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Da
qualche tempo, un nuovo fenomeno sociale e culturale si sta
diffondendo, facendo parlare molto di sé. Gli analisti, per
definirlo, hanno usato un termine molto semplice: "media
attivismo". Non altrettanto chiari a tutti però sono i contenuti di
questa realtà. Gli elementi più evidenti sono senz'altro la portata
globale della nuova pratica comunicativa - che induce a ritenere
che ci troviamo in prossimità di una svolta importante per l'intero
sistema mediale e anche per il nostro modo di concepire
l'informazione e la comunicazione - ma anche le differenti
tipologie di relazione: dai rapporti tra individui, a quelli tra
popoli, istituzioni, Stati.
La metafora più ovvia per
comprendere questa tendenza - che come spesso si verifica attiene
all'uso delle nuove tecnologie - è ancora una volta quella della
rete: una rete complessa, costituita da sistemi informativi,
campagne medianiche, giornalisti, scrittori. Una rete capillare e
aperta, dalla quale si entra e si esce liberamente, in cui si ha la
possibilità di interagire, discutere, dialogare, nel tentativo di
superare la comunicazione "da uno a molti", in vantaggio di un
flusso comunicativo che va "da molti a molti".
Un'evidenza generale è sotto gli
occhi di tutti: la nostra società cambia con grande rapidità. Fino
a qualche anno fa si poteva ancora parlare di "società
dell'informazione", di un mondo in cui il possesso di questa
risorsa rappresentava la principale ricchezza di individui, popoli
e comunità, e i flussi delle notizie erano al centro di un acceso
dibattito intorno alla autenticità, all'obiettività,
all'indipendenza e alla deontologia dei professionisti del
settore.
Ma oggi ci troviamo in presenza di
scenari socioculturali profondamente mutati: in quella che molti
studiosi definiscono "società della comunicazione", i fenomeni
comunicativi sono diventati il nostro "habitat naturale",
allentando i confini tra naturale e artificiale; la natura di noi
contemporanei è necessariamente "artificiale". In effetti, l'essere
umano è l'unico essere vivente non dotato di un ambiente destinato
a lui. Per conquistare un proprio posto sul pianeta, gli individui
hanno dovuto, fin dai primordi, combattere contro la natura ostile,
addomesticandola anche attraverso l'uso di tecnologie capaci di
piegare le forze naturali: dalle pietre trasformate in lance fino
alle raffinate tecnologie che, oggi, ci consentono di ampliare le
nostre capacità percettive e adattative, come delle vere e proprie
protesi del corpo umano.
Bene, in questo tipo di
organizzazione sociale non ci si limita più a reclamare
un'informazione "vera"; l'obiettivo che ci si pone è diventato
molto più ambizioso: cominciano, infatti, a moltiplicarsi i
soggetti che intendono riappropriarsi dei media in quanto mezzi di
produzione e non solo di rappresentazione.
Il concetto è espresso
sinteticamente e con arguzia da J. P. Barlow quando afferma:
«L'informazione non assomiglia alle merci fisiche. Se io ho un
tostapane e te lo vendo, io non ce l'ho più. Solo tu puoi fare dei
toast. Io, no. Ma se io ho un'idea e te la vendo, ce l'ho ancora. E
non solo questa non perde valore per me, ma si può pensare che
acquisti valore per tutti e due». Altrettanto chiaramente è stato
messo in evidenza da una frase di Marshall McLuhan, il padre della
comunicazione moderna: «La Terza guerra mondiale sarà un conflitto
dell'informazione, senza distinzioni tra la partecipazione militare
e civile».
La semplice possibilità di accedere
alle risorse informative non è più considerata una garanzia di
cittadinanza, mentre una nuova idea di rappresentanza civile inizia
a farsi strada; in questa concezione rientra in primo luogo la
possibilità di gestire in prima persona i contenuti e le modalità
della comunicazione.
Ormai, in teoria, ciascuno di noi,
in possesso delle opportune competenze, ha la possibilità di
produrre materiale da mandare in onda. Grazie ad un set tecnologico
poco ingombrante e poco costoso, è addirittura in grado di creare
una copertura mediatica per eventi che i media generalisti non
possono riprendere. Le grandi emittenti hanno, infatti, la
necessità di occuparsi di situazioni di importanza globale,
trovandosi, per questioni di tempo e risorse, a dover trascurare
eventi più marginali e periferici. La tendenza verso una
comunicazione indipendente ha iniziato a svilupparsi in parallelo
ad una crescente personalizzazione dei media a basso costo,
all'affermazione di Internet, alla volontà di sperimentare forme di
contaminazione tra le due tecnologie più importanti: il video e la
Rete.
Oltre alla diffusione di strumenti
di comunicazione personale - che vanno dal personal computer ai
telefoni cellulari, alle videocamere - la digitalizzazione e la
convergenza multimediale stanno favorendo un processo che vede una
sempre maggiore convergenza di diversi media: possiamo ascoltare la
radio o vedere fiction e documentari direttamente dalla Rete,
trasportare sul web le foto realizzate con il cellulare e stamparle
e molto altro. Pertanto, le pratiche di utilizzo di questi mezzi di
comunicazione personale - cellulari, videocamere e computer - non
fanno che alimentare una crescente consapevolezza di potere fare
informazione senza doverla delegare ad altri.
Il "media attivismo" non è un
fenomeno nato dal nulla. Dall'inizio del secolo scorso, infatti, la
massiccia e repentina esplosione dei media ha prodotto due
atteggiamenti differenti: se da un lato questi sono stati
considerati uno strumento per la propaganda e la massificazione
delle coscienze, dall'altro ogni innovazione tecnologica ha fatto
sperare i più ottimisti nella realizzazione di un'utopia della
comunicazione, principale veicolo di democratizzazione della
società. Negli ultimi anni, poi, l'avvento del Web e l'idea di una
comunicazione "trasparente", in grado mettere in contatto tutti con
tutti, ha alimentato ulteriormente questo genere di utopie, capaci
di tenere testa, nei fatti, agli scenari apocalittici prospettati
dalle distopie di Orwell e Huxley.
Nelle idee professate dai
mediattivisti si avverte spesso la stessa carica di utopia,
un'incondizionata e perfino ingenua fiducia nelle capacità
liberatorie della Rete, unico strumento in grado di mettere in
crisi i media tradizionali e la loro tendenza a produrre
omologazione e conformismo. Anche l'esperienza dei weblog - i siti
personali: una sorta di "moderni diari" - rientra in questo
progetto di costruzione di comunità in Rete, luoghi dove si creano
inedite forme di partecipazione, e di condivisione delle proprie
esperienze. Il blog, in sostanza, si configura come una forma di
estensione dell'identità nella Rete, un modo per esprimere le
proprie idee liberamente e dialogare con una comunità di amici e
conoscenti.
Adottando una metafora evolutiva,
potremmo dire che su un versante spaziotemporale si troverebbero
dunque, come grandi dinosauri, anche se per ora affatto destinati
ad estinguersi, i media generalisti, con le loro vaste audience;
sul versante opposto, nuovi organismi "unicellulari, pronti a
riprodursi": una moltitudine di mediattivisti, videomakers,
"cronisti per caso", pronti a registrare, con attrezzature
artigianali, eventi meno raccontati.
Tra i fenomeni più interessanti del
nuovo attivismo mediale troviamo senz'altro la "televisione fai da
te". Grazie alle tecnologie digitali, infatti, è ormai possibile
realizzare filmati personali, montandoli e traducendoli in formati
adatti alla Rete. È sufficiente saper usare una videocamera, un
computer con scheda video e una connessione a Internet, e il gioco
è fatto!
Dal giugno scorso, usando questi
mezzi, è nata a Bologna Orfeo tv, a cui si sono aggiunte molte
altre tv di quartiere, capaci di entrare in funzione con un costo
di appena mille euro, ma il cui segnale può essere ricevuto solo
entro trecento metri. Una tv-quartiere, una tv-bar, una
tv-condominio, che per trasmettere ha bisogno di poche risorse: una
frequenza libera, che si può trovare senza creare disturbo ad altre
emittenti, un trasmettitore, un'antenna e cavi per connettere
trasmettitore e antenna.
È difficile dire quanti siano oggi i
"media attivisti", in Italia e nel resto del mondo; alcuni studiosi
sostengono che sarebbero già alcune centinaia nel nostro Paese e
alcune migliaia in Europa e in America. Probabilmente, mentre
questi numeri sono destinati a crescere, si prospetta il problema
di riuscire a operare una distinzione tra eventi realmente accaduti
e informazioni trasferite sulla Rete, ma del resto le pratiche
giornalistiche e l'utilizzo del Web, in alternativa o in aggiunta
alle classiche agenzie di stampa, aveva già creato una difficoltà
di controllo delle fonti, soprattutto per i canali all-news, quelli
destinati a trasmettere ventiquattr'ore su ventiquattro.
Per ora non resta che stare a
guardare o, per i più intraprendenti, provare a
"fare". |