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Nel rispetto della qualità della vita

Ribadito, durante il VI Simposio internazionale promosso dall'Areco, il compito della chirurgia di salvare, insieme alla vita delle persone, anche la loro dignità, ricorrendo ad appropriate tecniche conservative e ricostruttive

La locandina sul Simposio internazionale di chirurgia conservativa

Nel novembre scorso si è svolto a Milano, sotto l'Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e alla presenza di oltre mille chirurghi, con relatori provenienti da tutto il mondo, il VI Simposio Internazionale dell'Areco (Associazione per la ricerca europea in chirurgia oncologica) sulla chirurgia conservativa per i tumori del retto.

Grandissimo l'interesse per un problema di salute che coinvolge in Italia oltre 50mila persone; il tumore dell'intestino è, infatti, il secondo per incidenza, subito dopo il tumore del polmone, e non solo provoca decessi, ma, senza una cultura della chirurgia conservativa, continua a procurare invalidità permanente. Il problema non solo è medico, ma anche sociale. Ed è per questo che, alla cerimonia di apertura del Simposio, durante la quale ha avuto luogo anche un concerto della Fanfara del 3° Battaglione Carabinieri "Lombardia", è stata invitata la cittadinanza.

Nell'occasione, il dottor Ermanno Leo, Direttore del Reparto di Chirurgia colo-rettale dell'Istituto Nazionale Tumori di Milano, ha aggiunto: «...davanti ai cittadini, noi spiegheremo un programma che si propone di eliminare 18mila decessi all'anno grazie alla diagnosi precoce di questo tumore». L'Italia sta andando avanti nella ricerca in più di una direzione. Il Ministro della Salute Girolamo Sirchia ha infatti istituito tre gruppi di lavoro per lo screening dei tumori: uno per il tumore della cervice dell'utero, uno per il tumore della mammella e uno per il tumore del colon retto.

Durante il congresso è anche emersa una notizia di grande rilievo: da studi immunobiologici condotti in collaborazione tra l'unità operativa di Immunoterapia dei tumori umani, diretta da Giorgio Parmiani, e l'Unità operativa di chirurgia colo-rettale, diretta da Ermanno Leo, si è evidenziato un possibile ruolo del sistema immunitario nel ridurre la progressione dei tumori del colon retto.

La presenza di linfociti (globuli bianchi specializzati a reagire contro le malattie) all'interno del tumore primario, asportato chirurgicamente, è risultata infatti essere un fattore positivo per quanto riguarda la prognosi. Inoltre, nel corso degli ultimi tre anni è stato dimostrato che nel sangue dei pazienti affetti da questo tumore sono presenti dei linfociti capaci di vedere e distruggere in vitro le cellule tumorali che presentano determinate proteine, dette antigeni.

In particolare il lavoro dei due gruppi ha consentito di individuare un nuovo bersaglio che le difese naturali dei pazienti possono aggredire sulle cellule neoplastiche: la survivina. Si tratta di una proteina abbondantemente presente nelle cellule dei carcinomi colo-rettali, ma non nelle cellule normali. È questa proteina, quindi, come indica il nome stesso, a permettere alle cellule di "sopravvivere" e proliferare. Ebbene, si è dimostrato che i linfociti dei pazienti possono riconoscerla e distruggere in vitro le cellule neoplastiche. «A questo punto», afferma il dottor Leo, «ed è la novità di questo congresso, abbiamo perciò deciso di passare alla fase clinica: non più in vitro, ma sui pazienti. Abbiamo programmato uno studio clinico di vaccinazione nei pazienti non curabili con i farmaci tradizionali. A questi soggetti sarà somministrato un vaccino consistente in peptidi (frammenti di proteine) di survivina e di un altro antigene, il Cea (o antigene carcinoembrionale espresso dalle cellule tumorali), già in precedenza utilizzato. Il protocollo, approvato dal Comitato scientifico e dal Comitato etico dell'Istituto Nazionale Tumori, prevede, inizialmente, il trattamento di un piccolo gruppo di 15 malati. Se i risultati saranno positivi, la vaccinazione verrà estesa ad un numero maggiore di pazienti».

Immagine di una sala operatoria

Una seconda notizia importante riguarda i risultati di una ricerca condotta negli ultimi due anni; infatti, nel novembre 2002, alla vigilia del Simposio annuale dell'Areco, un'équipe dell'Istituto dei Tumori di Milano, guidata da Ermanno Leo e da Marco Pierotti, annunciava un importante test grazie al quale è possibile capire, con un semplice prelievo di sangue, se una persona operata per tumore del colon retto stia definitivamente guarendo o meno.

Lo studio è stato condotto, ha spiegato il dottor Leo, su 167 pazienti operati per un tumore del colon e del retto, ed in tutti i pazienti sono stati valutati, grazie al test, i livelli di Dna tumorale presenti nel sangue venoso periferico prima dell'intervento e dopo. «Tutti i 167 pazienti presentavano, prima dell'intervento chirurgico, dati di Dna tumorale da 150 a 350 volte più alti che nella norma. Sul sangue di questi 167 pazienti è stato fatto anche l'esame tradizionale, cioè il Cea test. E abbiamo visto che il test del Dna tumorale è come una Ferrari vicino a un motorino: il Cea test, infatti, rivelava alterazioni solo nel 28,5% dei campioni».

«Altra cosa importante», ha proseguito il dottor Leo, «è che tutti i pazienti valutati hanno presentato una normalizzazione dei livelli di Dna tumorale entro i 6 mesi dall'intervento chirurgico, tranne i pazienti in cui si è presentata una recidiva del tumore. Con ciò abbiamo anche dimostrato che, nei pazienti ricaduti, il Dna tumorale presente nel sangue è proprio un prodotto dello stesso tumore recidivo. Questi dati ci permettono quindi di affermare che il Dna tumorale presente nel sangue circolante rappresenta un ottimo marcatore per monitorare i pazienti operati per un cancro colorettale. Con una sensibilità, nel nostro vasto campione, del 100 per cento dei casi».

Nel prossimo futuro il Dna tumorale presente nel sangue potrà essere utilizzato anche per controllare la popolazione a rischio: familiari di pazienti malati, pazienti con polipi, pazienti operati. Con l'importante obiettivo di giungere a queste certezze senza ricorrere a metodiche invasive e costose come la colonscopia.

Nicoletta Archilei