assidua dei
giocatori d'azzardo è, in molti casi, la superstizione. Le
possibili superstizioni sono infinite e infinitamente soggettive:
tutto può essere decodificato come segnale positivo o negativo,
influenzando la vita quotidiana. Pratiche scaramantiche, rituali,
credenze, fanno parte di un lato infantile della psicologia umana,
di un aspetto spesso trascurato dalla cultura occidentale, la quale
ha tentato in ogni modo di porlo ai margini della realtà,
ottenendo, come effetto boomerang, il vederlo ricomparire sotto
forme ancora più minacciose. Così, mentre il soggetto normalmente è
spinto a rifuggire ciò che gli provoca angoscia e incertezza, il
"giocatore" come tipo psicologico vive una sorta di "sindrome da
inseguimento", che lo porta a cercare di creare continuamente uno
stato di tensione emotiva, in genere ancora più appagante della
vincita stessa.
Huizinga parlava di homo ludens, per
sottolineare come il gioco costituisca un'attività umana
primordiale, che ci aiuta a sperimentare situazioni nuove,
abituandoci al conflitto. Il problema sorge, però, quando, come nel
caso della caccia al 53, il piacere del rischio diventa un
condizionamento.
Nella società dei consumi la
distinzione tra bisogni primari e secondari è completamente
saltata. Non solo, si è passati dal concetto di bisogno a quello di
desiderio. Mentre il primo è ancora nutrito fortemente dalla nostra
parte razionale e terrena, il secondo è legato alla sfera della
magia, dell'impossibile, della sfida. Ma oltre il desiderio c'è
qualcosa di ancora più indeterminato e casuale: il capriccio, un
sentimento terribilmente attuale, che ha a che fare con la
sensazione di un desiderio che si acuisce ma che non raggiunge mai
la soddisfazione, spingendo a varcare ogni limite consentito dal
calcolo razionale e dal buon senso.
Non per nulla, eminenti studiosi
hanno definito la società attuale come "società del rischio". In un
mondo in cui si ha la sensazione che tutto sia possibile ma niente
garantito, che salute, lavoro, relazioni, stile di vita, siano
esclusivamente una nostra scelta e che, allo stesso tempo, la
nostra vita sia minacciata da una perenne instabilità, da nuove
guerre, malattie, rischi ecologici, perché non affidarci al caso?
Di qui i sensation seekers, gli individui che vanno a caccia di
emozioni forti per sentirsi vivi.
E allora: corse in auto, droghe,
sassi dal cavalcavia, o giocare al lotto fino all'ultimo euro non
sono altro che sintomi di un disagio diffuso, di una disperata
ricerca di ancoraggi e reti sociali, che spesso mancano proprio ai
più deboli, a coloro che, posti ai margini dei flussi relazionali,
tentano comunque di dare un senso alla loro vita. Laddove il
presente ha assunto un valore quasi assoluto, non resta allora che
sperare di riuscire a recuperare il senso costruttivo del futuro e
di scenari in cui sia possibile un sentimento di speranza e di
felicità. |