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L'11 gennaio scorso è stato un giorno davvero amaro e funesto per
la Parigi-Dakar. È morto, infatti, a 47 anni, il campione di
Castiglion Fiorentino (Arezzo) Fabrizio Meoni. Come egli stesso
aveva annunciato alla partenza da Barcellona, quella, per lui,
doveva essere l'ultima partecipazione alla gara. Una gara
affascinante, che continua a far sognare migliaia di giovani.
L'unica che raccoglie pubblico da ogni parte del mondo, ma allo
stesso tempo psicologicamente e fisicamente faticosissima.
Grande appassionato di moto sin da
ragazzo, Meoni corse nell'enduro nazionale dal 1975 al 1981; dopo
una pausa di qualche anno riprese le gare, vincendo nel 1988 il
Campionato italiano junior. Da allora una lunghissima lista di
competizioni mondiali e davvero tanti, tanti successi che l'hanno
portato alla "conquista" dei rally più belli del mondo: insomma, un
vero centauro del deserto.
Nel 1989 si classificò primo nel
Rally Incas, nel '94 terzo nella Parigi-Dakar, competizione alla
quale ha partecipato per ben 13 volte; nel '96 primo nel Rally dei
Faraoni (Desert Cannonbal); nel '97 primo nel Rally Tunisia; nel
'98 secondo alla Parigi-Dakar, primo al Rally d'Egitto, secondo al
Rally di Tunisia, secondo al Rally Atlas e ancora secondo al Rally
del Dubai. E arriviamo al 1999, quando si classificò primo al Rally
d'Egitto, primo al Rally del Dubai e secondo al Rally di
Tunisia.
"L'africano", questo il soprannome
dato a Fabrizio per l'amore per quei luoghi e per la gente che lì
vive, riuscì a conquistare la vittoria nella Parigi-Dakar, per lui
«un'avventura affascinante», nel 2001 e nel 2002, trasformando i
suoi mille sogni in realtà. Affermava: «La Dakar non si fa chiusi
in un abitacolo, la moto è la vera avventura». Ma purtroppo una
caduta durante l'11a tappa, da Atar a Kiffa, quest'anno gli è stata
fatale, ed è morto per un arresto cardiaco a poco più di 500 km dal
traguardo, in Mauritania.
Ex carabiniere ausiliario, iscritto
all'Associazione Nazionale Carabinieri della sua città natale,
sposato e con due bambini, per tutti i suoi colleghi era un grande
pilota, entrato nella storia della Dakar. Ma anche un grandissimo
uomo, profondamente amato. Viveva per la moto, la sua passione, ed
incoraggiava i giovani ad inseguire i propri sogni con umanità e
senza mai dimenticarsi degli altri.
Un campione, nello sport come nella
vita. Fabrizio infatti è ricordato da tutti non solo per le sue
prodezze nel motociclismo, ma soprattutto come un grande della
solidarietà. «L'Africa mi ha dato tanto, è giusto che io
restituisca qualcosa all'Africa...»: per lui questo continente non
significava solo una "gara". Attraversando i tanti villaggi in
sella alla sua moto e vedendo le condizioni in cui vivono i
bambini, si convinse che era suo dovere aiutarli.

Oltre che alle molte vittorie, legò
così il proprio nome anche al forte impegno e alla generosità
profusi nel campo umanitario. Fondò l'Associazione Onlus
"Solidarietà in buone mani", con la quale contribuì alla
costruzione, nel 2001, di un grande spazio polivalente, messo a
disposizione dell'associazione stessa, e con la seconda vittoria -
avvenuta come detto l'anno successivo - una scuola a Saint Joff,
alla periferia di Dakar, per mille bambini senza famiglia, chiamata
"Amici d'Italia", ed un pozzo di 133 metri nel Togo. Il premio di
quest'ultima Parigi-Dakar sarebbe servito all'ampliamento
dell'edificio scolastico.
Grazie all'esempio e al cuore di
Fabrizio, l'Associazione - che ha raccolto fondi per 250mila euro
e, tra le molte iniziative per aiutare i più indifesi, assiste
bambini nel Perù, in Colombia e in Venezuela - proseguirà la sua
opera missionaria (per maggiori informazioni ci si può collegare al
sito web:
www.solidarietainbuonemani.it). |