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Per Carlo Valenzuola, il capo degli
esperti elettorali delle Nazioni Unite, «non sono state elezioni
perfette, né ci si aspettava che lo fossero. Ma sono state elezioni
estremamente buone». Secondo il canadese Jean-Pierre Kingsley,
responsabile di una missione di esperti internazionali, coordinata
da Ottawa, «le elezioni sono state conformi alle norme
internazionali». Ma a darne, forse, la definizione più pregnante è
stato Jalal Talabani, 71 anni, leader dell'Unione patriottica
curda: «Per il popolo iracheno queste elezioni sono una rivincita
su Saddam Hussein». Sono stati otto milioni e mezzo, pari al 58 per
cento degli aventi diritto, gli elettori che sono andati alle urne,
malgrado la minaccia terroristica e la mancanza di cultura e di
esperienza democratiche. E, ora, dopo la prova di coraggio data,
«gli iracheni», ha scritto David Ignatius sul Washington Post,
«parlano più di politica che di terroristi suicidi; l'élite
politica sta discutendo su chi occuperà quale posto nel nuovo
governo più che su chi sarà ammazzato dal terrorismo». Insomma,
commenta ancora il columnist del quotidiano americano, «il nuovo
Iraq sta dimostrando di non essere molto diverso da ogni altra
democrazia».
Eppure, i problemi rimangono. Il
Paese - paventano in molti pur riconoscendo che con il successo
delle elezioni «l'Iraq ha svoltato l'angolo» - può ancora spaccarsi
in tre zone: sciita, sunnita e curda; le forze di sicurezza possono
collassare e rivelarsi impotenti di fronte all'eventuale esplosione
di una guerra civile; continua la carneficina quotidiana. L'80 per
cento degli iracheni, rileva Peter W. Galbraith sul Los Angeles
Times, ha votato per partiti che rappresentano i loro gruppi etnici
e religiosi. Fra i tantissimi partiti che hanno partecipato alla
tornata elettorale non ce n'era uno che avesse un definito
carattere "nazionale". Solo il partito sciita laico del primo
ministro uscente, Iyad Allawi, e il Partito comunista hanno fatto
qualche timido appello anche al di fuori del proprio gruppo etnico.
E, allora, si chiede Galbraith: «Che cosa accadrà a questa
coalizione quando si metterà a redigere la Costituzione?».

Curdi e sciiti, che assieme
raggiungono i due terzi dell'Assemblea, hanno idee diametralmente
diverse e opposte sul futuro dell'Iraq. I curdi sono laici,
filo-americani e guardano alle democrazie occidentali come al
proprio modello di riferimento. Gli sciiti religiosi vogliono fare
dell'Islam la principale fonte del diritto e, anche se continuano a
sostenere di non voler copiare il sistema clericale dell'Iran,
guardano pur tuttavia all'Iran come ad un esempio. I curdi sono
orgogliosi dei progressi compiuti dalle donne nella loro regione
autonoma in materia di diritti civili; gli sciiti sono ancora fermi
al principio che le donne debbano ereditare solo la metà dei
maschi. Così, conclude il giornalista americano, i due temi attorno
ai quali ruoterà il futuro prossimo venturo dell'Iraq saranno lo
statuto del Kurdistan, all'interno dello Stato federale iracheno, e
il ruolo dell'Islam nel suo ordinamento giuridico.
L'esito delle elezioni si presta,
però, anche ad una interpretazione più ottimistica. Scrive Howard
LaFranchi sul Christian Science Monitor: «Gli Stati Uniti volevano
lasciare in eredità la democrazia agli iracheni. E sotto certi
aspetti è quello che è avvenuto: essi l'hanno effettivamente
consegnata. Senza disporre di una propria larga maggioranza, i
leaders iracheni dovranno praticare l'arte democratica del
negoziato e del compromesso quando si metteranno a redigere la
Costituzione». L'Alleanza unitaria degli sciiti ha vinto le
elezioni con il 48 per cento dei voti e 140 seggi; l'Unione
patriottica curda ha ottenuto il 26 per cento e 75 seggi; agli
sciiti laici, capeggiati da Allawi, sono andati il 14 per cento dei
voti e 40 seggi. Ma nell'Alleanza unitaria degli sciiti ci sono ben
diciassette partiti, alcuni dei quali non sono affatto religiosi,
ma laici. Questi partiti, con i curdi e gli eletti di Allawi,
rappresentano un forte e pressoché paritetico contrappeso laico al
fronte religioso della parte maggioritaria dell'Alleanza. Poiché
per eleggere il presidente della Repubblica e i suoi due
vice-presidenti occorre una maggioranza di due terzi, pari a 182
seggi, è evidente che gli sciiti religiosi dovranno fare i conti
con i curdi e gli sciiti laici.
Rileva, al riguardo, LaFranchi: «Da
un lato, qualsiasi slittamento verso una teocrazia di tipo iraniano
è, in questo contesto, del tutto improbabile». L'Islam sarà
religione di Stato, ma non la sola. Del resto, lo stesso grande
Ayatollah Al Sistani, che degli sciiti religiosi è il patriarca, ha
privatamente definito gli americani - contrari a uno Stato
teocratico - «il grande ospite»: il che sembra voler dire che
fintanto che essi resteranno nel Paese, saranno trattati col
rispetto proprio dell'ospitalità araba. «Dall'altro lato», prosegue
LaFranchi, «i negoziati andranno necessariamente a rilento e, quale
che sia il governo che ne uscirà, esso sarà debole». «Il
risultato», conclude il columnist del quotidiano, «è che il ruolo
degli Stati Uniti in Iraq, mentre, dopo le elezioni, cambia
radicalmente, non è peraltro destinato a essere meno intenso nei
mesi a venire».
Se, come dice LaFranchi, un governo
iracheno debole rappresenta un oggettivo impedimento al verificarsi
di smottamenti teocratici, potrebbe però diventare un appetibile e
facile obiettivo per il terrorismo, rappresentare per i Paesi
vicini la tentazione di intromettersi negli affari interni
dell'Iraq, non essere in grado di dare alla popolazione quello che
essa si aspetta: migliori servizi e lo sviluppo economico. Alla
diagnosi del Christian Science Monitor si associano la
professoressa Carole O'Leary dell'Università di Washington e Henry
Barkley della Leigh University. Dice la prima: «Gli americani,
tutti concentrati nella lotta al terrorismo, si sono occupati meno
di questo aspetto della questione irachena». Aggiunge il secondo:
«Sarà importante che nei prossimi mesi l'attenzione di Washington
si concentri sull'aiuto da dare al nuovo governo affinché possa
ottenere dei risultati».
Al riguardo, Ignatius rileva, sempre
sul Washington Post, che i sunniti - che sono il 20 per cento della
popolazione e che hanno boicottato le elezioni - stanno già
tornando sui loro passi, una volta constatato il successo ottenuto
dagli altri partiti. Essi, in un primo tempo, contavano che agli
americani saltassero i nervi a causa dello stillicidio di attentati
che li ha colpiti e ha colpito le forze di sicurezza locali che
essi hanno arruolato e addestrato, e rinviassero le elezioni, dando
di fatto ragione al terrorismo. Per gli sciiti e gli altri
vincitori delle elezioni si tratta, quindi, ora, di trovare il modo
di coinvolgerli nella distribuzione del potere. Per i sunniti, si
prospetta addirittura l'eventualità di ottenere più posti di potere
di quanti spetterebbero loro dagli scarsi risultati elettorali
ottenuti. Al tempo stesso, se essi tornassero a competere sulla
scena politica a partire dalle prossime elezioni, la loro stessa
presenza finirebbe con ridurre ulteriormente il peso religioso
degli sciiti.
In ogni caso, scrive ancora Peter W.
Galbraith sul Los Angeles Times: «Sia gli sciiti, sia i curdi
vogliono cancellare le vestigia del regime sunnita di Saddam
Hussein. E saranno oltremodo duri col terrorismo, usando
rispettivamente le proprie milizie piuttosto che l'inefficace
esercito nazionale e accelerando la de-baahtizzazione», cioè lo
smantellamento di quanto rimane delle strutture clandestine del
vecchio partito del dittatore.
Il calendario dei lavori della nuova
Assemblea è già definito da tempo: 1) elezione del presidente della
Repubblica e dei suoi due vice-presidenti; 2) designazione, da
parte di questi, e approvazione assembleare del nuovo primo
ministro e del suo governo; 3) costituzione di un Comitato
incaricato di redigere la nuova Costituzione; 4) convocazione della
consultazione elettorale (referendum) con la quale il popolo sarà
chiamato, il 15 ottobre, ad approvare la Carta; 5) indizione, a
dicembre, delle elezioni per il nuovo Parlamento, dal quale uscirà
il nuovo Governo.
Se la Costituzione fosse respinta
nel referendum di ottobre, l'Assemblea si scioglierebbe e una nuova
Assemblea transitoria sarebbe eletta col compito di redigere un
nuovo testo costituzionale. |