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Pietre che cantano

Guidati da un suggestivo calendario del 2005, ci inerpichiamo tra pievi e castelli del Casentino, nell'alta valle dell'Arno, in un itinerario scandito dal trascorrere dei mesi e dalle trasformazioni della natura su queste rocce incantate

Ia Castello di Poppi, roccaforte dei Conti Guidi

Nel Casentino, fra storia e leggenda, fra verità e mistero, castelli, torri e pievi sopravvissuti al lento e impietoso scorrere del tempo - dal periodo romanico fino ai nostri giorni, testimoni dello sconfinato potere feudale ed ecclesiastico - sembrano parlare al solo mirarne le linee architettoniche, e raccontare, a chi si sofferma e si interroga affascinato e incuriosito da tanta maestosa bellezza, le storie degli uomini artefici della loro esistenza e attori delle vicende che hanno determinato la loro sorte di potere o di decadenza.

"Pietre che cantano", li ha definiti qualcuno. Un'espressione bene appropriata, se ci si fermasse ai soli massi, innocui, innocenti. Ma poi, quando ci si inoltrava dentro le mura, il suono più ricorrente non era quello delle voci bianche, bensì lo strepitìo delle armi e il grido dei prigionieri che venivano lasciati languire nell'angolo più buio della torre più remota.

"Pietre che cantano". Ma mestiere duro quello degli scalpellini, ricurvi sull'informe masso, restìo a lasciarsi plasmare. Mestiere antico quanto è antico l'uomo che si pose per primo il problema di una casa più stabile, di pietra appunto. Uomini senza volto, con il solo nome, non nominato, segnato su ogni pietra. Dalle loro mani callose massi erratici furono convertiti in ritratti scolpiti, in colonne, in pilastri, in torri, in chiostri, in cattedrali, in castelli, lentamente, cautamente: dall'informe alle forme, le più disparate, le più delicate, le più ammirate. "Pietre che cantano". Pietre che sciolgono il più duro dei sensi. Che si confondono con la bellezza e l'armonia del creato. Pietre che fanno trasognare.

Eccoci allora a riproporre - con questo viaggio ispirato da un singolare calendario, che nasce con l'intenzione di valorizzare la bellezza e l'integrità della vallata - le gesta di quel mondo lontano, in un percorso a ritroso dove ogni immagine evoca un frammento di storia, e dove i racconti che riportano le vicende di cavalieri e santi danno la sensazione che esse accadano nel momento stesso in cui si leggono.

La pieve di San Pietro, ai piedi di Castello di Romena

A guardia della valle (gennaio). Si erge maestosa sul colle contro il cielo terso, appena solcato da rare nubi, la roccaforte dei potenti emissari dell'impero, in tempi lontani ammirati e temuti, non rimpianti: i Conti Guidi, che su questo territorio hanno dominato per secoli, incontrastati. Le prime notizie scritte dell'esistenza del Castello di Poppi sono del 1191, mentre nel 1440 qui fu siglata la resa dell'ultimo dei Conti Guidi, Francesco, alla Repubblica Fiorentina. Gran parte delle opere che possiamo ancora oggi ammirare sono da attribuire a Simone Guidi, artefice della prima grande ristrutturazione, iniziata nel 1274, che innalzò al rango di residenza signorile il precedente fortilizio. Giace spettatrice ai piedi del castello una valle rigogliosa, rigata dal fiume sacro della Toscana, l'Arno, che come un serpentone attraversa campi e villaggi, finché non scompare nascosto tra alti pioppi e salici fluenti. Le mura merlate del grande monumento accolgono la ricca Biblioteca Rilliana, onore e vanto della Toscana periferica ma non marginale, e attorno al Salone delle Feste è la sede del Comune, dove si discutono e si decidono le sorti della vasta area che dal Castello di Fronzola raggiunge l'opposto versante dell'Appennino, a congiungere Romagna e Toscana.

Dialogo fraterno (giugno). Sta maestoso, abbarbicato alla roccia, il Santuario della Verna col convento sacro ai francescani e a tutto il mondo cristiano. Potesse esso parlare… Testimone unico delle esperienze mistiche, delle lacrime di compunzione, delle notti trascorse da Francesco all'addiaccio sul nudo giaciglio entro le fessure di una montagna sconnessa e confusa - sassi ammassati l'uno sull'altro -, risultato, secondo la tradizione religiosa popolare, del terremoto seguito all'ultimo respiro del Salvatore. Qui Francesco ricevette impresso sulle sue carni il sigillo che ha fatto del poverello di Assisi l'alter Christus, piagato nel corpo, sollevato nello spirito, vittima e altare dell'amore più grande. Alla Verna tutto dà gloria al creato e al suo autore, mentre i buoni frati che di Francesco tentano di seguire le orme, all'ora in cui le tenebre scesero sulla Terra, vanno ogni giorno in duplice fila preceduta dalla croce verso la Cappella delle Stimmate, per concludere là il loro primo canto pomeridiano. La Verna, oasi di pace per pellegrini stanchi dal lungo itinerare, rifugio sicuro per cercatori di Dio, occasione preziosa di recupero per credenti assuefatti al consueto. Oltre la roccia, indorata dalla luce riflessa della luna, Francesco ti chiama a "laudare con tutte le creature l'altissimo onnipotente bon Signore".

Lo scorrere del tempo. A simbolo di Bibbiena, la città che ha dato i natali ad un celebre letterato e mecenate di artisti, il cardinale Bernardo Dovizi, più noto proprio come cardinal Bibbiena, la quadrata Torre Tarlati. Si staglia luminosa nelle rigide notti invernali, appena sovrastata dalla fioca luce di una luna incompleta, la torre, e d'ogni lato lascia filtrare il suono del suo orologio. Bibbiena si eleva sulla collina ridente, circondata da un arco di monti verdeggianti e boschivi, a metà strada tra la città di Arezzo e il Passo della Consuma. Raggiunse anche Bibbiena, posta sulla traiettoria fra il sacro monte della Verna e Raggiolo, il riflesso del "raggio" di luce che illuminò il paesello della Val Teggina nella notte profonda, quando il Santo di Assisi, nascosto tra gli anfratti della montagna, ricevette sulle sue carni il sigillo - rarissimo - delle stimmate del crocifisso immortale.

Cieli di cotone sulla chiesa (marzo). Una Pieve intitolata a San Pietro, principe degli Apostoli, a Pratovecchio, nell'Alto Casentino. Non l'unica, ma la prima in ordine di tempo. Fu costruita a tre navate nell'anno 1152 da un certo prete Alberico. Le sue pietre, tanto calde nel loro grigio chiarore quanto fragili al contatto con il mutar del tempo, esposte come sono al sole cocente dell'estate e alle tempeste di pioggia il resto dell'anno, stanno, compatte. Alla pieve scendevano i castellani del superiore fortilizio di Romena a liberare lo spirito dalle tensioni. Uomini avvezzi alle armi più che al pacifico vivere, concesso per costruire ponti anziché alzare barricate. L'immagine della facciata, che si erge verso il cielo azzurro appena solcato da nubi leggere, tradisce un rifacimento tra fine Seicento e inizio Settecento, che ben poco ha a che fare con le bozze originali, che dovevano rendere questa pieve la più bella e più armonica di tutto il territorio.

Scrutando il cielo (luglio). Ancora un castello nella valle, chiusa da una corona di monti boscosi, ultimo avamposto dei Conti Guidi sulle prime rampe del Monte Falterona, a Stia, lassù dove "per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia" (Dante, Purgatorio). Il Castello di Porciano, modello unico di torre-palazzo, si può considerare come una delle prime sedi nel Casentino della potente famiglia: di esso si fa riferimento in uno scritto del 1017 come residenza del Conte Guido di Teudegrimo, fondatore del ramo dei Conti Guidi da Porciano e seguace di Federico II di Svevia. Circondata da verdi prati, merlata, la possente Torre ospita oggi, oltre la famiglia Goretti, che ne detiene la proprietà e ne cura la conservazione, un piccolo ma ben attrezzato museo, che raccoglie manufatti d'uso agricolo e domestico e attrezzi per il lavoro nei campi della cultura contadina nel Casentino del XVIII e XIX secolo.

Dall'alto del fortilizio (settembre). Presso Pratovecchio, sopra il colle, un altro avamposto dei Conti Guidi, che potevano giustamente vantare di avere in mano le sorti di tutto il Casentino. I resti robusti del Castello di Romena stanno là a testimoniarne i tempi gloriosi. Munito di 14 torri con tre cerchia di mura, inespugnabile, irraggiungibile, che solo il corrosivo volger del tempo e qualche imprevisto sussulto tellurico avevano quasi raso al suolo. Gli abitanti del luogo hanno fatto il resto, utilizzando il castello come cava di pietre per i loro fabbricati rurali: quanto successe in altro contesto al Colosseo romano, dove "ciò che non fecero i Barbari fecero i Barberini". Quel che rimane è comunque sufficiente a richiamare alla memoria le imprese degli antichi abitatori. Il complesso attuale - tre torri, il cassero, il ponte levatoio, parte delle cerchia di mura - è tale da colpire l'occhio del visitatore interessato a conoscere quella Toscana più nascosta ma non meno nobile. Dovuta è la gratitudine per i Conti Goretti de' Flamini, che da oltre due secoli non hanno risparmiato fatiche e pecunia per conservarlo come oggi l'ammiriamo.

Pietra Infuocata (ottobre). Notizie dell'esistenza del potente e turrito Castello di Romena si hanno a partire dal 1008; nel 1217, alla morte del Conte Guido Guerra, il patrimonio dei Guidi fu spartito fra i suoi figli e il castello toccò ad Aghinolfo, che da qui originò il ramo noto come dei "Conti Guidi da Romena". La signoria dei Conti terminò nel 1357, quando il Castello fu venduto al Comune di Firenze: in questo periodo entro le sue mura e protetta da esse nasceva la prima zecca clandestina, capace di aprire una ferita al fianco della potente economia della Repubblica Fiorentina. Promotore Mastro Adamo, detto il falsario, condannato al rogo per la sua colpa e non sfuggito alla severa penna del divin poeta, che così lo ricorda nel quart'ultimo canto dell'Inferno: "Ivi è Romena, là dov'io falsai la lega suggellata del Batista; perch'io il corpo sù arso lasciai".

Andrea Barghi e Ugo Fossa