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I giorni che hanno cambiato la storia - 1 - La presa della Bastiglia

Quel giorno fu inferto il colpo decisivo alle monarchie assolute. Venticinque anni più tardi il Congresso di Vienna avrebbe tentato di cancellare gli effetti della Rivoluzione e di imporre la Restaurazione: ma, ormai, l'opinione pubblica aveva conquistato un peso, e il mondo non sarebbe più tornato come era prima. Perché i parigini scesero in piazza per difendere (e affermare) i loro diritti? E perché la Rivoluzione imboccò poi una strada diversa e sanguinaria, dimenticando le proprie ragioni originarie? Gli storici non concordano ancora sulle risposte. Ma qualche punto fermo è condiviso ormai da tutti

La presa della Bastiglia

Il fatto in sé fu di scarsissimo conto. Il 14 luglio 1789 la folla parigina affamata (e incoraggiata dagli avvenimenti delle settimane precedenti) dette l'assalto a una vecchia prigione ormai in disarmo: la Bastiglia. In quel momento ospitava soltanto sette detenuti. «La presa della Bastiglia», ha scritto André Maurois, storico insigne, «è uno di quegli avvenimenti storici dei quali non è facile, e non sarebbe nemmeno giusto, parlare obiettivamente. Per comprenderne la parte nella storia della Francia, bisogna pensare a ciò che era dal punto di vista simbolico. L'effetto della sua caduta fu prodigioso, poiché di colpo il popolo si rese conto della propria forza». Quel giorno il re di Francia Luigi XVI era impegnato in una partita di caccia. Il mattino dopo il duca di Liancourt lo svegliò per metterlo al corrente degli avvenimenti. «È una rivolta?», domandò Sua Maestà. «No, sire», replicò l'aristocratico: «è una rivoluzione». Luigi Salvatorelli, illustre storico italiano del secolo scorso, sostiene che la rivoluzione, «anziché una demolizione improvvisata e inconcludente, fu l'atto "ostetrico" che trasse alla luce un nuovo mondo dalla gestazione secolare», ponendo «fondamenta politiche, sociali, morali, su cui vive ancora il mondo d'oggi, e senza le quali ancora oggi non è possibile costruire un futuro che valga la pena di vivere». Le ostetriche aiutano i bimbi a nascere, ma senza di loro i bimbi nascono ugualmente. Cioè: la presa della Bastiglia fu l'atto simbolico di una svolta epocale che si sarebbe comunque verificata.



Parigi, 14 luglio 1789


Un'esecuzione con la ghigliottina

Che cosa accadde realmente in quel fatidico giorno di 215 anni fa? Un giovane avvocato privo di clienti, Camille Desmoulins, salito in piedi su una sedia, davanti al Palazzo Reale, mostrando una coccarda tricolore che si era fatto con !». Claude-Joseph Rouget de Lisle (il Goffredo Mameli francese) tre anni dopo avrebbe ripreso quell'appello nel refrain della Marsigliese: «Aux armes, Citoyens! Formez vos bataillons! / Marchons, marchons! / Qu'un sang impur abreuve nos sillons!» (Alle armi, Cittadini! Formate i vostri battaglioni! / Marciamo, marciamo! / Che un sangue impuro irrighi i nostri campi!).

La folla accolse l'invitouna foglia di ippocastano, gridò: «Alle armi. Saccheggiò le botteghe degli armaioli, gli arsenali, l'Hotel des Invalides, e si diresse verso la Bastiglia, simbolo dell'arbitrio e dell'assolutismo anche per il suo aspetto fisico (un forte medioevale, tetro e imponente, con le mura massicce e i ponti levatoi).

Albert Mathiez, il più autorevole storico della Rivoluzione, raccontò così quella giornata. «Il 14 luglio gli elettori che avevano costituito nel Municipio, insieme alla vecchia amministrazione, un Comitato permanente, mandarono a chiedere a parecchie riprese al governatore della Bastiglia di consegnare le armi alla milizia rivoluzionaria e di ritirare i cannoni che guarnivano le torri della fortezza. Un'ultima deputazione essendo stata ricevuta a fucilate, malgrado portasse la bandiera bianca dei parlamentari, incominciò l'assedio. Aiutati dagli artigiani del Faubourg Saint-Antoine (la strada che sbocca davanti al forte), i miliziani portarono su dei cannoni e li piazzarono contro il ponte levatoio per infrangere le porte. Dopo un combattimento assai vivace, durante il quale gli assedianti persero un centinaio di uomini, i veterani, che con qualche svizzero formavano la guarnigione, e non avevano mangiato per mancanza di viveri, obbligarono il governatore de Launay a capitolare. La folla si abbandonò a terribili rappresaglie: de Launay, che si sospettava avesse dato l'ordine di tirare sui parlamentari, e il preposto dei mercanti Flesselles, che aveva cercato di ingannare gli assedianti sull'esistenza dei depositi d'armi, furono massacrati in Piazza di Grève, e le loro teste portate in trionfo in cima a una picca. Pochi giorni dopo il consigliere di Stato Foullon, incaricato del rifornimento dell'armata sotto Parigi, e il suo genero, l'intendente Bertier, furono impiccati alla lanterna del Municipio».

L'ultimo appello dei condadati a morte

Francois-Noel Babeuf (che qualche anno più tardi avrebbe progettato in carcere con Filippo Buonarroti la fallita "congiura degli uguali"), testimone degli eccessi della folla, scrisse alla propria moglie: «I supplizi di ogni genere, lo squartamento, la tortura, la ruota, i roghi, le forche, i boia moltiplicati ovunque, ci hanno dato così feroci abitudini. I nostri governanti, invece di educarci, ci hanno reso barbari, perché essi stessi lo sono: raccolgono ora, e raccoglieranno, quello che hanno seminato».

Il giorno successivo il re si recò all'Assemblea per annunciare l'allontanamento delle truppe. I parigini proclamarono l'astronomo Jean-Sylvain Bailly sindaco di Parigi. Bailly s'era guadagnato la fama di eroe il 23 giugno, quando i deputati del Terzo Stato (ai quali si erano aggiunti 150 rappresentanti del clero) si erano riuniti nella sala della Pallacorda per chiedere la Costituzione. Avevano preso allora coscienza della loro forza e del loro potere contrattuale. Alla vigilia di tutti quegli avvenimenti tumultuosi - che stavano scardinando la fisionomia istituzionale e politica della Francia - l'abate Emmanuel-Joseph Sieyès («un prete inacidito, freddo e ragionatore», così lo descrive Maurois) aveva proposto gli interrogativi che riassumevano quel che accadeva: «Che cos'è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato fino ad oggi? Niente. Che cosa chiede di diventare? Qualche cosa». Bailly s'era guadagnato la fama di eroe perché era stato lui a convocare l'Assemblea nazionale alla Pallacorda, e perché aveva presieduto la riunione, in piedi su un tavolo.

L'altro eroe riconosciuto dal popolo era il marchese di Lafayette, un aristocratico schierato su posizioni democratiche. Lafayette fu nominato comandante della Guardia Nazionale. E, mentre l'arcivescovo di Parigi faceva cantare un Te Deum a Notre-Dame per la presa della Bastiglia e i picconi dei demolitori attaccavano la vecchia prigione, i nobili (molti nobili) cercavano di convincere il re a fuggire a Metz per ritornare alla testa di un esercito. Il monarca si rifiutò di seguire il consiglio, e il giorno successivo richiamò Jacques Necker, il direttore generale delle Finanze licenziato in precedenza: l'uomo che aveva tentato di intaccare i privilegi della nobiltà e del clero. Luigi accettò anche di avallare la rivolta, e si fece appuntare dal sindaco la coccarda tricolore. Non era più il re di Francia: era il re dei francesi, e doveva rispondere al popolo del proprio operato. La rivoluzione aveva vinto, quasi senza combattere.

CROLLO REPENTINO. Il duca di Dorset, ambasciatore d'Inghilterra a Parigi, scrisse alla sua corte: «Da questo momento noi possiamo considerare la Francia come un Paese libero, il re come un monarca a poteri limitati, e la nobiltà come eguagliata al resto della nazione».

Il giuramento della pallacorda

Come si spiega il crollo repentino del vecchio regime? La Francia era rimasta la stessa di due secoli prima, mentre il mondo era cambiato. La borghesia produttiva aveva conquistato un ruolo economico importante, senza alcun riconoscimento giuridico-istituzionale. I nobili stipati nel castello di Versailles come pesci in un acquario, parassiti della società, si ostinavano a nuotare nei loro privilegi. L'edificio era fradicio, e fu sufficiente un colpo leggero perché si trasformasse in macerie.

Di più: come hanno scritto quaranta anni fa due storici francesi (François Furet e Denis Richet: La Rivoluzione Francese), nel XVIII secolo appare una nuova forza politica: l'opinione pubblica. Raccolta ancora in un numero ristretto di persone (avvocati, magistrati, funzionari: la borghesia intellettuale), l'opinione pubblica incarna lo "spirito di riforma". Conosce le opere di Montesquieu e di Rousseau. Crede nella libertà, nell'uguaglianza, nella solidarietà. È il motto della Rivoluzione (Liberté, Egalité, Fraternité) che, tuttavia, fu coniato a posteriori, per riassumere il senso della svolta. «Nel tribunale della cultura borghese», scrivono Furet e Richet, «che dissacra l'Ancien Régime, la molteplicità delle accuse contro l'assurdità della vecchia società, l'irrazionalità delle religioni rivelate e il parassitismo dei signori è tanto più formidabile in quanto non si fonda più soltanto sulla dimostrazione del ragionevole e dell'auspicabile, ma è inoltre alimentata dalle forze più oscure del rifiuto e dell'umiliazione sociale: il privilegio nobiliare, rafforzato in tutti i campi dall'evoluzione del secolo, mobilita la collera borghese». La monarchia non si decide ad attuare le riforme che i tempi impongono, e allora la rivoluzione diviene ineluttabile.

Federico Chabod, uno dei più grandi storici italiani del Novecento, aggiunge un'altra considerazione a questo complesso quadro di motivazioni. A partire dalla Rivoluzione francese che si modifica il concetto di Nazione, che diventa Patria, «la nuova divinità del mondo moderno» («Amour, sacré de la patrie», recita la Marsigliese).

Restano da spiegare molti aspetti (e molte contraddizioni) della stagione rivoluzionaria che la Francia visse fra il 1789 e il 1794, fra la Bastiglia e il Terrore. Come mai un moto di popolo, teso a ottenere libertà, uguaglianza e - anche - solidarietà - si trasformò in una macelleria. «Fu la Rivoluzione francese», ha osservato Sergio Luzzatto, «che inaugurò la tragica epoca dell'omicidio seriale, impersonale, industriale». Oggi lo riconoscono tutti, persino i francesi. «Come Saturno, la Rivoluzione divorava i propri figli, uno dopo l'altro». Accadde qualcosa del genere anche nell'Unione Sovietica dopo la Rivoluzione d'Ottobre, nel secondo decennio del "Secolo breve". Ed è accaduto in molte altre occasioni recenti, che è superfluo elencare. Forse il terrore, e il terrorismo, sono ineluttabili quando si vuole estirpare un precedente regime, quale che sia la ragione del sommovimento.

Albert Laurens Fisher (nella sua Storia d'Europa, pubblicata nel 1935), scrisse che «la fede nella bontà sostanziale della natura umana, fondamento delle nuove teorie, fu fonte dei molti terribili disastri che, l'uno dopo l'altro, si abbatterono sulla Francia, ove non viveva un'accolita di angeli politici, ma un popolo a cui, più che a ogni altro forse, era necessaria, per il pieno svolgimento delle sue grandi doti, la mano ferma dell'autorità, e che fu invece abbandonato, per questa agevole e ottimistica teoria, alle proprie forze». Gli eccessi furono dunque una conseguenza inevitabile dei successi. E la storia dimostra che ogni mutamento di rotta comporta sacrifici di vite umane. Così accade, naturalmente, in tutte le guerre che ridisegnano la geopolitica, ma anche negli eventi apparentemente pacifici. Quando Colombo sbarcò sulle coste americane furono molti gli indigeni sacrificati al nuovo ordine.

LA FEDERAZIONE. Molti francesi, e quasi tutti i non francesi, sono convinti che il 14 luglio sia in Francia festa nazionale nel ricordo della presa della Bastiglia. Non è così. L'anno dopo, nella stessa data, nacque la Federazione. «Il signor de Lafayette», scrisse Madame de Staël, scrittrice e animatrice del più importante salotto letterario parigino dei primi anni dell'Ottocento, figlia di Jacques Necker (l'uomo che aveva tentato di rimettere in sesto le finanze dello Stato), «si accostò all'altare per giurare fedeltà alla nazione, alla legge e al re; il giuramento e l'uomo che lo pronunciava destarono un profondo senso di fiducia. Gli spettatori erano al colmo dell'esaltazione, il re e la libertà sembravano loro tutt'uno». Era ancora giovane, e felice, la Rivoluzione.

Quel clima di concordia nazionale sarebbe stato presto cancellato dalle lotte fra le varie fazioni rivoluzionarie: i giacobini, i montagnardi, i cordiglieri, i girondini. Nacque, allora, la politica come la intendiamo oggi: non più sottile arte diplomatica, riservata alle cancellerie e ai sovrani, ma battaglia quotidiana, sui singoli provvedimenti da adottare, nel confronto (e nella zuffa) fra idee diverse, e interessi contrastanti. E poi venne la degenerazione, forse inevitabile. Le teste che rotolavano nel paniere, una dopo l'altra. I difensori di Robespierre e della sua furia giustizialista spiegano che - fra i tanti calcoli elaborati durante il Terrore - ci fu anche quello dei soldi da redistribuire fra i sanculotti, i diseredati del Terzo Stato, quelli che non avevano neppure l'indispensabile per nutrirsi e vestirsi. Perché di ogni nobile accompagnato sul patibolo, venivano confiscati i beni, a vantaggio del "sottoproletariato". Il tutto garantito da un uomo "incorruttibile".

Spiegazioni, giustificazioni o alibi a posteriori? Pierre Gaxotte, accademico di Francia, nella sua Rivoluzione francese, pronuncia una condanna senza appello: «In dieci anni la Rivoluzione aveva fatto fallire tutti i calcoli e deluso tutte le speranze. Se ne attendeva un governo regolare e stabile, delle buone finanze, delle leggi sagge, la pace di fuori e la tranquillità all'interno. Si era avuta l'anarchia, la guerra, il comunismo, il Terrore, il fallimento, la fame e due o tre bancarotte. La dittatura napoleonica conciliò il bisogno di autorità e l'ideologia democratica. Fu un espediente di teorici ridotti agli estremi. I dottrinari del 1789 avevano voluto rigenerare l'umanità e ricostruire il mondo. Per sfuggire ai Borboni, i dottrinari del 1799 erano ridotti a far dedizione a una sciabola».

Il dibattito - come si vede - è apertissimo. Le citazioni di vari studiosi, tutti illustri, valgono proprio a testimoniare la disparità di vedute, di interpretazioni, e di umori, a oltre due secoli di distanza da quell'evento epocale che fu la Rivoluzione francese. Ma che fu un evento epocale non ci sono dubbi. E che la presa della Bastiglia ne sia il simbolo non lo si può mettere in discussione.

Benedetto Testa