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A proposito di... palme

Da oltre quattromila anni questa pianta accompagna la vita dell'uomo, assumendo di volta in volta significati molto particolari

Una palma raffigurata nel cantico dei cantici, tappeto ebraico (1920)

«Il giorno seguente, c'era molta gente che si recava alla festa. Quando sentirono che Gesù stava per arrivare, presero rami di palma e gli andarono incontro. E gridavano: "Osanna! Gloria a Dio! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il re d'Israele!"».

Così il Vangelo di San Giovanni (cap. 12, versetti 12-19) racconta l'entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica prima di Pasqua. Per noi, le palme fanno parte del quotidiano, quasi non le notiamo più. Belle sì, certamente, ma sono così tante nelle terre che scontornano questo Mediterraneo imprevedibile, sublime e faticoso quanto le sue genti... E invece quelle da dattero, ad esempio, molto diffuse nei nostri climi, sono piante particolari.

Coltivate da oltre quattromila anni nella regione della Mesopotamia, fra il Tigri e l'Eufrate, furono diffuse in Europa dagli arabi che, durante il Medio Evo, le portarono nelle regioni calde del sud e dell'est della penisola iberica; in seguito, con i conquistatori spagnoli, raggiunsero l'America.

Da millenni l'Oriente e l'Occidente le considerano un simbolo positivo, che testimonia costante ansia di spiritualità: la loro sagoma è tra le più eleganti del mondo; i frutti nutrono i popoli nomadi durante le traversate del deserto; le foglie sono utilizzate per costruire capanne, panieri, cordami, cappelli, stuoie; il legno è dotato di grande elasticità e resistenza.

Ha una storia decisamente insolita, la palma, della quale si potrebbero portare esempi a iosa da tutte le varie culture: quando il Maestro Caytania Mahaprabu (la cui figura è spesso accostata al nostro San Francesco) ne abbracciò gli alberi nel boschetto indiano di Saptatala, questi svanirono per tornare nel mondo spirituale. Si narra che per i fenici costituisse augurio di fecondità (così la tramanda un graffito), e che, nella "Festa dei rami" dell'antica Babilonia, rappresentasse l'energia rigenerante e proteggesse il raccolto del grano. In Egitto era associata con le divinità solari. In greco il suo nome era phoìnix, come il leggendario uccello che rinasce dalle proprie ceneri. Apollo nacque sotto una palma, la cui ombra proteggeva i troiani a lui fedeli.

A Roma un suo ramo premiava gli attori più bravi, gli aurighi, i gladiatori e gli atleti vittoriosi nelle gare sportive (da qui il detto "ottenere la palma", sottinteso della vittoria). Nelle catacombe cristiane, numerosi affreschi ed epigrafi legano le palme alle figure dei martiri, che morendo per la fede hanno riportato la vittoria spirituale. Successivamente, nei mosaici delle basiliche, esse evocano i luoghi delle predicazioni di Gesù, la vita eterna. Sulla porta del Duomo di Pisa, ogni profeta ha accanto a sé la sua palma, che gli è anima e protezione.

La cultura dell'Illuminismo da un lato rivalutò questa pianta per le sue caratteristiche scientifiche (documentandole anche attraverso illustrazioni splendide), dall'altro la rivisitò quale simbolo esotico, legato alla natura umana più arcaica e autentica: suggestione che si sarebbe protratta durante tutto l'Ottocento. Fino ai nostri giorni, il mito continua: Gauguin la fa assurgere a meravigliosa sintesi arcana dell'armonia; Picasso la sceglie per simboleggiare la natura sullo sfondo della metropoli; Dufy la rivisita come creatura dorata e sontuosa quanto le coste mediterranee della Francia, e così via. Per studiare la palma e raccontarla, si potrebbe "passare" una vita: così han fatto l'architetto Gianfranco De Micheli e l'ingegnere elettronico Francesco De Santis, che sul suo significato in botanica, religione, matematica ed arte hanno anche scritto un libro (Palma Palmae, Pendragon, 2001).

De Micheli, che tra il Bangladesh e la Birmania, a Malipur, ha appena curato - insieme ad un architetto di Mumbay - i rivestimenti di un tempio indu, si definisce «più che altro un teorico dell'agricoltura e un pittore». Cominciò a studiare le palme negli anni Settanta, al suo rientro in Italia, dopo averle a lungo osservate in occasione dei suoi lunghi soggiorni in Paesi dell'Africa e dell'Asia. «Nei deserti», ricorda, «questi alberi indicano l'oasi, dànno frutti le cui calorie sono indispensabili alla sopravvivenza, provvedono a un minimo di ombra ristoratrice; in sintesi, vengono percepite come un segnale della vita, in senso assoluto».

In proposito, scrisse in quel periodo il suo primo saggio, che comparve su una rivista di divulgazione scientifica. Poi ad Ischia, durante il vernissage di una mostra, gli fu presentato Francesco De Santis, «anch'egli cultore di queste piante, sulle quali aveva raccolto tutta una serie di pubblicazioni, compreso quel mio scritto». Esperto di computer e di botanica, vissuto vent'anni in Costa d'Avorio, una volta rientrato in patria, si era giovato della conoscenza della natura vegetale per reinserirsi, ottenendo, tra gli incarichi di prestigio, la cura delle palme dell'Orto Botanico di Palermo, fra i più importanti d'Europa.

Iniziò allora, fra i due, una collaborazione che dura tutt'oggi. «Attraverso la palma», sorride De Micheli, «ci si può riconoscere, nel senso che i suoi cultori condividono i simboli che questa pianta, con i suoi frutti, rappresenta: fertilità, creatività costante, utilità sociale, eleganza, rispetto per la storia dell'essere umano». La palma, osserva De Santis, è considerata principio del regno vegetale, analogamente a quanto rappresentano i mammiferi per il regno animale: «La sua importanza è tale per cui sarebbe più esatto dire non che la palma è una monocotiledone, come sono peraltro tante altre piante, ma che le monocotiledoni sono palme. Sembrano comunicarci un messaggio di opulenza, bellezza, gloria, generosità: un vero e proprio omaggio alla vita e alle sue origini. A loro modo, dialogano con l'essere umano a livello emozionale ed intellettivo».

Nel 1997, con Manuela Berto, De Santis raccolse all'Orto Botanico di Palermo un centinaio di opere di artisti contemporanei - tra cui Guccioni, Vespignani, lo stesso De Micheli - che avevano per soggetto la palma, con l'intento di costituire un museo dedicato interamente a loro. A una prima mostra, nel 1998, ne seguirono ad Alessandria d'Egitto, Firenze, Napoli. Successivamente, il progetto incontrò difficoltà che non si sono ancora risolte.

Per De Micheli pittore, le palme rientrano in un filone incentrato sulla ricerca di elementi e simboli di spiritualità. Le sue opere sono state esposte a Calcutta, Montevideo, Ischia e Palermo: qui le tele erano per lo più ispirate al sacro. «Il giorno seguente, c'era molta gente che si recava alla festa. Quando sentirono che Gesù stava per arrivare, presero rami di palma e gli andarono incontro. E gridavano: "Osanna! Gloria a Dio! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il re d'Israele!"».

Così il Vangelo di San Giovanni (cap. 12, versetti 12-19) racconta l'entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica prima di Pasqua. Per noi, le palme fanno parte del quotidiano, quasi non le notiamo più. Belle sì, certamente, ma sono così tante nelle terre che scontornano questo Mediterraneo imprevedibile, sublime e faticoso quanto le sue genti... E invece quelle da dattero, ad esempio, molto diffuse nei nostri climi, sono piante particolari.

Coltivate da oltre quattromila anni nella regione della Mesopotamia, fra il Tigri e l'Eufrate, furono diffuse in Europa dagli arabi che, durante il Medio Evo, le portarono nelle regioni calde del sud e dell'est della penisola iberica; in seguito, con i conquistatori spagnoli, raggiunsero l'America.

Da millenni l'Oriente e l'Occidente le considerano un simbolo positivo, che testimonia costante ansia di spiritualità: la loro sagoma è tra le più eleganti del mondo; i frutti nutrono i popoli nomadi durante le traversate del deserto; le foglie sono utilizzate per costruire capanne, panieri, cordami, cappelli, stuoie; il legno è dotato di grande elasticità e resistenza.

Ha una storia decisamente insolita, la palma, della quale si potrebbero portare esempi a iosa da tutte le varie culture: quando il Maestro Caytania Mahaprabu (la cui figura è spesso accostata al nostro San Francesco) ne abbracciò gli alberi nel boschetto indiano di Saptatala, questi svanirono per tornare nel mondo spirituale. Si narra che per i fenici costituisse augurio di fecondità (così la tramanda un graffito), e che, nella "Festa dei rami" dell'antica Babilonia, rappresentasse l'energia rigenerante e proteggesse il raccolto del grano. In Egitto era associata con le divinità solari. In greco il suo nome era phoìnix, come il leggendario uccello che rinasce dalle proprie ceneri. Apollo nacque sotto una palma, la cui ombra proteggeva i troiani a lui fedeli.

A Roma un suo ramo premiava gli attori più bravi, gli aurighi, i gladiatori e gli atleti vittoriosi nelle gare sportive (da qui il detto "ottenere la palma", sottinteso della vittoria). Nelle catacombe cristiane, numerosi affreschi ed epigrafi legano le palme alle figure dei martiri, che morendo per la fede hanno riportato la vittoria spirituale. Successivamente, nei mosaici delle basiliche, esse evocano i luoghi delle predicazioni di Gesù, la vita eterna. Sulla porta del Duomo di Pisa, ogni profeta ha accanto a sé la sua palma, che gli è anima e protezione.

La cultura dell'Illuminismo da un lato rivalutò questa pianta per le sue caratteristiche scientifiche (documentandole anche attraverso illustrazioni splendide), dall'altro la rivisitò quale simbolo esotico, legato alla natura umana più arcaica e autentica: suggestione che si sarebbe protratta durante tutto l'Ottocento. Fino ai nostri giorni, il mito continua: Gauguin la fa assurgere a meravigliosa sintesi arcana dell'armonia; Picasso la sceglie per simboleggiare la natura sullo sfondo della metropoli; Dufy la rivisita come creatura dorata e sontuosa quanto le coste mediterranee della Francia, e così via. Per studiare la palma e raccontarla, si potrebbe "passare" una vita: così han fatto l'architetto Gianfranco De Micheli e l'ingegnere elettronico Francesco De Santis, che sul suo significato in botanica, religione, matematica ed arte hanno anche scritto un libro (Palma Palmae, Pendragon, 2001).

De Micheli, che tra il Bangladesh e la Birmania, a Malipur, ha appena curato - insieme ad un architetto di Mumbay - i rivestimenti di un tempio indu, si definisce «più che altro un teorico dell'agricoltura e un pittore». Cominciò a studiare le palme negli anni Settanta, al suo rientro in Italia, dopo averle a lungo osservate in occasione dei suoi lunghi soggiorni in Paesi dell'Africa e dell'Asia. «Nei deserti», ricorda, «questi alberi indicano l'oasi, dànno frutti le cui calorie sono indispensabili alla sopravvivenza, provvedono a un minimo di ombra ristoratrice; in sintesi, vengono percepite come un segnale della vita, in senso assoluto».

In proposito, scrisse in quel periodo il suo primo saggio, che comparve su una rivista di divulgazione scientifica. Poi ad Ischia, durante il vernissage di una mostra, gli fu presentato Francesco De Santis, «anch'egli cultore di queste piante, sulle quali aveva raccolto tutta una serie di pubblicazioni, compreso quel mio scritto». Esperto di computer e di botanica, vissuto vent'anni in Costa d'Avorio, una volta rientrato in patria, si era giovato della conoscenza della natura vegetale per reinserirsi, ottenendo, tra gli incarichi di prestigio, la cura delle palme dell'Orto Botanico di Palermo, fra i più importanti d'Europa.

Iniziò allora, fra i due, una collaborazione che dura tutt'oggi. «Attraverso la palma», sorride De Micheli, «ci si può riconoscere, nel senso che i suoi cultori condividono i simboli che questa pianta, con i suoi frutti, rappresenta: fertilità, creatività costante, utilità sociale, eleganza, rispetto per la storia dell'essere umano». La palma, osserva De Santis, è considerata principio del regno vegetale, analogamente a quanto rappresentano i mammiferi per il regno animale: «La sua importanza è tale per cui sarebbe più esatto dire non che la palma è una monocotiledone, come sono peraltro tante altre piante, ma che le monocotiledoni sono palme. Sembrano comunicarci un messaggio di opulenza, bellezza, gloria, generosità: un vero e proprio omaggio alla vita e alle sue origini. A loro modo, dialogano con l'essere umano a livello emozionale ed intellettivo».

Nel 1997, con Manuela Berto, De Santis raccolse all'Orto Botanico di Palermo un centinaio di opere di artisti contemporanei - tra cui Guccioni, Vespignani, lo stesso De Micheli - che avevano per soggetto la palma, con l'intento di costituire un museo dedicato interamente a loro. A una prima mostra, nel 1998, ne seguirono ad Alessandria d'Egitto, Firenze, Napoli. Successivamente, il progetto incontrò difficoltà che non si sono ancora risolte.

Per De Micheli pittore, le palme rientrano in un filone incentrato sulla ricerca di elementi e simboli di spiritualità. Le sue opere sono state esposte a Calcutta, Montevideo, Ischia e Palermo: qui le tele erano per lo più ispirate al sacro.

Ornella Rota