CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2005 > Marzo > Società

Meglio DAP-Prima che poi

Lo scorso gennaio è stato presentato a Roma un nuovo progetto del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Prevede che, prima di essere condotti dal giudice, i tossicodipendenti arrestati per reati minori possano scegliere un programma di cura con l'aiuto di una équipe di medici

Un percorso terapeutico al posto del carcere. Una stretta collaborazione tra le Istituzioni, che prevede l'intervento di un'équipe medica chiamata a valutare la disponibilità del tossicodipendente a sottoporsi a programmi di cura in una comunità terapeutica o nei Ser.t. (Servizi per le tossicodipendenze).

Progetto Dap-Prima.

È questa l'idea alla base del progetto "Dap-prima", lanciato dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia nel corso del convegno "La tossicodipendenza, il carcere, le alternative", svoltosi di recente a Roma e che parte da un esperimento tuttora in atto - con successo - a Milano. Qui, infatti, ogni anno si esaminano 400 tossicodipendenti: di questi un centinaio vengono successivamente inseriti in comunità.

Dalla metà degli anni Novanta le sinergie tra Tribunale, Forze dell'ordine, Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), Servizi Tossicodipendenze pubblici e del privato sociale rendono possibile il reinserimento dei detenuti grazie a programmi di cura in comunità terapeutica a costi giornalieri contenuti. Costi non superiori ad un terzo di quelli di una giornata in carcere. «Un detenuto costa allo Stato quasi 150 euro al giorno», ha affermato Sebastiano Ardita, direttore generale dell'Ufficio centrale detenuti e trattamento del Dap. «Grazie al progetto "Dap-prima"», ha detto, «può essere preso in cura e rieducato senza passare neanche un giorno dietro le sbarre».

Immagine raffigurante un tossicodipendente.

L'idea si concretizzerà, per ora, in quattro città pilota: Roma, Padova, Reggio Calabria e Catania. A beneficiarne saranno in particolare le migliaia di tossicodipendenti detenuti per reati minori. Ogni anno - stimano i dati del convegno - dalle già sovraffollate 250 carceri italiane ne entrano e ne escono circa 20mila. Si tratta di esistenze lacerate dalla droga, per procurarsi la quale si compiono senza esitazione scippi e piccoli furti.

"Dap-prima", dunque, è l'alternativa valida, che di fatto non richiede riforme legislative, ma, piuttosto, una collaborazione tra tutti i soggetti in gioco, a partire dalle Istituzioni. È stato proprio Ardita a chiarire il meccanismo del progetto: «Il tossicodipendente arrestato per reati minori viene preso in carico da un'équipe composta da medici del Ser.T. e delle Asl. Tutto questo prima che venga portato davanti al giudice per il processo per direttissima o per la convalida della misura cautelare. Grazie all'aiuto di questa équipe di esperti, il tossicodipendente può scegliere se sottoporsi ad un programma di cura. Il giudice, a questo punto, avrà a disposizione tutti gli elementi per emettere un provvedimento di custodia cautelare alternativa in una comunità terapeutica o in un centro di cura».

Una strada già praticabile, anche perché ricalca l'esperienza milanese "La cura vale la pena". I presupposti dai quali il progetto ha preso le mosse si legano alla specificità territoriale milanese, contrassegnata da un contesto sociale difficile, con cittadini non abbienti o in condizioni di indigenza, cittadini stranieri irregolari o clandestini, senza fissa dimora o provenienti da aree di disagio giovanile.

Secondo il responsabile Servizio area penale e carcere Asl Città di Milano, Dario Foà, "Dap-prima" «rappresenta il punto più avanzato in Italia delle strategie d'intervento di contrasto della droga, in quanto armonizza bene le logiche di connessione tra politiche di decentramento, dove le Asl, l'ente locale e la comunità sono protagonisti». Per questo è stato messo a punto un protocollo di collaborazione e sono state stabilite delle linee guida per orientare l'operato delle varie componenti interessate a fronteggiare il fenomeno del «corto circuito tossicodipendenza-criminalità, coniugando l'obiettivo della diminuzione delle recidive criminali con quello non meno importante del miglioramento della salute».

L'efficacia del rito direttissimo consente, sempre secondo Ardita, una gradualità delle soluzioni, secondo una gamma che va dal carcere (nei casi più gravi), alla possibilità, per incensurati o persone ritenute poco pericolose, di evitare il contatto con la realtà carceraria e quindi con la criminalità organizzata. Secondo Foà - che è in costante contatto con altre importanti strutture, come il Pompidou Group di Strasburgo e l'Osservatorio europeo sulle droghe (l'Emcdda, European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction) di Lisbona - «il progetto milanese e quello appena avviato accrescono il contributo di esperienza dell'Italia nel panorama europeo, e sul campo della tossicodipendenza e del carcere».

L'obiettivo dichiarato di "Dap-prima" è di evitare a tossicodipendenti condannati per reati brevi la sofferenza e l'emarginazione, dolorose compagne dell'esistenza nell'istituto di pena. «In questo lasso di tempo burocratico il detenuto si trova a vivere per dieci, venti giorni in cella», ha aggiunto Ardita, «il progetto prevede invece l'affidamento al Ser.T. per individuare, con la collaborazione di un gruppo di esperti, la comunità disposta ad accoglierlo». Ma sempre nel rispetto della persona, sulla base di nuove metodologie di approccio "non custodialistico" al problema.

Della bontà della proposta è convinto anche il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tenebra. «Il problema della tossicodipendenza va affrontato non solo con la prevenzione e le sanzioni», ha tenuto a sottolineare, «ma puntando sul reintegro sociale, secondo l'istanza laica e solidaristica che sta alla base del moderno ordinamento giuridico. Questa è certamente una iniziativa basata sulla riabilitazione del detenuto che può invertire la tendenza».

Nel caso dei reati più gravi, il Ministero della Giustizia punta ad ampliare gli Icatt, gli Istituti di Custodia Attenuata, dove per il detenuto è possibile partecipare ad un programma di recupero e disintossicazione. «Attualmente disponiamo di venti strutture di questo tipo», ha precisato Ardita, «ma contiamo di ampliarle. Si pensa sempre che il carcere sia malato, ma spesso si dimentica che al suo interno ci sono persone malate». Stando ai dati in possesso dei vertici del Dap, la popolazione carceraria totale nel 2004 era di 82.275 persone, di cui ben 24.113 (il 29,31%) tossicodipendenti. Quanto agli stranieri entrati in carcere per avere violato la legge sulla droga, sono stati complessivamente 8.380, mentre, su circa 32mila detenuti stranieri negli istituti di pena italiani, sempre nel 2004, ben 6.248 erano tossicodipendenti.

Consensi e critiche non sono mancati al progetto. Se per alcuni, infatti, «la detenzione non può rappresentare un'opportunità di cura e controlli adeguati per i tossicodipendenti, spesso malati», per altri è necessario trovare «un giusto equilibrio tra esigenze di cura del tossicodipendente ed esigenze di sicurezza della collettività», perché «vi sono vittime di reati che malamente accettano che dopo un furto o una rapina i tossicodipendenti non scontino la pena in carcere».

E sulla necessità di ricercare il giusto «equilibrio» si è soffermato il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio indirizzato a Sebastiano Ardita. Ciampi ha ricordato che «l'assise, fruendo delle più qualificate e specifiche competenze, si propone di approfondire con ponderazione e completezza il problema che coinvolge importanti aspetti sociali dei percorsi di riabilitazione e di reinserimento dei tossicodipendenti che delinquono». Il problema non si risolve tout-court con la repressione e la detenzione.

Anche il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha espresso il più vivo apprezzamento per l'iniziativa, ha rimarcato in un messaggio al convegno «l'attenzione con la quale si affrontano tematiche di fondamentale importanza per la società e per i singoli individui, che hanno la possibilità di tornare alla vita, al lavoro e agli affetti familiari». Berlusconi ha fatto riferimento ai progressi realizzati nella cura della tossicodipendenza. Questi «permettono oggi di prevedere pene alternative per chi, afflitto da questa patologia, cade nelle maglie della microcriminalità o è costretto ad affrontare altre difficili prove ad essa collegate (...) Il modo migliore di combattere il problema è di aiutare chi ne è coinvolto a vincere la propria dipendenza, e che questo sia possibile non tanto attraverso pene detentive da scontare in carcere, quanto attraverso il ricovero in strutture adeguate e gestite da professionisti preparati, competenti e umanamente sensibili».

Rita Salerno