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Un
percorso terapeutico al posto del carcere. Una stretta
collaborazione tra le Istituzioni, che prevede l'intervento di
un'équipe medica chiamata a valutare la disponibilità del
tossicodipendente a sottoporsi a programmi di cura in una comunità
terapeutica o nei Ser.t. (Servizi per le
tossicodipendenze).
È questa l'idea alla base del
progetto "Dap-prima", lanciato dal Dipartimento
dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia
nel corso del convegno "La tossicodipendenza, il carcere, le
alternative", svoltosi di recente a Roma e che parte da un
esperimento tuttora in atto - con successo - a Milano. Qui,
infatti, ogni anno si esaminano 400 tossicodipendenti: di questi un
centinaio vengono successivamente inseriti in comunità.
Dalla metà degli anni Novanta le
sinergie tra Tribunale, Forze dell'ordine, Dap (Dipartimento
dell'Amministrazione Penitenziaria), Servizi Tossicodipendenze
pubblici e del privato sociale rendono possibile il reinserimento
dei detenuti grazie a programmi di cura in comunità terapeutica a
costi giornalieri contenuti. Costi non superiori ad un terzo di
quelli di una giornata in carcere. «Un detenuto costa allo Stato
quasi 150 euro al giorno», ha affermato Sebastiano Ardita,
direttore generale dell'Ufficio centrale detenuti e trattamento del
Dap. «Grazie al progetto "Dap-prima"», ha detto, «può essere preso
in cura e rieducato senza passare neanche un giorno dietro le
sbarre».

L'idea si concretizzerà, per ora, in
quattro città pilota: Roma, Padova, Reggio Calabria e Catania. A
beneficiarne saranno in particolare le migliaia di
tossicodipendenti detenuti per reati minori. Ogni anno - stimano i
dati del convegno - dalle già sovraffollate 250 carceri italiane ne
entrano e ne escono circa 20mila. Si tratta di esistenze lacerate
dalla droga, per procurarsi la quale si compiono senza esitazione
scippi e piccoli furti.
"Dap-prima", dunque, è l'alternativa
valida, che di fatto non richiede riforme legislative, ma,
piuttosto, una collaborazione tra tutti i soggetti in gioco, a
partire dalle Istituzioni. È stato proprio Ardita a chiarire il
meccanismo del progetto: «Il tossicodipendente arrestato per reati
minori viene preso in carico da un'équipe composta da medici del
Ser.T. e delle Asl. Tutto questo prima che venga portato davanti al
giudice per il processo per direttissima o per la convalida della
misura cautelare. Grazie all'aiuto di questa équipe di esperti, il
tossicodipendente può scegliere se sottoporsi ad un programma di
cura. Il giudice, a questo punto, avrà a disposizione tutti gli
elementi per emettere un provvedimento di custodia cautelare
alternativa in una comunità terapeutica o in un centro di
cura».
Una strada già praticabile, anche
perché ricalca l'esperienza milanese "La cura vale la pena". I
presupposti dai quali il progetto ha preso le mosse si legano alla
specificità territoriale milanese, contrassegnata da un contesto
sociale difficile, con cittadini non abbienti o in condizioni di
indigenza, cittadini stranieri irregolari o clandestini, senza
fissa dimora o provenienti da aree di disagio giovanile.
Secondo il responsabile Servizio
area penale e carcere Asl Città di Milano, Dario Foà, "Dap-prima"
«rappresenta il punto più avanzato in Italia delle strategie
d'intervento di contrasto della droga, in quanto armonizza bene le
logiche di connessione tra politiche di decentramento, dove le Asl,
l'ente locale e la comunità sono protagonisti». Per questo è stato
messo a punto un protocollo di collaborazione e sono state
stabilite delle linee guida per orientare l'operato delle varie
componenti interessate a fronteggiare il fenomeno del «corto
circuito tossicodipendenza-criminalità, coniugando l'obiettivo
della diminuzione delle recidive criminali con quello non meno
importante del miglioramento della salute».
L'efficacia del rito direttissimo
consente, sempre secondo Ardita, una gradualità delle soluzioni,
secondo una gamma che va dal carcere (nei casi più gravi), alla
possibilità, per incensurati o persone ritenute poco pericolose, di
evitare il contatto con la realtà carceraria e quindi con la
criminalità organizzata. Secondo Foà - che è in costante contatto
con altre importanti strutture, come il Pompidou Group di
Strasburgo e l'Osservatorio europeo sulle droghe (l'Emcdda,
European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction) di Lisbona
- «il progetto milanese e quello appena avviato accrescono il
contributo di esperienza dell'Italia nel panorama europeo, e sul
campo della tossicodipendenza e del carcere».
L'obiettivo dichiarato di
"Dap-prima" è di evitare a tossicodipendenti condannati per reati
brevi la sofferenza e l'emarginazione, dolorose compagne
dell'esistenza nell'istituto di pena. «In questo lasso di tempo
burocratico il detenuto si trova a vivere per dieci, venti giorni
in cella», ha aggiunto Ardita, «il progetto prevede invece
l'affidamento al Ser.T. per individuare, con la collaborazione di
un gruppo di esperti, la comunità disposta ad accoglierlo». Ma
sempre nel rispetto della persona, sulla base di nuove metodologie
di approccio "non custodialistico" al problema.
Della bontà della proposta è
convinto anche il capo del Dipartimento dell'Amministrazione
Penitenziaria Giovanni Tenebra. «Il problema della
tossicodipendenza va affrontato non solo con la prevenzione e le
sanzioni», ha tenuto a sottolineare, «ma puntando sul reintegro
sociale, secondo l'istanza laica e solidaristica che sta alla base
del moderno ordinamento giuridico. Questa è certamente una
iniziativa basata sulla riabilitazione del detenuto che può
invertire la tendenza».
Nel caso dei reati più gravi, il
Ministero della Giustizia punta ad ampliare gli Icatt, gli Istituti
di Custodia Attenuata, dove per il detenuto è possibile partecipare
ad un programma di recupero e disintossicazione. «Attualmente
disponiamo di venti strutture di questo tipo», ha precisato Ardita,
«ma contiamo di ampliarle. Si pensa sempre che il carcere sia
malato, ma spesso si dimentica che al suo interno ci sono persone
malate». Stando ai dati in possesso dei vertici del Dap, la
popolazione carceraria totale nel 2004 era di 82.275 persone, di
cui ben 24.113 (il 29,31%) tossicodipendenti. Quanto agli stranieri
entrati in carcere per avere violato la legge sulla droga, sono
stati complessivamente 8.380, mentre, su circa 32mila detenuti
stranieri negli istituti di pena italiani, sempre nel 2004, ben
6.248 erano tossicodipendenti.
Consensi e critiche non sono mancati
al progetto. Se per alcuni, infatti, «la detenzione non può
rappresentare un'opportunità di cura e controlli adeguati per i
tossicodipendenti, spesso malati», per altri è necessario trovare
«un giusto equilibrio tra esigenze di cura del tossicodipendente ed
esigenze di sicurezza della collettività», perché «vi sono vittime
di reati che malamente accettano che dopo un furto o una rapina i
tossicodipendenti non scontino la pena in carcere».
E sulla necessità di ricercare il
giusto «equilibrio» si è soffermato il Presidente della Repubblica,
Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio indirizzato a Sebastiano
Ardita. Ciampi ha ricordato che «l'assise, fruendo delle più
qualificate e specifiche competenze, si propone di approfondire con
ponderazione e completezza il problema che coinvolge importanti
aspetti sociali dei percorsi di riabilitazione e di reinserimento
dei tossicodipendenti che delinquono». Il problema non si risolve
tout-court con la repressione e la detenzione.
Anche il Presidente del Consiglio,
Silvio Berlusconi, che ha espresso il più vivo apprezzamento per
l'iniziativa, ha rimarcato in un messaggio al convegno
«l'attenzione con la quale si affrontano tematiche di fondamentale
importanza per la società e per i singoli individui, che hanno la
possibilità di tornare alla vita, al lavoro e agli affetti
familiari». Berlusconi ha fatto riferimento ai progressi realizzati
nella cura della tossicodipendenza. Questi «permettono oggi di
prevedere pene alternative per chi, afflitto da questa patologia,
cade nelle maglie della microcriminalità o è costretto ad
affrontare altre difficili prove ad essa collegate (...) Il modo
migliore di combattere il problema è di aiutare chi ne è coinvolto
a vincere la propria dipendenza, e che questo sia possibile non
tanto attraverso pene detentive da scontare in carcere, quanto
attraverso il ricovero in strutture adeguate e gestite da
professionisti preparati, competenti e umanamente
sensibili». |