|
La mostra L'elmo lucente. Dal XV al
XIX secolo nella collezione Odescalchi, terminata lo scorso 16
gennaio, ha presentato, nella Sala del Refettorio del Museo di
Palazzo di Venezia, a Roma, 80 elmi di particolare importanza
storica e qualità artistica.
La rassegna, che fa seguito a Belle
e terribili. La collezione Odescalchi: armi bianche e da fuoco
(Museo di Palazzo Venezia, dicembre 2002-marzo 2003), è stata
un'occasione temporanea per esporre i più importanti elmi che sono
permanentemente in visione nel percorso museale del Palazzo, a
disposizione del pubblico.
Visto il successo ottenuto, sarà
allestita prossimamente in altre città italiane e straniere,
consentendo così agli appassionati di questa particolare forma
d'arte di ammirare elmi italiani e tedeschi, alcuni inediti,
realizzati tra il XV ed il XIX secolo e in buona parte catalogati
da Nolfo di Carpegna.
I pezzi fanno parte di una delle
armerie più grandi d'Europa, grazie ai 1.200 esemplari conservati
presso il Museo e agli 800 custoditi nel Castello Odescalchi di
Bracciano, vicino a Roma. La collezione, raccolta grazie ai
numerosi acquisti sul mercato antiquario di Ladislao Odescalchi,
nella seconda metà del XIX secolo, è stata acquisita dallo Stato
nel 1959 e allestita fino ad inizio anni Ottanta, per poi venire
trasferita nei depositi.
I responsabili del Museo di Palazzo
di Venezia vogliono documentare il lavoro che stanno portando
avanti da anni sulla Odescalchi e sulle collezioni Cagiati e
Calori. Sono stati aggiunti esemplari del Vicino e Medio Oriente ed
alcuni elmi di produzione ottocentesca a imitazione dell'antico,
non conosciuti dal pubblico.
È stato inoltre presentato il
percorso evolutivo dell'elmo a partire dal 1300. Con il tempo
questo accessorio ha subìto un cambiamento tecnico, secondo
l'utilizzo (torneo, guerra, parata) e la nazionalità. Si inizia con
una cervelliera, semplice calotta emisferica a protezione del
cranio sotto la cotta di maglia in uso dal XIII secolo alla prima
metà del XVI. Indossata nel Cinquecento dai Lanzichenecchi, nel
secolo successivo venne riutilizzata sotto il cappello di feltro,
assumendo il nome di segreta.
Con l'andare del tempo l'elmo si
ricopre di incisioni all'acquaforte o di liste dorate, dove la
bellezza e la preziosità si combinano con il terrore. L'arma parla:
la sua forma, il suo decoro, il materiale del quale è forgiata,
tutto si modella sulla sua specifica funzione, e questa funzione
racconta l'epoca di produzione con una proprietà ed una concretezza
senza paragoni.
Analizziamo i pezzi più
significativi presenti nella collezione.
Uno dei più preziosi è la barbuta
alla veneziana da parata, con ricche decorazioni in bronzo dorato a
forma di foglie d'acanto lungo il dorso centrale fino alla nuca,
proseguenti, poi, in rami di tralci su entrambi i lati, che
terminano con una testa leonina. Elmi di questo tipo furono
utilizzati dall'ultima parte del Cinquecento fino, con minore
frequenza, al Settecento, in particolare a Venezia ma anche in
altre città italiane, quale segno di distinzione e simbolo di
carica pubblica, o solamente per scopi decorativi, durante lo
svolgimento di cerimonie solenni. Si tratta di elmi "da parata" o
"da pompa".
Il morione a cresta è un elmo
composto da un coppo (copricapo) emisferico. Con alta cresta
profilata, alla base del coppo presenta un giro di ribattini,
contornati da rosette in ottone, con funzione di sostegno
all'interno di una fascia di pelle, in sostituzione della fodera
(falsata). Il morione, termine derivante dallo spagnolo morro
(indica qualcosa di rilevato), è un tipo particolare di elmo che
ebbe larga diffusione in Europa a partire dalla prima metà del XVI
secolo fino agli inizi del XVII, in dotazione soprattutto alla
fanteria o a gruppi armati a piedi, come, ad esempio, guardie di
palazzo e scorte.
L'elmetto per il "gioco del ponte" è
un elmo da torneo, la maggiore festa popolare e spettacolare del
Medioevo e del Rinascimento. Questo coppo con cresta profilata ai
lati veniva utilizzato a Pisa, dove i cavalieri si affrontavano fin
dal XII secolo al "mazzascudo", diventato in seguito "gioco del
ponte", attivo ancora per tutto l'Ottocento. Un torneo che è un
chiaro esempio di esercizio militare, trasformatosi con il tempo in
gioco di affrontamento fra due schiere. Il coppo non presenta
lavorazione sul retro, sulla cresta è visibile una toppa di
riparazione e un foro per legare il pennacchio. Non gli appartiene
la visiera, fabbricata in un pezzo solo appositamente per l'uso e
provvista di tredici barrette arcuate.
Di particolare interesse anche
l'elmo a piccola calotta con camaglio (parte di armatura che
anteriormente raggiunge un'altezza di tre centimetri e
posteriormente si articola in tre lunghe punte triangolari) in
maglia di ferro. Questo tipo di elmo a calotta emisferica poco
profonda era usato principalmente nell'India settentrionale nei
secoli XVII e XVIII, e si diffuse anche in Asia centrale.
Riguardo poi al morione con ritratto
di Giulio III, sulla cresta vediamo raffigurate, entro due
medaglioni, un'amazzone e una Vittoria alata appoggiata ad uno
scudo e, ai loro lati, figure di atleti nudi portanti delle palme.
Al centro del coppo, su entrambe le parti, ancora un medaglione,
con il profilo di Giulio III sormontato dal suo stemma con il
trimonzio (i tre monti); sul resto, volute e rami d'alloro; sul
retro è fissata la pennacchiera. L'elmo, probabilmente, faceva
parte dell'armamento in dotazione alle guardie del pontefice.
Dice Maria Giulia Barberini, a cui
si deve, insieme a Silvano Germoni, direttore dei restauri, la
programmazione e il coordinamento della mostra: «L'intenzione è di
far comprendere come la foggia del copricapo cammini di pari passo
con la trasformazione della strategia guerresca e come, nel tempo,
diventi sempre più pesante, perché chi lo deve indossare non si
sente più invulnerabile, ma ha paura. Con il variare delle
funzioni, si trasformerà da elemento destinato a procurare spavento
ad elemento semantico, visibile e riconoscibile da tutti…
Terribilità e potenza sono le sue due caratteristiche principali,
mentre era certamente particolare la perizia tecnica che doveva
esser messa nell'assemblaggio delle parti mobili, affinché non si
creassero problemi di movimento e funzionalità. Dovendo assicurare
la protezione del cranio, lo spessore del metallo variava dalle
zone maggiormente sottoposte ai colpi, punti nei quali era più
spesso, a quelle che, al contrario, conservavano una certa
leggerezza per consentire rapidi movimenti di apertura e chiusura.
Non c'è collezione o museo che non abbia il problema dei falsi,
delle copie, dei rifacimenti. Non si tratta di materiale
disdicevole ma, al contrario, di esempi di un gusto e di un mercato
che utilizza documenti autentici per realizzare quei rifacimenti
che gli amatori volevano nelle proprie
raccolte». |