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Una parola difficile da pronunciare:
megalopsychia. Vuol dire "grandezza d'animo". La adottarono gli
storici antichi per definire Alessandro, il giovane condottiero che
non perse una sola battaglia. Che morì ad appena trentatré anni
lasciando di sé un ricordo incancellabile. Ma che, soprattutto (e
questo giustifica l'uso del termine) - a differenza dei generali
che lo avevano preceduto, e di gran parte di quelli che tentarono
di imitarne le gesta, fino al giorno d'oggi - non ebbe come unico
obiettivo la conquista di territori sempre più lontani. Alessandro,
nella sua megalopsychia, si propose di costruire un impero
universale, «realizzato», come ha scritto di recente Eva
Cantarella, insegnante di Diritto greco e Diritto romano, «grazie
alla fusione di conquistatori e vinti: i persiani non dovevano
sottostare a un dominio straniero, dovevano diventare parte della
nuova entità politica». Per raggiungere lo scopo, Alessandro fece
studiare la lingua e la cultura greca a trentamila giovani
persiani, destinati a diventare il nucleo del nuovo popolo. «Ma i
legami culturali non bastavano: Alessandro voleva fondere le
stirpi, creare legami di sangue fra greci e persiani». Sposò la
figlia di Dario e dette in moglie ai suoi amici le migliori ragazze
persiane. La sua ultima, e definitiva vittoria, fu a Gaugamela.
Quel giorno Alessandro entrò in possesso dell'impero secolare
fondato da Ciro il Grande. Divenne un re macedone e persiano
insieme, si fece intermediario fra i greci e i barbari,
mescolandoli - scrisse Plutarco - «in una coppa di amicizia».
1° ottobre 331 a.C.
Gaugamela (il Pascolo del cammello) è in Assiria, sul fiume Bumelo,
non lontano dal Tigri e dalla città di Ninive. Il terreno dello
scontro lo aveva scelto Dario: era una pianura senza ostacoli,
adatta alla sua cavalleria e ai carri assiri con le falci alle
ruote. Raccontò lo storico Flavio Arriano (nel II secolo dopo
Cristo): «Tutto quanto vi fosse stato d'inciampo alla cavalleria, i
persiani da tempo l'avevano reso regolare per spingervi i carri ed
adattarlo alla cavalleria, poiché alcuni avevano convinto Dario che
nella battaglia di Isso si era trovato in svantaggio per l'angustia
del luogo, e Dario vi aveva creduto facilmente».

Da tre anni Alessandro era il suo
incubo, da quando aveva lasciato la Grecia diretto in Oriente, al
comando di un piccolo esercito composto di 30mila soldati e 5mila
cavalieri. Il re macedone si era portato al seguito medici,
scienziati, cartografi, storici e filosofi, chiamati a testimoniare
di un'impresa non solo militare, ma anche culturale. Il progetto
politico di unificare il mondo.
Il primo scontro si era consumato
sulle rive del Granico (un fiume che sfocia nel Mar di Marmara) nel
maggio dell'anno 334. Alessandro aveva allora 22 anni, e dette
prova di straordinaria abilità strategica. I persiani disponevano
di forze superiori; Alessandro attraversò il fiume per dare
battaglia e riuscì ad accerchiare il nemico, subendo perdite molto
lievi, mentre il grosso dell'esercito di Dario rimase sul terreno.
In ogni battaglia Alessandro dimostrò la propria superiore
intelligenza militare. Gaugamela, in questo senso, non fu
combattuta meglio delle altre: fu, però, lo scontro decisivo,
quello che pose fine - di fatto - alla guerra contro i persiani e
risolse in via definitiva il conflitto fra l'Est e l'Ovest del
mondo. Fu un momento topico della storia dell'umanità (come la
presa della Bastiglia): si può ben dire che dopo di allora la
fisionomia del mondo non fu più la stessa di prima.
A Isso, nell'anno 333, Dario subì
una disfatta peggiore di quella dell'anno precedente. Si era
preparato accuratamente, aveva messo insieme un esercito colossale.
Arriano parla di 600mila uomini; Giustino e Diodoro (altri storici
dell'antichità) propongono la cifra di 400mila fanti e 100mila
cavalieri; Polibio e Curzio Rufo aggiungono a questi dati 30mila
mercenari greci assoldati dal re di Persia. Ricerche e studi più
recenti (che, forse, non hanno subito l'influenza della propaganda
del vincitore) ridimensionano enormemente queste cifre, confermando
tuttavia che c'era un grande divario di forze in campo. Andrea
Frediani, un giovane storico militare (autore di un pregevole libro
intitolato Le grandi battaglie di Alessandro Magno) attribuisce ai
persiani un totale di 160mila uomini schierati su un fronte di
quattro chilometri; «Con Alessandro, invece, non dovevano esservi
più di 20mila fanti e 5mila cavalieri».
La forza numerica di Dario si
risolse in debolezza operativa. «L'armata persiana», osserva
Frediani, «era fin troppo estesa per il relativamente ristretto
spazio di spiegamento che aveva a disposizione, fra la costa e le
montagne; i suoi uomini erano talmente stipati da non essere in
grado di muoversi con disinvoltura». Un'annotazione che trova
conferma in quel che scrisse Diodoro: «Nessun colpo andò a vuoto,
né di giavellotto né di spada perché, data la moltitudine dei
nemici, c'era sempre un bersaglio pronto». Curzio Rufo traccia un
bilancio sicuramente fazioso riguardo all'esito dello scontro
(oltre centomila morti persiani; 150 morti fra i cavalieri e solo
32 tra i fanti da parte macedone). Numeri a parte, è evidente che
fu un trionfo, e che Dario fu travolto. Il mosaico conservato al
Museo Archeologico di Napoli raffigura Dario, protetto da un gruppo
di cavalieri, nel momento in cui, con il suo carro, si svincola
dalla morsa di Alessandro per darsi alla fuga. Il sovrano si era
portato dietro, legato al cocchio, un cavallo di scorta sul quale
montò per procedere più spedito (dopo aver abbandonato lo scudo,
l'arco e il mantello). Si sentì al sicuro soltanto quando (dopo
essere stato raggiunto da almeno 4mila fuggitivi) si lasciò alle
spalle il fiume Eufrate.

Dopo la fuga, Dario chiese al re
macedone di trattare la pace. Alessandro rispose pretendendo la
resa senza condizioni. Arriano racconta riga per riga la replica
sprezzante del giovane condottiero: «I vostri antenati, entrati in
Macedonia e nel resto della Grecia, fecero a noi del male senza
aver subìto in precedenza ingiustizia; io allora, scelto come capo
dei greci e volendo punire i persiani, sono passato in Asia,
essendo stati voi a cominciare». E, dopo una serie di accuse
specifiche (non tutte nobilissime e documentate, per la verità), il
succo della risposta: «Avendo vinto in battaglia dapprima i tuoi
generali e satrapi, ora te e il tuo esercito, occupo anche il paese
per concessione degli dei, mi prendo cura di quanti schierati con
te non sono caduti in battaglia, ma si sono rifugiati da me ed essi
si trovano presso di me non contro volontà, ma di buon grado
combattono dalla mia parte». Conclusione: «E d'ora in poi quando ti
rivolgi a me, fallo come al re dell'Asia e non scrivermi da pari a
pari, ma se hai bisogno di qualcosa, dimmelo come al signore di
tutte le cose, in caso contrario deciderò di te come di uno che è
in colpa. Se hai da obiettare sul regno, resta pure e battiti per
esso e non fuggire, perché io ti raggiungerò dovunque ti trovi».
Minaccioso e determinato.
Da oltre venti secoli Alessandro è
oggetto di culto non solo per le capacità militari, ma per come si
comportava dopo le conquiste: da sovrano illuminato. E non è
casuale l'ammirazione che nutrivano per lui i filosofi del
Settecento. Montesquieu gli dedicò un epitaffio particolarmente
significativo: «Abbandonò dopo la conquista tutti i preconcetti di
cui s'era valso per compierla». E scrisse di lui: «Non soltanto
lasciò ai popoli vinti le leggi civili e persino i re e i
governatori che vi aveva trovato. Poneva dei macedoni alla testa
delle truppe, e gente del posto a capo dei governi, poiché
preferiva correre il rischio di qualche infedeltà particolare (ciò
che talvolta gli accadde) che una rivolta generale. Rispettò le
antiche tradizioni e tutti i monumenti della gloria e della vanità
dei popoli. I re di Persia avevano distrutto i templi dei greci,
dei babilonesi e degli egiziani: egli li fece ricostruire. Poche
furono le nazioni che a lui si sottomisero e sulle cui are egli non
fece dei sacrifici. Sembrava che egli non si fosse fatto
conquistatore che per divenire il monarca particolare di ciascuna
nazione e il primo cittadino di ciascuna città. I romani
conquistarono tutto per tutto distruggere; egli volle tutto
conquistare per tutto conservare, e in ogni paese che attraversò,
le sue prime idee, i suoi primi progetti furono sempre di farvi
qualche cosa che potesse aumentarne la prosperità e la potenza».
Voltaire - che non fu tenero con nessun monarca (neppure con quelli
che frequentava e gli dispensavano la loro amicizia) - lo giudicò
un campione di tolleranza e un costruttore "materiale" di civiltà:
«Durante una vita assai breve, a metà delle sue conquiste, costruì
Alessandria e Scandera, restaurò quella stessa Samarcanda, che fu
poi la capitale dell'impero di Tamerlano; fondò città anche in
India, insediò colonie greche al di là dell'Oxo; inviò in Grecia
gli studi di Babilonia; mutò il commercio dell'Asia, dell'Europa e
dell'Africa, di cui Alessandria divenne il luogo di raccolta
universale. Ecco, mi sembra che in questo Alessandro prevalga su
Tamerlano, su Gengis e su tutti i conquistatori che vollero
eguagliarlo».
Plutarco racconta che Giulio Cesare,
mentre si trovava in Spagna, «in un momento di riposo si diede a
leggere un libro sulle imprese di Alessando e scoppiò a piangere. A
chi gli chiese il motivo, rispose: "Non vi pare che valga la pena
di addolorarsi se Alessandro alla mia età già regnava su tante
persone, mentre io non ho ancora fatto nulla di famoso?"».
Un giorno - quattro anni dopo
Gaugamela - Alessandro disse: «Io sono venuto in Asia, non per
distruggere da cima a fondo le nazioni, né per trasformare la metà
del mondo in un deserto; ma per indurre a poco a poco i popoli
soggiogati a non dolersi della mia vittoria».
Gaugamela lo consegnò
all'immortalità, come Heracles, dal quale sosteneva di discendere.
Erano passati due anni da Isso, e Alessandro non s'era impigrito
come Annibale a Capua. Aveva conquistato Tiro, nella Fenicia (dove
si trova oggi il Libano). Si era spinto in Egitto, dove aveva
fondato la nuova capitale, Alessandria. Aveva conquistato
Gerusalemme, tornando indietro verso l'Assiria.
Dario preparava la rivincita, anche
per riconquistarsi la fiducia e il rispetto dei suoi soldati dopo
la fuga di Isso. Ad Alessandro giunse la notizia che il Gran Re
aveva con sé un milione di fanti, 40mila cavalieri, 200 carri con
le falci alle ruote, e qualche decina di elefanti. Le cifre - come
sempre - sono opinabili (Diodoro parla di 800mila fanti e 200mila
cavalieri, Curzio Rufo di 600mila e 45mila; Giustino di 600mila in
totale). «Ad ogni modo», racconta Frediani, «si diceva che l'intero
esercito di Dario avesse impiegato cinque giorni a transitare sul
ponte costruito sopra il fiume Lico, per passare da Arbela a
Gaugamela». Fra i due eserciti che si stavano per fronteggiare, il
rapporto era comunque di uno a cinque, a vantaggio dei persiani,
naturalmente. William W. Tarn, illustre storico inglese, afferma
che «il comando persiano stava compiendo ogni sforzo possibile per
mettere insieme un esercito che potesse avere qualche probabilità
di sconfiggere Alessandro. Certo, era un'impresa disperata
improvvisare in un anno e mezzo un esercito da contrapporre a un
esercito di professionisti, per di più comandato da un genio; ma
essi fecero un lodevole tentativo, sebbene non fossero in grado di
prendere quella che poteva essere la misura più importante, la
destituzione di Dario da comandante in campo. Fu chiamata alle armi
la leva dell'impero e la parte migliore della cavalleria fu di
nuovo armata con lance e scudi al posto dei giavellotti».
Naturalmente, aggiunge Tarn, «il loro compito era quello di evitare
una battaglia campale e di cercare di sconfiggere Alessandro con la
loro ben preparata cavalleria; ma, poiché la dignità del Gran Re
richiedeva un incontro formale, ed essi non potevano vincerlo altro
che con la sola cavalleria, dovevano per forza ripiegare sulla sola
arma in loro possesso contro la falange, i carri falcati». Che
furono micidiali, straziando un gran numero di soldati macedoni.
L'esercito era multietnico, a testimonianza di quanto fosse esteso
l'impero siriano e quanta fosse la forza di attrazione sui popoli
asiatici. Accanto ai persiani combattevano gli indiani, i
battriani, gli arii, i parti, gli ircani, i topiri, i medi, gli
albani, i sacesini, gli uxii, i susiani, i babilonesi, i sittaceni,
gli armeni, i siriani, i cappadoci, gli sciti, i massageti. Di
molti di questi popoli si è persa ogni conoscenza. Ma l'elenco in
sé è già impressionante.
Alessandro arrivò sul luogo della
battaglia dopo una faticosissima marcia. Fece riposare i suoi
uomini, dimostrò saggezza e cautela nel prevedere ogni mossa del
nemico e ogni possibile trappola. Fu lui stesso a guidare una
perlustrazione del terreno. Tornato al campo, fece un discorso ai
suoi uomini, ricordando come la posta in gioco fosse il dominio
dell'Asia intera. Curzio Rufo racconta che - quando il nemico fu a
vista - osservò come i soldati di Dario fossero male armati: «Là ce
ne stanno di più come numero, di qua ce ne saranno di più a
combattere». Uno dei generali suggerì ad Alessandro un attacco
notturno, per prendere il nemico di sorpresa; Alessandro respinse
la proposta, giudicandola disdicevole. Arriano sottolinea come il
giovane (ma astutissimo condottiero) non era soltanto spinto
dall'orgoglio, ma anche dalla giusta considerazione che - al buio -
sarebbe stato comunque favorito chi conosceva meglio il terreno,
cioè i persiani. Poi - come il principe di Condè il giorno prima
della battaglia di Rocroi - Alessandro (riferisce Plutarco) si mise
a dormire. Al risveglio, passò in rassegna le truppe. Non montava
Bucefalo, il suo cavallo (ormai piuttosto vecchio) che risparmiò
fino all'ultimo.
Era la mattina del 1° ottobre
dell'anno 331 avanti Cristo. Lo scontro fu durissimo. Dario aveva
imparato qualcosa dalle precedenti sconfitte. Ma non abbastanza.
Diodoro racconta che l'esito dello scontro si decise quando un
colpo di lancia scagliato da Alessandro uccise l'auriga di Dario
che - preso dal panico - fuggì. Come ad Isso. I persiani si
sbandarono, e fu un'ecatombe: 300mila di loro persero la vita.
Alessandro era, definitivamente, "re
dell'Asia". Non aveva più ostacoli nella sua avanzata verso Oriente
che l'avrebbe portato a Babilonia, a Susa, a Persepoli, in
Battriana ed in India, dove sconfisse Poro, re dei pauravi sulle
rive del fiume Idaspe. Morì a Babilonia, nel 321, senza mai essere
rientrato in patria. Un giorno aveva detto: «Non siamo mossi da
sete d'oro e d'argento, ma dal desiderio di unire tutto il mondo
sotto il nostro impero». Ci riuscì, e il suo regno fu molto più
esteso di quello di Carlo V, l'imperatore sui cui domini non
tramontava mai il sole. |