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Lo scorso
lunedì 31 gennaio, giornali e televisioni, in ogni angolo del
pianeta, nel commentare l'inattesa affluenza alle urne,
ventiquattr'ore prima, dei cittadini dell'Iraq, hanno messo in
particolare risalto un dato: su cento degli iracheni rimasti in
fila per ore fuori dai seggi elettorali, rischiando anche un
attentato pur di esprimere la propria preferenza politica,
quarantacinque erano donne. Che riaffermavano così un loro
imprescindibile diritto. Immagine simbolo dell'evento: una madre
che inserisce la scheda elettorale nell'urna tenendo in braccio il
proprio bambino.

Un'immagine eloquente. E che riporta
a quella, identica nel soggetto, pubblicata dai nostri giornali
quando, il 2 giugno 1946, per la prima volta le donne italiane si
recarono a votare. Grazie a quel decreto luogotenenziale - emanato
il 31 gennaio del 1945 dal Consiglio dei Ministri presieduto da
Ivanoe Bonomi, redatto in data 1° febbraio e promulgato con il n.
23 il giorno successivo - che aveva fatto sì che «nella culla del
diritto non ci fossero più cittadini di serie A e di serie B per la
sola discriminante del sesso».
Coincidenze. O forse qualcosa di
più. Certo è che proprio lo scorso lunedì 31 gennaio - mentre le
irachene tornavano alle urne - cadeva il sessantesimo anniversario
dell'estensione del diritto di voto alle donne italiane. Un
anniversario senza molti clamori, in realtà, e questo nonostante il
lungo viaggio delle nostre connazionali, punteggiato di amarezze e
sconfitte, e alla fine del quale esse sono giunte solo per la
determinazione di alcune (ed alcuni). Un viaggio che a noi sembra
giusto ricordare.
PICCOLI DIRITTI. La storia
del voto alle donne nel nostro Paese è perlomeno "curiosa". E non
solo perché le cittadine dell'altra nazione compresa nei nostri
confini, la Repubblica di San Marino, raggiungeranno il diritto al
suffragio quattordici anni più tardi delle italiane, nel 1959. Il
dato di maggiore interesse è che prima dell'Unità d'Italia del
1861, nel Lombardo-Veneto e in Toscana, dove si applicava il Codice
austriaco, le donne, seppure solo quelle con specifici requisiti
come il censo, godevano del diritto di voto, per quanto limitato
alle elezioni amministrative. Diritto però non previsto dal Codice
Albertino, che a grandi linee fu la traccia seguita per uniformare
le leggi vigenti nelle varie parti della Penisola. Cosicché nel
Paese «la più bella metà dell'umana famiglia», per dirla con
Agostino Depretis, si vide privata da un giorno all'altro, e senza
possibilità di proferir parola, di questo "piccolo diritto".
Proprio dalla sua riconquista, «il primo gradino nella scala della
dignità umana», ripartiranno coloro che genericamente vennero
chiamate suffragette. Anche se fra di esse esistevano diversità
notevoli, dal credo politico alle scelte di vita.

Fra le altre potremmo fare i nomi di
Anna Kuliscioff, che in realtà trovò nel suo compagno, Filippo
Turati, una serie di ostacoli, nonostante la comunanza di idee; di
Sibilla Aleramo, nome d'arte di Rina Faccio, che nel 1906
pubblicherà Una donna, romanzo femminista di indiscutibile peso; di
Gualberta Alaide Beccari, fondatrice nel 1868, e anima per diversi
decenni, della rivista femminile La donna; di Maria Montessori, la
prima laureata in Medicina nel nostro Paese; e, ancora, di Anna
Maria Mozzoni, che, nata da una nobile famiglia nel 1837, diventerà
la più importante femminista italiana. Fondatrice nel 1879 della
"Lega promotrice degli interessi femminili", fu motore continuo ed
incessante, in collaborazione anche con molte delle succitate
protagoniste di quei tempi, di stimoli e idee, non ultima proprio
la proposta di legge per il voto alle donne, presentata nel 1867
alla Camera dei Deputati del Regno d'Italia dall'onorevole
Salvatore Morelli, ed inesorabilmente bocciata.
COLLEGAMENTI. Le
dimostrazioni, i movimenti per il riconoscimento del diritto di
voto alle donne - che presero consistenza, in Italia, non disgiunti
mai da altrettanto importanti rivendicazioni sociali e sindacali,
in difesa ad esempio del ruolo femminile nella società o della
corretta retribuzione per il lavoro svolto -, sono sempre stati
strettamente collegati a ciò che accadeva al di fuori dei nostri
confini. Nacque infatti nel 1791 a Parigi - dove una Olympe des
Gouges delusa dalla Rivoluzione pubblica la Dichiarazione dei
diritti delle donne e delle cittadine - il femminismo. E sarà lo
Stato del Wyoming, nel 1869, il primo nel mondo a concedere loro il
diritto di voto, e non, come invece molti sostengono, la Nuova
Zelanda, dove ad ottenerlo, nel 1893, non saranno le native ma le
sole europee di origine inglese (mentre in Gran Bretagna le donne
andranno al voto per la prima volta nel 1918).
Due primi successi che furono
seguiti, nei settant'anni che ci separano da quel "nostro" 31
gennaio 1945, da conquiste raggiunte negli Stati di ogni
continente, e che puntualmente trovavano eco nella nostra Penisola,
dove però l'atmosfera era ben diversa. Scriveva infatti Giuseppe
Mazzini a Morelli, all'indomani della bocciatura della sua proposta
di legge: «…anche se l'emancipazione della donna sancirebbe una
grande verità, base a tutte le altre», ottenerla in quello scenario
sarebbe stato come «se i primi cristiani avessero sperato di
ottenere dal paganesimo l'inaugurazione del monoteismo e
l'abolizione della schiavitù».
Nonostante ad esempio le ragazze
italiane, a partire dal 1874, potessero iscriversi alle scuole
superiori, e quindi alle università, a lungo furono osteggiate
nella strada professionale che avrebbero voluto percorrere. Un
ostracismo concreto, reale, che non solo alla fine dell'Ottocento
porterà Anna Kuliscioff ad operare per le strade come "dottora dei
poveri", o Lidia Poët a vedersi annullata la già accettata
iscrizione all'Ordine degli Avvocati da una sentenza della
magistratura, ma si ripeterà, ancora nel 1912, con Teresa Labriola
alla quale verrà proibito di esercitare la professione di avvocato,
giacché una donna, fu detto, in quegli anni non poteva testimoniare
liberamente. E non è un caso che la prima professione femminile ad
assumere spessore sarà quella della maestra elementare, che ben si
coniugava con i compiti della "madre educatrice", la figura
femminile più in auge nella cultura di quel periodo.
Eppure, nonostante tutto, la
proposta Morelli non fu né la prima né tantomeno l'ultima per far
sì che le donne non fossero più considerate alla pari degli
«analfabeti, interdetti, detenuti in espiazione di pena e falliti»
e perciò escluse dal suffragio. In realtà, almeno a parole, alle
donne il diritto al voto non veniva negato nel merito. Veniva messa
in discussione «la convenienza e opportunità di applicarlo».
Scriveva nel 1881 l'onorevole Michele Coppino, «non si discute la
eguaglianza dell'uomo e della donna, ma si considera questi
individui essere destinati a formare un'unità nel seno della
famiglia».
È perciò lunga la serie di proposte
insabbiate, o anche arrivate all'approvazione da parte di una delle
due Camere per poi naufragare, magari per anticipati scioglimenti
del Parlamento (accadde ad esempio nel 1919). Tentativi
accompagnati da "provocazioni", come quella del 1906 di Maria
Montessori che, sulla base di quanto già avvenuto negli Stati
Uniti, invitò le donne italiane ad iscriversi nelle liste
elettorali, trovando una Corte di Appello, quella di Ancona,
presieduta da Ludovico Mortara, che a differenza delle altre non
respinse le iscrizioni, ma la cui sentenza venne successivamente
annullata in Cassazione.
LE GUERRE. Ma nella curiosa
storia del voto alle donne in Italia si registra anche l'avvenuta
sua concessione, seppure solo per le elezioni amministrative, da
parte del governo fascista. Nonostante infatti nel 1922, in una
intervista ad un quotidiano inglese, Mussolini avesse affermato:
«La donna deve ubbidire… non darò mai il voto alle donne», nel
1925, con il provvedimento chiamato ironicamente del "Voto alle
signore", o Legge Acerbo, il suffragio venne esteso a determinate
categorie femminili, dalle decorate alle madri dei caduti, pur che
avessero la licenza elementare e pagassero annualmente tasse
comunali per almeno 40 lire. Peccato però che, solo un anno più
tardi, con la "Riforma podestarile", consigli comunali, giunte e
sindaci vennero sostituiti dai podestà di nomina governativa e
quindi non fossero più "necessarie" le elezioni
amministrative...
Significativo, comunque, che la
definitiva conquista del voto alle donne in Italia giunga al
termine di un conflitto. Già la Grande Guerra aveva cambiato molto
per loro. Che nelle città e nelle campagne avevano rimpiazzato in
ogni professione e mestiere quanti erano stati chiamati al fronte.
Così, nel più lungo periodo della Seconda guerra mondiale, anche se
una forte minoranza di uomini resterà contraria al voto femminile,
sostenendo che «se le donne vogliono votare è perché hanno un
parere diverso dal padre o dal marito: in entrambi i casi questo è
indice di scarsa moralità», esse saranno presenti con sempre
maggior determinazione, e quindi sempre più alla pari dei colleghi
maschi sui diversi fronti che il conflitto apre, in particolare
quello della Resistenza.
Per questo già nel 1944, quando
l'idea iniziò a prendere corpo, De Gasperi e Togliatti, esponenti
dei due più importanti partiti di massa nati dalle ceneri della
guerra, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, si
trovarono d'accordo rapidamente anche con gli altri esponenti
politici nella "Estensione alle donne del diritto di voto".
IL SUCCESSO. Eppure, se si
vanno a scorrere i giornali del tempo, si resta stupiti per come
questo, che è il più rivoluzionario dei provvedimenti legislativi
emanati nel nostro Paese nel XX secolo, abbia ricevuto
un'accoglienza tiepida, senza nessuna particolare evidenza
mediatica. Tanto da giustificare chi, qualche tempo più tardi,
sosterrà che la "concessione", o se preferite la "conquista", del
voto femminile in Italia sia avvenuta «alla chetichella».
Il fatto è che, nonostante non
fossimo più nell'Italia d'inizio secolo, quella che solo nel 1919
aveva abolito l'autorizzazione maritale - fino ad allora necessaria
perché una donna potesse gestire i propri patrimoni ed altri
aspetti della sua vita -, in realtà sussistevano ancora in molti le
preoccupazioni allora chiaramente espresse da Giovanni Giolitti.
Questi - che quando nel 1912 veniva riconosciuto il diritto di voto
a tutti gli uomini, analfabeti compresi, aveva rifiutato di
estenderlo alle donne, adducendo tra le cause «il loro diffuso
analfabetismo» - a riguardo aveva detto: «È un salto nel buio».
Aggiungendo che «non si può consentire in un voto che
trasformerebbe radicalmente la vita politica dell'Italia», e
optando per un futuro processo di concessione graduale del
suffragio, iniziando da quello amministrativo.
Cosicché, seppure nell'atmosfera di
quei giorni del 1945 - con una buona metà del nostro Paese, il
Nord, ancora alle prese con l'occupante tedesco - in molti tra gli
italiani non credessero più che le donne non erano «preparate né
educate alle questioni politiche» e perciò potevano finire «facile
preda di adescatori», la new entry femminile nelle liste elettorali
metteva in agitazione tutte le forze politiche. La "sindrome
dell'adescatore" coinvolgeva gli azionisti, ma anche i comunisti e
i rappresentanti della Dc. Per motivi diversi, anche opposti, i
timori erano vivi, in particolare nelle organizzazioni periferiche
di tutte le rappresentanze politiche. In aggiunta, alla vigilia del
Referendum Istituzionale tra monarchia e repubblica, si temeva che
il neonato elettorato femminile si rivelasse soggetto «al fascino
delle teste coronate».
Proprio queste preoccupazioni,
probabilmente, sono alla base di quella che venne poi definita come
una «piccola dimenticanza» in quel decreto luogotenenziale
costituito in tutto da tre articoli (il terzo dei quali verrà
abrogato dopo qualche mese). Nel quale venne sì esteso alle donne
il diritto a votare, ma non ad essere elette. Per consentire
l'inserimento delle donne nelle liste dei candidati fu quindi
necessario un ulteriore provvedimento: preso nell'imminenza delle
elezioni amministrative, con un decreto del 10 marzo 1946, in esso
venivano dichiarati eleggibili all'Assemblea Costituente «i
cittadini e le cittadine italiane che, al giorno delle elezioni,
abbiano compiuto il venticinquesimo anno di età».
Nonostante questo ritardo, in quella
che fu la prima vera e concreta chiamata alle urne dell'universo
femminile italiano, e che precederà di poche settimane il più
importante appuntamento con il Referendum Istituzionale e la
contemporanea elezione dell'Assemblea Costituente (2, 3, 4 giugno
1946), di donne ne vennero elette ben duemila. Un successo che
trovò una conferma nelle 21 "costituenti" (9 della Dc, 9 del Pci, 2
del Psiup e una dell'Uomo Qualunque) prescelte nel giugno
successivo.
E, proprio come è accaduto il 30
gennaio scorso per le donne dell'Iraq, contro ogni previsione dei
maggiorenti maschili, le italiane di allora letteralmente
«affollarono i seggi». Con un'emozione «incredibile: avevo timore
di sbagliare, mi tremavano le mani…», disse una ragazza,
esprimendosi quasi con le stesse parole di una irachena di oggi.
Un'emozione, del resto, ricordata anche da Maria Bellonci, che più
tardi dirà: «Confesso che mi mancò il cuore e mi venne l'impulso di
fuggire…», per aggiungere però subito dopo: «Mi parve in quel
momento di essere immessa in una corrente limpida di verità».
Un'emozione che le nostre ultime
generazioni, da sempre avvezze a vedere riconosciuti i propri
diritti, non possono probabilmente comprendere ed apprezzare in
pieno, anche se legata ad una lotta che ha cambiato la storia del
nostro Paese e che - è giusto sottolinearlo - iniziata molti
decenni addietro, non si stava concludendo allora. Quel voto,
infatti, fu solo un primo, seppure fondamentale passo, per la piena
appropriazione di ogni diritto da parte delle donne
italiane. |