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Per gli sposi scelte diverse

Chi interpreta il nuovo rito del matrimonio come un cambiamento, sbaglia. Si tratta in realtà di una revisione, per adattare le vecchie formule ad una situazione che si evolve

Chi pensa ad una innovazione, erra. Chi dice che si è voluto ricorrere a modernismi di maniera, sbaglia. Chi lo interpreta come un cambiamento, ragiona male. La parola giusta è: adattamento.

Sposi di oggi.

Di che cosa stiamo parlando? Del nuovo rito religioso per celebrare il matrimonio tra cattolici. Con la recente revisione si è voluto, infatti, adattare le vecchie formule alla situazione pastorale italiana, dove gli sposi non presentano tutti le medesime condizioni di fede: vi sono coloro che hanno alle spalle un significativo cammino religioso, i non praticanti che scelgono di sposarsi in chiesa e anche i battezzati che si uniscono con chi non ha ricevuto tale Sacramento.

Per queste diverse tipologie il nuovo rito introduce delle innovazioni davvero sostanziali. Intanto, il cambio di verbo: io accolgo te - anziché prendo te - come mia sposa (o sposo). Tale modifica non è soltanto una variazione lessicale: "prendere" rappresenta il possesso, un'unione sponsale dove entrambi sembrano quasi catturare una preda e la fanno propria, concetto che può apparire individualista. "Accogliere" ha altri significati: è sinonimo di ricevere il dono che Dio fa ai coniugi di essersi incontrati, del poter vivere tutta la vita insieme; accoglienza quale connotazione di unità, un aprirsi completamente all'altro per fondersi e diventare davvero una sola persona nell'amore e nel rispetto reciproco.

Sposi del passato.

È questo ciò che qualifica l'adattamento e la traduzione italiana della seconda edizione latina del rito del matrimonio, varata recentemente dalla Cei (Conferenza Episcopale Italiana) e presentata dal Segretario generale dei vescovi, monsignor Giuseppe Betori.

Il religioso ha specificato che il testo - che è entrato in regime nella prima domenica di Avvento (lo scorso 28 novembre) - verrà stampato inizialmente in una "versione da combattimento", in quanto la Cei è ancora in attesa della recognitio, cioè del decreto della Congregazione per il culto sui nuovi Lezionari.

Gli fa eco monsignor Giuseppe Butani, Direttore liturgico nazionale della Cei, chiarendo come «oggi coloro che chiedono di celebrare il matrimonio vivono diverse situazioni personali e familiari, e proprio per venire incontro a queste diversificate esigenze si è pensato di introdurre dei correttivi» al rituale di nozze.

Esaminiamo, ora, le tre tipologie delle possibili forme di sposalizio. Iniziamo con il matrimonio tra coloro che hanno già compiuto un significativo iter religioso nelle comunità parrocchiali, e che potremmo definire credenti osservanti. Questi fedeli trovano con difficoltà nel rito attuale quei sentimenti e quelle emozioni coltivati lungo l'itinerario percorso e, quindi, si è cercato di recuperare anche nella formulazione e nei gesti l'elemento sacramentale. Il rito inizia con la memoria del Battesimo «per rimanere fedeli all'amore a cui siamo stati chiamati». Il consenso, poi, cioè il «sì» dell'uomo e della donna, è collocato tra questa memoria e la benedizione sugli sposi che - ecco un'altra novità - può essere anticipata dopo il reciproco assenso e lo scambio degli anelli, rispetto alla tradizionale collocazione dopo il "Padre Nostro". Inoltre sono cambiate le formule. In quella più nota è stato inserito, come in premessa accennato, il verbo "accogliere", per sottolineare la dimensione del dono, e proprio per questa ragione si fa un esplicito riferimento alla «grazia di Cristo».

Ma gli adattamenti sono anche in alcuni gesti e nell'ampliamento del Lezionario, che ora comprende ben 82 passi della Scrittura, rispetto ai circa 40 di prima, utilizzabili nella Liturgia della Parola. Lo sposalizio religioso, che definiremo classico, offre, infatti, ai giovani che intendono sublimare «il compiuto cammino del fidanzamento» creando una «famiglia» capace di diffondere nel mondo «luce e gioia» una ulteriore alternativa: la possibilità di chiedere che, nel corso della loro festa nuziale, venga recitata la litania dei santi sposati.

Un elenco che comprende Zaccaria ed Elisabetta (genitori di Giovanni Battista), Gioacchino ed Anna (genitori di Maria), San Giuseppe, Aquila e Priscilla (la coppia al seguito di San Paolo), Santa Monica (madre di Sant'Agostino), Santa Brigida, Santa Francesca Romana, Tommaso Moro, Gianna Beretta Molla (la Santa milanese da poco canonizzata).

Ma, abbiamo detto, le decisioni dell'Assemblea dei vescovi in tema di nuovi riti non riguardano solo i fedeli praticanti. Si è voluto offrire la possibilità di celebrare il matrimonio nella Liturgia della Parola anche a coloro che, pur non vivendo una piena appartenenza alla Chiesa, desiderano che la loro festa sia celebrata con una cerimonia religiosa e ne hanno diritto in quanto battezzati. Per costoro è stato scelto un linguaggio più immediato e uno stile più semplice, più vicino al loro itinerario di fede, con la ricchezza della Parola, verso l'Eucaristia, che rimane fonte e culmine della vita della Chiesa. Non a caso è stato inserito nel rito un gesto importante come la consegna della Bibbia agli sposi. Il testo accentua, infatti, la lode trinitaria: Padre Creatore, Figlio che si dona senza chiedere nulla in cambio, e Spirito Santo. Ulteriori apporti riguardano sia la supplica, affinché gli sposi «segnati con il fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini», sia l'aspetto escatologico con «la profonda nostalgia» di Dio «fino al giorno in cui potranno, con i loro cari, lodare in eterno» il suo nome.

Nulla di invariato, infine, nel terzo caso, cioè quello di matrimoni con una delle due parti non battezzata, la cui funzione si terrà ancora secondo il dettato dell'antica tradizione latina.

Elbano