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Vincite matematiche?

No di certo. Piuttosto, interpretabili secondo leggi statistiche. Che però non "regalano" certezze. Diversamente da quel che pensano i giocatori d'azzardo, nonostante secoli di eloquenti sconfitte

Pierre-Simon de la Place, matematico del Settecento, padre del calcolo delle probabilità

Alla fine è uscito! Dopo quasi 200 estrazioni del Lotto, il fatidico 53 ha fatto la sua comparsa sulla ruota di Venezia, rasserenando i cuori e riempiendo le tasche di quanti hanno avuto la forza e la fortuna di "inseguirlo".

In molti avranno brindato, ringraziando il Santo "suggeritore", o il parente defunto tornato per l'occasione dall'Oltretomba, o magari "l'esperto" di turno, che gli ha venduto un sistema "matematico" a prova di bomba.

Una cosa sola è certa: in tutta questa faccenda - gonfiata ad hoc dai mass media, che hanno fatto crescere, giorno dopo giorno, le aspettative intorno al reticente "ritardatario" - l'unico, vero vincitore è proprio lo Stato.

Nel 2004 gli italiani hanno speso più di 23 miliardi di euro nei giochi pubblici: una cifra all'incirca equivalente al 2% del Pil. Circa la metà sono stati redistribuiti sotto forma di vincite che qualcuno neanche ritira (vedi articolo pag. 124), 3 miliardi sono serviti a pagare l'intera filiera di distribuzione (ricevitorie, tabaccherie, eccetera), e ben 7,4 miliardi di euro sono rimasti all'erario.

Ma dietro al popolo delle lotterie - delle motivazioni e delle implicazioni sociologiche di questo fenomeno ci siamo occupati a pag. 38 - si trovano personaggi non proprio raccomandabili: dai maghi del lotto televisivi ai teorici dei giochi, che abusano della matematica per inventare sistemi garantiti e raggirare gli ingenui. Senza contare poi la piaga dei giochi clandestini, il cui volume d'affari è difficile da stimare.

Tutti i giochi d'azzardo, infatti, sono regolati dalle leggi della probabilità statistica, una branca della matematica che purtroppo pochi conoscono e ancor meno sono in grado di capire. Ciò fa sì che intorno al gioco ruotino le teorie più strampalate.

Facciamo qualche esempio. Nel gioco del lotto, com'è possibile pensare che un numero abbia in qualche modo coscienza di essere "in ritardo" e per questo si faccia largo tra gli altri numeri "spingendo" per uscire? Semplicemente assurdo! A magra consolazione resta il fatto che già nell'Ottocento un grande matematico come Laplace, uno dei padri del calcolo delle probabilità, riferendosi al gioco della roulette osservava: «Quando un numero non esce da molto tempo, i giocatori corrono a coprirlo di denaro; essi ritengono che quel numero reticente debba uscire al prossimo colpo, a preferenza di altri».

Oggi, a distanza di quasi due secoli, l'idea che i numeri "ritardatari" abbiano maggiore probabilità di uscita rispetto agli altri rimane fermamente radicata nella mentalità comune. Alla base di questo "sentimento popolare" c'è l'erronea convinzione che, per una "legge empirica del caso", più nota come "legge dei grandi numeri", la frequenza relativa di un evento tenda a stabilizzarsi all'aumentare del numero delle prove, e alla lunga gli scarti debbano in qualche modo compensarsi; ma è rafforzata anche dalla considerazione che un ritardo eccessivamente elevato rispetto alle previsioni ha oggettivamente una probabilità estremamente bassa di verificarsi.

La Fortuna, dea che la metafora vuole bendata

Tali conclusioni fallaci derivano da un'errata interpretazione della legge in questione. Formulandola in termini semplici ed intuitivi essa afferma che: se E è un evento qualsiasi e p è la sua probabilità di successo - cioè la probabilità che si possa verificare l'evento E in una prova - allora la frequenza relativa dei successi nelle n prove (ovvero, quante volte si verifica l'evento E rapportato al numero di tentativi n) si avvicinerà sempre più alla probabilità di successo nella singola prova, via via che n cresce.

Il che, tradotto in termini più comprensibili, significa che, se lanciamo abbastanza spesso un dado e guardiamo quante volte è uscito il sei, allora la frequenza relativa di questi successi (ovvero: quante volte è uscito il sei, diviso per il numero dei lanci effettuati) rappresenta bene la probabilità teorica che lanciando un dado... esca il sei.

La legge dei grandi numeri dà informazioni sulla frequenza relativa dell'evento al tendere del numero di prove all'infinito, e non dice nulla sulla possibilità di successo di una singola prova condizionata a quelle precedenti (che resta sempre p); quindi, questa legge non dice che l'osservazione di, ad esempio, 10 "teste" aumenta la probabilità che venga "croce" all'undicesima prova.

Questo fraintendimento è l'errore più comune nel quale incorrono i giocatori d'azzardo, che scommettono sull'evento che non si verifica da più tempo, convinti che, per questo stesso fatto, esso si debba verificare. Inoltre, essa è valida per un numero di prove che tende ad infinito; e nel caso del gioco del Lotto 200 estrazioni sono decisamente poche rispetto alla totalità delle estrazioni possibili!

Ma tra le varie formule di matematica applicate al gioco d'azzardo, è anche interessante prendere in considerazione quella che si chiama "speranza matematica" (mathematical expectation in inglese). La speranza matematica va oltre la determinazione della probabilità di vittoria, mettendola in relazione con il capitale impiegato e la vincita ottenuta. Essa consente di valutare, in maniera estremamente attendibile, il livello di equità dei vari giochi.

Se si indica con il termine "posta" la somma pagata per effettuare una determinata puntata, il "rendimento" di tale puntata viene definito come il prodotto tra la probabilità dell'evento su cui si è scommesso e il numero delle poste che si incasserebbero, se quell'evento dovesse verificarsi. Ad esempio, nel caso del Lotto, la probabilità di fare un ambo (ottenuta calcolando il numero di accoppiate vincenti possibili con cinque estrazioni su una base di 90 numeri) è pari allo 0,0025=0,25%, mentre in caso di vittoria lo Stato ci paga 250 volte la posta. Il rendimento, allora, è semplicemente 0,0025x250=0,625 (o, se preferite, il 62,5%).

In questo caso - così come nelle lotterie, nel Totocalcio, per non parlare poi del Superenalotto - il rendimento è minore di 1 e il gioco viene detto "svantaggioso", in quanto la sua pratica consentirebbe di incassare, alla lunga, una somma totale inferiore all'ammontare delle somme spese.

Sono svantaggiosi, in genere, tutti i giochi gestiti da un "banco", ovvero da una figura che incamera tutte le poste giocate e fissa (a suo favore) i parametri relativi alle somme da elargire in caso di vincita (da cui il popolare detto: "Il banco vince sempre!"). Quanto più il rendimento è minore di 1, tanto più il gioco è controproducente, dato che sempre più negativo tenderà ad essere il bilancio, dopo un numero consistente di puntate

Non esistono, però, solo giochi svantaggiosi: in tutti i casi in cui il "banco" non è previsto (come, per esempio, nel "poker" o nel più elementare "testa o croce") o, se previsto, quelli in cui tale ruolo viene assegnato a turno ai vari partecipanti al gioco (come, per esempio, nel famoso "sette e mezzo"), il rendimento assume un valore unitario; allora, il gioco viene detto "equo", in quanto la sua pratica consentirebbe di incassare, alla lunga, una somma totale uguale all'ammontare delle somme spese. Ciò non significa necessariamente che il suo esito consisterà, ogni volta, in un pareggio; molto più semplicemente, a lungo andare, le somme vinte andranno a controbilanciare quelle perse.

Non esistono, purtroppo, giochi "vantaggiosi", ovvero dal rendimento maggiore di 1. In tal caso, alla lunga, potremmo incassare una somma totale superiore all'ammontare delle somme spese. In breve tempo diverremmo sconfinatamente ricchi; non bisognerebbe far altro che continuare a giocare; e più si gioca, più si guadagna. Ovviamente ciò può accadere in soli due casi: 1) chi gestisce il gioco è un benefattore; 2) chi ha determinato il valore del rendimento, ha commesso un errore di calcolo (la cosa accade talvolta nel mondo delle scommesse sportive, e in gergo si parla di value bet, ovvero puntate "convenienti").

Alla luce di queste considerazioni di statistica spicciola, si intuisce come nel nostro Paese, ma anche nel resto del mondo, il livello di disinformazione sia più che allarmante. Il problema del gioco d'azzardo è molto serio; intere famiglie in rovina, capitali bruciati nel giro di pochi mesi, individui che hanno sviluppato una vera e propria forma di dipendenza psicologica. E, come sempre, c'è chi se ne approfitta.

Sistemi "per vincere matematicamente" vengono offerti attraverso ogni genere di canale di comunicazione (stampa, radio, televisione, Internet, eccetera), senza che sia ancora posto un serio freno a tali truffe. Sono proprio i "metodi sicuri" la causa principale delle perdite più rovinose. Come già spiegato, nel caso dei giochi di puro azzardo gestiti da un "banco", la matematica può fornire solo dei suggerimenti per minimizzare le perdite. In realtà, il sistema più semplice ed efficace è quello di non giocare (ma questo lo suggerisce il buon senso).

Come scrive l'esperto di matematica Ennio Espes nel suo bel libro Febbre da Gioco (pubblicato nel 2000 da Avverbi Edizioni): «Le leggi matematiche sono rigorose e indiscutibili. Abbiamo una probabilità su 11.748 di azzeccare un terno, una su 43.949.268 per una cinquina e una su 622.614.630 per il sei del Superenalotto. Immaginiamo di collocare delle carte da gioco, una accanto all'altra, in due file ininterrotte, sui due lati delle strade che da Roma portano a Pechino, passando dall'India per allungare ancora il percorso. Una soltanto di tutte queste carte è segnata. Partiamo con la nostra auto e fermiamoci in un punto qualsiasi della strada scegliendo a caso una di queste carte. Se è la carta segnata abbiamo vinto, altrimenti abbiamo perso. Quanto sareste disposti a pagare per partecipare a questo gioco? Eppure, in termini di probabilità, corrisponde esattamente al sei del Superenalotto».

Raoul Cuminetti