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II
presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, europeista
sincero, ha parlato di «svolta nella storia dell'umanità». Una
grande spinta verso la pace e la concordia fra i popoli. «Gli
spettri degli anni Trenta», ha detto il capo dello Stato, «non
torneranno a turbare le menti delle generazioni future».
Il 29 ottobre, a Roma, i
rappresentanti di 25 Paesi hanno firmato la Costituzione Europea.
Altri tre Paesi (Bulgaria, Romania e Turchia), candidati ad un
prossimo ingresso nell'Unione, hanno firmato soltanto l'atto di
adesione. Il primo ministro di un altro Paese (il possibile
ventinovesimo), la Croazia, ha consegnato una dichiarazione nella
quale accetta i principi contenuti nella Costituzione Europea.
Il pensiero di molti è andato
indietro a quasi cinquanta anni fa. Il 25 marzo 1957, immersi nella
stessa scenografia (la Sala degli Orazi e Curiazi, in Campidoglio),
ebbe inizio questa storia: capi di governo e ministri degli Esteri
di sei Paesi (i Paesi fondatori: Francia, Germania Occidentale,
Olanda, Belgio, Lussemburgo e Italia) firmarono i trattati che
istituirono la Comunità economica europea e l'Euratom (Comunità
europea dell'energia atomica). Quell'atto era il frutto d'un sogno
maturato nell'immediato dopoguerra nella mente di alcuni uomini
(Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman) che avevano
dedicato la loro intelligenza e le loro energie alla sua
realizzazione: l'integrazione fra i Paesi del Continente.
Quel sogno si è realizzato, anche
se, nelle settimane e nei mesi precedenti, non sono mancate le
polemiche, legate soprattutto all'assenza nel preambolo della Carta
del riferimento alle origini giudaico-cristiane dell'Europa. Nella
versione definitiva si parla delle «eredità culturali, religiose e
umanistiche dell'Europa» e dei valori fondamentali della persona:
una dizione meno esplicita, ma che non ignora la religione fra gli
elementi fondamentali dell'identità comune.

In attesa di ratifica. I Paesi
firmatari hanno due anni di tempo per ratificare il trattato. Non è
passaggio automatico e scontato: in alcuni Paesi (la Gran Bretagna,
la Danimarca, la Polonia) vengono espresse numerose perplessità
riguardo all'opportunità di compiere questo passo. In molti Stati
(fra i quali l'Italia), la ratifica sarà affidata al parlamento
nazionale; in alcuni altri sarà oggetto di referendum popolare, con
tutti i rischi che ciò può comportare. È una sfida, anche questa.
Ma i sogni (molti hanno parlato di "sogno" nei discorsi ufficiali
durante la cerimonia) hanno bisogno di una dose di coraggio perché
si realizzino.
José Barroso, nuovo presidente della
Commissione Europea, ha ricordato alcune parole pronunciate più di
cinquant'anni fa davanti al parlamento italiano: «La costruzione
dell'Europa è un problema complesso, difficile, che esige molta
pazienza e che esige soprattutto energica volontà e fede
nell'avvenire».
Cosa dice la Costituzione.
Proviamo a riassumere i punti fondamentali previsti dalla Carta.
L'Unione Europea sarà dotata di «personalità giuridica
internazionale», come quella degli Stati nazionali. Questo
comporterà che, in futuro, l'Unione potrà firmare trattati e
convenzioni ed essere rappresentata negli organismi
internazionali.
In 54 articoli, la Costituzione
riprende la Carta dei diritti fondamentali. Si tratta di principi
ai quali viene riconosciuto un valore superiore a quello delle
legislazioni dei singoli Stati membri: rispetto della dignità umana
e del diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza. Sono
assolutamente vietati la tortura, le pene e i trattamenti
considerati inumani o degradanti. Si sancisce il rispetto della
vita privata e familiare, della libertà di pensiero, di coscienza e
di religione; è stabilita la parità fra uomini e donne, e il
diritto a ricorrere a una corte e ad un giudice imparziale.
La Costituzione introduce una novità
importantissima a livello politico: la creazione di un ministro
degli Esteri europeo. Il ministro sarà eletto dal Consiglio
Europeo, d'intesa con il presidente della Commissione e con la
ratifica dell'europarlamento. Il ministro contribuirà
all'elaborazione della politica estera, di sicurezza e di difesa
comune: i suoi poteri saranno però limitati dal criterio di
unanimità, indispensabile per le scelte di politica
internazionale.
Molte delle decisioni dell'Unione
richiedono una maggioranza qualificata. La Costituzione prevede che
esprimano parere favorevole il 55 per cento degli Stati membri e
almeno il 65 per cento della popolazione complessiva di tutti gli
Stati.
Fino ad oggi la presidenza del
Consiglio Europeo ha seguito un criterio di rotazione. Ogni
semestre spettava a un Paese diverso. L'allargamento a 25 Paesi
avrebbe provocato una eccessiva macchinosità. Non solo: si è
ritenuto che il periodo di sei mesi è eccessivamente ridotto per
garantire continuità alla politica di un organismo importante come
l'Unione. Quando entrerà in vigore la Costituzione, il presidente
eletto rimarrà in carica per due anni e mezzo (e la carica sarà
rinnovabile per un solo mandato).
Il parlamento europeo avrà poteri
superiori a quelli attuali. Il numero dei parlamentari (oggi sono
732) non potrà in alcun caso superare il tetto dei 750 (anche se
dovessero aderire molti altri Stati). L'organismo eserciterà il
potere legislativo, eleggerà (su proposta del Consiglio) il
presidente della Commissione e ratificherà le nomine del ministro
degli Esteri e dei commissari. L'esecutivo (la Commissione) sarà
più forte di ora. Avrà maggiori poteri nella verifica dei deficit
dei singoli Paesi, ma non potrà indicare le misure per ridurlo.
Sarà progressivamente ridotto il numero dei commissari (oggi sono
20) per arrivare a una rappresentanza pari ai due terzi degli Stati
membri.
Si è molto discusso in questi anni
del cosiddetto "patto di stabilità", quello che impone un rapporto
rigido fra il deficit di ogni singolo Paese e il prodotto interno
lordo. Nelle ultime settimane sono state nuovamente sollevate
obiezioni riguardo al rigore ritenuto eccessivo delle regole
stabilite a Maastricht nel 1991. Potenzialmente tali regole
finiscono per comprimere lo sviluppo. Governare in deficit è spesso
la ricetta giusta per rilanciare un'economia stagnante. La
Costituzione, per il momento, non prevede una maggiore
flessibilità: ma anche un dettato costituzionale può essere
modificato (come accade in ogni Paese, e come sta accadendo proprio
adesso in Italia).
Sono previste forme di
"cooperazione", vincolanti solo per i Paesi che partecipino a un
determinato programma per la realizzazione di obiettivi comuni.
Questo genere di accordi multilaterali sarà possibile anche nel
settore della Difesa, per l'armonizzazione degli apparati militari
di due o più Stati dell'Unione. Questo - secondo alcuni osservatori
- potrebbe essere il primo passo verso una forza rapida di
intervento europeo in grado di agire in situazioni di crisi per
ripristinare la pace o rafforzare la difesa contro il
terrorismo.
L'ultimo punto - in questo rapido
sommario delle regole previste dalla nuova Costituzione - è quello
"dolente". In materia di politica estera, di fisco, di giustizia,
di sicurezza, di politica sociale e di proprietà intellettuale
(cioè nelle materie più importanti e delicate) ogni decisione dovrà
essere presa con il voto unanime di tutti gli Stati membri. Di
fatto, ogni Stato (persino i più piccoli, come Malta, Cipro o il
Lussemburgo) avrà un diritto di veto. È chiaro che il criterio
dell'unanimità rischierà di bloccare molte decisioni importanti. Si
dovrà studiare un modo - democratico - per superare questo
ostacolo, se si vorrà davvero giungere a una Unione politica dei
25, o dei futuri 28, o più.
Ottimisti e pessimisti. Gli
ostacoli sono presenti nella mente di tutti. «La firma di oggi», ha
detto in Campidoglio il presidente di turno del Consiglio Europeo,
l'olandese Jan Peter Balkenende, «non è una conclusione, bensì un
nuovo punto di partenza». Silvio Berlusconi ha avvertito: «L'Europa
Unita è, e sempre più sarà, un plebiscito quotidiano».
Il cammino da compiere è ancora
lungo, l'edificio è solido, ma necessita di un collaudo. Da molti
anni l'opinione pubblica, ma anche molti uomini politici di tutto
il continente, si dividono fra europeisti d'acciaio ed
euroscettici. Le divisioni non sono così nette: la linea di confine
è piuttosto confusa, perché le differenze segnano il limite fra
ottimismo e pessimismo, fra chi vede il bicchiere mezzo pieno, e
chi lo vede mezzo vuoto.
Voltandosi indietro l'ottimismo
appare legittimo: dal 1957 ad oggi la Comunità Europea prima,
l'Unione poi, hanno svolto un ruolo decisivo per il mantenimento
della pace, in Europa e nel mondo. Esattamente come ha rilevato il
presidente Ciampi: ci sono i presupposti per ritenere che gli
spettri degli anni Trenta non torneranno a turbare le menti delle
generazioni future. Guardando il futuro, non è illegittimo
individuare alcuni pericoli per l'avvenire. L'introduzione della
moneta unica europea (l'Euro) ha provocato problemi che non possono
essere taciuti. Può darsi che - in Italia, per esempio - il
passaggio dalla Lira all'Euro sia stato gestito male. Ma è un fatto
che molti prezzi sono aumentati in misura considerevole, e molte
famiglie hanno incontrato difficoltà gravi nel far quadrare i
conti. La politica è fatta anche di questi problemi, e le
istituzioni sono chiamate a risolverli. Ce la faranno? Gli
ottimisti non hanno dubbi, i pessimisti esprimono timori.
Considerazioni analoghe possono
essere formulate sulla politica estera dell'Unione. Il giudizio
sulla guerra (e sul dopoguerra) in Iraq ha diviso l'Europa in due.
Qui non si tratta di schierarsi da una parte o dall'altra: ma non
si può non prendere atto delle divisioni. L'Europa, unita sulla
carta, si divide sulle scelte concrete, e sui modi per superare
tali fratture. Il criterio dell'unanimità (descritto in queste
pagine) potrebbe paralizzare la politica estera: questo è il punto
dolente, come si è detto. Perché le polemiche e le divisioni sono
presenti in tutti gli Stati, ma vengono risolte giorno per giorno
con una ricetta vecchia quanto la democrazia: chi gode della
maggioranza dei consensi, prende le decisioni; chi ha ricevuto meno
voti alle elezioni e non condivide quelle decisioni, svolge il
ruolo critico proprio di ogni opposizione. Non sarà così in Europa,
e questo potrebbe produrre una paralisi nelle decisioni più
importanti: uniti (e operativi) sulle questioni marginali, divisi
su quelle fondamentali.
Si tratta, beninteso, solo di
riflessioni, che rispecchiano dubbi e perplessità avanzati da
politici e politologi molto autorevoli (in tutta Europa, e anche
nel resto del mondo, che guarda con grande interesse al nuovo
protagonista della scena internazionale). Occorrerà ancora un duro
lavoro per ovviare a questi inconvenienti, di natura istituzionale,
prima che politica.
Prendiamoci, intanto, il meglio. È
dai tempi di Carlomagno (incoronato imperatore del Sacro Romano
Impero nell'anno 800) che l'Europa coltiva l'utopia dell'unione.
Questo progetto ambiziosissimo è stato sul punto di realizzarsi in
due sole occasioni: la prima legata a ragioni dinastiche, la
seconda a conquiste militari. Nel XVI secolo Carlo V poteva dire
che sul suo regno non tramontava mai il sole. Poi ebbe lui stesso
il buon senso di spartire quel regno, lasciando (ancora in vita) la
Spagna al figlio e l'impero al fratello. All'inizio del XIX secolo
la Grande Armée di Napoleone rischiò di unificare l'Europa: se non
fosse rimasto vittima delle proprie ambizioni (che lo spinsero fino
in Russia), Napoleone avrebbe potuto anche farcela. Le sconfitte
della Beresina (nel 1812), nella pianura di Lipsia (nel 1813) e
sulla collina di Waterloo (nel 1815) fecero tramontare la sua
stella.
Stavolta è tutto diverso. L'unione è
maturata nelle coscienze degli europei, è stata elaborata dai loro
governanti, è stata discussa e metabolizzata. Nasce dal basso, nel
trionfo della democrazia. Nella consapevolezza che soltanto uniti i
popoli d'Europa possono affrontare e vincere le sfide del Terzo
Millennio. Le premesse sono quelle giuste. La strada per realizzare
il sogno verrà individuata giorno per giorno. Ma, intanto, il sogno
è entrato nel cuore dei giovani, che si sentono europei. Di loro ha
parlato il presidente Ciampi in un'intervista: «L'Europa è per loro
qualcosa di naturale, di insopprimibile, fa parte del loro modo di
vivere e di pensare. Non hanno più il senso del confine,
finalmente, e non torneranno mai più indietro, a quelle barriere
che noi abbiamo conosciuto». |