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L'Unione
Europea sta approntando un progetto per edificare ottocento alloggi
eco-sostenibili in Italia, Portogallo, Francia e Danimarca.
All'iniziativa, denominata She (Sustainable Housing in Europe),
partecipano i maggiori esperti europei di eco-edilizia.
Un esempio tangibile di questa nuova
tendenza si trova a Milano, nel quartiere Bovisa, dove, su una
superficie di 5.410 metri quadrati, sorge l'eco-condominio più
importante d'Italia. In tutto 53 alloggi disposti su sei piani, il
cui costo è di 1.498 euro al metro quadro, contro i 2.000 di un
palazzo con le stesse dimensioni e nella stessa zona, ma costruito
secondo i vecchi criteri. Il quartiere Bovisa si affaccia su un
parco di 10.000 metri quadrati, che è stato realizzato insieme
all'eco-condominio. L'area verde funge infatti da regolatore
climatico e, bollette alla mano, i condòmini possono già dimostrare
di aver speso il 30 per cento in meno rispetto ai loro vicini.
Emilia Costa, bioarchitetto e
ricercatrice al Politecnico di Milano, è la pioniera dei progetti
edilizi eco-sostenibili.
«Il mio interesse per la
bioarchitettura», spiega, «nasce nel 1982. Dopo aver frequentato un
corso in Svizzera dedicato al "Costruire ecologico", scoprii la
possibilità di utilizzare, per la progettazione di una moderna
casa, vecchi materiali non inquinanti. Rimasi molto colpita dalle
relazioni di alcuni medici e fisici che affrontavano il tema della
correlazione tra biologia umana, abitazioni e campi
elettromagnetici. La consapevolezza che la nostra vitalità e la
nostra salute è data da questo insieme di fattori mi ha spinta a
cercare nuove soluzioni edilizie, compatibili con l'ambiente».
Quali sono i materiali da
utilizzare?
«Innanzitutto bisogna considerare il
problema delle risorse naturali e dell'inquinamento in fase di
produzione e di dismissione dei materiali di scarto. Quindi ci si
deve confrontare con i problemi che possono emergere all'interno
della propria casa, intesi come qualità dell'abitare, il che ci
porta all'argomento dei diversi materiali naturali da utilizzare.
La cosa curiosa è che, praticamente, gli svizzeri e i tedeschi, che
per primi hanno costruito abitazioni ecologiche, hanno utilizzato
materiali prodotti in Italia, e questo perché l'Italia è la nazione
che ha ancora una vasta produzione di mattoni, intonaci e colori
naturali. Un settore legato al recupero e alla conservazione dei
beni artistici».
I progettisti svizzeri e tedeschi
a chi si rifacevano?
«I loro testi di riferimento erano
quelli di Vitruvio e dei nostri grandi classici. Già gli antichi
romani utilizzavano moltissimo la pozzolana, una sorta di cemento
che veniva impiegato per interventi di restauro nelle caserme, ma
anche per gli acquedotti e per i porti. Gli studiosi svizzeri e
tedeschi si sono quindi dati da fare e sono riusciti a trovare le
cave che producevano ancora questo tipo di cemento».
Perché si vuole tornare ai vecchi
materiali?
«Si cerca di richiamare l'attenzione
sul fatto che i prodotti moderni per l'edilizia - come il cemento,
i mattoni, e tutti i materiali di costruzione - contengono nel loro
impasto lo scarto di rifiuti industriali, e di conseguenza tutte le
sostanze tossiche connesse».
In che modo vengono sfruttate le
risorse naturali per gli edifici eco-sostenibili?
«Una volta progettato l'edificio, si
studia la sua collocazione sul territorio rispetto al massimo
utilizzo dell'energia solare d'inverno e del vento d'estate, fino
alla raccolta delle acque piovane. Le faccio un esempio: qualche
anno fa, io e miei colleghi avevamo bisogno di uffici. Ma i
problemi erano tanti, a partire dagli affitti troppo alti. Quindi
abbiamo individuato un edificio degli anni Sessanta e, dopo una
serie di consultazioni, lo abbiamo acquistato con l'intenzione di
trasformarlo in edificio eco-sostenibile. Siamo partiti cercando di
evitare di produrre detriti, e di non alterare la struttura
dell'edificio. Abbiamo migliorato la coibentazione,
l'insonorizzazione, utilizzando sempre materiali naturali; anche
l'intonaco usato era fatto di calce, sabbia, carta riciclata,
palline di ferro».
E per l'impianto di
riscaldamento?
«Per l'impianto di riscaldamento
abbiamo deciso di investire molto. Abbiamo comprato una caldaia che
funziona a condensazione e preleva l'acqua dalla falda cittadina di
superficie, che poi è quella non potabile, ma che il comune di
Milano deve continuamente estrarre per impedire l'allagamento della
seconda linea della metropolitana. Non abbiamo fatto altro che
inoltrare la richiesta al Comune che ci ha velocemente dato tutte
le autorizzazioni».
Quali sono i costi che avete
sostenuto per questo investimento?
«Almeno 180 milioni delle vecchie
lire, contro una cifra di 70 milioni per un impianto tradizionale.
Una cifra apparentemente molto elevata, ma la nostra scommessa era
che i consumi sarebbero stati molto più contenuti e soprattutto
"puliti". Ricordo che un amministratore ci fece un preventivo di
spesa di circa 150 milioni per un anno di consumi con un impianto
tradizionale. Attualmente spendiamo circa 30.000 euro l'anno,
manutenzione compresa. In due anni abbiamo ammortizzato le
spese».
Oggi ci sono sempre più aziende e
industrie che producono solo materiali naturali per
l'edilizia…
«Sì, perché finalmente molte persone
sentono questa necessità. Nei primi tempi, quando si parlava di
"casa ecologica" i prodotti scarseggiavano, i tecnici e i muratori
che sapevano applicare questi materiali erano pochi. Poi, piano
piano, è aumentata la domanda, anche grazie al semplice
passaparola. Tutti quelli che hanno avvertito in anticipo questa
necessità hanno organizzato delle piccole industrie. All'inizio era
poco più di un'idea, di cui si parlava tra amici; oggi la
consapevolezza che le abitazioni eco-sostenibili sono un
investimento da ogni punto di vista trova consensi in tutta
Europa».
Ma non finisce qui: c'è anche da
dire che in tutta Italia sono in aumento i progetti che coniugano
l'eco-sostenibilità delle abitazioni alla necessità delle famiglie
di far quadrare i bilanci domestici. Per una volta ecologia ed
economia camminano di pari passo.
Tutto parte da un principio chiaro e
universalmente riconosciuto: se si mette sul fuoco con l'acqua
della pasta una pentola per quattro persone si consuma molto meno
gas che a far bollire quattro volte l'acqua in appartamenti
diversi. In poche parole: è meglio mettersi insieme per dividere le
spese.
Ogni cosa, dunque, nel condominio
ecologico viene equamente divisa. Dalla spesa giornaliera,
distribuita tra più famiglie, all'uso di lampadine a basso consumo,
agli impianti con pannelli solari, all'unico allaccio per la luce e
quindi all'unica bolletta (ciò vale anche per il telefono e il
gas), fino a quelli che si definiscono "benefit sociali": gli spazi
in comune che consentono l'installazione di una grande lavanderia a
gettoni e stireria, un parco automobili per ogni evenienza, un
salone per i giochi dei bambini, con mamme che a turno fanno le
baby sitter, nonni che si prendono cura dei propri nipotini e di
quelli acquisiti, sconfiggendo così la depressione. Senza
dimenticare la manutenzione del verde, la pulizia delle scale, la
custodia dei piccoli animali domestici durante i mesi estivi. E per
di più, in caso di guasti elettrici, di perdite d'acqua o di
piccoli lavori di riparazione, c'è sempre qualcuno pronto ad
intervenire.
L'idea sta piacendo così tanto che
molte amministrazioni comunali ormai prevedono condizioni di grande
favore per le cooperative che vogliono costruire condomini
ecologici da suddividere tra più famiglie. Ambientalisti,
architetti, sociologi, psicologi, una volta tanto sono tutti
d'accordo: studiare un nuovo tipo di case al servizio della vita
comunitaria significa reinventare la vita sociale. Il che dà anche
alcune risposte ai disagi e al senso di insicurezza collettivo che
nasce dall'isolamento dei nostri
condomìni. |