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I giorni che hanno cambiato la storia - 2 - La battaglia di Gaugamela

Quel giorno l'Occidente conquistò l'Oriente: Alessandro Magno divenne il "signore dell'Asia", dopo aver sconfitto in una memorabile battaglia campale Dario, imperatore persiano, che disponeva di un esercito imponente. Il successo non fu soltanto militare: il giovane re macedone si preoccupava costantemente di "esportare" cultura e civiltà: non aspirava a sottomettere i popoli, ma a creare con essi vincoli più solidi, mescolando genti molto diverse fra loro

Alessandro Magno in battaglia

Una parola difficile da pronunciare: megalopsychia. Vuol dire "grandezza d'animo". La adottarono gli storici antichi per definire Alessandro, il giovane condottiero che non perse una sola battaglia. Che morì ad appena trentatré anni lasciando di sé un ricordo incancellabile. Ma che, soprattutto (e questo giustifica l'uso del termine) - a differenza dei generali che lo avevano preceduto, e di gran parte di quelli che tentarono di imitarne le gesta, fino al giorno d'oggi - non ebbe come unico obiettivo la conquista di territori sempre più lontani. Alessandro, nella sua megalopsychia, si propose di costruire un impero universale, «realizzato», come ha scritto di recente Eva Cantarella, insegnante di Diritto greco e Diritto romano, «grazie alla fusione di conquistatori e vinti: i persiani non dovevano sottostare a un dominio straniero, dovevano diventare parte della nuova entità politica». Per raggiungere lo scopo, Alessandro fece studiare la lingua e la cultura greca a trentamila giovani persiani, destinati a diventare il nucleo del nuovo popolo. «Ma i legami culturali non bastavano: Alessandro voleva fondere le stirpi, creare legami di sangue fra greci e persiani». Sposò la figlia di Dario e dette in moglie ai suoi amici le migliori ragazze persiane. La sua ultima, e definitiva vittoria, fu a Gaugamela. Quel giorno Alessandro entrò in possesso dell'impero secolare fondato da Ciro il Grande. Divenne un re macedone e persiano insieme, si fece intermediario fra i greci e i barbari, mescolandoli - scrisse Plutarco - «in una coppa di amicizia».


1° ottobre 331 a.C.


Gaugamela (il Pascolo del cammello) è in Assiria, sul fiume Bumelo, non lontano dal Tigri e dalla città di Ninive. Il terreno dello scontro lo aveva scelto Dario: era una pianura senza ostacoli, adatta alla sua cavalleria e ai carri assiri con le falci alle ruote. Raccontò lo storico Flavio Arriano (nel II secolo dopo Cristo): «Tutto quanto vi fosse stato d'inciampo alla cavalleria, i persiani da tempo l'avevano reso regolare per spingervi i carri ed adattarlo alla cavalleria, poiché alcuni avevano convinto Dario che nella battaglia di Isso si era trovato in svantaggio per l'angustia del luogo, e Dario vi aveva creduto facilmente».

Statuetta in bronzo di Alessandro Magno

Da tre anni Alessandro era il suo incubo, da quando aveva lasciato la Grecia diretto in Oriente, al comando di un piccolo esercito composto di 30mila soldati e 5mila cavalieri. Il re macedone si era portato al seguito medici, scienziati, cartografi, storici e filosofi, chiamati a testimoniare di un'impresa non solo militare, ma anche culturale. Il progetto politico di unificare il mondo.

Il primo scontro si era consumato sulle rive del Granico (un fiume che sfocia nel Mar di Marmara) nel maggio dell'anno 334. Alessandro aveva allora 22 anni, e dette prova di straordinaria abilità strategica. I persiani disponevano di forze superiori; Alessandro attraversò il fiume per dare battaglia e riuscì ad accerchiare il nemico, subendo perdite molto lievi, mentre il grosso dell'esercito di Dario rimase sul terreno. In ogni battaglia Alessandro dimostrò la propria superiore intelligenza militare. Gaugamela, in questo senso, non fu combattuta meglio delle altre: fu, però, lo scontro decisivo, quello che pose fine - di fatto - alla guerra contro i persiani e risolse in via definitiva il conflitto fra l'Est e l'Ovest del mondo. Fu un momento topico della storia dell'umanità (come la presa della Bastiglia): si può ben dire che dopo di allora la fisionomia del mondo non fu più la stessa di prima.

A Isso, nell'anno 333, Dario subì una disfatta peggiore di quella dell'anno precedente. Si era preparato accuratamente, aveva messo insieme un esercito colossale. Arriano parla di 600mila uomini; Giustino e Diodoro (altri storici dell'antichità) propongono la cifra di 400mila fanti e 100mila cavalieri; Polibio e Curzio Rufo aggiungono a questi dati 30mila mercenari greci assoldati dal re di Persia. Ricerche e studi più recenti (che, forse, non hanno subito l'influenza della propaganda del vincitore) ridimensionano enormemente queste cifre, confermando tuttavia che c'era un grande divario di forze in campo. Andrea Frediani, un giovane storico militare (autore di un pregevole libro intitolato Le grandi battaglie di Alessandro Magno) attribuisce ai persiani un totale di 160mila uomini schierati su un fronte di quattro chilometri; «Con Alessandro, invece, non dovevano esservi più di 20mila fanti e 5mila cavalieri».

La forza numerica di Dario si risolse in debolezza operativa. «L'armata persiana», osserva Frediani, «era fin troppo estesa per il relativamente ristretto spazio di spiegamento che aveva a disposizione, fra la costa e le montagne; i suoi uomini erano talmente stipati da non essere in grado di muoversi con disinvoltura». Un'annotazione che trova conferma in quel che scrisse Diodoro: «Nessun colpo andò a vuoto, né di giavellotto né di spada perché, data la moltitudine dei nemici, c'era sempre un bersaglio pronto». Curzio Rufo traccia un bilancio sicuramente fazioso riguardo all'esito dello scontro (oltre centomila morti persiani; 150 morti fra i cavalieri e solo 32 tra i fanti da parte macedone). Numeri a parte, è evidente che fu un trionfo, e che Dario fu travolto. Il mosaico conservato al Museo Archeologico di Napoli raffigura Dario, protetto da un gruppo di cavalieri, nel momento in cui, con il suo carro, si svincola dalla morsa di Alessandro per darsi alla fuga. Il sovrano si era portato dietro, legato al cocchio, un cavallo di scorta sul quale montò per procedere più spedito (dopo aver abbandonato lo scudo, l'arco e il mantello). Si sentì al sicuro soltanto quando (dopo essere stato raggiunto da almeno 4mila fuggitivi) si lasciò alle spalle il fiume Eufrate.

Alessandro Magno raffigurato come un Dio

Dopo la fuga, Dario chiese al re macedone di trattare la pace. Alessandro rispose pretendendo la resa senza condizioni. Arriano racconta riga per riga la replica sprezzante del giovane condottiero: «I vostri antenati, entrati in Macedonia e nel resto della Grecia, fecero a noi del male senza aver subìto in precedenza ingiustizia; io allora, scelto come capo dei greci e volendo punire i persiani, sono passato in Asia, essendo stati voi a cominciare». E, dopo una serie di accuse specifiche (non tutte nobilissime e documentate, per la verità), il succo della risposta: «Avendo vinto in battaglia dapprima i tuoi generali e satrapi, ora te e il tuo esercito, occupo anche il paese per concessione degli dei, mi prendo cura di quanti schierati con te non sono caduti in battaglia, ma si sono rifugiati da me ed essi si trovano presso di me non contro volontà, ma di buon grado combattono dalla mia parte». Conclusione: «E d'ora in poi quando ti rivolgi a me, fallo come al re dell'Asia e non scrivermi da pari a pari, ma se hai bisogno di qualcosa, dimmelo come al signore di tutte le cose, in caso contrario deciderò di te come di uno che è in colpa. Se hai da obiettare sul regno, resta pure e battiti per esso e non fuggire, perché io ti raggiungerò dovunque ti trovi». Minaccioso e determinato.

Da oltre venti secoli Alessandro è oggetto di culto non solo per le capacità militari, ma per come si comportava dopo le conquiste: da sovrano illuminato. E non è casuale l'ammirazione che nutrivano per lui i filosofi del Settecento. Montesquieu gli dedicò un epitaffio particolarmente significativo: «Abbandonò dopo la conquista tutti i preconcetti di cui s'era valso per compierla». E scrisse di lui: «Non soltanto lasciò ai popoli vinti le leggi civili e persino i re e i governatori che vi aveva trovato. Poneva dei macedoni alla testa delle truppe, e gente del posto a capo dei governi, poiché preferiva correre il rischio di qualche infedeltà particolare (ciò che talvolta gli accadde) che una rivolta generale. Rispettò le antiche tradizioni e tutti i monumenti della gloria e della vanità dei popoli. I re di Persia avevano distrutto i templi dei greci, dei babilonesi e degli egiziani: egli li fece ricostruire. Poche furono le nazioni che a lui si sottomisero e sulle cui are egli non fece dei sacrifici. Sembrava che egli non si fosse fatto conquistatore che per divenire il monarca particolare di ciascuna nazione e il primo cittadino di ciascuna città. I romani conquistarono tutto per tutto distruggere; egli volle tutto conquistare per tutto conservare, e in ogni paese che attraversò, le sue prime idee, i suoi primi progetti furono sempre di farvi qualche cosa che potesse aumentarne la prosperità e la potenza». Voltaire - che non fu tenero con nessun monarca (neppure con quelli che frequentava e gli dispensavano la loro amicizia) - lo giudicò un campione di tolleranza e un costruttore "materiale" di civiltà: «Durante una vita assai breve, a metà delle sue conquiste, costruì Alessandria e Scandera, restaurò quella stessa Samarcanda, che fu poi la capitale dell'impero di Tamerlano; fondò città anche in India, insediò colonie greche al di là dell'Oxo; inviò in Grecia gli studi di Babilonia; mutò il commercio dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa, di cui Alessandria divenne il luogo di raccolta universale. Ecco, mi sembra che in questo Alessandro prevalga su Tamerlano, su Gengis e su tutti i conquistatori che vollero eguagliarlo».

Plutarco racconta che Giulio Cesare, mentre si trovava in Spagna, «in un momento di riposo si diede a leggere un libro sulle imprese di Alessando e scoppiò a piangere. A chi gli chiese il motivo, rispose: "Non vi pare che valga la pena di addolorarsi se Alessandro alla mia età già regnava su tante persone, mentre io non ho ancora fatto nulla di famoso?"».

Un giorno - quattro anni dopo Gaugamela - Alessandro disse: «Io sono venuto in Asia, non per distruggere da cima a fondo le nazioni, né per trasformare la metà del mondo in un deserto; ma per indurre a poco a poco i popoli soggiogati a non dolersi della mia vittoria».

Charles Le Brun, Il passaggio del Granico (Parigi, Louvre)

Gaugamela lo consegnò all'immortalità, come Heracles, dal quale sosteneva di discendere. Erano passati due anni da Isso, e Alessandro non s'era impigrito come Annibale a Capua. Aveva conquistato Tiro, nella Fenicia (dove si trova oggi il Libano). Si era spinto in Egitto, dove aveva fondato la nuova capitale, Alessandria. Aveva conquistato Gerusalemme, tornando indietro verso l'Assiria.

Dario preparava la rivincita, anche per riconquistarsi la fiducia e il rispetto dei suoi soldati dopo la fuga di Isso. Ad Alessandro giunse la notizia che il Gran Re aveva con sé un milione di fanti, 40mila cavalieri, 200 carri con le falci alle ruote, e qualche decina di elefanti. Le cifre - come sempre - sono opinabili (Diodoro parla di 800mila fanti e 200mila cavalieri, Curzio Rufo di 600mila e 45mila; Giustino di 600mila in totale). «Ad ogni modo», racconta Frediani, «si diceva che l'intero esercito di Dario avesse impiegato cinque giorni a transitare sul ponte costruito sopra il fiume Lico, per passare da Arbela a Gaugamela». Fra i due eserciti che si stavano per fronteggiare, il rapporto era comunque di uno a cinque, a vantaggio dei persiani, naturalmente. William W. Tarn, illustre storico inglese, afferma che «il comando persiano stava compiendo ogni sforzo possibile per mettere insieme un esercito che potesse avere qualche probabilità di sconfiggere Alessandro. Certo, era un'impresa disperata improvvisare in un anno e mezzo un esercito da contrapporre a un esercito di professionisti, per di più comandato da un genio; ma essi fecero un lodevole tentativo, sebbene non fossero in grado di prendere quella che poteva essere la misura più importante, la destituzione di Dario da comandante in campo. Fu chiamata alle armi la leva dell'impero e la parte migliore della cavalleria fu di nuovo armata con lance e scudi al posto dei giavellotti». Naturalmente, aggiunge Tarn, «il loro compito era quello di evitare una battaglia campale e di cercare di sconfiggere Alessandro con la loro ben preparata cavalleria; ma, poiché la dignità del Gran Re richiedeva un incontro formale, ed essi non potevano vincerlo altro che con la sola cavalleria, dovevano per forza ripiegare sulla sola arma in loro possesso contro la falange, i carri falcati». Che furono micidiali, straziando un gran numero di soldati macedoni. L'esercito era multietnico, a testimonianza di quanto fosse esteso l'impero siriano e quanta fosse la forza di attrazione sui popoli asiatici. Accanto ai persiani combattevano gli indiani, i battriani, gli arii, i parti, gli ircani, i topiri, i medi, gli albani, i sacesini, gli uxii, i susiani, i babilonesi, i sittaceni, gli armeni, i siriani, i cappadoci, gli sciti, i massageti. Di molti di questi popoli si è persa ogni conoscenza. Ma l'elenco in sé è già impressionante.

Alessandro arrivò sul luogo della battaglia dopo una faticosissima marcia. Fece riposare i suoi uomini, dimostrò saggezza e cautela nel prevedere ogni mossa del nemico e ogni possibile trappola. Fu lui stesso a guidare una perlustrazione del terreno. Tornato al campo, fece un discorso ai suoi uomini, ricordando come la posta in gioco fosse il dominio dell'Asia intera. Curzio Rufo racconta che - quando il nemico fu a vista - osservò come i soldati di Dario fossero male armati: «Là ce ne stanno di più come numero, di qua ce ne saranno di più a combattere». Uno dei generali suggerì ad Alessandro un attacco notturno, per prendere il nemico di sorpresa; Alessandro respinse la proposta, giudicandola disdicevole. Arriano sottolinea come il giovane (ma astutissimo condottiero) non era soltanto spinto dall'orgoglio, ma anche dalla giusta considerazione che - al buio - sarebbe stato comunque favorito chi conosceva meglio il terreno, cioè i persiani. Poi - come il principe di Condè il giorno prima della battaglia di Rocroi - Alessandro (riferisce Plutarco) si mise a dormire. Al risveglio, passò in rassegna le truppe. Non montava Bucefalo, il suo cavallo (ormai piuttosto vecchio) che risparmiò fino all'ultimo.

Era la mattina del 1° ottobre dell'anno 331 avanti Cristo. Lo scontro fu durissimo. Dario aveva imparato qualcosa dalle precedenti sconfitte. Ma non abbastanza. Diodoro racconta che l'esito dello scontro si decise quando un colpo di lancia scagliato da Alessandro uccise l'auriga di Dario che - preso dal panico - fuggì. Come ad Isso. I persiani si sbandarono, e fu un'ecatombe: 300mila di loro persero la vita.

Alessandro era, definitivamente, "re dell'Asia". Non aveva più ostacoli nella sua avanzata verso Oriente che l'avrebbe portato a Babilonia, a Susa, a Persepoli, in Battriana ed in India, dove sconfisse Poro, re dei pauravi sulle rive del fiume Idaspe. Morì a Babilonia, nel 321, senza mai essere rientrato in patria. Un giorno aveva detto: «Non siamo mossi da sete d'oro e d'argento, ma dal desiderio di unire tutto il mondo sotto il nostro impero». Ci riuscì, e il suo regno fu molto più esteso di quello di Carlo V, l'imperatore sui cui domini non tramontava mai il sole.

Benedetto Testa