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Goffredo Mameli - l'autore del Canto
degli Italiani, il nostro Inno nazionale - morì fra le braccia di
una donna. Era il 6 luglio 1849. Un mese prima era stato ferito a
una gamba mentre dava l'assalto alla Villa Corsini sul Gianicolo
(dove erano asserragliati i francesi). Ricoverato nell'ospedale
della Trinità dei Pellegrini, le sue condizioni erano peggiorate
progressivamente. Spirò l'8 luglio, assistito da una nobildonna
lombarda, Cristina Trivulzio Belgioioso, accorsa nella città per
partecipare alla difesa della Repubblica Romana. In grado anche di
usare le armi (un anno prima aveva combattuto al fianco dei
milanesi, nella rivolta contro gli austriaci, al comando di
duecento volontari da lei stessa arruolati), Cristina aveva
organizzato dodici ospedali nella città, per accogliere e curare i
feriti, e aveva messo insieme il primo corpo di infermiere
volontarie della storia. Le sue donne salvarono moltissime vite
umane nei mesi della resistenza ai francesi, per difendere la
Repubblica di Mazzini e Garibaldi. Per questo motivo si trovò al
capezzale di Mameli, nel momento supremo. Quell'immagine, se fosse
stata immortalata da un pittore, avrebbe potuto riassumere i valori
del Risorgimento: la morte di un eroe, l'assistenza pietosa di una
donna. Trent'anni più tardi (quando morì Cristina), un altro
protagonista del Risorgimento, Carlo Cattaneo, non esitò a
definirla «la prima donna d'Italia!».

Un volto femminile per concludere
questa galleria dedicata agli Eroi d'Italia. Dopo Garibaldi, dopo
Balilla e Francesco Ferrucci, dopo Giovanni da Procida e Scipione
l'Africano, dopo Masaniello e Pietro Micca, dopo Alberto da
Giussano ed Enrico Toti, era doveroso riservare un ritratto a una
donna. Nell'Ottocento si conquistarono fama di eroismo Anita
Garibaldi (ma non era italiana), Eleonora Fonseca Pimentel e
Giuditta Tavani Arquati (ma gli intrecci politici e ideologici del
tempo rendono ancora discusse le loro figure). Cristina Belgioioso
fu dimenticata e rimossa per un lungo periodo (perché era troppo
diversa e spregiudicata per quei tempi), ma la storiografia più
recente non nutre più dubbi sul ruolo da lei svolto nel
Risorgimento. Si può aspirare al titolo di eroe (o di eroina) anche
senza rischiare quotidianamente la pelle combattendo con le armi in
pugno, mostrando però una dedizione coerente agli atti patriottici,
sacrificando (come fece Cristina) un ruolo sociale, le ricchezze,
la vita comoda, per offrire un contributo importante alla causa
nazionale. «Ebbe il coraggio e l'ardire di un uomo», scrisse di lei
Giovanni Spadolini (dedicandole un medaglione in un libro su Gli
uomini che fecero l'Italia), «senza mai smentire la sua natura di
donna».
ANTICIPAVA I TEMPI.
Aristocratica, intellettuale, femminista ante litteram, animata da
una passione civile autentica, patriota per vocazione e
convincimento, preoccupata del benessere di chi la circondava
(soprattutto gli umili), coraggiosa e irrequieta, dotata di
indiscutibili qualità manageriali (in un'epoca nella quale le donne
svolgevano ruoli subalterni), colta e raffinata, amica di artisti e
governanti, nemica (per tutta la vita) dell'oppressore austriaco,
ricca di talento e passione, Cristina Belgioioso subì critiche dure
perché anticipava i tempi e provocava scandalo.

Beth Archer Brombert - nella più
completa biografia di Cristina, pubblicata una trentina di anni fa
- ricordando che uno storico italiano (Alessandro Luzio, in
un'opera del 1924) liquidò la Belgioioso definendola «impulsiva,
avida di sensazioni violente e di contrasti romantici, bramosa di
notorietà e di apparizioni teatrali», si pose la domanda riguardo
ai motivi che avevano spinto la storiografia a ignorare (o
demonizzare) questa protagonista dell'Ottocento. E rispose: «Senza
dubbio perché una donna di tale indipendenza e di tale talento in
campi considerati riserva privata degli uomini, risultava
ripugnante a un mondo maschile. Il solo modo di tenere testa a una
creatura del genere era di diffarmarla e alla fine liquidarla come
malata, anormale, fraudolenta, indegna di nota».
Era malata, Cristina. Ma questo
accresce (anziché diminuire) i suoi meriti. La sua salute era
fragile, e soffriva di attacchi epilettici. Ma non esitava a
buttarsi nella mischia, quando le circostanze lo richiedevano. Pur
disponendo dei mezzi necessari per godersi una vita comoda, era
continuamente in giro, braccata dalla polizia e dalle spie
dell'Impero austriaco. Forte di carattere, fisicamente debole,
tanto per riassumere.

La sua - raccontava ancora Spadolini
- «fu una vita rocambolesca, degna di un romanzo di Dumas». Era
figlia di un aristocratico molto rispettato, Gerolamo Trivulzio,
discendente diretto di Gian Giacomo, uno dei grandi condottieri
rinascimentali, che aveva prestato servizio per Ludovico il Moro,
per gli Aragona e per i re di Francia. Nel Settecento Alessandro
Teodoro Trivulzio (che fu anche ministro della Guerra in Francia) e
suo fratello Carlo avevano fondato la Biblioteca Trivulziana di
Milano. Gerolamo morì quando Cristina aveva appena quattro anni. La
madre, Vittoria Gherardini, sposò in seconde nozze Alessandro
Visconti d'Aragona, che ispirò alla figliastra la passione per le
idee liberali. Appena sedicenne, Cristina sposò il principe Emilio
Barbiano di Belgioioso, infatuato anche lui per gli stessi ideali.
Emilio era un bell'uomo, corteggiatissimo dalle donne del bel mondo
milanese. Liberale, ma anche libertino, Emilio non fu mai fedele
alla sua giovanissima moglie, della quale aveva apprezzato la
bellezza e le virtù, ma anche il patrimonio (essendo lui ridotto
quasi alla miseria).
Il matrimonio durò pochissimo. Lei -
intanto - era già finita sotto l'occhio degli zelanti agenti
austriaci, sia per le idee (che non nascondeva) che per le
abitudini di vita, eccessivamente disinvolte per la morale corrente
dell'epoca. Dopo aver aderito alla Giovine Italia (l'organizzazione
di Giuseppe Mazzini) fu costretta a riparare all'estero. Dopo aver
sostato a Genova, e poi in Svizzera, riparò a Parigi proprio mentre
Luigi Filippo d'Orlèans veniva incoronato re. Inizialmente Cristina
fu costretta a condurre un'esistenza grama, a causa del sequestro
totale dei suoi beni deciso dalle autorità austriache. Per
sopravvivere, dipingeva bicchieri e ventagli. Fino a quando conobbe
Adolphe Thiers, un politico liberale che di lì a poco sarebbe stato
nominato ministro dell'Interno, il quale rimase affascinato da
quella donna intelligente e piena di temperamento. La invitò a
parlare alla Camera dei deputati - dove lei pronunciò un vibrante
discorso per invocare aiuto per i patrioti italiani - e la
introdusse nei salotti parigini che contavano, presentandola
persino alla regina.
Quando il governo austriaco revocò
la confisca dei beni, Cristina si trasferì in un villino al centro
di Parigi dove aprì un salotto di grande successo, frequentato da
molti intellettuali italiani (Tommaseo, Gioberti, Vincenzo Bellini,
Gioacchino Rossini) e moltissimi francesi (Alfred de Musset, Victor
Hugo, Alexandre Dumas, Honoré de Balzac, i pittori Delacroix e
Gérard). Spesso si esibivano al pianoforte Fryderyck Chopin e Franz
Liszt (con il quale Cristina ebbe una relazione). In quel salotto
fecero la loro comparsa anche il conte di Cavour (non ancora
statista), Pellegrino Rossi (che molti anni più tardi sarebbe stato
assassinato, poco dopo essere stato nominato primo ministro nello
Stato della Chiesa) e il pittore Francesco Hayez che le dedicò un
celeberrimo ritratto. Anche lei dipingeva, e ritraeva molti dei
suoi ospiti. Con uno, più assiduo degli altri (lo storico François
Mignet) ebbe anche una figlia, la cui paternità - per non creare
ulteriori scandali - fu attribuita a Emilio Belgioioso.

INIZIATIVE SOCIALI. Fu un decennio memorabile
quello fra il 1830 e il 1840. Cristina era una protagonista
assoluta della vita mondana parigina. Si tirò addosso per questo
(allora e poi) molte critiche puritane. Come se non si potessero
utilizzare i salotti anche per cospirare, come se l'elenco dei suoi
amici potesse diminuire (e non accrescere) la sua figura. Lei
utilizzava quell'ambiente anche per far conoscere il destino dei
compatrioti impegnati a combattere i regimi assolutistici che
opprimevano l'Italia. Finanziò la rivolta di Modena, che si
concluse drammaticamente con l'impiccagione di Ciro Menotti;
mantenne i contatti con i carbonari e i liberali. Rientrò a Milano
nel 1840, per rifugiarsi nella proprietà della famiglia, a Locate,
dove fece costruire nuove abitazioni per la povera gente, un asilo
e una scuola per i bambini. Nei salotti milanesi (più ottusi di
quelli parigini) era giudicata una pericolosa sovversiva, da tenere
alla larga. Tornò a Parigi. E si dedicò anima e corpo ad altre
iniziative importanti. Fondò un giornale (e fu la prima donna a
dirigerne uno), la Gazzetta italiana (che poi cambiò testata e
divenne L'Ausonio), pubblicò un saggio anonimo sulla formazione del
dogma cattolico, tradusse in francese le opere di Giovanbattista
Vico. Nel 1848 passò dalle teorie alla pratica. Era a Napoli quando
i milanesi si ribellarono agli austriaci. Organizzò a proprie spese
un corpo di 200 volontari e si precipitò a Milano a combattere.
Anche nel capoluogo lombardo fondò due giornali (Il crociato e La
croce di Savoia) per patrocinare la fusione con il Piemonte.
Quando seppe che a Roma era stata
costituita la Repubblica (nel febbraio 1849) si tuffò - con
l'entusiasmo di sempre - nella nuova avventura. Divenne, in
brevissimo tempo, la responsabile di tutta l'assistenza ai feriti.
Lanciò appelli a tutte le donne italiane perché accorressero ad
aiutarla. Quando Roma capitolò, i francesi (dando prova di
deplorevole cinismo) distrussero tutti gli ospedali. Cristina fu
costretta di nuovo a riparare all'estero, dove avrebbe speso la
maggior parte degli anni che le rimasero da vivere. Continuando a
battersi per l'indipendenza italiana e per gli ideali ai quali
rimase sempre fedele.
Prima della Nightingale
Quando rientrò in Inghilterra, al termine della guerra di Crimea,
Florence Nightingale fu accolta come un'eroina. Quando la
Repubblica Romana s'arrese ai francesi, i vincitori distrussero gli
ospedali che Cristina Belgioioso aveva organizzato e resi
efficienti nelle poche settimane della resistenza armata. Un
destino profondamente diverso, che spiega la fama di cui gode
tuttora la gentildonna inglese, e l'oblio che ha coperto per
decenni i meriti della nobildonna lombarda. Le due ebbero anche un
destino comune. Nel 1853 - mentre Florence otteneva il primo
incarico ufficiale, come direttrice della Casa per gentildonne
ammalate di Londra - Cristina trovava rifugio in una bella casa
sulla costa albanese, a Scutari. Qualche anno dopo, a Scutari, la
Nightingale fondò un ospedale modello.
La Nightingale considerava
l'assistenza una vocazione, ma aveva anche una preparazione
professionale: aveva studiato anatomia, ed aveva idee precise su
come andava gestito un ospedale. Nel 1854 il ministro della Guerra,
Sidney Herbert, la spedì ad assistere i feriti nella guerra di
Crimea, trattati in modo spaventoso: negli ospedali al fronte
mancavano persino le bende, la sporcizia era inverosimile, il cibo
malsano e insufficiente, le corsie erano infestate dai topi. Un
cronista raccontò che nel cortile si ammucchiavano gli arti
amputati ai feriti, che i chirurghi scaraventavano fuori dalle
finestre. Il rischio di epidemie era spaventoso. Florence dimostrò
doti manageriali fuori del comune: in pochissimo tempo l'ospedale
divenne pulito ed efficiente. Lei non si risparmiava: organizzava
la logistica, dava il suo contributo in sala operatoria, era
affettuosa con tutti i ricoverati.
Cristina adottò criteri analoghi,
con qualche anno di anticipo. «Precorse l'opera di Florence
Nightingale, dimostrando, nella storia dell'assistenza ai militari
feriti, di essere la prima quando, protagonista della difesa di
Roma nel 1848, ebbe da Mazzini l'incarico di occuparsi degli
ospedali di Roma», ha scritto Arrigo Petacco, autore di una
biografia di Cristina (La principessa del Nord): «Organizzò e rese
efficienti ben dodici ospedali in Roma. Cacciò i vecchi infermieri,
uomini rozzi, malviventi. Chiamò a raccolta le donne di Roma e ne
scelse 300. Tra di esse furono la marchesa Constabili, la contessa
Antonini, Giulia, la moglie dell'attore Modena, la giornalista
americana Margaret Fuller, inviata speciale di alcuni giornali
americani. Cristina si recò per le vie di Roma a raccogliere
indumenti per i feriti. La popolazione l'accolse con grande
simpatia e l'aiutò con donazioni di lenzuola, materassi, coperte al
grido di "Viva la Repubblica"».
La Belgioioso si occupò anche del
sostentamento dei malati e chiese insistentemente al Triumvirato di
continuare a pagare il soldo ai militari feriti. Le sue critiche e
i suoi consigli al governo provvisorio furono tali che Mazzini la
definì «un vero tormento». Requisì i conventi di clausura per il
ricovero dei militari feriti e fu un esempio per tutti per
l'entusiasmo che metteva nel suo lavoro.
Un giorno scrisse a una sua amica:
«Per quanto sia grande la vostra immaginazione, non vi
raffigurerete mai la realtà dolorosa della mia vita durante i
bombardamenti di Roma... Potevo addormentarmi, sapendo di non
ritrovare vivi, al mio risveglio, tutti coloro che con voce flebile
la sera mi avevano augurato una notte tranquilla? Potevo prevedere
quante mani avevano stretto la mia per l'ultima volta? Quanti
lenzuoli rovesciati sul guanciale mi avrebbero annunciato alla
vista del mattino, un martire in più?». Fu un'eroina, come la
Nightingale.
Femminista,
molto prima
Nel primo numero della Nuova Antologia - la prestigiosa rivista
culturale nata a Firenze nel 1866 - accanto alle firme di Gino
Capponi, Terenzio Mamiani, Francesco D'Arcais, Domenico Comparetti,
Atto Vannucci, comparve quella di Cristina Belgioioso, in coda a un
lungo articolo sulla «presente condizione delle donne e del loro
avvenire».
Una specie di manifesto del
"protofemminismo", fu definito da alcuni storici. Spadolini trattò
l'argomento con maggiore cautela, riconoscendo tuttavia che si era
trattato di «un sasso in uno stagno». E osservò: «Non una esagitata
rivendicazione femminista, ma la consapevole necessità di
superamento di antichi, atavici pregiudizi, che relegano la donna
alle sole cure domestiche e della famiglia, impedendone ogni
dignità culturale, ogni sviluppo intellettuale, ogni
responsabilità, ogni diritto».
Nel suo scritto, Cristina
argomentava che «rimasta per tanti secoli senza cultura
intellettuale, scevra da ogni responsabilità negli affari sì
pubblici come famigliari», la donna si era adattata a tale
condizione, e non ambiva «una eguaglianza che le avrebbe imposto
doveri faticosi e gravi». Si trattava dunque, agli albori della
nuova Italia, di mutare le convinzioni radicate, in modo graduale,
attraverso una paziente opera di educazione, rimuovendo gli
ostacoli che «nella presente condizione si oppongono a qualsiasi
svolgimento delle loro potenze intellettuali». Il momento appariva
opportuno per questo processo di rinnovamento. Il nuovo Stato
unitario «non teme di separarsi dalle cose passate», è sensibile ai
temi del rinnovamento sociale, per stare al passo con l'evoluzione
degli altri Paesi europei.
CONTRO I PREGIUDIZI. Si
trattava, in buona sostanza, di superare i pregiudizi, contro i
quali era stata costretta a combattere in prima persona. Da
ragazza, Cristina aveva «studiato come un uomo», dalla filosofia
alla storia, dalle lingue straniere all'algebra, senza trascurare
la lettura dei classici e le opere degli illuministi. Si raccontava
che, appena sposata (aveva soltanto sedici anni), scandalizzò la
suocera, che le proponeva di leggere il Candido di Voltaire,
rispondendole: «L'ho già letto». Il saggio di Cristina si
concludeva con questo auspicio: «Vogliano le donne felici ed
onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai
dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella
vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro
apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse
appena sognata felicità».
Il saggio fece scalpore. Sarebbero
passati ancora trent'anni prima che le donne - in alcuni Paesi -
prendessero coscienza della loro condizione e scendessero in piazza
per ottenere il diritto di voto. Sarebbero passati quasi cent'anni
perché lo ottenessero in Italia. Cristina precorreva i tempi, anche
troppo. In un altro saggio aveva scritto: «Non dobbiamo mai
dimenticare l'ardua e doppia impresa del nostro secolo, consistente
nel distruggere e fecondare nello stesso tempo, non dobbiamo
dimenticare che scopo finale del nostro destino sulla terra non è
l'incivilimento, ma l'amore sociale, la fratellanza degli uomini,
il trionfo della verità e del bene assoluto». Negli anni precedenti
aveva abbracciato le idee rivoluzionarie di Charles Fourier,
l'economista e filosofo francese, che aveva ideato un sistema
sociale utopico fondato su comunità produttive (i falansteri) nelle
quali era garantita una retribuzione equilibrata del capitale, del
lavoro e del "talento". Un precursore anche lui, un anticipatore
del marxismo. E Cristina non si era limitata a teorizzare queste
"novità". A Locate aveva dato le case ai contadini, e aveva
garantito l'istruzione dei loro figli. Nel 1869 diffuse un opuscolo
(Gli affittaiuoli della Bassa Lombardia) nel quale accusò i
fittavoli di sfruttare i lavoratori della terra. Un'accusa inaudita
per quei tempi. E a Roma, nel 1849, per garantire l'assistenza e la
cura dei feriti, non esitò ad arruolare fra le sue infermiere molte
prostitute.
IGNORANZA E PIGRIZIA. Dopo le
delusioni patite in Italia - fra il 1848 e il 1849 - viaggiò a
lungo in Oriente. Visitò la Siria, il Libano, la Palestina,
soggiornò a lungo in Turchia. A quei tempi si favoleggiava molto
riguardo all'Oriente esotico, fastoso ed opulento. Cristina smontò
quell'immagine idilliaca descrivendo - in una serie di articoli -
le miserie di una società nella quale mancavano gli affetti
familiari, nella quale la sporcizia regnava ovunque, nella quale le
donne erano abbandonate all'ignoranza, alla pigrizia, alla
stupidità.
«Cristina», ha scritto Beth Archer
Brombert, «fu una donna originale in un'epoca in cui soltanto le
eroine della finzione letteraria avevano il diritto di esserlo. Il
suo grande errore non fu tanto quello di aver "cacciato di frodo
nelle riserve degli uomini", ma piuttosto quello di averli
defraudati; non volle attenersi al destino di un'eroina della
letteratura. Se fosse stata piena di foga nei suoi amori, come lo
era nelle sue cause, forse sarebbe stata perdonata per la sua
originalità, invece di essere schernita. Evidentemente, era
consapevole del prezzo che avrebbe dovuto pagare. Parlando di
un'altra donna, che era stata messa in ridicolo per essere stata
poco convenzionale, si espresse così: "Se qualcuno ha tracciato per
voi il suo ritratto, temo si sia trattato di una caricatura. È così
che il mondo tratta le donne il cui carattere non è stato
cancellato dall'educazione ricevuta, mentre negli uomini, al
contrario, l'originalità è considerata un merito"». Aveva la vista
lunga.
Adesso, a centotrent'anni dalla sua
morte, è possibile giudicare serenamente la figura di questa donna
gracile e fragile, impulsiva e razionale, passionale e razionale,
che entrava spesso sulla scena sbagliando i tempi e i modi, ma che
svolse un ruolo non piccolo e nient'affatto marginale nel
Risorgimento italiano. |