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«Il giorno seguente, c'era molta
gente che si recava alla festa. Quando sentirono che Gesù stava per
arrivare, presero rami di palma e gli andarono incontro. E
gridavano: "Osanna! Gloria a Dio! Benedetto colui che viene nel
nome del Signore! Benedetto il re d'Israele!"».
Così il Vangelo di San Giovanni
(cap. 12, versetti 12-19) racconta l'entrata di Gesù in
Gerusalemme, la domenica prima di Pasqua. Per noi, le palme fanno
parte del quotidiano, quasi non le notiamo più. Belle sì,
certamente, ma sono così tante nelle terre che scontornano questo
Mediterraneo imprevedibile, sublime e faticoso quanto le sue
genti... E invece quelle da dattero, ad esempio, molto diffuse nei
nostri climi, sono piante particolari.
Coltivate da oltre quattromila anni
nella regione della Mesopotamia, fra il Tigri e l'Eufrate, furono
diffuse in Europa dagli arabi che, durante il Medio Evo, le
portarono nelle regioni calde del sud e dell'est della penisola
iberica; in seguito, con i conquistatori spagnoli, raggiunsero
l'America.
Da millenni l'Oriente e l'Occidente
le considerano un simbolo positivo, che testimonia costante ansia
di spiritualità: la loro sagoma è tra le più eleganti del mondo; i
frutti nutrono i popoli nomadi durante le traversate del deserto;
le foglie sono utilizzate per costruire capanne, panieri, cordami,
cappelli, stuoie; il legno è dotato di grande elasticità e
resistenza.
Ha una storia decisamente insolita,
la palma, della quale si potrebbero portare esempi a iosa da tutte
le varie culture: quando il Maestro Caytania Mahaprabu (la cui
figura è spesso accostata al nostro San Francesco) ne abbracciò gli
alberi nel boschetto indiano di Saptatala, questi svanirono per
tornare nel mondo spirituale. Si narra che per i fenici costituisse
augurio di fecondità (così la tramanda un graffito), e che, nella
"Festa dei rami" dell'antica Babilonia, rappresentasse l'energia
rigenerante e proteggesse il raccolto del grano. In Egitto era
associata con le divinità solari. In greco il suo nome era phoìnix,
come il leggendario uccello che rinasce dalle proprie ceneri.
Apollo nacque sotto una palma, la cui ombra proteggeva i troiani a
lui fedeli.
A Roma un suo ramo premiava gli
attori più bravi, gli aurighi, i gladiatori e gli atleti vittoriosi
nelle gare sportive (da qui il detto "ottenere la palma",
sottinteso della vittoria). Nelle catacombe cristiane, numerosi
affreschi ed epigrafi legano le palme alle figure dei martiri, che
morendo per la fede hanno riportato la vittoria spirituale.
Successivamente, nei mosaici delle basiliche, esse evocano i luoghi
delle predicazioni di Gesù, la vita eterna. Sulla porta del Duomo
di Pisa, ogni profeta ha accanto a sé la sua palma, che gli è anima
e protezione.
La cultura dell'Illuminismo da un
lato rivalutò questa pianta per le sue caratteristiche scientifiche
(documentandole anche attraverso illustrazioni splendide),
dall'altro la rivisitò quale simbolo esotico, legato alla natura
umana più arcaica e autentica: suggestione che si sarebbe protratta
durante tutto l'Ottocento. Fino ai nostri giorni, il mito continua:
Gauguin la fa assurgere a meravigliosa sintesi arcana dell'armonia;
Picasso la sceglie per simboleggiare la natura sullo sfondo della
metropoli; Dufy la rivisita come creatura dorata e sontuosa quanto
le coste mediterranee della Francia, e così via. Per studiare la
palma e raccontarla, si potrebbe "passare" una vita: così han fatto
l'architetto Gianfranco De Micheli e l'ingegnere elettronico
Francesco De Santis, che sul suo significato in botanica,
religione, matematica ed arte hanno anche scritto un libro (Palma
Palmae, Pendragon, 2001).
De Micheli, che tra il Bangladesh e
la Birmania, a Malipur, ha appena curato - insieme ad un architetto
di Mumbay - i rivestimenti di un tempio indu, si definisce «più che
altro un teorico dell'agricoltura e un pittore». Cominciò a
studiare le palme negli anni Settanta, al suo rientro in Italia,
dopo averle a lungo osservate in occasione dei suoi lunghi
soggiorni in Paesi dell'Africa e dell'Asia. «Nei deserti», ricorda,
«questi alberi indicano l'oasi, dànno frutti le cui calorie sono
indispensabili alla sopravvivenza, provvedono a un minimo di ombra
ristoratrice; in sintesi, vengono percepite come un segnale della
vita, in senso assoluto».
In proposito, scrisse in quel
periodo il suo primo saggio, che comparve su una rivista di
divulgazione scientifica. Poi ad Ischia, durante il vernissage di
una mostra, gli fu presentato Francesco De Santis, «anch'egli
cultore di queste piante, sulle quali aveva raccolto tutta una
serie di pubblicazioni, compreso quel mio scritto». Esperto di
computer e di botanica, vissuto vent'anni in Costa d'Avorio, una
volta rientrato in patria, si era giovato della conoscenza della
natura vegetale per reinserirsi, ottenendo, tra gli incarichi di
prestigio, la cura delle palme dell'Orto Botanico di Palermo, fra i
più importanti d'Europa.
Iniziò allora, fra i due, una
collaborazione che dura tutt'oggi. «Attraverso la palma», sorride
De Micheli, «ci si può riconoscere, nel senso che i suoi cultori
condividono i simboli che questa pianta, con i suoi frutti,
rappresenta: fertilità, creatività costante, utilità sociale,
eleganza, rispetto per la storia dell'essere umano». La palma,
osserva De Santis, è considerata principio del regno vegetale,
analogamente a quanto rappresentano i mammiferi per il regno
animale: «La sua importanza è tale per cui sarebbe più esatto dire
non che la palma è una monocotiledone, come sono peraltro tante
altre piante, ma che le monocotiledoni sono palme. Sembrano
comunicarci un messaggio di opulenza, bellezza, gloria, generosità:
un vero e proprio omaggio alla vita e alle sue origini. A loro
modo, dialogano con l'essere umano a livello emozionale ed
intellettivo».
Nel 1997, con Manuela Berto, De
Santis raccolse all'Orto Botanico di Palermo un centinaio di opere
di artisti contemporanei - tra cui Guccioni, Vespignani, lo stesso
De Micheli - che avevano per soggetto la palma, con l'intento di
costituire un museo dedicato interamente a loro. A una prima
mostra, nel 1998, ne seguirono ad Alessandria d'Egitto, Firenze,
Napoli. Successivamente, il progetto incontrò difficoltà che non si
sono ancora risolte.
Per De Micheli pittore, le palme
rientrano in un filone incentrato sulla ricerca di elementi e
simboli di spiritualità. Le sue opere sono state esposte a
Calcutta, Montevideo, Ischia e Palermo: qui le tele erano per lo
più ispirate al sacro. «Il giorno seguente, c'era molta gente che
si recava alla festa. Quando sentirono che Gesù stava per arrivare,
presero rami di palma e gli andarono incontro. E gridavano:
"Osanna! Gloria a Dio! Benedetto colui che viene nel nome del
Signore! Benedetto il re d'Israele!"».
Così il Vangelo di San Giovanni
(cap. 12, versetti 12-19) racconta l'entrata di Gesù in
Gerusalemme, la domenica prima di Pasqua. Per noi, le palme fanno
parte del quotidiano, quasi non le notiamo più. Belle sì,
certamente, ma sono così tante nelle terre che scontornano questo
Mediterraneo imprevedibile, sublime e faticoso quanto le sue
genti... E invece quelle da dattero, ad esempio, molto diffuse nei
nostri climi, sono piante particolari.
Coltivate da oltre quattromila anni
nella regione della Mesopotamia, fra il Tigri e l'Eufrate, furono
diffuse in Europa dagli arabi che, durante il Medio Evo, le
portarono nelle regioni calde del sud e dell'est della penisola
iberica; in seguito, con i conquistatori spagnoli, raggiunsero
l'America.
Da millenni l'Oriente e l'Occidente
le considerano un simbolo positivo, che testimonia costante ansia
di spiritualità: la loro sagoma è tra le più eleganti del mondo; i
frutti nutrono i popoli nomadi durante le traversate del deserto;
le foglie sono utilizzate per costruire capanne, panieri, cordami,
cappelli, stuoie; il legno è dotato di grande elasticità e
resistenza.
Ha una storia decisamente insolita,
la palma, della quale si potrebbero portare esempi a iosa da tutte
le varie culture: quando il Maestro Caytania Mahaprabu (la cui
figura è spesso accostata al nostro San Francesco) ne abbracciò gli
alberi nel boschetto indiano di Saptatala, questi svanirono per
tornare nel mondo spirituale. Si narra che per i fenici costituisse
augurio di fecondità (così la tramanda un graffito), e che, nella
"Festa dei rami" dell'antica Babilonia, rappresentasse l'energia
rigenerante e proteggesse il raccolto del grano. In Egitto era
associata con le divinità solari. In greco il suo nome era phoìnix,
come il leggendario uccello che rinasce dalle proprie ceneri.
Apollo nacque sotto una palma, la cui ombra proteggeva i troiani a
lui fedeli.
A Roma un suo ramo premiava gli
attori più bravi, gli aurighi, i gladiatori e gli atleti vittoriosi
nelle gare sportive (da qui il detto "ottenere la palma",
sottinteso della vittoria). Nelle catacombe cristiane, numerosi
affreschi ed epigrafi legano le palme alle figure dei martiri, che
morendo per la fede hanno riportato la vittoria spirituale.
Successivamente, nei mosaici delle basiliche, esse evocano i luoghi
delle predicazioni di Gesù, la vita eterna. Sulla porta del Duomo
di Pisa, ogni profeta ha accanto a sé la sua palma, che gli è anima
e protezione.
La cultura dell'Illuminismo da un
lato rivalutò questa pianta per le sue caratteristiche scientifiche
(documentandole anche attraverso illustrazioni splendide),
dall'altro la rivisitò quale simbolo esotico, legato alla natura
umana più arcaica e autentica: suggestione che si sarebbe protratta
durante tutto l'Ottocento. Fino ai nostri giorni, il mito continua:
Gauguin la fa assurgere a meravigliosa sintesi arcana dell'armonia;
Picasso la sceglie per simboleggiare la natura sullo sfondo della
metropoli; Dufy la rivisita come creatura dorata e sontuosa quanto
le coste mediterranee della Francia, e così via. Per studiare la
palma e raccontarla, si potrebbe "passare" una vita: così han fatto
l'architetto Gianfranco De Micheli e l'ingegnere elettronico
Francesco De Santis, che sul suo significato in botanica,
religione, matematica ed arte hanno anche scritto un libro (Palma
Palmae, Pendragon, 2001).
De Micheli, che tra il Bangladesh e
la Birmania, a Malipur, ha appena curato - insieme ad un architetto
di Mumbay - i rivestimenti di un tempio indu, si definisce «più che
altro un teorico dell'agricoltura e un pittore». Cominciò a
studiare le palme negli anni Settanta, al suo rientro in Italia,
dopo averle a lungo osservate in occasione dei suoi lunghi
soggiorni in Paesi dell'Africa e dell'Asia. «Nei deserti», ricorda,
«questi alberi indicano l'oasi, dànno frutti le cui calorie sono
indispensabili alla sopravvivenza, provvedono a un minimo di ombra
ristoratrice; in sintesi, vengono percepite come un segnale della
vita, in senso assoluto».
In proposito, scrisse in quel
periodo il suo primo saggio, che comparve su una rivista di
divulgazione scientifica. Poi ad Ischia, durante il vernissage di
una mostra, gli fu presentato Francesco De Santis, «anch'egli
cultore di queste piante, sulle quali aveva raccolto tutta una
serie di pubblicazioni, compreso quel mio scritto». Esperto di
computer e di botanica, vissuto vent'anni in Costa d'Avorio, una
volta rientrato in patria, si era giovato della conoscenza della
natura vegetale per reinserirsi, ottenendo, tra gli incarichi di
prestigio, la cura delle palme dell'Orto Botanico di Palermo, fra i
più importanti d'Europa.
Iniziò allora, fra i due, una
collaborazione che dura tutt'oggi. «Attraverso la palma», sorride
De Micheli, «ci si può riconoscere, nel senso che i suoi cultori
condividono i simboli che questa pianta, con i suoi frutti,
rappresenta: fertilità, creatività costante, utilità sociale,
eleganza, rispetto per la storia dell'essere umano». La palma,
osserva De Santis, è considerata principio del regno vegetale,
analogamente a quanto rappresentano i mammiferi per il regno
animale: «La sua importanza è tale per cui sarebbe più esatto dire
non che la palma è una monocotiledone, come sono peraltro tante
altre piante, ma che le monocotiledoni sono palme. Sembrano
comunicarci un messaggio di opulenza, bellezza, gloria, generosità:
un vero e proprio omaggio alla vita e alle sue origini. A loro
modo, dialogano con l'essere umano a livello emozionale ed
intellettivo».
Nel 1997, con Manuela Berto, De
Santis raccolse all'Orto Botanico di Palermo un centinaio di opere
di artisti contemporanei - tra cui Guccioni, Vespignani, lo stesso
De Micheli - che avevano per soggetto la palma, con l'intento di
costituire un museo dedicato interamente a loro. A una prima
mostra, nel 1998, ne seguirono ad Alessandria d'Egitto, Firenze,
Napoli. Successivamente, il progetto incontrò difficoltà che non si
sono ancora risolte.
Per De Micheli pittore, le palme
rientrano in un filone incentrato sulla ricerca di elementi e
simboli di spiritualità. Le sue opere sono state esposte a
Calcutta, Montevideo, Ischia e Palermo: qui le tele erano per lo
più ispirate al sacro. |