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Nel Casentino, fra storia e
leggenda, fra verità e mistero, castelli, torri e pievi
sopravvissuti al lento e impietoso scorrere del tempo - dal periodo
romanico fino ai nostri giorni, testimoni dello sconfinato potere
feudale ed ecclesiastico - sembrano parlare al solo mirarne le
linee architettoniche, e raccontare, a chi si sofferma e si
interroga affascinato e incuriosito da tanta maestosa bellezza, le
storie degli uomini artefici della loro esistenza e attori delle
vicende che hanno determinato la loro sorte di potere o di
decadenza.
"Pietre che cantano", li ha definiti
qualcuno. Un'espressione bene appropriata, se ci si fermasse ai
soli massi, innocui, innocenti. Ma poi, quando ci si inoltrava
dentro le mura, il suono più ricorrente non era quello delle voci
bianche, bensì lo strepitìo delle armi e il grido dei prigionieri
che venivano lasciati languire nell'angolo più buio della torre più
remota.
"Pietre che cantano". Ma mestiere
duro quello degli scalpellini, ricurvi sull'informe masso, restìo a
lasciarsi plasmare. Mestiere antico quanto è antico l'uomo che si
pose per primo il problema di una casa più stabile, di pietra
appunto. Uomini senza volto, con il solo nome, non nominato,
segnato su ogni pietra. Dalle loro mani callose massi erratici
furono convertiti in ritratti scolpiti, in colonne, in pilastri, in
torri, in chiostri, in cattedrali, in castelli, lentamente,
cautamente: dall'informe alle forme, le più disparate, le più
delicate, le più ammirate. "Pietre che cantano". Pietre che
sciolgono il più duro dei sensi. Che si confondono con la bellezza
e l'armonia del creato. Pietre che fanno trasognare.
Eccoci allora a riproporre - con
questo viaggio ispirato da un singolare calendario, che nasce con
l'intenzione di valorizzare la bellezza e l'integrità della vallata
- le gesta di quel mondo lontano, in un percorso a ritroso dove
ogni immagine evoca un frammento di storia, e dove i racconti che
riportano le vicende di cavalieri e santi danno la sensazione che
esse accadano nel momento stesso in cui si leggono.

A guardia della valle (gennaio). Si erge
maestosa sul colle contro il cielo terso, appena solcato da rare
nubi, la roccaforte dei potenti emissari dell'impero, in tempi
lontani ammirati e temuti, non rimpianti: i Conti Guidi, che su
questo territorio hanno dominato per secoli, incontrastati. Le
prime notizie scritte dell'esistenza del Castello di
Poppi sono del 1191, mentre nel 1440 qui fu siglata la
resa dell'ultimo dei Conti Guidi, Francesco, alla Repubblica
Fiorentina. Gran parte delle opere che possiamo ancora oggi
ammirare sono da attribuire a Simone Guidi, artefice della prima
grande ristrutturazione, iniziata nel 1274, che innalzò al rango di
residenza signorile il precedente fortilizio. Giace spettatrice ai
piedi del castello una valle rigogliosa, rigata dal fiume sacro
della Toscana, l'Arno, che come un serpentone attraversa campi e
villaggi, finché non scompare nascosto tra alti pioppi e salici
fluenti. Le mura merlate del grande monumento accolgono la ricca
Biblioteca Rilliana, onore e vanto della Toscana periferica ma non
marginale, e attorno al Salone delle Feste è la sede del Comune,
dove si discutono e si decidono le sorti della vasta area che dal
Castello di Fronzola raggiunge l'opposto versante dell'Appennino, a
congiungere Romagna e Toscana.
Dialogo fraterno (giugno).
Sta maestoso, abbarbicato alla roccia, il Santuario della
Verna col convento sacro ai francescani e a tutto il mondo
cristiano. Potesse esso parlare… Testimone unico delle esperienze
mistiche, delle lacrime di compunzione, delle notti trascorse da
Francesco all'addiaccio sul nudo giaciglio entro le fessure di una
montagna sconnessa e confusa - sassi ammassati l'uno sull'altro -,
risultato, secondo la tradizione religiosa popolare, del terremoto
seguito all'ultimo respiro del Salvatore. Qui Francesco ricevette
impresso sulle sue carni il sigillo che ha fatto del poverello di
Assisi l'alter Christus, piagato nel corpo, sollevato nello
spirito, vittima e altare dell'amore più grande. Alla Verna tutto
dà gloria al creato e al suo autore, mentre i buoni frati che di
Francesco tentano di seguire le orme, all'ora in cui le tenebre
scesero sulla Terra, vanno ogni giorno in duplice fila preceduta
dalla croce verso la Cappella delle Stimmate, per concludere là il
loro primo canto pomeridiano. La Verna, oasi di pace per pellegrini
stanchi dal lungo itinerare, rifugio sicuro per cercatori di Dio,
occasione preziosa di recupero per credenti assuefatti al consueto.
Oltre la roccia, indorata dalla luce riflessa della luna, Francesco
ti chiama a "laudare con tutte le creature l'altissimo onnipotente
bon Signore".
Lo scorrere del tempo. A
simbolo di Bibbiena, la città che ha dato i natali ad un celebre
letterato e mecenate di artisti, il cardinale Bernardo Dovizi, più
noto proprio come cardinal Bibbiena, la quadrata Torre
Tarlati. Si staglia luminosa nelle rigide notti invernali,
appena sovrastata dalla fioca luce di una luna incompleta, la
torre, e d'ogni lato lascia filtrare il suono del suo orologio.
Bibbiena si eleva sulla collina ridente, circondata da un arco di
monti verdeggianti e boschivi, a metà strada tra la città di Arezzo
e il Passo della Consuma. Raggiunse anche Bibbiena, posta sulla
traiettoria fra il sacro monte della Verna e Raggiolo, il riflesso
del "raggio" di luce che illuminò il paesello della Val Teggina
nella notte profonda, quando il Santo di Assisi, nascosto tra gli
anfratti della montagna, ricevette sulle sue carni il sigillo -
rarissimo - delle stimmate del crocifisso immortale.
Cieli di cotone sulla chiesa
(marzo). Una Pieve intitolata a San Pietro,
principe degli Apostoli, a Pratovecchio, nell'Alto Casentino. Non
l'unica, ma la prima in ordine di tempo. Fu costruita a tre navate
nell'anno 1152 da un certo prete Alberico. Le sue pietre, tanto
calde nel loro grigio chiarore quanto fragili al contatto con il
mutar del tempo, esposte come sono al sole cocente dell'estate e
alle tempeste di pioggia il resto dell'anno, stanno, compatte. Alla
pieve scendevano i castellani del superiore fortilizio di Romena a
liberare lo spirito dalle tensioni. Uomini avvezzi alle armi più
che al pacifico vivere, concesso per costruire ponti anziché alzare
barricate. L'immagine della facciata, che si erge verso il cielo
azzurro appena solcato da nubi leggere, tradisce un rifacimento tra
fine Seicento e inizio Settecento, che ben poco ha a che fare con
le bozze originali, che dovevano rendere questa pieve la più bella
e più armonica di tutto il territorio.
Scrutando il cielo (luglio).
Ancora un castello nella valle, chiusa da una corona di monti
boscosi, ultimo avamposto dei Conti Guidi sulle prime rampe del
Monte Falterona, a Stia, lassù dove "per mezza Toscana si spazia un
fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia"
(Dante, Purgatorio). Il Castello di Porciano, modello unico
di torre-palazzo, si può considerare come una delle prime sedi nel
Casentino della potente famiglia: di esso si fa riferimento in uno
scritto del 1017 come residenza del Conte Guido di Teudegrimo,
fondatore del ramo dei Conti Guidi da Porciano e seguace di
Federico II di Svevia. Circondata da verdi prati, merlata, la
possente Torre ospita oggi, oltre la famiglia Goretti, che ne
detiene la proprietà e ne cura la conservazione, un piccolo ma ben
attrezzato museo, che raccoglie manufatti d'uso agricolo e
domestico e attrezzi per il lavoro nei campi della cultura
contadina nel Casentino del XVIII e XIX secolo.
Dall'alto del fortilizio
(settembre). Presso Pratovecchio, sopra il colle, un altro
avamposto dei Conti Guidi, che potevano giustamente vantare di
avere in mano le sorti di tutto il Casentino. I resti robusti del
Castello di Romena stanno là a testimoniarne i tempi
gloriosi. Munito di 14 torri con tre cerchia di mura,
inespugnabile, irraggiungibile, che solo il corrosivo volger del
tempo e qualche imprevisto sussulto tellurico avevano quasi raso al
suolo. Gli abitanti del luogo hanno fatto il resto, utilizzando il
castello come cava di pietre per i loro fabbricati rurali: quanto
successe in altro contesto al Colosseo romano, dove "ciò che non
fecero i Barbari fecero i Barberini". Quel che rimane è comunque
sufficiente a richiamare alla memoria le imprese degli antichi
abitatori. Il complesso attuale - tre torri, il cassero, il ponte
levatoio, parte delle cerchia di mura - è tale da colpire l'occhio
del visitatore interessato a conoscere quella Toscana più nascosta
ma non meno nobile. Dovuta è la gratitudine per i Conti Goretti de'
Flamini, che da oltre due secoli non hanno risparmiato fatiche e
pecunia per conservarlo come oggi l'ammiriamo.
Pietra Infuocata (ottobre).
Notizie dell'esistenza del potente e turrito Castello di
Romena si hanno a partire dal 1008; nel 1217, alla morte del
Conte Guido Guerra, il patrimonio dei Guidi fu spartito fra i suoi
figli e il castello toccò ad Aghinolfo, che da qui originò il ramo
noto come dei "Conti Guidi da Romena". La signoria dei Conti
terminò nel 1357, quando il Castello fu venduto al Comune di
Firenze: in questo periodo entro le sue mura e protetta da esse
nasceva la prima zecca clandestina, capace di aprire una ferita al
fianco della potente economia della Repubblica Fiorentina.
Promotore Mastro Adamo, detto il falsario, condannato al rogo per
la sua colpa e non sfuggito alla severa penna del divin poeta, che
così lo ricorda nel quart'ultimo canto dell'Inferno: "Ivi è Romena,
là dov'io falsai la lega suggellata del Batista; perch'io il corpo
sù arso lasciai". |