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Eroi d'Italia - 10 - Cristina Belgioioso

La galleria dedicata agli "Eroi d'Italia" si conclude con un ritratto femminile: una donna coraggiosa e impetuosa che svolse un ruolo importante nel Risorgimento italiano. Esule a Parigi, sensibilizzò l'opinione pubblica (e soprattutto gli intellettuali e gli artisti che frequentavano il suo salotto) sulla drammatica situazione italiana e sulla lotta disperata dei patrioti. Poi rientrò in Italia: partecipò, armi in pugno, al comando di duecento volontari da lei stessa arruolati, alle Cinque Giornate di Milano; organizzò e diresse l'assistenza ai feriti durante la Repubblica Romana. Pubblicò e diresse giornali che diffondevano le idee risorgimentali. In un paese lombardo costruì case e scuole per il popolo. Fu anche un'anticipatrice del femminismo: in un saggio pubblicato nel 1866 descrisse la condizione delle donne e propose obiettivi e soluzioni, trent'anni prima che le suffragette infiammassero l'"altra metà del cielo", invocando parità di diritti con l'universo maschile. Dedicò tutta la sua vita - che fu affascinante e avventurosa - a combattere contro i soprusi e contro i pregiudizi

Cristina Belgioioso.

Goffredo Mameli - l'autore del Canto degli Italiani, il nostro Inno nazionale - morì fra le braccia di una donna. Era il 6 luglio 1849. Un mese prima era stato ferito a una gamba mentre dava l'assalto alla Villa Corsini sul Gianicolo (dove erano asserragliati i francesi). Ricoverato nell'ospedale della Trinità dei Pellegrini, le sue condizioni erano peggiorate progressivamente. Spirò l'8 luglio, assistito da una nobildonna lombarda, Cristina Trivulzio Belgioioso, accorsa nella città per partecipare alla difesa della Repubblica Romana. In grado anche di usare le armi (un anno prima aveva combattuto al fianco dei milanesi, nella rivolta contro gli austriaci, al comando di duecento volontari da lei stessa arruolati), Cristina aveva organizzato dodici ospedali nella città, per accogliere e curare i feriti, e aveva messo insieme il primo corpo di infermiere volontarie della storia. Le sue donne salvarono moltissime vite umane nei mesi della resistenza ai francesi, per difendere la Repubblica di Mazzini e Garibaldi. Per questo motivo si trovò al capezzale di Mameli, nel momento supremo. Quell'immagine, se fosse stata immortalata da un pittore, avrebbe potuto riassumere i valori del Risorgimento: la morte di un eroe, l'assistenza pietosa di una donna. Trent'anni più tardi (quando morì Cristina), un altro protagonista del Risorgimento, Carlo Cattaneo, non esitò a definirla «la prima donna d'Italia!».

Stanley, Boulevard des Capucines (Parigi, Museo Carnavalet).

Un volto femminile per concludere questa galleria dedicata agli Eroi d'Italia. Dopo Garibaldi, dopo Balilla e Francesco Ferrucci, dopo Giovanni da Procida e Scipione l'Africano, dopo Masaniello e Pietro Micca, dopo Alberto da Giussano ed Enrico Toti, era doveroso riservare un ritratto a una donna. Nell'Ottocento si conquistarono fama di eroismo Anita Garibaldi (ma non era italiana), Eleonora Fonseca Pimentel e Giuditta Tavani Arquati (ma gli intrecci politici e ideologici del tempo rendono ancora discusse le loro figure). Cristina Belgioioso fu dimenticata e rimossa per un lungo periodo (perché era troppo diversa e spregiudicata per quei tempi), ma la storiografia più recente non nutre più dubbi sul ruolo da lei svolto nel Risorgimento. Si può aspirare al titolo di eroe (o di eroina) anche senza rischiare quotidianamente la pelle combattendo con le armi in pugno, mostrando però una dedizione coerente agli atti patriottici, sacrificando (come fece Cristina) un ruolo sociale, le ricchezze, la vita comoda, per offrire un contributo importante alla causa nazionale. «Ebbe il coraggio e l'ardire di un uomo», scrisse di lei Giovanni Spadolini (dedicandole un medaglione in un libro su Gli uomini che fecero l'Italia), «senza mai smentire la sua natura di donna».

ANTICIPAVA I TEMPI. Aristocratica, intellettuale, femminista ante litteram, animata da una passione civile autentica, patriota per vocazione e convincimento, preoccupata del benessere di chi la circondava (soprattutto gli umili), coraggiosa e irrequieta, dotata di indiscutibili qualità manageriali (in un'epoca nella quale le donne svolgevano ruoli subalterni), colta e raffinata, amica di artisti e governanti, nemica (per tutta la vita) dell'oppressore austriaco, ricca di talento e passione, Cristina Belgioioso subì critiche dure perché anticipava i tempi e provocava scandalo.

Eugene Delacroix, La Libertà guida il popolo sulle barricate, 1830 (Parigi, Museo del Louvre).

Beth Archer Brombert - nella più completa biografia di Cristina, pubblicata una trentina di anni fa - ricordando che uno storico italiano (Alessandro Luzio, in un'opera del 1924) liquidò la Belgioioso definendola «impulsiva, avida di sensazioni violente e di contrasti romantici, bramosa di notorietà e di apparizioni teatrali», si pose la domanda riguardo ai motivi che avevano spinto la storiografia a ignorare (o demonizzare) questa protagonista dell'Ottocento. E rispose: «Senza dubbio perché una donna di tale indipendenza e di tale talento in campi considerati riserva privata degli uomini, risultava ripugnante a un mondo maschile. Il solo modo di tenere testa a una creatura del genere era di diffarmarla e alla fine liquidarla come malata, anormale, fraudolenta, indegna di nota».

Era malata, Cristina. Ma questo accresce (anziché diminuire) i suoi meriti. La sua salute era fragile, e soffriva di attacchi epilettici. Ma non esitava a buttarsi nella mischia, quando le circostanze lo richiedevano. Pur disponendo dei mezzi necessari per godersi una vita comoda, era continuamente in giro, braccata dalla polizia e dalle spie dell'Impero austriaco. Forte di carattere, fisicamente debole, tanto per riassumere.

La partenza di Cristina Belgioioso da Napoli nel 1848.

La sua - raccontava ancora Spadolini - «fu una vita rocambolesca, degna di un romanzo di Dumas». Era figlia di un aristocratico molto rispettato, Gerolamo Trivulzio, discendente diretto di Gian Giacomo, uno dei grandi condottieri rinascimentali, che aveva prestato servizio per Ludovico il Moro, per gli Aragona e per i re di Francia. Nel Settecento Alessandro Teodoro Trivulzio (che fu anche ministro della Guerra in Francia) e suo fratello Carlo avevano fondato la Biblioteca Trivulziana di Milano. Gerolamo morì quando Cristina aveva appena quattro anni. La madre, Vittoria Gherardini, sposò in seconde nozze Alessandro Visconti d'Aragona, che ispirò alla figliastra la passione per le idee liberali. Appena sedicenne, Cristina sposò il principe Emilio Barbiano di Belgioioso, infatuato anche lui per gli stessi ideali. Emilio era un bell'uomo, corteggiatissimo dalle donne del bel mondo milanese. Liberale, ma anche libertino, Emilio non fu mai fedele alla sua giovanissima moglie, della quale aveva apprezzato la bellezza e le virtù, ma anche il patrimonio (essendo lui ridotto quasi alla miseria).

Il matrimonio durò pochissimo. Lei - intanto - era già finita sotto l'occhio degli zelanti agenti austriaci, sia per le idee (che non nascondeva) che per le abitudini di vita, eccessivamente disinvolte per la morale corrente dell'epoca. Dopo aver aderito alla Giovine Italia (l'organizzazione di Giuseppe Mazzini) fu costretta a riparare all'estero. Dopo aver sostato a Genova, e poi in Svizzera, riparò a Parigi proprio mentre Luigi Filippo d'Orlèans veniva incoronato re. Inizialmente Cristina fu costretta a condurre un'esistenza grama, a causa del sequestro totale dei suoi beni deciso dalle autorità austriache. Per sopravvivere, dipingeva bicchieri e ventagli. Fino a quando conobbe Adolphe Thiers, un politico liberale che di lì a poco sarebbe stato nominato ministro dell'Interno, il quale rimase affascinato da quella donna intelligente e piena di temperamento. La invitò a parlare alla Camera dei deputati - dove lei pronunciò un vibrante discorso per invocare aiuto per i patrioti italiani - e la introdusse nei salotti parigini che contavano, presentandola persino alla regina.

Quando il governo austriaco revocò la confisca dei beni, Cristina si trasferì in un villino al centro di Parigi dove aprì un salotto di grande successo, frequentato da molti intellettuali italiani (Tommaseo, Gioberti, Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini) e moltissimi francesi (Alfred de Musset, Victor Hugo, Alexandre Dumas, Honoré de Balzac, i pittori Delacroix e Gérard). Spesso si esibivano al pianoforte Fryderyck Chopin e Franz Liszt (con il quale Cristina ebbe una relazione). In quel salotto fecero la loro comparsa anche il conte di Cavour (non ancora statista), Pellegrino Rossi (che molti anni più tardi sarebbe stato assassinato, poco dopo essere stato nominato primo ministro nello Stato della Chiesa) e il pittore Francesco Hayez che le dedicò un celeberrimo ritratto. Anche lei dipingeva, e ritraeva molti dei suoi ospiti. Con uno, più assiduo degli altri (lo storico François Mignet) ebbe anche una figlia, la cui paternità - per non creare ulteriori scandali - fu attribuita a Emilio Belgioioso.

La proclamazione della Repubblica Romana (Milano , Civica raccolta delle stampe Bertarelli).

INIZIATIVE SOCIALI. Fu un decennio memorabile quello fra il 1830 e il 1840. Cristina era una protagonista assoluta della vita mondana parigina. Si tirò addosso per questo (allora e poi) molte critiche puritane. Come se non si potessero utilizzare i salotti anche per cospirare, come se l'elenco dei suoi amici potesse diminuire (e non accrescere) la sua figura. Lei utilizzava quell'ambiente anche per far conoscere il destino dei compatrioti impegnati a combattere i regimi assolutistici che opprimevano l'Italia. Finanziò la rivolta di Modena, che si concluse drammaticamente con l'impiccagione di Ciro Menotti; mantenne i contatti con i carbonari e i liberali. Rientrò a Milano nel 1840, per rifugiarsi nella proprietà della famiglia, a Locate, dove fece costruire nuove abitazioni per la povera gente, un asilo e una scuola per i bambini. Nei salotti milanesi (più ottusi di quelli parigini) era giudicata una pericolosa sovversiva, da tenere alla larga. Tornò a Parigi. E si dedicò anima e corpo ad altre iniziative importanti. Fondò un giornale (e fu la prima donna a dirigerne uno), la Gazzetta italiana (che poi cambiò testata e divenne L'Ausonio), pubblicò un saggio anonimo sulla formazione del dogma cattolico, tradusse in francese le opere di Giovanbattista Vico. Nel 1848 passò dalle teorie alla pratica. Era a Napoli quando i milanesi si ribellarono agli austriaci. Organizzò a proprie spese un corpo di 200 volontari e si precipitò a Milano a combattere. Anche nel capoluogo lombardo fondò due giornali (Il crociato e La croce di Savoia) per patrocinare la fusione con il Piemonte.

Quando seppe che a Roma era stata costituita la Repubblica (nel febbraio 1849) si tuffò - con l'entusiasmo di sempre - nella nuova avventura. Divenne, in brevissimo tempo, la responsabile di tutta l'assistenza ai feriti. Lanciò appelli a tutte le donne italiane perché accorressero ad aiutarla. Quando Roma capitolò, i francesi (dando prova di deplorevole cinismo) distrussero tutti gli ospedali. Cristina fu costretta di nuovo a riparare all'estero, dove avrebbe speso la maggior parte degli anni che le rimasero da vivere. Continuando a battersi per l'indipendenza italiana e per gli ideali ai quali rimase sempre fedele.

Prima della Nightingale



Quando rientrò in Inghilterra, al termine della guerra di Crimea, Florence Nightingale fu accolta come un'eroina. Quando la Repubblica Romana s'arrese ai francesi, i vincitori distrussero gli ospedali che Cristina Belgioioso aveva organizzato e resi efficienti nelle poche settimane della resistenza armata. Un destino profondamente diverso, che spiega la fama di cui gode tuttora la gentildonna inglese, e l'oblio che ha coperto per decenni i meriti della nobildonna lombarda. Le due ebbero anche un destino comune. Nel 1853 - mentre Florence otteneva il primo incarico ufficiale, come direttrice della Casa per gentildonne ammalate di Londra - Cristina trovava rifugio in una bella casa sulla costa albanese, a Scutari. Qualche anno dopo, a Scutari, la Nightingale fondò un ospedale modello.

La Nightingale considerava l'assistenza una vocazione, ma aveva anche una preparazione professionale: aveva studiato anatomia, ed aveva idee precise su come andava gestito un ospedale. Nel 1854 il ministro della Guerra, Sidney Herbert, la spedì ad assistere i feriti nella guerra di Crimea, trattati in modo spaventoso: negli ospedali al fronte mancavano persino le bende, la sporcizia era inverosimile, il cibo malsano e insufficiente, le corsie erano infestate dai topi. Un cronista raccontò che nel cortile si ammucchiavano gli arti amputati ai feriti, che i chirurghi scaraventavano fuori dalle finestre. Il rischio di epidemie era spaventoso. Florence dimostrò doti manageriali fuori del comune: in pochissimo tempo l'ospedale divenne pulito ed efficiente. Lei non si risparmiava: organizzava la logistica, dava il suo contributo in sala operatoria, era affettuosa con tutti i ricoverati.

Cristina adottò criteri analoghi, con qualche anno di anticipo. «Precorse l'opera di Florence Nightingale, dimostrando, nella storia dell'assistenza ai militari feriti, di essere la prima quando, protagonista della difesa di Roma nel 1848, ebbe da Mazzini l'incarico di occuparsi degli ospedali di Roma», ha scritto Arrigo Petacco, autore di una biografia di Cristina (La principessa del Nord): «Organizzò e rese efficienti ben dodici ospedali in Roma. Cacciò i vecchi infermieri, uomini rozzi, malviventi. Chiamò a raccolta le donne di Roma e ne scelse 300. Tra di esse furono la marchesa Constabili, la contessa Antonini, Giulia, la moglie dell'attore Modena, la giornalista americana Margaret Fuller, inviata speciale di alcuni giornali americani. Cristina si recò per le vie di Roma a raccogliere indumenti per i feriti. La popolazione l'accolse con grande simpatia e l'aiutò con donazioni di lenzuola, materassi, coperte al grido di "Viva la Repubblica"».

La Belgioioso si occupò anche del sostentamento dei malati e chiese insistentemente al Triumvirato di continuare a pagare il soldo ai militari feriti. Le sue critiche e i suoi consigli al governo provvisorio furono tali che Mazzini la definì «un vero tormento». Requisì i conventi di clausura per il ricovero dei militari feriti e fu un esempio per tutti per l'entusiasmo che metteva nel suo lavoro.

Un giorno scrisse a una sua amica: «Per quanto sia grande la vostra immaginazione, non vi raffigurerete mai la realtà dolorosa della mia vita durante i bombardamenti di Roma... Potevo addormentarmi, sapendo di non ritrovare vivi, al mio risveglio, tutti coloro che con voce flebile la sera mi avevano augurato una notte tranquilla? Potevo prevedere quante mani avevano stretto la mia per l'ultima volta? Quanti lenzuoli rovesciati sul guanciale mi avrebbero annunciato alla vista del mattino, un martire in più?». Fu un'eroina, come la Nightingale.

Femminista, molto prima




Nel primo numero della Nuova Antologia - la prestigiosa rivista culturale nata a Firenze nel 1866 - accanto alle firme di Gino Capponi, Terenzio Mamiani, Francesco D'Arcais, Domenico Comparetti, Atto Vannucci, comparve quella di Cristina Belgioioso, in coda a un lungo articolo sulla «presente condizione delle donne e del loro avvenire».

Una specie di manifesto del "protofemminismo", fu definito da alcuni storici. Spadolini trattò l'argomento con maggiore cautela, riconoscendo tuttavia che si era trattato di «un sasso in uno stagno». E osservò: «Non una esagitata rivendicazione femminista, ma la consapevole necessità di superamento di antichi, atavici pregiudizi, che relegano la donna alle sole cure domestiche e della famiglia, impedendone ogni dignità culturale, ogni sviluppo intellettuale, ogni responsabilità, ogni diritto».

Nel suo scritto, Cristina argomentava che «rimasta per tanti secoli senza cultura intellettuale, scevra da ogni responsabilità negli affari sì pubblici come famigliari», la donna si era adattata a tale condizione, e non ambiva «una eguaglianza che le avrebbe imposto doveri faticosi e gravi». Si trattava dunque, agli albori della nuova Italia, di mutare le convinzioni radicate, in modo graduale, attraverso una paziente opera di educazione, rimuovendo gli ostacoli che «nella presente condizione si oppongono a qualsiasi svolgimento delle loro potenze intellettuali». Il momento appariva opportuno per questo processo di rinnovamento. Il nuovo Stato unitario «non teme di separarsi dalle cose passate», è sensibile ai temi del rinnovamento sociale, per stare al passo con l'evoluzione degli altri Paesi europei.

CONTRO I PREGIUDIZI. Si trattava, in buona sostanza, di superare i pregiudizi, contro i quali era stata costretta a combattere in prima persona. Da ragazza, Cristina aveva «studiato come un uomo», dalla filosofia alla storia, dalle lingue straniere all'algebra, senza trascurare la lettura dei classici e le opere degli illuministi. Si raccontava che, appena sposata (aveva soltanto sedici anni), scandalizzò la suocera, che le proponeva di leggere il Candido di Voltaire, rispondendole: «L'ho già letto». Il saggio di Cristina si concludeva con questo auspicio: «Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità».

Il saggio fece scalpore. Sarebbero passati ancora trent'anni prima che le donne - in alcuni Paesi - prendessero coscienza della loro condizione e scendessero in piazza per ottenere il diritto di voto. Sarebbero passati quasi cent'anni perché lo ottenessero in Italia. Cristina precorreva i tempi, anche troppo. In un altro saggio aveva scritto: «Non dobbiamo mai dimenticare l'ardua e doppia impresa del nostro secolo, consistente nel distruggere e fecondare nello stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che scopo finale del nostro destino sulla terra non è l'incivilimento, ma l'amore sociale, la fratellanza degli uomini, il trionfo della verità e del bene assoluto». Negli anni precedenti aveva abbracciato le idee rivoluzionarie di Charles Fourier, l'economista e filosofo francese, che aveva ideato un sistema sociale utopico fondato su comunità produttive (i falansteri) nelle quali era garantita una retribuzione equilibrata del capitale, del lavoro e del "talento". Un precursore anche lui, un anticipatore del marxismo. E Cristina non si era limitata a teorizzare queste "novità". A Locate aveva dato le case ai contadini, e aveva garantito l'istruzione dei loro figli. Nel 1869 diffuse un opuscolo (Gli affittaiuoli della Bassa Lombardia) nel quale accusò i fittavoli di sfruttare i lavoratori della terra. Un'accusa inaudita per quei tempi. E a Roma, nel 1849, per garantire l'assistenza e la cura dei feriti, non esitò ad arruolare fra le sue infermiere molte prostitute.

IGNORANZA E PIGRIZIA. Dopo le delusioni patite in Italia - fra il 1848 e il 1849 - viaggiò a lungo in Oriente. Visitò la Siria, il Libano, la Palestina, soggiornò a lungo in Turchia. A quei tempi si favoleggiava molto riguardo all'Oriente esotico, fastoso ed opulento. Cristina smontò quell'immagine idilliaca descrivendo - in una serie di articoli - le miserie di una società nella quale mancavano gli affetti familiari, nella quale la sporcizia regnava ovunque, nella quale le donne erano abbandonate all'ignoranza, alla pigrizia, alla stupidità.

«Cristina», ha scritto Beth Archer Brombert, «fu una donna originale in un'epoca in cui soltanto le eroine della finzione letteraria avevano il diritto di esserlo. Il suo grande errore non fu tanto quello di aver "cacciato di frodo nelle riserve degli uomini", ma piuttosto quello di averli defraudati; non volle attenersi al destino di un'eroina della letteratura. Se fosse stata piena di foga nei suoi amori, come lo era nelle sue cause, forse sarebbe stata perdonata per la sua originalità, invece di essere schernita. Evidentemente, era consapevole del prezzo che avrebbe dovuto pagare. Parlando di un'altra donna, che era stata messa in ridicolo per essere stata poco convenzionale, si espresse così: "Se qualcuno ha tracciato per voi il suo ritratto, temo si sia trattato di una caricatura. È così che il mondo tratta le donne il cui carattere non è stato cancellato dall'educazione ricevuta, mentre negli uomini, al contrario, l'originalità è considerata un merito"». Aveva la vista lunga.

Adesso, a centotrent'anni dalla sua morte, è possibile giudicare serenamente la figura di questa donna gracile e fragile, impulsiva e razionale, passionale e razionale, che entrava spesso sulla scena sbagliando i tempi e i modi, ma che svolse un ruolo non piccolo e nient'affatto marginale nel Risorgimento italiano.

Filippo Malatesta