CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2005 > Marzo > Attualità

Iraq prossimo venturo

All'indomani delle elezioni che secondo il leader curdo Jalal Talabani sono state: «la rivincita del popolo su Saddam Hussein», gli interrogativi sul futuro del martoriato Paese sono ancora molti e pesantissimi

Il popolo Iracheno in fila prima di esprimere il loro voto.

Per Carlo Valenzuola, il capo degli esperti elettorali delle Nazioni Unite, «non sono state elezioni perfette, né ci si aspettava che lo fossero. Ma sono state elezioni estremamente buone». Secondo il canadese Jean-Pierre Kingsley, responsabile di una missione di esperti internazionali, coordinata da Ottawa, «le elezioni sono state conformi alle norme internazionali». Ma a darne, forse, la definizione più pregnante è stato Jalal Talabani, 71 anni, leader dell'Unione patriottica curda: «Per il popolo iracheno queste elezioni sono una rivincita su Saddam Hussein». Sono stati otto milioni e mezzo, pari al 58 per cento degli aventi diritto, gli elettori che sono andati alle urne, malgrado la minaccia terroristica e la mancanza di cultura e di esperienza democratiche. E, ora, dopo la prova di coraggio data, «gli iracheni», ha scritto David Ignatius sul Washington Post, «parlano più di politica che di terroristi suicidi; l'élite politica sta discutendo su chi occuperà quale posto nel nuovo governo più che su chi sarà ammazzato dal terrorismo». Insomma, commenta ancora il columnist del quotidiano americano, «il nuovo Iraq sta dimostrando di non essere molto diverso da ogni altra democrazia».

Eppure, i problemi rimangono. Il Paese - paventano in molti pur riconoscendo che con il successo delle elezioni «l'Iraq ha svoltato l'angolo» - può ancora spaccarsi in tre zone: sciita, sunnita e curda; le forze di sicurezza possono collassare e rivelarsi impotenti di fronte all'eventuale esplosione di una guerra civile; continua la carneficina quotidiana. L'80 per cento degli iracheni, rileva Peter W. Galbraith sul Los Angeles Times, ha votato per partiti che rappresentano i loro gruppi etnici e religiosi. Fra i tantissimi partiti che hanno partecipato alla tornata elettorale non ce n'era uno che avesse un definito carattere "nazionale". Solo il partito sciita laico del primo ministro uscente, Iyad Allawi, e il Partito comunista hanno fatto qualche timido appello anche al di fuori del proprio gruppo etnico. E, allora, si chiede Galbraith: «Che cosa accadrà a questa coalizione quando si metterà a redigere la Costituzione?».

Immagine raffigurante un votante inserire la scheda nell'urna.

Curdi e sciiti, che assieme raggiungono i due terzi dell'Assemblea, hanno idee diametralmente diverse e opposte sul futuro dell'Iraq. I curdi sono laici, filo-americani e guardano alle democrazie occidentali come al proprio modello di riferimento. Gli sciiti religiosi vogliono fare dell'Islam la principale fonte del diritto e, anche se continuano a sostenere di non voler copiare il sistema clericale dell'Iran, guardano pur tuttavia all'Iran come ad un esempio. I curdi sono orgogliosi dei progressi compiuti dalle donne nella loro regione autonoma in materia di diritti civili; gli sciiti sono ancora fermi al principio che le donne debbano ereditare solo la metà dei maschi. Così, conclude il giornalista americano, i due temi attorno ai quali ruoterà il futuro prossimo venturo dell'Iraq saranno lo statuto del Kurdistan, all'interno dello Stato federale iracheno, e il ruolo dell'Islam nel suo ordinamento giuridico.

L'esito delle elezioni si presta, però, anche ad una interpretazione più ottimistica. Scrive Howard LaFranchi sul Christian Science Monitor: «Gli Stati Uniti volevano lasciare in eredità la democrazia agli iracheni. E sotto certi aspetti è quello che è avvenuto: essi l'hanno effettivamente consegnata. Senza disporre di una propria larga maggioranza, i leaders iracheni dovranno praticare l'arte democratica del negoziato e del compromesso quando si metteranno a redigere la Costituzione». L'Alleanza unitaria degli sciiti ha vinto le elezioni con il 48 per cento dei voti e 140 seggi; l'Unione patriottica curda ha ottenuto il 26 per cento e 75 seggi; agli sciiti laici, capeggiati da Allawi, sono andati il 14 per cento dei voti e 40 seggi. Ma nell'Alleanza unitaria degli sciiti ci sono ben diciassette partiti, alcuni dei quali non sono affatto religiosi, ma laici. Questi partiti, con i curdi e gli eletti di Allawi, rappresentano un forte e pressoché paritetico contrappeso laico al fronte religioso della parte maggioritaria dell'Alleanza. Poiché per eleggere il presidente della Repubblica e i suoi due vice-presidenti occorre una maggioranza di due terzi, pari a 182 seggi, è evidente che gli sciiti religiosi dovranno fare i conti con i curdi e gli sciiti laici.

Rileva, al riguardo, LaFranchi: «Da un lato, qualsiasi slittamento verso una teocrazia di tipo iraniano è, in questo contesto, del tutto improbabile». L'Islam sarà religione di Stato, ma non la sola. Del resto, lo stesso grande Ayatollah Al Sistani, che degli sciiti religiosi è il patriarca, ha privatamente definito gli americani - contrari a uno Stato teocratico - «il grande ospite»: il che sembra voler dire che fintanto che essi resteranno nel Paese, saranno trattati col rispetto proprio dell'ospitalità araba. «Dall'altro lato», prosegue LaFranchi, «i negoziati andranno necessariamente a rilento e, quale che sia il governo che ne uscirà, esso sarà debole». «Il risultato», conclude il columnist del quotidiano, «è che il ruolo degli Stati Uniti in Iraq, mentre, dopo le elezioni, cambia radicalmente, non è peraltro destinato a essere meno intenso nei mesi a venire».

Se, come dice LaFranchi, un governo iracheno debole rappresenta un oggettivo impedimento al verificarsi di smottamenti teocratici, potrebbe però diventare un appetibile e facile obiettivo per il terrorismo, rappresentare per i Paesi vicini la tentazione di intromettersi negli affari interni dell'Iraq, non essere in grado di dare alla popolazione quello che essa si aspetta: migliori servizi e lo sviluppo economico. Alla diagnosi del Christian Science Monitor si associano la professoressa Carole O'Leary dell'Università di Washington e Henry Barkley della Leigh University. Dice la prima: «Gli americani, tutti concentrati nella lotta al terrorismo, si sono occupati meno di questo aspetto della questione irachena». Aggiunge il secondo: «Sarà importante che nei prossimi mesi l'attenzione di Washington si concentri sull'aiuto da dare al nuovo governo affinché possa ottenere dei risultati».

Al riguardo, Ignatius rileva, sempre sul Washington Post, che i sunniti - che sono il 20 per cento della popolazione e che hanno boicottato le elezioni - stanno già tornando sui loro passi, una volta constatato il successo ottenuto dagli altri partiti. Essi, in un primo tempo, contavano che agli americani saltassero i nervi a causa dello stillicidio di attentati che li ha colpiti e ha colpito le forze di sicurezza locali che essi hanno arruolato e addestrato, e rinviassero le elezioni, dando di fatto ragione al terrorismo. Per gli sciiti e gli altri vincitori delle elezioni si tratta, quindi, ora, di trovare il modo di coinvolgerli nella distribuzione del potere. Per i sunniti, si prospetta addirittura l'eventualità di ottenere più posti di potere di quanti spetterebbero loro dagli scarsi risultati elettorali ottenuti. Al tempo stesso, se essi tornassero a competere sulla scena politica a partire dalle prossime elezioni, la loro stessa presenza finirebbe con ridurre ulteriormente il peso religioso degli sciiti.

In ogni caso, scrive ancora Peter W. Galbraith sul Los Angeles Times: «Sia gli sciiti, sia i curdi vogliono cancellare le vestigia del regime sunnita di Saddam Hussein. E saranno oltremodo duri col terrorismo, usando rispettivamente le proprie milizie piuttosto che l'inefficace esercito nazionale e accelerando la de-baahtizzazione», cioè lo smantellamento di quanto rimane delle strutture clandestine del vecchio partito del dittatore.

Il calendario dei lavori della nuova Assemblea è già definito da tempo: 1) elezione del presidente della Repubblica e dei suoi due vice-presidenti; 2) designazione, da parte di questi, e approvazione assembleare del nuovo primo ministro e del suo governo; 3) costituzione di un Comitato incaricato di redigere la nuova Costituzione; 4) convocazione della consultazione elettorale (referendum) con la quale il popolo sarà chiamato, il 15 ottobre, ad approvare la Carta; 5) indizione, a dicembre, delle elezioni per il nuovo Parlamento, dal quale uscirà il nuovo Governo.

Se la Costituzione fosse respinta nel referendum di ottobre, l'Assemblea si scioglierebbe e una nuova Assemblea transitoria sarebbe eletta col compito di redigere un nuovo testo costituzionale.

Piero Ostellino