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Innamorarsi del Gran Sasso è
piuttosto facile: le pareti del Corno Piccolo, il grande vuoto del
Paretone, l'immensità di Campo Imperatore emozionano infatti chi,
per la prima volta in Abruzzo, terra "forte e gentile", visita il
massiccio. Per la Majella le cose sono diverse: dalle vette del
Velino, del Corno Grande e del Terminillo essa appare come una
sagoma allungata, non molto attraente sebbene la sua possente mole,
innalzandosi tra il mare e la catena appenninica da cui si stacca
in modo netto, domini il paesaggio circostante.

Essa, come gran parte delle montagne
selvagge, può essere apprezzata solo osservandola da vicino,
addentrandosi nelle sue pieghe, nei valloni, nei crinali,
scoprendone i segreti: se in alto è di un desolato ma affascinante
"vuoto", in basso, nelle mille forre, nelle valli, negli incassati
canyons, nelle grotte, nelle intricate foreste, è pulsante di vita,
di verde, di acque. Per tale sua natura e solennità ha saputo di
certo plasmare la vita dell'uomo e la sua opera, esercitando su di
esso, sin dai tempi più remoti, un particolare sentimento.
La Majella, accessibile nonostante
le altitudini, nel corso dei millenni è stata identificata come la
"Montagna madre", divina e protettrice, ma anche, per i popoli
primitivi che l'abitarono nelle sue grotte e vi consumarono riti
religiosi, "Madre terra" e "Montagna sacra". Molte le leggende
intorno al suo nome: la più suggestiva, forse, è quella
riconducibile alla guerriera Maja proveniente dalla Frigia, che su
questi monti si rifugiò insieme al figlio ferito in battaglia. La
mitologia racconta che quest'ultimo morì ed il pianto disperato di
Maja giungesse a Giove che, per onorare l'immenso suo dolore,
piantò sul monte un piccolo albero, il majo, oggi più noto come
"maggiocondolo" in quanto fiorisce nel mese di maggio con i suoi
fiori penduli dal colore giallo.

Leggende ed aspetti mitologici a
parte, la storia più recente della Majella appare legata, in
particolare, alla presenza diffusa nel tempo della pastorizia ed al
fenomeno dell'eremitismo. Non a caso Francesco Petrarca, per la
dovizia di eremi e luoghi di culto rupestri che ne punteggiano le
pendici, intagliati nella roccia tufacea, allargati negli antri
calcarei, impreziositi da strutture murarie e decorazioni, definì
la montagna "Domus Christi". Dopo tutto essa ha sempre evocato la
sacralità ed il mistero che aleggiano intorno alla creazione.
La pastorizia, ormai quasi
scomparsa, ha influito sulla morfologia del paesaggio: soprattutto
la "transumanza", cioè la migrazione autunnale delle greggi verso
il mare ed il loro ritorno al monte nel periodo maggio-giugno,
praticata già in epoca preromana, ha condizionato la storia
economica, sociale ed ambientale della Majella. Testimonianza di
questa millenaria tradizione sono i tholos, costruzioni di pietra a
secco utilizzate da pastori e greggi, che ricordano i trulli da
cui, verosimilmente, traggono origine, a seguito dei contatti dei
pastori majellensi con le genti pugliesi durante la
transumanza.
La presenza pastorale in Majella
trova poi testimonianza nelle scritte, nei fregi, nei disegni
incisi dai pastori stessi sulle pareti delle grotte e sulle rocce
nei pressi dei pascoli. Le incisioni, in verità non sono
moltissime, ove si consideri il numero dei pastori che si sono
avvicendati per secoli negli stessi luoghi, ma bisogna considerare
che ben pochi sapevano scrivere.
Sulle rocce della Majella si trovano
comunque più di 300 anni di storia dei pastori abruzzesi: una
storia - la loro - di solitudine e sofferenza. Ritroviamo
incisioni, con relativa data, con il nome dei pastori stessi e del
loro paese di provenienza, di case lontane, di navi a remi forse
viste dal tratturo del mare, di carattere religioso come croci ed
ostensori (senz'altro le più numerose), di imprecazione contro la
"malidetta" e la "discrata" montagna, tanto povera ed avara, ed
anche di ribellione contro i potenti.
Una protesta, quella dei pastori,
non riconducibile certamente ad una loro consapevolezza sociale,
semmai scaturita dal contatto avuto con il brigantaggio, un
fenomeno molto complesso sviluppatosi in Abruzzo in due distinti
periodi tra il XVI ed il XVII secolo e, successivamente, con
l'Unità d'Italia. Tra le creste del Blockhaus e la valle
dell'Orfento c'è una località denominata "Tavola dei briganti",
vero e proprio "monumento" ai pastori, ai viandanti e ai briganti,
sulle cui rocce si possono leggere scritte relative a tale ultimo
periodo storico.
Se dunque ben visibile risulta il
mondo dei pastori sulla Majella, altrettanto lo è quello degli
eremiti. In proposito Ignazio Silone, circa un secolo fa, scrisse:
«…l'Abruzzo è stato, attraverso i secoli, prevalentemente una
creazione di santi e di lavoratori. Dopo aver capito le montagne
che sono il corpo, per scoprire l'intera struttura morale
dell'Abruzzo bisogna dunque conoscere i santi e la povera gente…
durante tutto il Medioevo, che fu l'epoca di formazione
dell'Abruzzo e fino al secolo scorso, le anime elette non vi
trovarono altro scampo e non vi conobbero altre forme di
sublimazione e di genialità all'infuori di quelle religiose…».
L'eremitismo è stato uno dei
fenomeni storici tipici della Majella, potendosi coniugare,
prevalentemente in questo territorio, natura e religiosità: una
natura che si addiceva alle forme di vita degli anacoreti dediti
alla contemplazione, alla preghiera, alla solitudine, a volte
rigorosamente individuale o in piccoli gruppi, altre in vere e
proprie comunità di tipo monastico.
La scelta della Majella come luogo
di culto da parte degli eremiti è riconducibile, probabilmente,
all'isolamento che questa montagna ha conservato, e ancora oggi
conserva, nelle sue valli. D'altronde solo pochi paesi del
massiccio sono posti ad una certa altitudine: Pennapiedimonte,
Pretoro, Roccamorice, Caramanico e Decontra si attestano ad una
quota media di circa 600 metri; altri sono ancora più in basso,
come Fara San Martino, Lama e Taranta dei Peligni. E proprio la sua
parte superiore, dalla silenziosa solitudine, con le sue foreste, i
pianori e l'enorme distesa di deserto d'alta quota, è stata per
lunghi secoli terreno esclusivo di santi ed eremiti.
Se l'Umbria risente della presenza
di Francesco d'Assisi, in Majella è Pietro Angeleri, più noto come
Pietro da Morrone, tra i molteplici santi ed eremiti vissuti nel
massiccio, a dare un'impronta significativa. La figura
dell'eremita, comunque, in tale territorio d'Abruzzo era già
preesistente ed il fenomeno non sarà disgiunto da quello ancor più
antico della pastorizia. Le due realtà, pur diverse sotto l'aspetto
sociale, hanno sempre vissuto in stretto contatto e, nella
diversità, hanno avuto qualcosa che le univa: i pastori, pur non
comprendendo la vocazione ascetica e le rinunce degli eremiti,
hanno, infatti, avuto una vita simile alla loro! Una relazione
dopotutto nata e consolidata con l'uso di grotte e ripari naturali
numerosissimi proprio in Majella: luoghi dapprima solo di
protezione, successivamente divenuti sacri; luoghi di penitenza su
giacigli di pietra, di quaresima, di veglia, di genuflessioni
notturne.
Con la diffusione del cristianesimo
ed anche dell'eremitismo tra il II ed il III secolo, quelle grotte,
precedentemente consacrate alla "Madre terra", divennero rifugio
spirituale degli eremiti. Dopo tutto la natura ha sempre esercitato
un richiamo sull'uomo, in particolare quello proveniente da luoghi
selvaggi (ove "selvaggio", ovvero puro e primitivo, vuole anche
dire "spirituale"), e la montagna è sempre stata, nelle sue
variegate culture, la casa di Dio.
È nel V secolo, comunque, che la
Majella diventa nota al mondo cristiano come luogo ricco di
eremiti. In tale secolo, infatti, si ebbe un'incisiva presenza
anacoretica in Abruzzo, approdata originariamente in occidente
sulle coste calabre: è il periodo delle incursioni saracene, che
costrinsero molti monaci a ripararsi in luoghi più sicuri,
risalendo quindi la penisola.
Sulla Majella si rifugiarono in
molti, diretti forse in un primo tempo a Roma, dove però non
avrebbero mai potuto condurre una vita ascetica, tenuto conto delle
contraddizioni, delle ambizioni di potere, della troppa ricchezza
in cui versava, all'epoca, proprio la Chiesa dell'Urbe.
Seppure l'eremitismo nel VI secolo
entrò in crisi con l'invasione longobarda, con la distruzione di
chiese e monasteri, non scomparve del tutto in Majella ove, anzi,
nell'XI secolo, si insediarono altri eremiti, a loro volta
provenienti dalla Calabria. Nel XIII secolo, poi, esso si riaffermò
in tutta la sua integrità spirituale specie in Majella con la
figura, appunto, di Pietro da Morrone, la cui fama di santità ebbe
presto a divulgarsi. A lui si deve la ricostruzione degli antichi
luoghi di culto precedentemente abbandonati.
Ancora oggi la storia religiosa
della Majella sopravvive attraverso le varie testimonianze della
sua gente: culto, credo e suggestioni si rinnovano ogni anno presso
gli innumerevoli eremi e luoghi sacri. Dietro e dentro tale storia,
tuttavia, non è difficile cogliere quella di un paesaggio non
antropizzato che, da semplice sfondo, diviene attore, forse anche
protagonista, comunque custode nel tempo di un particolare e
rilevante segmento di vita, di civiltà e di
cultura. |